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Posts Tagged ‘Francisco Ferrer’

Se il silenzio può essere prigione, tutto ciò che lo rompe – parole, discorsi, libri – può servire a chiudere una cella meglio d’un catenaccio e, non di rado, più che del silenzio, siamo prigionieri del rumore suscitato ad arte da un uso strumentale della parola. D’altro canto, parole occorrono per mentire e parole servono a raccontare la verità: la guerra è una barbarie, certo, ma c’è chi la vuole santa e chi umanitaria. Se è stata partigiana, fu guerra comunista ed oggi, che regna il capitale, si dice terrorista. Sull’antifascismo non c’è chi non dica la sua: Galli Della Loggia piange la “morte della patria”, Violante saluta con rispetto la Decima Mas e, stando a Pansa, gli antifascisti furono solo banditi comunisti. Se chiedi nomi, è un coro: Longo, Nenni, Pertini, Togliatti. Gli assassini di Mussolini e i fondatori della partitocrazia. Eppure la resistenza al fascismo durò oltre vent’anni e visse nel silenzio: un silenzio che ebbe un’etica e rese carcerati i carcerieri.

Umberto Vanguardia

Nell’elenco degli iscritti alla sezione napoletana del Partito Socialista, sequestrato dalla polizia nel novembre del 1893, Umberto Vanguardia è inserito nella sparuta pattuglia degli “impiegati” [1]. In realtà è solo un ragazzo che frequenta il ginnasio. L’età è quella dei sogni e delle passioni egualitarie e Napoli, “con le sue grandi miserie materiali, brulicante di pitocchi, di scugnizzi, di camorristi e di prostitute, e con le sue grandi miserie morali, […] sorridente di sole e purulenta di piaghe” è “un invito permanente a rivoltarsi, ad insorgere, a levarsi contro tutti” [2].
Ripudiato Mazzini per lo scudo sabaudo, ridotta l’esperienza garibaldina a Bixio e ai contadini fucilati a Bronte [3], l’Italia che conta è con Crispi e non sogna, sicché è quasi fatale: il 9 agosto del 1894, Vanguardia, a meno di sedici anni, finisce in manette [4]. La storia della democrazia passa solitamente per tribunali e celle.
Nel maggio del 1898, coinvolto nei tumulti generati dal prezzo insostenibile del paneil giovane, che continua a sognare un mondo migliore, è incluso in un elenco di “sovversivi” responsabili dei moti, sicché, a soli diciannove anni, benché non esista uno straccio di prova che lo accusi, sperimenta il domicilio coatto. Evaso, si consegna a novembre, quando lo stato d’assedio è finito, e torna libero dopo una breve reclusione [5]. Fa le prime prove tra i socialisti, riunendo in lega di resistenza i camerieri di caffé e ristoranti , ma ai primi del Novecento, negli anni dell’idillio tra Giolitti e Turati, passa agli anarchici [6]. Attivo propagandista e redattore di numerosi fogli “sovversivi” [7], nell’estate del 1907 entra a far parte della redazione della “Protesta Umana” e va a vivere a Milano, da dove parte spesso per giri di propaganda contro il domicilio coatto e il militarismo. Ce n’è quanto basta perché il 22 febbraio 1908 la questura di Milano lo rispedisca “in patria” con foglio di via e con l’etichetta di “anarchico pericoloso” [8].
Tornato a Napoli, dà vita al “Sorgete”, un gruppo che si attesta sulle posizioni del “comunismo libero, sintesi sicura di quanto si chiede dall’umanità all’alba della storia: la libertà economica e la libertà politica” e attacca gli “autoritari”, che chiamano “organizzazione” ciò che, in realtà, è solo una “gerarchia che legifera e funziona in vece di tutti gli altri, oppure fa seguire, in nome della massa, una rappresentanza” [9]. E’ un rifiuto netto del “partito politico”, che, tuttavia, non esclude la partecipazione all’attività sindacale, intesa come “quell’accordo, che si forma, in base d’interessi, tra gli individui unitisi per terminare un’opera comune” [10]. Sono i temi di fondo della cultura libertaria, che animano il dibattito tra militanti ed in cui si inserisce a pieno titolo la polemica del Vanguardia contro il “Teatro di Montecitorio” che, “unico nel suo genere di produzione, desta negli animi […] un senso di nausea e di disprezzo” e limita “sfacciatamente ogni libertà, dalla riunione […] al pubblico comizio”, sicché, di sopruso in sopruso, si è giunti al “sequestro preventivo dei giornali, alla loro soppressione, all’arresto dei cittadini per delitto di pensiero, alle fucilate date alle plebi affamate che hanno avuto il torto di chiedere […] a viva voce un loro diritto” [11].
