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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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Balilla_adunata“Stanno sfasciando tutto”, scrive con enfasi sospetta Alessandro Barbano sul “Mattino” del primo dicembre. Gli studenti, prosegue, o, per dir meglio, “i teppisti”, rompono “telecamere […] rubano computer, lavagne luminose e proiettore […] sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri […] come un’orda barbarica”. Dietro Carrozza e Letta, nel silenzio rassegnato dei docenti, spuntano ormai le voci della reazione e l’apologia della scuola degli anni Cinquanta, affidata a un vecchio e nostalgico lettore che ricorda una società fondata “su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità.
In prima linea è “Il Mattino” che non smentisce se stesso. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo fondarono, non furono modelli di giornalismo indipendente e illuminato. Ebbero Bracco e Nitti in redazione, ma il giornale si qualificò subito come avamposto dei ceti dominanti contro la “bestia elettiva”, la democrazia, che punta solo “sull’abbassamento sistematico delle superiorità legittime acquisite”. Di lì a poco, coinvolto pesantemente nell’Inchiesta Saredo sui rapporti politica-camorra, Scarfoglio scelse la via che non è più cambiata: soffiare sul fuoco della reazione. Le pagine sulla “bandiera rosso vino”, dei lavoratori in festa il Primo Maggio, quelle dedicate alla “teppaglia scioperante” nel giugno del 1914, quando la protesta contro il militarismo e la guerra incombente costa la vita a quattro operai, gli applausi per il capitano Aurelio Padovani, fanno parte della storia e mostrano un giornale in trincea, pronto a servire gli interessi dell’ala più arretrata e reazionaria dei ceti dominanti. Il sostegno alle peggiori avventure coloniali e la scelta di schierarsi apertamente contro il “cadavere putrefatto della democrazia”, non bastano a cancellare il guizzo neutralista per la “grande Guerra”; Mussolini non si fida e Paolo Scarfoglio è messo da parte. Paradossalmente, però, nel 1950, quando il giornale torna nelle edicole, alla direzione è chiamato Giovanni Ansaldo, consigliere di Galeazzo Ciano e voce nota della radio fascista, passato dalla leggi razziali e la mistica  fascista alla repubblica democratica.
Si può capire un lettore ultrasettantenne che rimpiange la scuola degli anni Cinquanta – giunti alla fine del percorso, il passato pare spesso meraviglioso – è inaccettabile che un giornalista faccia di questa debolezza lo strumento di misura di un processo storico durato oltre mezzo secolo. Volete capire chi sono i ragazzi che occupano le scuole? – chiede ai lettori Barbano. Bene, fatevi dire da uno studente del dopoguerra cos’era l’ ”Alessandro Volta” negli anni Cinquanta e andateci ora. Scoprirete che in pochi giorni di occupazione uno sparuto gruppo di studenti ha smantellato non solo la scuola, ma l’Istituzione, il Sistema Formativo e  – perché no? – è diventato la causa vera del disastro del Paese. Per capire cinquant’anni di storia della scuola, insomma, al “Mattino” non  occorre altro: basta una visita al “Volta”! Perché stupirsi? Teppisti erano nel 1914 gli operai in lotta per la pace, teppisti sono a maggior ragione gli studenti oggi, con mezzo secolo d’esperienza accumulata e la malizia tipica della gioventù.
Sarà che talora si fanno brutti sogni, sarà che del passato ognuno ricorda ciò che gli conviene, ma c’è chi si rammenta di un “Alessandro Volta” che, dopo il terremoto dell’Ottanta, condivise per anni i locali con una scuola media inferiore e vede ancora, come improvvisi flash, la porta carraio senza custodi, ormai intimoriti dai camorristi, in quella terra di nessuno che i napoletani chiamano “Siberia”, lo spaccio di droga all’ordine del giorno e la montagna di fonogrammi che chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. Incubi che il “Mattino” si guarda bene dal raccontare.
In quanto alla scuola degli anni Cinquanta, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti del giornale che già fin dal 1943, nell’Italia “liberata”, una commissione americana guidata da Washbume, allievo di Dewey, provò a rivedere gli osceni programmi scolastici fascisti. Partì dalle elementari e pensò a una scuola aperta, che rifiutava il primato della religione cattolica. Una scuola pluriconfessionale, che non fu possibile realizzare per l’opposizione dei cattolici. Tutto si fermò a metà del guado, con idee avanzate paralizzate dai clerico-fascisti. E’ vero, la Costituzione si schierò per l’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria, ma non poté modificare il sistema scolastico fascista: cinque anni di elementari, poi esame di ammissione costoso e selettivo per accedere alla “scuola media” col latino, chiave di accesso alla media superiore; per le classi subalterne, invece, che il latino e l’esame non potevano permetterselo, c’era la “scuola di avviamento professionale” senza latino e senza prosecuzione degli studi; una scuola che riduceva l’obbligo scolastico all’addestramento della manodopera di bassa specializzazione, senza possibilità di accesso a ruoli decisionali. Anche l’iscrizione agli Istituti tecnici, infatti, prevedeva esami molto selettivi di italiano e latino.
Poiché si andò avanti così fino al 1965, non è difficile capire quale scuola rimpianga il “Mattino”: quella fatta a misura delle classi dirigenti, che non aveva sezioni miste maschili e femminili e non prevedeva la “scuola materna” statale? La scuola fascista, insomma, faticosamente cancellata negli anni Sessanta dalla media unificata e dai decreti delegati. Se le cose stanno così, perché tirare in ballo la nostalgia di un ultrasettantenne? Molto più onesto sarebbe dichiararlo: vogliamo la scuola che serve ai padroni. Nessuno si scandalizzerebbe, stia tranquillo Barbano. Il “Mattino” è sempre stato coi padroni. I peggiori di tutti: i reazionari.

Uscito il 3 dicembre 2013 su “Fuoriregistro” col titolo Scuola. Le voci della reazione e su “Liberazione” col titolo Dietro Carrozza spuntano le voci della reazione;  il 4 dicembre 2013 su “Report on Line” col titolo Il Mattino di Napoli e a scuola dei padroni. Voci della reazione.

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