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Posts Tagged ‘Franco Coppoli’

arton63405-57d9aRicordo ancora bene l’alba del nuovo millennio, con l’antrace e la caccia agli untori.
Ricordo come fosse oggi la dichiarazione della nuova Crociata contro la «barbarie islamica», la «guerra infinita» dopo la tragica farsa delle Twin Towers e la ferocia di Guantanamo.
L’integralismo del nostro remoto passato allunga sempre più velocemente le sue tragiche ombre sul presente e lo Stato laico si clericalizza a tappe forzate, diventando terra di martiri per amor patrio e per fede.
Ricordo bene i nostri «bravi soldati» che facevano il tiro a segno coi feriti sui ponti di Bagdad, in nome della lotta al «terrorismo islamico». Anche noi abbiamo un velo calato sul volto: è la Croce di Cristo. Un Cristo violentato che, da agnello di Dio, diventa il simbolico carnefice dei non credenti, occulti alleati dei terroristi.
Viviamo tempi di laicità occidentale. Dio ci scampi dalle Moschee nel cuore delle città, ma Dio scampi dalla vendetta della civiltà crociata lo scriteriato che canta fuori dal coro. Nel silenzio del circo mediatico, impegnato a cancellare ogni traccia di soldi, armi e addestramento fornito ai tagliagole dell’ISIS – utilissimo diavolo d’ultima generazione – a Terni si tolgono cattedra e stipendio a un professore che non vuole croci per i suoi studenti.
Croci e crociati, com’è nel sangue e nella storia della superiore civiltà nostrana. Crocefisso, crociati, cani e poliziotti. Dopo Davide Zotti, censurato nel Friuli, ecco Franco Coppoli sospeso a Terni. Siamo ormai tra gli ultimi per libertà di stampa e abbiamo ripudiato Verri e Beccaria, rifiutando di scrivere uno straccio di legge contro la tortura. Chi ricorda il passato, chiave preziosa per leggere il presente, sa che il binomio Chiesa-Stato è nato col fascismo nel 1929 e non s’è mai spezzato, sa che l’estremismo di destra, vigliacco e assassino, non è mai diventato un «dato della storia», checché ne dicano gli storici di corte.
La verità è che la Repubblica antifascista è rimasta prigioniera degli archivi che custodiscono gli atti dell’Assemblea Costituente, nei quali invano Croce affermò che la commistione tra Stato e Chiesa è «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico»; invano, di rincalzo, Calamandrei rilevò che a buon diritto la Chiesa può avere i suoi simboli e un’idea dell’insegnamento il cui fondamento e coronamento è la dottrina cristiana, ma accoglierne simboli e concezione nella scuola dello Stato conduce a una insolubile contraddizione. «Delle due l’una», sostenne infatti Calamandrei: «o il cittadino non cattolico dovrà rinunciare, pur avendone l’attitudine, a concorrere al pubblico impiego come insegnate, oppure dovrà essere reticente, dovrà insegnare contro la sua coscienza; parimenti un alunno non cattolico o dovrà rinunciare a frequentare la scuola pubblica, oppure contro coscienza dovrà subire un insegnamento conforme alla prassi cattolica. Questa non è eguaglianza».
Croce, Labriola, Nitti, Calamandrei, non sono bastati. Nell’amara realtà della vita quotidiana, nei territori occupati della Valsusa e del Casertano, nelle aule dei tribunali ancora governate dal codice Rocco, il clerico-fascismo in realtà non è mai diventato storia. L’Italia razzista, integralista e violenta, l’Italia della polizia impunita, dei crimini di guerra e dei rapporti inconfessabili tra affari, politica e malavita organizzata è più viva che mai.
Fu Mussolini che volle il crocefisso dietro i giudici, nei tribunali, e dietro le cattedre di docenti «costruiti» come giudici, crociati e fanatici propagandisti della civiltà littoria. La «civilissima Italia» è ancora come la volle il «duce»: un Paese in cui una consuetudine fascista ha valore di legge e prevale sulla legge costituzionale. Se questa non fosse ancora l’Italia, non avremmo registrato l’anomalia Napolitano e i tre ceffoni alla Costituzione che hanno nome, cognome e indirizzo e si chiamano Monti, Letta e poi Renzi.
In questo clima non c’è da farsi illusioni: nemmeno il papa «socialista» parlerà a difesa del professor Coppoli. Occorre perciò decidere se sia giunto il momento di prendere atto dei rischi che corre la democrazia e prepararsi allo scontro, secondo la tradizione dei nostri nonni e la lezione di uomini come Sandro Pertini, o attendere inerti e inermi il Sant’Uffizio, la colonna infame, i roghi, la caccia alle streghe e l’indice dei libri proibiti. Quale che sia la scelta, un punto dev’esser chiaro: la centralità della questione formativa si misura anche dal livello della repressione. La scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione di una svolta autoritaria che Renzi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Oggi si massacra il sistema formativo.

