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Posts Tagged ‘Francesco De Sanctis’

E’ un tiro al piccione e non è questione di colore politico. Come si parla di scuola e di insegnanti tutti hanno un colpo da sparare, anche chi a scuola ci vive. Persino in una riflessione sensata ti puoi imbattere in un attacco generico e superficiale. La scuola, sostiene Giuseppe Montesano, scrittore e docente,

14636_1208811834021_1640469587_522820_6273709_n“deve dire […] chi è Platone, non può non dirlo, e non solo perché sta scritto nel misero programma ministeriale, ma perché è il suo unico compito, la sua unica chance, deve spiegare la geografia astronomica, i terremoti, i pianeti, le cose elementari e importanti della cultura. Però si tratta di un punto di partenza, quando invece è considerato il punto di arrivo, diventando così una stupida gabbia, e non un grimaldello per aprire la gabbia. Questo non succede solo perché molti insegnanti sono pigri, ripetitivi, figli di questa società e quindi uguali agli alunni, ma anche perché gli alunni adolescenti hanno sì una grande potenzialità, che gli insegnanti, adulti, in genere non hanno più, ma questa energia spesso non sanno nemmeno di averla e non sanno che possono usarla per sapere e capire il mondo: tutto gli insegna, dalla scuola alla famiglia alla società, che il mondo devono solo accettarlo senza capirlo“.

Gli insegnanti sono figli di questa società, scrive Montesano. E’ proprio così o si tratta di una banale generalizzazione? Si insegna per quaranta anni; in servizio ci sono, quindi, docenti nati negli anni Cinquanta, che si sono formati quando la repubblica era giovanissima: anni Sessanta – Settanta. C’è chi è nato invece quando altri docenti completavano gli studi o iniziavano la carriera e ha cominciato a insegnare negli anni Novanta. L’Italia era profondamente cambiata. E c’è anche una terza generazione, i più giovani, quelli entrati da pochissimi anni. Anche qui le differenze sono enormi e non sono figli di società uguali tra loro. Se poi società sta per epoca della storia e indica in senso lato un mondo, un “tempo”  con le sue caratteristiche generali e la sua cultura, beh, questo è accaduto e accadrà sempre e nessuno potrà evitarlo, ma le differenza esistono ugualmente. Gli storici del Novecento non hanno interpretato i fatti della storia tutti allo stesso modo e nessuno si azzarderebbe a sostenere che gli artisti, diventati “adulti”, perdono la creatività. Non si capisce perché, invece, i docenti peggiorano con gli anni e lavorano tutti allo stesso modo. Si tratta di un’affermazione che non è solo generica e superficiale, ma decisamente deformante, perché induce a riflettere su uno stereotipo di docente, un insegnante che non esiste, non sui docenti in carne ed ossa. Stesso discorso per la scuola, che, secondo Montesano,  insegnerebbe ad accettare il mondo senza capirlo. E’ un’affermazione molto parzialmente vera e somiglia maledettamente a un luogo comune. Che la scuola sia figlia di un “tempo della storia” è vero. Vero è anche, però, che in una società chiusa e repressiva come quella russa della seconda metà dell’Ottocento, quando una riforma di carattere democratico aprì le porte della formazione a tutti, anche ai figli dei contadini, i docenti “progressisti” tirarono su la generazione di rivoluzionari che scardinò l’impero. Nel Sud borbonico, dopo il 1848, le scuole private libere, come quella di De Sanctis, furono tutte chiuse: erano una minaccia per l’ordine costituito e la formazione fu affidata al clero. Per non dire dell’Italia risorgimentale, che non fu mai larga di maniche con la scuola – troppo alfabeto fa male alla salute – ma si ritrovò coi maestri socialisti che facevanoo guerra all’analfabetismo nonostante gli stipendi da fame.
Non c’è dubbio, la scuola è figlia di un tempo storico, ma davvero è pensabile che quotidianamente tutti gli insegnanti si mettano all’opera per convincere gli studenti che il mondo migliore è quello che hanno e devono accettarlo? E’ credibile che essi vadano a scuola per fare dei nostri ragazzi degli utili idioti, rassegnati, imbottiti di nozioni e incapaci di capire? Tutti gli insegnanti, in tutte le nostre scuole? Le cose non stanno così. Ogni scuola, in realtà, è una sorta di repubblica a sé, una collettività con caratteri distinti, con insegnanti pigri, insegnanti attivi, lavoratori solerti, menti aperte e gente chiusa e ottusa. All’interno di ognuna delle nostre istituzioni scolastiche ci sono manipoli di docenti che hanno un’idea emancipatrice della formazione. Bisogna stare attenti alle semplificazioni. Esse  hanno una valenza divulgativa, un impatto molto condizionante e spesso sono dannose. Generalizzare vuol dire cogliere i caratteri generali e perdere quelli particolari. I dettagli, però, non sempre sono dati secondari e spesso sono decisivi per disegnare un profilo. Quando si dice totalitarismo, per esempio, si riesce a mettere agevolmente assieme fascismo, nazismo e bolscevismo. Chiunque si metta a guardar bene, però, si accorge che è un imbroglio. Tre dittature, certo, ma L’Italia fascista non è la Germania nazista e soprattutto nazismo, fascismo e bolscevismo sono tre pianeti lontani e profondamente diversi tra loro.
E’ vero, un insegnante deve dire chi era Platone, ma è vero anche che non può farlo senza passare per Socrate, senza indurre cioè a rifiutare un mondo che non si è capito.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 gennaio 2014 e sul “Manifesto” il 7 gennaio 2104 col titolo Insegnano il mondo senza capirlo.