Cresciuto nel fuoco della lotta, il Vanguardia non si limita però alla “battaglia delle idee” e il 13 ottobre del 1909, mentre in città i comizi di protesta per la condanna a morte di Francisco Ferrer fanno i conti con la violenza delle cariche di polizia, rischia il linciaggio, facendo esplodere a scopo dimostrativo un petardo “nella chiesa parrocchiale di Montesanto […] e dandosi poi alla fuga rincorso dai presenti e da Guardie di Città”. Non vi sono feriti – annota il prefetto – ma la “bomba”, che “ha prodotto un po’ di sgomento e nient’altro”, costa al Vanguardia quasi un anno di carcere [12]. Una condanna che non gli impedisce di passare al gruppo dell'”Aurora Libertaria”, e di tornare all’attività sindacale [13]. L’occasione viene dall’aspra vertenza dei tessili della “Wenner” di Scafati dalla quale, però, dopo violenti scontri con la polizia, l’anarchico esce con una denuncia per lesioni e mancato omicidio ai danni d’un delegato di PS [14]. Anima dei “comitati di quartiere” sorti tra gli operai in lotta per il caro-casa, Vanguardia guadagna la fiducia dei compagni e nell’aprile del 1912 diventa segretario della “Lega dei lavoratori dell’Arte bianca”, guidandoli abilmente in una dura vertenza [15]. La guerra, che nel 1914 sconvolge l’Europa, lo vede impegnato nella propaganda antimilitarista, fino a quando la “cartolina precetto” non lo spedisce in prima linea, nel carnaio delle trincee e nell’orrore dei campi di battaglia, tra i fanti del 125° Reggimento [16]. Finita la guerra, riprende il suo posto alla Camera del Lavoro, torna alla testa della “Lega dei panettieri”, che conduce alla vittoria in una difficile vertenza, e dà vita ad un “Circolo popolare” e ad una “Lega Inquilini” che, col “pretesto di combattere le pretese esorbitanti dei proprietari di case”, tenta di “trarre profitto dal pubblico malcontento” per opporre alla marea fascista il lavoro di propaganda e l’attività sindacale [17]. Il primo maggio del 1924, quando la partita appare irrimediabilmente persa, si reca con alcuni compagni in una bettola, sale su un tavolo e canta l’Internazionale [18]. Puntuali scattano ancora una volta le manette e non fa meraviglia se il 22 novembre del 1926, solo pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi “fascistissime”, giungano la condanna a quattro anni di confino, l’arresto e la tortura di un viaggio inumano, che lo conduce a Pantelleria, sfinito, incatenato e ammanettato ad altri confinati [19]. L’impatto con la colonia è durissimo. Separato fisicamente da qualsivoglia contatto con la realtà del Paese, sottoposto all’arbitrio delle guardie e ad un’azione di controllo che, prima ancora degli atteggiamenti concreti, tende a colpire un’astrazione – la pericolosità sociale e politica – della quale, agli occhi dei suoi aguzzini, egli rappresenta il modello, Vanguardia, pur di sottrarsi all’inferno in cui sente di precipitare, lascia che la sorella inoltri al duce una domanda di grazia che, di fatto, non ha alcuna speranza di essere accolta. Al regime e al suo “duce”, “che il mondo giustamente onora” e che gli italiani sono “orgogliosi di chiamare Salvatore”, la donna “unica e sola al mondo e derelitta, che vive solo del fratello disgraziato”, non ha nulla da offrire. Io, scrive a Mussolini, “ho solo la speranza che mio fratello alla luce del miracolo che V. E. ha operato per la salute d’Italia, si costruisca una nuova coscienza” [20]. La speranza, però, non rientra nella logica disumana della repressione; Castelli, Alto Commissario per la Provincia di Napoli “non ritiene che il Vanguardia […] abbia fatto ammenda del suo passato” ed esprime “pertanto parere contrario a che l’istanza della Vanguardia Concetta venga per ora presa in considerazione”.
Di fatto, la lettera della sorella non è ancora giunta a destinazione, e già il confinato, tornato in manette e catene, ha ripreso il mare per raggiungere la nuova sede di confino: Ustica, dove il regime prova a seppellire alcuni dei suoi più temuti avversari e dove più spietato è il regime di polizia [21].
L’isola, in cui un delinquente comune giungerà ad assassinare un “politico”, gode di una fama sinistra: vi impazza, rammenterà anni dopo Aldo Garosci, “un famoso aguzzino, brutale e neuropatico, il tenente Guasco, del quale si ricordano parecchi episodi selvaggi. Prigionieri politici e […] comuni (sfruttatori di donne, mafiosi, strozzini) convivono con le guardie in quei quattro palmi di terra […] e tutte queste circostanze, quando anche non vi fosse stata la volontà malvagia di incrudelire, delle guardie, sarebbero già bastate a rendere il soggiorno nell’isola difficile da sopportarsi per dei nervi meno che solidi” [22]. Come non bastasse, Cesare Mori, il “prefetto di ferro” inviato a Palermo da Mussolini con pieni poteri per risolvere il problema dei rapporti tra regime e mafia [23], ritiene che la colonia, in cui “sono tenuti insieme in media 360 confinati politici (tra i più pericolosi sovversivi del Regno) e 160 confinati comuni”, si possa trasformare nel “centro propulsore di un pericoloso movimento” che, avendo “rapporti clandestini col sovversivismo clandestino italiano e straniero”, riesca “di grave nocumento al Regime”. Per “accertare riservatamente” l’eventuale attività politica dei confinati “e poterla tempestivamente stroncare”, il Mori si è affidato a Vincenzo Picone, graduato della milizia, che è “andato a Ustica quale volontario di confidenze alle autorità”, ed è confinato come “politico”. Al servizio di Mori e all’insaputa del Picone, fa da provocatore un comunista confinato, Riccardo Fidel, “capace di commettere atti inconsulti e di palesare fatti o addirittura di inventarli” [24].
