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Spyware-Android-768x432Pochi giorni fa, a Napoli, al tavolo di lavoro che Pap ha dedicato al sistema formativo, la presenza di collettivi studenteschi disposti a dialogare coi docenti ha suscitato una motivata soddisfazione; non è mancato, tuttavia, chi ha osservato che quella particolare circostanza non modificava una realtà in cui gli studenti che partecipano sono pochi, così come, per quanto riguarda i docenti, gli «anziani» prevalgono sui giovani.
Per cogliere le ragioni profonde che hanno determinato questa situazione sarebbe stata probabilmente utile una riflessione sulle condizioni in cui versano oggi università e ricerca, argomenti di cui però finora Pap si è occupata davvero poco. Eppure da tempo l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo crea i suoi «intellettuali», forma i futuri docenti alla sua filosofia e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle giovani generazioni. Com’è ovvio, i contenuti di questo insegnamento sono quelli consentiti da un sistema di valutazione che, di fatto, costituisce uno strumento di controllo sulla cultura.
Quando diciamo Invalsi, sappiamo bene di che parliamo e non a caso lottiamo. Molto meno nota è l’Agenzia di valutazione del sistema universitario, l’Anvur, l’equivalente dell’Invalsi a livello universitario; figlia di questa scarsa conoscenza è la sottovalutazione del ruolo decisivo che l’agenzia svolge non solo per quanto riguarda l’Università, ma anche per la scuola. L’Anvur, l’invisibile gabbia che imprigiona la ricerca e i ricercatori, ha un ruolo centrale nell’attuale sistema formativo, perché costruisce sacerdoti del pensiero unico, che non hanno alcuna capacità di organizzare resistenza. Il principio ispiratore dell’Anvur è semplice e pericoloso: la quantità della produzione scientifica è la misura della qualità dei testi che le commissioni valutano senza leggere. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali.
Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» della ricerca che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo come Cristo moltiplicò i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione, che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, avrebbe dovuto porsi la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca? Non l’ha fatto e anzi l’ha premiato.

Poniamocela noi qualche domanda. A che serve questo meccanismo in base al quale lo Stato finanzia la ricerca e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur, con la sua logica produttivistica, impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in relazione alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa?
Le risposta sono semplici e illuminanti: l’Anvur sa che il forte legame tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se decido di studiare gli anarchici, per esempio, è difficile che trovi grandi editori; rischio di non pubblicare i risultati delle mie ricerche e quindi di non vincere concorsi. Così stando le cose, è naturale che io scelga di studiare altro, ma è chiaro anche che di questo passo nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Non diversamente vanno le cose a chi si occupa di salute mentale; se sceglie di seguire la scuola di Basaglia e Piro, non ha speranze di ottenere cattedre perché con le sue ricerche non troverà editori. O rinuncia o si rassegna a battere la via organicistica e farmacologica della «malattia mentale». La conseguenza è un ritorno a scelte repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del sofferenza mentale come male sociale.
Si potrebbe continuare, ma credo sia chiaro. Valutare con i criteri scelti dall’Anvur, vuol dire anzitutto controllare, imporre dall’esterno «obiettivi di valore», selezionare temi, decidere ciò che dicono e ciò che non devono dire i libri di testo; significa soprattutto creare docenti che – quanto consapevolmente conta davvero poco – formati ai principi e agli insegnamenti del pensiero dominante, tutelano potere e mercato. La conseguenza più seria di questo processo di sedicente valutazione sono scuole sempre meno capaci di formare intelligenze critiche e giovani incapaci di sfuggire alla conoscenza prescritta dal potere. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava solo sugli studenti, ma è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