Fuoriregistro“, 4 aprile 2015, “Agoravox“, 6 aprile 2015 e “La Sinistra Quotidiana“, 7 aprile 2015

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images (1)I fatti anzitutto: Terni, 5 aprile 2014; la quinta C dell’Istituto per Geometri «Sangallo» lavora serenamente, quando la porta dell’aula si apre bruscamente e sulla soglia si materializzano un cane poliziotto e un pugno di uomini in divisa. Si tratta di un errore? La polizia ha scambiato la scuola per un covo di delinquenti, una piazza di spaccio, un laboratorio in cui si raffina eroina? No. Le forze dell’ordine non sono lì per errore: nel mirino hanno proprio la scuola e vogliono perquisire gli studenti. A Terni in quel momento delinquenti in giro ce ne saranno, ma per la polizia il blitz va fatto lì, in una scuola dello Stato, dove evidentemente, secondo i geniali responsabili dell’ordine, c’è il quartier generale della malavita di Terni e dintorni. Nel “covo” all’opera c’è un docente, Franco Coppoli, insegnante di lettere, che non è disposto a lasciare la cattedra in mano a un cane e ai suoi sconcertanti accompagnatori.
I poliziotti hanno un ordine scritto, un mandato di perquisizione firmato da un magistrato? Quant’è pignolo questo professore e com’è sospetta la sua richiesta! Cosa nasconde Franco Coppoli, chi vuol proteggere? E come si permette di mettere i bastoni tra le ruote di una banda di uomini in divisa che sguarnisce il territorio e organizza fantascientifici blitz in una scuola? In realtà, la posizione di Coppoli è coraggiosa, ma non azzardata e non è facile metterla in crisi: «Se non avete un mandato, non potete entrare». Studenti e professore scoprono così, con sconcerto, che i tutori dell’ordine non sono degli imboscati perditempo, decisi a sottrarsi ai rischi della strada. Le cose stanno così, spiegano a Coppoli, coi nervi a fior di pelle, i poliziotti: «L’ingresso in Istituto è stato richiesto dalla preside».
I conti, però, non tornano. Un capo d’Istituto, infatti, osserva con calma il professore, ha diritto di autorizzare l’ingresso nella scuola, ovunque, tranne che nelle aule. Sono certi i poliziotti che la preside li ha autorizzati? E’ strano, perché «dentro le classi – spiega Coppoli – siamo noi docenti a decidere, dal momento che noi siamo responsabili». 
Per esser chiaro, aggiunge che il compito istituzionale della polizia è quello di far rispettare le leggi, non di violarle. Insomma, se vogliono entrare, facciano pure, ma sappiano che si beccheranno una denuncia per interruzione di pubblico servizio.
La situazione sarebbe paradossale, se la tragica eloquenza dei fatti non raccontasse agli studenti ciò che da tempo si prova a nascondere in tutti i modi: ormai siamo in uno Stato di polizia. Coppoli la spunta, perché i poliziotti, colti in contropiede dall’inattesa resistenza, abbandonano il covo e si portano via il cane adibito al controllo antidroga. Quello che è accaduto a Coppoli si è ripetuto quel giorno in altre 4 scuole superiori di Terni. Tutto è nato da una decisione della Questura, presa in accordo coi dirigenti scolastici. 
Il collega Coppoli non solo è stato l’unico a pretendere il rispetto dei principi fondanti degli ordinamenti scolastici e dell’autonomia della scuola, ma ha fatto anche circolare la notizia. Com’era prevedibile, il Dirigente scolastico ha pensato bene di avviare un procedimento disciplinare. Se qualcuno nutrisse dubbi sulla condizione comatosa della nostra vita democratica, farà bene a farseli passare: alla riapertura del nuovo anno scolastico, il docente che ha osato difendere la legalità repubblicana si è trovato sulle spalle 12 giorni di sospensione dalle lezioni e dallo stipendio. Perché? Perché in Italia nessuno di noi ha più il diritto di rivendicare la libertà e l’autonomia e di sostenere una concezione della scuola in cui docenti e studenti siano titolari a pieno titolo di diritti. Primo tra tutti, quello di essere rispettati in quanto persone. Di fronte a un potere politico sempre più incontrollato e ai suoi bracci armati, noi siamo ormai dei sudditi da trattare come possibili delinquenti. Le nostra aule possono così diventare le celle d’una galera in cui i secondini fanno quello che vogliono. Fino a qualche anno fa, il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale che si fosse azzardato a prendere un provvedimento disciplinare di questo genere non se la sarebbe cavata e buon mercato: avrebbe pagato pesantemente la sua decisione. Oggi no. E fa davvero impressione vedere le scuole aperte senza un’ora di sciopero o una protesta, i docenti rassegnati e i sindacati inerti. Solo i Cobas hanno reagito.
C’è da sperare che docenti e studenti si stringano attorno al professore colpito e reagiscano con fermezza, a cominciare da quelli dell’Istituto in cui insegna. In quanto a giornali e reti televisive, è tempo di boicottarli: al loro confronto, i media del regime fascista furono solo dei dilettanti della disinformazione.

Uscito su Agoravox il 29 settebre 2014

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