Pur agendo separatamente – Picone non si fida affatto di Fidel – i due convincono Alberto Memmi, centurione della Milizia, a muoversi con la massima rapidità perché, a loro dire, i confinati politici di Ustica non solo hanno tra loro oscuri contatti, ma vanno perfezionando pericolose intese con i “sovversivi” che operano in Italia e all’estero e tutto lascia credere che intendano giungere ad una rivolta che agevoli un tentativo di fuga [25]. Dopo indagini inizialmente caute, le autorità di polizia raggiungono la convinzione che i confinati ricevono “regolarmente somme per il Soccorso Rosso”, che nell’isola si appresta “un movimento insurrezionale, allo scopo di permettere ai confinati dei evadere, servendosi di una nave che fu vista accostarsi […] e che poi si allontanò per una direzione insolita, tenendo una falsa rotta” [26]. La notte del 30 settembre 1927, Mori mette a soqquadro l’isola con una serie di perquisizioni negli alloggi dei confinati e dei residenti ritenuti loro complici [27]. Di lì a pochi giorni, questore e prefetto, che intendono soprattutto fiaccare il morale dei confinati, danno corpo alle ombre e formulano i capi di accusa: tra i confinati, sostiene Mori, si sono “costruite clandestinamente, organizzazioni di partito ed una di fronte unico in rapporto con i sovversivi del Regno e dell’estero, aventi lo scopo di evasione e di ribellione contro i poteri dello Stato” [28]. Quanto basta perché, oltre al Picone, invischiato nella vicenda dal Fidel, siano arrestati e denunciati al Tribunale Speciale 56 confinati, tra cui Umberto Vanguardia e antifascisti della statura di Amadeo Bordiga e Giuseppe Berti, degli ex deputati socialisti Giuseppe Romita e Luigi Fabbri, di Giuseppe Massarenti, leader di quello che fu il più forte movimento cooperativistico dei braccianti agricoli, dei libertari Guglielmo Boldrini e Fioravante Meniconi, che ha tradotto e diffuso in Italia Emile Armand, e di Mario Angeloni, che sarà poi segretario del partito repubblicano in esilio, comanderà in Spagna la colonna Rosselli e sarà mortalmente ferito combattendo a Monte Pelato [29].
Arrestato a Ustica il 10 ottobre 1927, Vanguardia è tradotto in catene “alle carceri di Palermo a disposizione del Tribunale Speciale di Roma, siccome imputato ai sensi della legge sulla difesa dello Stato” [30]. Carcere duro per mesi, un’istruttoria che sembra interminabile, la brutalità degli interrogatori, poi di nuovo catene, in viaggio per un ritorno a Napoli che, a giugno del 1928, lo conduce in cella al carcere di Poggioreale. Ancora atti istruttori, ancora l’estenuante pena degli interrogatori, ancora la necessità di difendersi e di non prestare ascolto alla tentazione dei “vantaggi” offerti in cambio di una qualche “collaborazione”. Vanguardia “però tiene”, resiste alla tentazione fortissima di chinare la testa, per riaquistare una libertà ormai indispensabile ad una condizione di salute sempre più precaria, e va avanti con immensa fatica e dignità. Negli anni delle prime battaglie, quando lo soccorreva l’entusiasmo giovanile, aveva orgogliosamente affermato: “Non varranno prepotenze e violenze contro di noi […]; non abbiamo paura e respingeremo senza esitazione qualsiasi mezzo voi adotterete” [31]. E’ stanco e malato allorché, assolto per insufficienza di prove dal Tribunale Speciale, dopo quasi di un anno di carcere è trasferito a Ponza, dove la salute peggiora di giorno in giorno e ne piega progressivamente la resistenza fisica [32].
Quando torna libero, Vanguardia è molto malato e non ha nulla da rimproverare a se stesso, nemmeno l’istanza di grazia firmata per poter morire a casa [33]. Come ogni tiranno, Mussolini, ha un’inconfessabile paura delle sue vittime e non è disposto a fare dell’anarchico un eroe; stavolta, perciò, non ha dubbi: l’ora della liberazione non può, non deve coincidere con quella della morte. La pratica va chiusa. L’uomo che il primo febbraio 1930 lascia i compagni a Ponza, diretto a Napoli, è stanco e sofferente; ha lottato sin quando ha potuto, si è piegato ai suoi limiti, alle sue debolezze, a una fatica che non riesce più a sostenere, ma non ha tradito i suoi ideali. Il 28 dicembre 1931 muore nella sua abitazione al n. 45 di via Bernini, là dove non una lapide ricorda ai giovani la sua passione politica e il suo impegno civile [34].