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Il concetto di rappresentanza politica e la sua progressiva affermazione hanno avuto un ruolo notevole nella storia dell’Occidente e segnano non a caso una significativa linea di confine tra età moderna e contemporanea. In nome della rappresentanza politica si consumò il conflitto decisivo con l’«Anciene Régime» e l’assolutismo regio; lo scontro sulla rappresentanza decise le sorti della Bastiglia e il 1789 girò pagina alla storia, producendo i sistemi costituzionali liberali e poi democratici, su cui non a caso si appuntano oggi le critiche del potere finanziario, pronto a riedificare la Bastiglia, e si rinnova lo scontro della democrazia rappresentativa con quella diretta. Uno scontro che, dall’esperienza della Comune, ai Kibbutz, ai Soviet, alle «assemblee decisionali» del ’68, giunge ai tempi nostri col Movimento No Tav e quello dei Comitati della «terra dei fuochi», portando alle estreme conseguenze il divorzio tra partiti politici e organismi di base a partecipazione diretta.
In fondo non c’è da stupirsi se un tema ricorrente nella «fabbrica del consenso» che lavora per Renzi sia proprio quello della rappresentanza politica. Colpisce, questo sì, che si proceda anzitutto mediante messaggi subliminali mutuati dal linguaggio della pubblicità, ma basta fermarsi a riflettere per cogliere il senso dell’impostazione. Com’è naturale per una società in cui il protagonismo dell’immagine predomina e la cultura dell’«apparire» determina ormai comportamenti e stili di vita, la questione, dal punto di vista di Renzi, non riguarda le implicazioni teoriche di un modello di rappresentanza, ma è tutta centrata sulle sue traduzioni pratiche. Una prassi priva di rifermenti dottrinari rigorosi caratterizza spesso la creatività e il «gioco degli specchi» tipico della pubblicità, che non fa i conti col problema dei «valori» e non ha nulla da dividere col significato profondo dell’agire politico. Quel significato, in fondo, conta ben poco anche per Renzi, che non è e non vuole apparire un politico, ma è piuttosto un «pubblicitario» che vende se stesso e vince la sua partita solo se si tiene lontano dal dibattito sui valori.
1Battendo e ribattendo ossessivamente sul chiodo del 41 % che gli impone di fare ciò che la gente gli avrebbe chiesto «votandolo in massa», Renzi falsifica cinicamente i dati reali del consenso, in funzione di una visone tutto sommato arcaica dei contenuti e della funzione rappresentativa che, di fatto, riduce esclusivamente a «delega», in un rapporto fiduciario personale che annulla il ruolo del suo stesso partito e salta a piè pari oltre il problema vero: la rappresentanza politica come «specchio» del Paese reale e rappresentatività sociale. La versione 2renziana della democrazia finisce così col fondarsi su un’idea quasi medievale della rappresentanza, dietro la quale ipocritamente nasconde le forti motivazioni ideologiche del suo agire politico, per presentarsi come un «esecutore d’ordini», privo di autonomia e «prigioniero» di un «mandato imperativo», un «obbligo di fare» che deriva da un
impegno etico: non tradire l’interesse dei «rappresentati». Di qui, evidentemente, la necessità di gonfiare a dismisura la portata reale del consenso, di attribuire al voto per l’Europa un effetto di «specchio d’assieme», il valore di una carta geografica della realtà sociale, inverosimilmente unita attorno al nuovo 3leader, giovane e innovatore, che ha capacità di governo e si fa garante di interessi generali. Fondamentale, in questo
gioco di specchi deformanti, è ovviamente il ruolo della stampa, che legge – e ormai fa leggere – l’esito del voto non in rapporto al dato complessivo dei 49 e più milioni di elettori chiamati alle urne, ma su quello dei soli votanti. Una lettura strumentale ed errata, che non solo cancella dalla scena la più vasta area politica 4presente nel Paese – il partito del non voto, che conta sul 41 % del totale – ma gonfia immoralmente l’entità del consenso al sistema. La verità è che, calcolato correttamente, il celebrato 41 % di Renzi si riduce a uno sconcertante 22 %, Alfano e soci svaniscono dalla scena politica e Berlusconi e Grillo si barcamenano tra il 9 e l’11 % del totale. A conti fatti, il dato più rilevante è 5quello taciuto: il 77 % degli italiani – 38 e più milioni di aventi diritto al voto – non vuol nemmeno sentire parlare di Renzi, il quale, messi insieme i suoi elettori, si ritroverebbe con un seguito pari alla somma della popolazione di Umbria e Lombardia. A leggerli così i dati elettorali, l’immagine di Renzi prigioniero del mandato popolare, cede il posto a quella, ben più reale, del leader che imprigiona con l’inganno e la disinformazione la stragrande maggioranza di un popolo che non lo riconosceva prima del voto e non lo riconosce dopo. Un voto, detto per inciso, che non sana la ferita gravissima di Camere costituite grazie a una legge illegale.
In questo quadro, dal momento che non esistono ancora i presupposti per una rottura dal basso, si può anche pensare di costituire un nuovo soggetto politico; deve esser chiaro, però, che ci sono almeno due muri da scalare e due domande cui dare risposta. Il primo muro è costituito dalla necessità di darsi un programma politico che parli di diritti dei lavoratori, di Europa dei popoli, di formazione, salute, repressione, Codice Rocco e democrazia di base; un programma che definisca obiettivi di tempo breve, medio e lungo e scavi una prima trincea per la difesa estrema della legalità costituzionale. A questo muro da superare si lega la prima domanda: perché i giuristi tacciono e non ci chiamano più in piazza in difesa della Costituzione? Il secondo muro da superare è quello di una nuova legittimazione del conflitto e della sua pratica costante, che passa per la ricomposizione di una realtà di classe di cui il capitale ha celebrato i funerali, mentre invece esiste e ha un suo notevole peso specifico, come hanno lucidamente dimostrato i Clash Workers nel loro recente «Dove sono i nostri». Un muro dietro il quale fa capolino la seconda domanda: perché i sindacati di base non avviano immediatamente un processo unitario e non uniscono le forze per poter aprire un dialogo serio con le organizzazioni di base di altri Paesi e far muro contro lo smantellamento dello stato sociale?