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Colore di pelle, religione, lingua, cultura diverse da chi a scuola l’ospita e prova a riconoscergli, con passione e accoglienza, la dignità che Maroni e l’Italia leghista ogni giorno gli negano, al ragazzo indiano non sono sfuggiti né il misterioso fermento di questi giorni imbandierati, né la diversità incomprensibile delle bandiere sventolate: verde leghista, giglio borbonico in campo bianco e il tricolore della “libertà“.
Viene dalla terra di Ghandi, ha occhi attenti e riflessi veloci, il ragazzo immigrato, e deve aver pensato a chissà quale problema risolto, a quale antica servitù spezzata, sicché me l’ha chiesto, con commovente innocenza e involontaria ironia:
Unità vuol dire indipendenza?.
Così, a bruciapelo, non è una domanda facile e rispondo d’istinto:
No, l’indipendenza non è l’unità.
Lo so, c’è qualcosa di spurio e confuso in questo 17 marzo tutto italiano, un vizio di partenza, i sintomi d’un quadro patologico, che la “festa” tira fuori d’un tratto. E si mostra com’è: desolante.
Saremo uniti quanto si vuole in confini geografici apparentemente stabili, ma unificate non si sentono le coscienze e le singole realtà.
La scuola, per esempio, in cui il ragazzo straniero si trova a suo agio, è certo “unita“, ma sta lottando per l’indipendenza.

Tu non lo sai, ma la scuola che frequenti ha radici lontane. Porta sulle spalle il peso di lunghe battaglie. L’ha avuta vinta sulla legge Casati, che si fermava all’obbligo in seconda elementare e al ginnasio già viveva coi soldi dei genitori. Ci vollero uomini come Francesco De Sanctis e Pasquale Villari, per difenderne quel tanto di esistenza autonoma e la funzione di promozione sociale delle aree arretrate, in un paese rurale, in cui l’analfabetismo e l’emigrazione veneti univano il Nord e il Sud, più di cento guerre d’indipendenza.
Che vuoi che ti dica? Dieci anni di unità non erano serviti a nulla e il censimento del 1871 certificò che l’Italia unita, “libera“, e disgraziatamente piemontese, era molto più analfabeta di quella dei piccoli stati regionali. Fu poi vergogna d’intellettuali la posizione di Carducci, il “vate della patria“, posizione che rischiò di diventare uffuciale: “Basta coi lavori forzati del saper leggere! L’alfabeto è il più ipocrita strumento di corruzione e delitto per l’uomo, questo animale eminentemente politico”.
Così andava con questi grandi liberali e, se te lo dico, lo capisci bene, tu, oggi che il tuo diploma qui non conta nulla e sei il contadino veneto e campano del tempo nostro. Lo capisci bene e perciò me lo domandi:
Ma se non ho una scuola indipendente, io sto qui da voi, servo per sempre.

Tu non lo sai che anche da noi una legge non scritta creava caste e produceva paria. E lo strumento di separazione, in un paese unito, era una scuola senza indipendenza.
Tu non lo sai quante belle intelligenze fini, al soldo del padrone unito, latifondista al Sud, mercante con ambizioni di imprenditore al Nord, hanno messo al servizio del capitale. Penne e Gazzette di tutti i colori, per sostenere un’idea di unità che non prevedeva l’indipendenza delle classi subalterne. Un pensiero reso forte da forti interessi nascosti, che pretendeva la libertà e l’indipendenza dei padroni in una terra di servi e di bestie votanti: “In manifesta opposizione al più elementare concetto di Stato Costituzionale, – scrissero questi signori dai loro giornali – da anni i nostri governanti con tutti i mezzi sopprimono ogni privata iniziativa nelle cultura. Così s’affermano principi sovversivi, si cancellano le scuole private vigili custodi dei nostri infrangibili diritti e dei nostri valori, e si produce uno scadimento intellettuale, morale ed economico della nazione”.

Te lo leggo negli occhi, giovane indiano, quello che pensi. Tu l’hai intuito, forse ne hai parlato coi tuoi compagni di sventura e sai quello che accade, perciò mi fai le tue domande. Sai che, da qualunque parte la guardi, la tua scuola, la scuola di chi come te ha bisogno di cittadinanza, vive in in Paese unito, ma non è indipendente. Negano le risorse necessarie .
Tu che vieni dal “sottosviluppo” lo sai che Sud non è solo un dato geografico. Sai che attorno a noi, come lupi famelici, tribuni, venditori di fumo e ciarlatani rissosi, leghisti, borbonici e liberali tricolori, tutti assieme lavorano per il profitto, si annidano nei pori della produzione, moltiplicano le funzioni, spartiscono potere e territorio, federano per dividere, fanno conti da bottegai, speculano sulla distribuzione della merce, mediano, appaltano, spediscono, prestano danaro come usurai.

Chi oggi non vuole che tu parli la nostra lingua, ieri faceva guerra all’alfabeto, perché il cambiamento è periodicamente necessario, ma se tu impari a dire la tua, l’unità diventa crescita sociale.
No, l’unità non è indipendenza se non produce diritti.
E’ questa la mia risposta, giovane indiano. Cerca i tuoi compagni tra gli sventurati di ogni colore e lotta con loro. L’indipendenza è una conquista sociale. L’unità non c’entra niente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2011

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