NOTE

1 – Archivio di Stato di Napoli (d’ora in avanti ASN), Gabinetto di Questura (da questo momento GQ), seconda serie, 1888-1901 (da qui in poi IIS), busta (da questo momento b.) 86 bis, fascicolo (da qui in poi f.) “Fascio dei Lavoratori”, elenco degli iscritti.

2 – Arturo Labriola, Spiegazioni a me stesso, Centro studi sociali problemi del dopoguerra, Napoli, 1945, p. 18.

3 – Sui fatti di Bronte, Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, con introduzione di Leonardo Sciascia, S. Sciascia, Caltanissetta 1963; Emanuele Bettini, Rapporto sui fatti di Bronte del 1860, Sellerio, Palermo, 1985; Maria Sofia Messana Virga, Bronte 1860: il contesto interno e internazionale della repressione, S. Sciascia, Caltanissetta, 1989; Pasquale Iaccio (a cura di), Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato. Un film di Florestano Vancini, Liguori, Napoli, 2002.

4 – Nel corso di una perquisizione, fu rinvenuta una lettera indirizzata alla madre in cui il giovane asseriva di voler diventare un “santissimo Caserio”. Interrogato sul significato di quelle parole, rispose che, dopo aver seguito sulla la stampa il processo politico al socialista Giuseppe De Felice e ai suoi compagni, “aveva concepito in mente l’idea di uccidere S. E. Crispi, causa della rovina della famiglia De Felice e delle sofferenze di migliaia di uomini. Soggiunse che tale sua idea delittuosa non sarebbe passata dallo stato intenzionale a quello di esecuzione”. Archivio Centrale dello Stato di Roma, (da questo momento ACS), Ministero dell’Interno (di qui in poi MI), Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC), b. 5312, f. “Vanguardia Umberto”, cenno biografico al 12-11-1895. Sante Caserio, panettiere anarchico e antimilitarista, uccise il Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Intendeva così vendicare il compagno di fede Auguste Vaillant, al quale Carnot aveva rifiutato la grazia, benché la marmitta esplosiva da lui lanciata in Parlamento non avesse avuto conseguenze mortali. Al processo il Vaillant dichiarò di aver scelto di “ferire un gran numero di deputati piuttosto che uccidere qualcuno. Se avessi voluto uccidere – spiegò – avrei caricato la bomba con dei pallettoni. Ho messo dei chiodi; ho voluto quindi solo ferire”. Turati, che aveva conosciuto Caserio e non fu mai indulgente coi terroristi, scrisse di lui che fu “mite, pensoso, taciturno, notoriamente affettuoso e laboriosissimo”. Filippo Turati, Il loro duello. L’assassinio di Carnot, “Don Chisciotte”, 26 giugno 1894. Su Caserio c’è oggi la voce curata da Maurizio Antonioli per il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I, pp. 333-335, che contiene anche un’ottima bibliografia, e il recente Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo: i brevi anni di un anarchico lombardo, Euzelia, Milano, 2005.