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La signora Boschi, che ha ottenuto l’accesso ad alte cariche dello Stato grazie alla sua formazione, dichiara:

«Riforme al voto finale entro luglio. Berlusconi pregiudicato? Ha tanti voti….».

Mi chiedo quali siano i criteri di valutazione che ispirano il ministro: quelli etici, o quelli legati a un’opportunità politica, che mette in un angolo i valori?

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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Poche note su scuola formazione e ricerca, a margine di un dibattito che sconcerta, partendo da un principio: non è vero che la storia non insegna nulla. Nel cuore di una crisi che sembra economica ma riguarda anzitutto la democrazia, va sempre così e non aveva certamente torto Robespierre: in una fase di transizione, gli uomini che cercano soprattutto il bene pubblico sono le prime vittime di coloro che cercano solo se stessi. Diciamolo chiaro: c’è un nuovo dio, la valutazione. Governa la formazione con l’ambizione di una rivoluzione etica e gioca la sua partita tra verità e finzione. La buona novella ha un nome che incanta: si chiama merito e in un tempo buio non fatica a trovare credenti. In guardia, quindi, e teniamolo in conto ciò che la storia c’insegna: non c’è nulla di più ingannevole di una finzione che si mescoli alla verità. E’ un metodo antico. Lo usarono i grandi legislatori, Licurgo, Solone e persino il filosofo del pensiero critico; Socrate, infatti, per dar forza alla sua riflessione, non disdegnò di raccontare che essa era ispirata da una divinità. Qui però non si tratta di Licurgo e Solone e men che mai di Socrate e della maieutica. La verità di fede qui la predica Profumo e il vecchio e nuovo testamento sono misteri davvero poco gloriosi; si chiamano Anvur e Invalsi: tra fasce che separano le riviste buone da quelle cattive, tra provincialismi alla rovescia su citazioni anglosassoni acquistate nelle frequentazioni di convegno costosi che nove volte su dieci lasciano il mondo com’era, finisce che dieci righi ben piazzati nel feudo giusto al momento giusto, fanno più scienza di monografie costate anni di ricerca. Non basta. Il confine impalpabile tra verità e finzione sta nell’idea stessa di un merito che si assegna seguendo tutte le strade di questo mondo, tranne che una: la lettura del testo.
“Premiamo il merito”, si sente dire, e chi negherebbe che occorre farlo? Si dà il caso, però, che da quando il mondo è mondo la cultura alternativa circola su binari che non passano mai per il salotto buono. E’ il destino di chi non s’allinea. Gianni Bosio, che qualcuno tra noi ricorderà, non entrò – o, se volete, non si chiuse – nei circuiti a senso unico dell’accademia e non ebbe grandi editori. Per reagire a un’ortodossia da guerra fredda, che ridusse l’egemonia culturale della sinistra a un atto di fede nelle sacre scritture, fondò riviste come “Mondo Operaio” e diede vita a piccole e meritorie iniziative editoriali, quali la Biblioteca Socialista e la collana che chiamò “condizione operaia in Italia“. Non si trattò di cose d’alto bordo ma, se non fossero nate, oggi ci mancherebbe non poco della cultura e della storia del nostro socialismo. Che fine farebbe tutto questo oggi, che conta solo chi si piega alla nuova fede? Non è difficile dirlo: senza degnarsi nemmeno di leggere, i sacrdoti del merito collocherebbero tutto in ultima fascia. Escludo nella maniera più assoluta che Bosio si sarebbe ridotto a fare i conti con l’Invalsi, l’Anvur e le mediane e, tuttavia, l’avesse fatto, non ci sono dubbi: sarebbe risultato inesorabilmente ultimo. Così, in politica, accade al Manifesto, che ha vissuto e vive della sua irriducibile alterità e non a caso, per questo governo, non ha cittadinanza: racconta un pianeta che non deve esistere. Nella religione del merito, non c’è posto per chi ha il merito di non allinearsi.
Non lasciamoci ingannare dalla strumentale magia delle formule. Non è la ricerca del merito che ha prodotto i quiz, le fasce e le mediane. E’ il potere che ha bisogno di amministrare senza fastidi la “sua giustizia”, qui sistemando i suoi uomini, lì mortificando i docenti e la loro funzione di baluardi della democrazia. La qualità di un lavoro non può dipendere dal nome dell’editore, dalla testata o da parametri astratti che prescindono dalla lettura. Non fu Laterza a fare grande Croce. Gli editori e le riviste, piccoli o grandi che siano, quando non sono solo commercianti, hanno di certo orientamenti politici, come, del resto, gli autori. Laterza e Croce erano entrambi antifascisti. E non è un caso. Dividere in fasce, è il nuovo credo. Senza criteri politici, mi chiedo? E senza che il peso accademico di direttori di collane, comitati scientifici e soci diventi determinante? Ma è davvero questo quello che vogliamo e, soprattutto, quello di cui abbiamo bisogno?

