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Posts Tagged ‘Francesco Ruotolo’

Com’era facile prevedere, nove protagonisti dei fatti di Napoli del 23 ottobre scorso sono stati denunciati per «devastazione e saccheggio». Fossero o no estranei ai movimenti sociali, sulla vicenda, tra le tante chiacchiere inutili, ho letto un intervento acuto, in cui c’è un punto fermo, che fissa una data e segna un confine. Il reato, certo, risale ai tempi di Rocco, ma la nostra borghesia è riuscita a imporci il codice fascista anche dopo la guerra di liberazione, la repubblica e la Costituzione e lo troviamo sempre più spesso, pericoloso e intimidatorio, in mano a magistrati ai quali nessuno ha spiegato che il fascismo è caduto. Lascio da parte l’intreccio forte tra disastro del sistema formativo e qualità della Giustizia – scuola e università dovrebbero essere la nostra prima preoccupazione – e mi fermo all’intervento cui ho fatto cenno.
Dopo il fascismo, c’è scritto giustamente, fino al 2001, l’articolo del Codice fu utilizzato solo raramente. Da quell’anno maledetto, invece, entra spesso in gioco, vince la partita in tribunale e ottiene l’effetto intimidatorio che si propone. A me pare che il caso Puglisi e il suicidio della povera Paola Ferla avrebbero dovuto essere un forte campanello di allarme, ma l’agenda purtroppo ce la detta da tempo chi ha in mano il potere e corriamo di qua e di là senza fare bilanci e verificare una linea.
Al 2001, in sostanza, al momento di svolta, si ferma l’analisi, che sarebbe stato invece utile proseguire, per provare a capire come mai «devastazioni e saccheggi» siamo diventati sempre più frequenti. È solo questione di rapporti di forza o c’entra in qualche modo anche la nostra capacità di organizzarci? E quanto pesano su questa capacità le divisioni, la tendenza a marciare in ordine sparso, la volontà di questo o quel gruppo di stare in testa a un corteo, l’attenzione volta a «noi dentro la piazza», invece che a chi ci sta intorno? Non è forse per questo che non blindiamo uniti le manifestazioni? Eppure uniti, per questo almeno, se non per altro, dovremmo essere.
Qui l’analisi però non giunge. A me pare perciò «storicamente» corretta l’individuazione di un anno di svolta, ma credo anche che occorrerebbe andare oltre e approfondire. Credo – e temo – che fino a quando ragioneremo solo degli altri e non ci occuperemo anche – e direi soprattutto – di noi, saremo responsabili di saccheggi e devastazioni di cui nessun tribunale ci chiamerà a rispondere: quelli che il capitalismo realizza a nostro danno, profittando abilmente dei nostri errori.
In questi giorni, se n’è andato Francesco Ruotolo, amico e compagno di grande spessore umano, politico e culturale. L’ha ucciso il Covid, in conseguenza del disastro della Sanità, della distruzione dell’ambiente e – per non farla lunga – delle colpe imperdonabili di una classe dirigente che meriterebbe di essere fucilata nella schiena per alto tradimento. La perdita è stata così dolorosa, che non ho trovato la forza di ricordarlo. Mi sono limitato a poche parole in un commento su Facebook. Francesco, gli ho detto, «quando se ne vanno quelli come te, le parole, che in genere non mancano mai, spariscono. Io non ne ho. Ciò che resta di una generazione di compagni se ne sta andando e non c’è rimedio. Sono convinto però che quelli come te lasciano un vuoto fisico, ma non muoiono per davvero. Tu ci sei, vivi e vivrai nel ricordo di chi ti ha conosciuto e visto all’opera. È da stamattina che me lo dico. Non è vero che non ci sei più. Chi è stato un esempio continua a vivere fra noi. Tra i giovani soprattutto, che portano con loro tutto quanto hai saputo dare. E hai dato tanto. Tantissimo. Non ti saluto, perciò. Ti ringrazio».
Avrei dovuto continuare, ma non ne avevo la forza e la voglia. Avrei dovuto dire che Francesco ci lascia una domanda che attende risposta. Mentre giungeva alla fine, benché molto sofferente, tornava infatti su ciò che a molti sembra forse la «fissazione» di vecchi un po’ rimbambiti: l’unità dei compagni, oggi soprattutto, dopo lo sfascio della Costituzione. Era un cruccio che condividevo. Quando gli raccontai che, insistendo su questo tema, avevo avuto una risposta dura – «l’unità è diventata la tua droga», mi fu detto – osservò che da quando la Costituzione conta poco o nulla, non siamo più in grado di difendere le nostre conquiste e siamo diventati residuali. Non riusciamo nemmeno a stare assieme in lotte come queste, sulle quali dividersi è imperdonabile.
Questa sua «fissazione», molto simile alla mia «droga», Francesco l’ha difesa, finché un’oncia di forza l’ha sostenuto. La sua domanda di unità sui problemi di fondo, però, se n’è andata con lui e non ha avuto risposta. Io non insisto più: la Costituzione è fuori gioco e il Paese è andato a destra. Francesco invece ha insistito finché ha potuto e se ci penso, credo che questa attesa sempre più inutile sia stata per lui, come per gran parte della generazione di vecchi militanti che il Covid va sterminando, l’ultima, amara sconfitta.

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