5 – Cronaca da Napoli, “Avanti!”, 9-7-1898. ASN, GQ, IIS, b. 86 ter, f. “Federazione Socialista Napoletana”, e b. 128, f. “Socialisti”, elenco dei socialisti più pericolosi del Circondario alla data del 12-5-1898. Sul Vanguardia si veda la voce curata da Giuseppe Aragno per il , cit., vol. II, pp. 648-49.

6 – Il comizio d’oggi, “Il Pungolo Parlamentare”, 5/6-12-1901; I camerieri d’alberghi, restaurants e caffé, “La Propaganda”, 5-12-1901; ASN, GQ, IIS, b. 110, f. “Camerieri di Caffé e Ristoranti”, dispacci telefonici del 4 e del 5-12-1901; e ACS, CPC, b. 5321, f. Vanguardia…”, cit., nota 20622 del 31-7-1901 e 4205 del 22-5-1903 da MI a Prefetto di Napoli (di qui in poi Pna).

7 – Nel 1899 fu redattore de “La Giovane Italia, giornale politico democratico che uscì per qualche tempo a Napoli. Ivi, b. 198, f. “La Giovane Italia”, nota 4758 del 2-6-1899. Il 25 marzo 1906 pubblicò a Napoli “La Voce dei Ribelli”, cui seguirono il 15 e il 25 agosto “Ribelli” e il 20 settembre “I Picconieri”. Il 3 agosto del 1906 uscì “Sorgete” che, diventato poi “Sorgiamo!”, pubblicò l’ultimo numero il 12 giugno del 1910. Fu redattore dei fogli milanesi “Agitiamoci”, “Diritto alla Vita” e “La Protesta Umana”. Nel 1915, infine, fondò e diresse a Napoli il periodico “La Battaglia”. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 7694 del 22-8-1906 dal Pna a MI; 3179 del 6-11-1907 dal Console italiano in Canton Ticino a MI; note n. 8405 del 22-2-1909 e n. 6347 del 16-6-1915 da Pna a MI; Leonardo Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol I, tomo 1, Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati in Italia (1872-1971), Crescita Politica, Firenze, 1972, pp. 196 e 223-24.

8 – A giugno del 1907 è a Roma, al Congresso nazionale degli anarchici; il 3 novembre parla al comizio di Milano per le vittime politiche ed è poi segnalato a Pavia, Vigevano, Biella, Santhià e Lugano, dove frequenta la “Cooperativa Umanista” diretta da Dante Marchesi. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., note 5229 del 18-6-1907, da Pna a MI, 4932 del 13-11-1907 da Prefetto di Milano (da qui in poi Pmi) a MI, 7618 del 6-12-1907, 1039 del 18 febbraio 1908, 2125 del 22 febbraio 1908, da Pmi a MI; 1328 del 27-2-1908 da Pna a MI, e lettere 3179 del 6-11-1907 e 9936 del 7-11-1908 da Consolato Generale nel Canton Ticino a MI.

9 Il Propagandista, “Sorgiamo!”, 7-10-1909. Il giornale intitolato inizialmente “Sorgete” era espressione del gruppo costituito dal Vanguardia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., Telegramma espresso di Stato 4937 del 28-81909 da Pna a MI.

10 – Silvia Sortys, Organizzazione e autorità, “Sorgete”, 3-8-1909.

11- Umberto Umberti (pseudonimo di Umberto Vanguardia), Comedianti, “La Voce del Ribelle”, 25-5-1906.

12 – Col Vanguardia furono arrestati anche gli anarchici Michele Balsamo, Carlo Melchionna e Gennaro Mariano Pietraroia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., fonogramma 8782 del 13-10-1909 da Pna a MI, telegramma 1749 del 14-10-1909 dal Comando Carabinieri, Divisione Napoli Interna a MI, telegrammi 5872 e 5873 del 13-10-1909, nota n. 9445 del 16-10-1909, note 14396 del 5-11-1910 e 1671 del 16-12-1910 e telegramma 5089 del 18-8-1912 tutti da Pna a MI.