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 settembre 2012 e sul “Manifesto” il 7 settembre 2012

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A tre giorni da un evento centrale per la vita politica di un Paese che vanta d’essere “democrazia parlamentare” – il voto di fiducia al governo – un fantasma si aggira per il Paese: il collasso della vita democratica. Perché il fantasma prendesse corpo, il Presidente d’uno sconsigliato Consiglio dei Ministri, ha addirittura chiuso le Camere, nell’inspiegabile silenzio delle opposizioni. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, ma questo non è l’unico “primato” d’una stagione politica oscura e pericolosa. La Camera, infatti, per suo conto, tutto è, tranne che un’assemblea di deputati eletti dal popolo. In quanto al Governo, ha cercato soprattutto soluzioni per i problemi giudiziari d’un plurinquisito e si è adoperato per agevolare le fortune del “privato” a danno del “pubblico”. Lo smantellamento del sistema formativo statale, a vantaggio delle scuole e delle università private in cui operano numerosi amici del Presidente del Consiglio è sotto gli occhi di tutti. A guardare le cose da questo punto di vista, appare chiaro che, paradossalmente, in questi giorni, tutto è discussione, tranne che la fiducia parlamentare. Senza una Camera dei Deputati eletta dai cittadini, il Governo è illegittimo e il Parlamento illegale. Come in un racconto di Kafka, la vita del Paese, quella che nasce dai grandi principi, enunciati nella banalità quotidiana sotto forma di deliri populistici – “il popolo sovrano” – come l’ordinario tran tran – lavoro, salute, pensione, formazione – tutto “va in scena”, tutto è finzione, o verità di teatranti, tutto è sottilmente falso, tutto è inganno. Noi non ce lo diciamo chiaro, ma sappiamo che il nostro destino non sta nelle scelte di un finto parlamento e di una menzogna che chiamiamo governo. Noi sappiamo che dietro il “racconto parlamentare”, con le sue vendite di tappeti, il mercato delle vacche e i cambi di casacca, il governo è governato da poteri impenetrabili, verità contraffatte, imprevedibili accordi. Martedì 14, a farsa compiuta, tutto sarà com’era. E i conti, se mai vorremo finalmente farli, non quadreranno in un contesto di “mentita democrazia”. Se il potere è un inganno, a noi, gente di scuola, tocca rifiutare le menzogne della meritocrazia. Noi sappiamo che la “costituzione materiale” fatalmente muta sotto la pressione della storia che cambia, ma non possiamo accettare che l’interesse di parte stravolga i principi di riferimento del patto sociale e che l’ordine pubblico si trasformi in una sorta di guerra sociale condotta dall’alto contro le cosiddette “classi subalterne”. La nostra verità è la scuola e abbiamo un principio ordinatore: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, una repubblica in cui sono riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili dell’uomo e tutti i cittadini hanno pari dignità di fronte alla legge. Non altro. Pochi e imprescrittibili diritti: libertà ed eguaglianza dei cittadini, effettiva partecipazione, espressione diretta e soggettiva nella scelta dei deputati, diritto alla studio, preminenza dell’interesse pubblico su quello privato, ripudio della guerra, promozione e sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Per questo martedì i nostri figli saranno a Roma: per difendere il diritto a un futuro. Comunque potremo, fisicamente o moralmente, noi martedì dovremo essere con loro.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 dicembre 2010

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