13 – Libro dei verbali della Sezione napoletana del Psi, Riunione del 10-9-1910. L’esistenza dei verbali, raccolti in due quaderni, mi fu segnalata anni fa da Gaeatano Arfè, che li aveva ricevuti dal padre Raffaele, segretario della sezione. Arfè ricavò il saggio Per la storia del socialismo napoletano, Atti della sezione del Psi dal 1908 al 1911, in “Movimento Operaio”, 1953, n. 2, pp. 291-293 poi diede i preziosi documenti a Luigi Mascilli Migliorini, il quale cortesemente mi consentì di fotocopiarli. Ne trassi poi, a mia volta, Il saggio I socialisti napoletani a inizio secolo tra intransigenza e blocco popolare, ne “Il Corriere Calabrese”, anno III, n. 3 e 4, luglio dicembre 1993, pp. 29-53.

14 – ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit.., note 12586 del 5-10-1910, 13126 del 12-10-1909 e telegramma n. 3939 del 29-10-1910, tutti da Pna a MI.

15 – Ivi, nota 3735 dell’8-4-1912, telegramma 5089 del 18-81912 da Pna a Mi, e “Roma”, 7-1 e 21-5-1914.

16 – Prima di partire per il fronte il Vanguardia, che era iscritto al gruppo anarchico “Amilcare Cipriani” e fu fermato per propaganda antimilitarista. Ibidem, note 1157 del 2-2-1915, 3776 del 13-4-1915, 6347 del 15-6-1915, 2066 del 25-2-1917 e 2868 del 24-3-1917 da Pna Menzinger a MI; ASN, Qustura, Polizia Amministrativa e Giudiziaria, b. 428, f. “Minieri Giovanni” nota 9705 del 3-9-195 da PS Vomero a Questore.

17 – Ivi, GQ, IIS, b. 672, F. “Panettieri. Lavorati”, Memoriale inviato dal Vanguardia al Questore con le rivendicazioni su orario, salario e funzionamento del Collocamento e fonogramma urgente del 5-12-1919. I lavoranti panettieri proclamano lo sciopero, “Il Mattino”, 6/7-11-1919; Lo sciopero dei panettieri continua, ivi, 7/8-12.1919; I lavoranti panettieri e l’organizzazione, “Il Mezzogiorno”, 28-11-1919; Gli scioperi del giorno. I panettieri, ivi, 9/10-12-1919; L’agitazione dei lavoranti panettieri, “Roma” 5-12-1919 e Una lettera dei negozianti panettieri. Minaccia di serrata, ivi, 15-12-1919. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, note 3752 dell’8-5 e del 7-11-1924, da Pna a MI.

18 – Ivi, nota n. 3752 dell’8-5-1924, da Pna a MI.

19 – Ibidem, nota 6388 dell’1-12-1926 da Alto Commissariato per la Provincia di Napoli a MI. I condannati al confino non erano mai preventivamente avvisati. L’arresto era effettuato nel pieno della notte e la traduzione in carcere era immediata e brutale. Il detenuto, costretto a vivere poi in una cella malsana, di piccole dimensioni, non aveva alcuna possibilità di parlare con i familiari o con un avvocato. Non poteva leggere – erano vietati tutti i libri – spesso era picchiato e sottoposto ad angherie e torture. Per sgombrare il campo da rinnovate sciocchezze e dichiarazioni in “stile Longanesi” sul “regime temperato” e sul confino inteso come “villeggiatura”, cui si lasciano andare neofascisti travestiti da liberarli, val la pena di riportare alcune testimonianze dirette ed inequivocabili sulla realtà della repressione fascista. Si prenda, ad esempio, l’ingenua denuncia dall’ormai settantatreenne anarchico Giovanni Bergamasco, naturalista, insegnante nelle scuole statali, giornalista e dirigente politico: “Voglio solo richiamare l’attenzione della stampa e delle autorità – scrive il Bergamasco – sui locali immondi, indecenti, sudici, dove vengono trattenuti gli arrestati politici. Mi limiterò, per esser breve, alla Camera di sicurezza del Commissariato di Celio, dove sono stato rinchiuso or ora, in occasione dell’anniversario della nascita di Roma. Il locale è capace di 27 metri cubi e quasi tutto il suo spazio è occupato da un tavolaccio. Vi mancano luce ed aria e fa freddo ed umido. In un angolo è posto un puzzolente recipiente di legno per i bisogni naturali. Non si esce all’aria. Per cibo si ha un poco di pane con companatico. Ma ciò che è peggio, è che il tavolaccio e le coperte son pieni zeppi di schifosi parassiti, che come si sa sono propagatori d’una quantità di malattie contagiose. […] E’ questo forse il modo civile di trattare i politici?”. Ibidem, b. 515, cit., Lettera aperta, mai pubblicata, inviata al “Messaggero”, alla “Tribuna” e al “Giornale d’Italia”, il 28 aprile 1936. In quanto al confino, a ristabilire un minimo di verità, penso basti riportare quanto scrive prima al re e poi a Mussolini Pasquale Ilaria, condannato a cinque anni di confino, per aver spinto la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile al regime. Volontario in Libia, capitano nel primo conflitto mondiale, l’Ilaria, che è mutilato, invalido e decorato al valor militare, è così duramente colpito dalle penose condizioni di vita cui è costretto a Tremiti, che chiede a Vittorio Emanuele “di convertire l’arbitraria tortura del suo confino con la pena più umana e più vantaggiosa per l’erario della fucilazione. […] Che Iddio – aggiunge poi – salvi Vostra Maestà, la vostra grande Stirpe e l’Italia”. Ibidem, Confino Politico, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”. Il re ovviamente non si degna di rispondergli; anni dopo, contando sulla sua disperazione, Mussolini gli offre la grazia in cambio di un ravvedimento. Una proposta che Ilaria rifiuta perché, scrive, la coscienza, “sua tiranna e sua consigliera implacabile non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, ch’egli con grandi sacrifici ha cercato di essere”. Ivi, Confino Politico, b. 541, f. “Ilaria Pasquale”, lettere a Vittorio Emanuele III in data 27-10-1937 ed a Benito Mussolini del 15-10-1941, entrambe da Tremiti. Sulle condizioni di vita dei detenuti si vedano AA. VV., Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, Editori Riuniti, Roma, 1962 e Ferdinando Cordova e Pantaleone Sergi, , Regione di confino. La Calabria (1927-1943), Bulzoni, Roma, 2005.

20 – ACS, CPC, b. b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, domanda di grazia inviata il 9-4-1927 da Concetta Vanguardia a Sua Eccellenza il primo Ministro Benito Mussolini; nota 6529 del 6 luglio 1927 dall’Alto Commissario per Napoli Castelil a MI e nota 22697 da Mi a Castelli.

21 – Ivi, nota 4187 del 5-4-1927 dal Pna a MI. Nell’isola furono confinati, tra gli altri, Filippo Turati, Ferruccio Parri, Carlo e Nello Rosselli, Randolfo Pacciardi, Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, arrivato sull’isola tra i primi, il 7 dicembre 1926. Interessanti notizie e una bella foto di gruppo di numerosi confinati sono nel sito internet del Centro studi e documentazione Isola di Ustica, per il quale si veda http://www.centrostudiustica.it.

22 – Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973, I, p. 102.

23 – Sul Mori si possono vedere Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma, 2000 (I ediz. 1994) e Christopher Duggan, La mafia durante il Fascismo, prefazione di Dennis Mack Smith , Rubettino, Soveria Mannelli (CZ).

24 – Centro studi e documentazione Isola di Ustica; Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1928, Tomo II, Roma, 1981, Sentenza n. 223, pp. 1073-1077; ACS, CPC, b. 1983, f. “Fedel Riccardo Giovan Battista” e b. 3953, f. “Picone Vincenzo”.

25 – Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale…, cit. pp. 1075-77.

26 – In istruttoria si fece di tutto per dare un nome alla fantomatica imbarcazione e si giunse ad interessare anche il console italiano a Marsiglia. Pur non potendo escludere che una nave si fosse avvicinata all’isola, i giudici raccolsero “prove serie”, che escludevano “che essa potesse servire per l’invasione dei confinati”. Ivi.

27 – Alfredo Misuri, ex liberale, poi deputato fascista, che denunciò i crimini dello squadrismo e finì anch’egli a Ustica nel 1927, ha lasciato una descrizione vivace di quella notte, ricordando: “il paese posto in stato d’assedio, le mitragliatrici sui tetti” e poi “pattuglioni, […] arresti nelle case e nei cameroni; scene indescrivibili […], mariti strappati dalle braccia delle mogli; mogli minacciate con le pistole; bambini, come quelli del Bordiga, interdetti dall’ultimo abbraccio paterno”. Si seppe poi, egli ha scritto, “che la penosa traversata durò dieci ore e che, all’arrivo a Palermo, i sessanta arrestati furono rinchiusi nel carcere dell’Ucciardone, ove cominciò per loro un’odissea di molti mesi, pel processone che s’istruì, e che si sgonfiò, dopo la loro dispersione in vari carceri, sino alla definitiva liberazione”. Alfredo Misuri, Ad bestias. memorie d’un perseguitato, Edizione delle catacombe, Roma, 1944, passim.

28 – ACS, CPC, f. “Vanguardia…”, cit. nota 4187 del 17-10-1927 da prefetto di Palermo (d’ora in avanti Ppa a MI, e Tribunale Speciale…, cit. pp. 1073-1074.

29 – Sotto processo finirono 24 comunisti, 13 socialisti, 11 anarchici, tra i quali il Vanguardia, 1 repubblicano e 6 confinati di cui non ho potuto accertare il “colore politico”, Tribunale Speciale…, cit., e ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 17-10-1927, cit. (che però fa riferimento solo a 39 denunce). Oltre a Giorgio Angeloni, davanti al Tribunale Speciale furono condotti anche altri tre futuri combattenti di Spagna: gli anarchici Lanciotto Corsi e Italo del Proposto e il socialista Luigi Romanelli. Ivi, b. 137, f. “Angeloni Mario”, b. 1486, f. “Corsi Panciotti”, b. 1703, f. “Del Preposto Italo” e b. 4382, f. “Romanelli Luigi”; Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna, La Spagna nel nostro cuore: 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, Tipografia Botti, Milano, 1996, ad nomen, e Dizionario Biografico degli anarchici…, cit., voci curate da Fausto Bucci e Gianfranco Piermaria, per il Corsi (I, pp. 448-49) e Ilaria Del Biondo per il De Proposto (I, pp. 514-15). Su Guglielmo Boldrini, che sostenne con Malatesta la libertà dei lavoratori di iscriversi ai sindacati, e Fioravante Meniconi, Ivi, I, pp. 207-210, e II, pp. 158-159, voci curate rispettivamente da Mattia Granata e Giorgio Sacchetti, e ACS, CPC, b. 697, f. “Boldrini Guglielmo” e 3230, f. “Meniconi Fioravante”. Sulla figura di Mario Angeloni si possono vedere Leo Valiani, Antifascisti italiani nella guerra di Spagna: ricordo di Mario Angeloni, Centro stampa del Comune, Cesena, 1979; Velio Lorenzini, Mario Angeloni, la lotta contro il fascismo e la guerra di Spagna, sl, sn, 1986 e Giuseppe Galzerano, Vincenzo Perrone, Vita e morte, Galzerano, Casalvelino (Salerno) 1999, passim. Sul Massarenti si vedano Luigi Arbizzani (a cura di), Giuseppe Massarenti capolega di Molinella, con un’intervista di Palmiro Togliatti all’organizzatore socialista, Arte Stampe, Bologna, 1967; Sante Violante, Massarenti Giuseppe, in Alberto Mortara (a cura di), I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia, Franco Angeli, Milano, 1984; Giovanni Ferro, Massarenti il riformista, Opere nuove, Roma, 1990: Gianna Mazzoni, Un uomo, un paese: Giuseppe Massarenti e Molinella, Bologna, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, stampa 1990.

30 – ACS, CPC, b. 5312, fascicolo “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 19-10-1927 dal Ppa a MI.

31 – Umberto Vanguardia, Ai detentori del potere, “La Voce del Ribelle”, 25-5-11906.

32 – Al termine del processo il Tribunale Speciale non poté fare a meno di rilevare la “scarsissima credibilità dei testi di accusa” e ritenere “di molto dubbia consistenza probatoria e di scarsissima efficienza giuridica” l’impianto accusatorio, messo su con lo scopo evidente di infliggere colpi alla resistenza degli antifascisti. La formula assolutoria, tuttavia, non risparmiò agli imputati il peso delle “incapacità giuridiche perpetue” che, per i sopravvissuti, sarebbero state abolite solo molti anni dopo, con la caduta del regime. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 19870 del 24-8-1928 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI e Tribunale Speciale…, cit. 1077.

33 – Ivi, Promemoria del 3-2-1930.

34 – Ibidem, nota 8431 del 29-12-1931 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI.

 
Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2006

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