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Posts Tagged ‘flebo’

«Non abbiamo più siringhe piccole!», urla alla caposala un infermiere, mentre prepara il carrello per la terapia. E di rimando, dall’altro capo del corridoio, una voce sconfortata replica stizzita: «Usa quelle grandi! Quelle ci sono ancora…»
downloadNella camerata divisa in box da un incrocio di paraventi attorno a lettucci pensati per starci poco, cade un momentaneo silenzio, poi riecco la cantilena su quello che non c’è: «E le soluzioni per le flebo? Qui abbiamo solo flaconi grandi!» Dall’altra parte la replica è immediata: «Non importa, calcola il tempo e togli a metà…»
Questo è l’Obi, acronimo per dire «Osservazione breve intensiva»; tutto è altamente tecnologico, fatto apposta per ottimizzare i tempi di diagnosi. Mille metri quadrati, 28 posti letto e il doppio del pazienti, sistemati alla men peggio nei corridoi su barelle trasformate in letti.
Il silenzio ancora una volta fa spazio ai lamenti, però è un attimo. Sono tutti in sciopero, medici e infermieri, sciopero bianco, protesta per denunciare le condizioni in cui lavorano, ma la stampa preferisce star zitta. Non è il mio miglior momento, ma non mi lamento. Un detto popolare mi fa saggio: dice che a cent’anni il vecchio scoprì che non sapeva niente e aveva ancora tanto da imparare. Dice così ed è vero. Passata la paura, recuperata la capacità di osservare, un giorno in ospedale, tra pronto soccorso e «reparti di osservazione», è una irripetibile lezione di vita e, allo stesso tempo, l’occasione per una riflessione sulla condizione di degrado, sull’ingiustizia sociale e sulla barbarie cui ci hanno condotto i sacerdoti del neoliberismo e la miseria morale di guitti e marionette senz’arte e senza parte che – dio solo sa perché – si chiamano politici. Qui, puoi star certo, Renzi e Napolitano non li trovi. Qui la crisi, specchio deformante, ti rimanda «l’Italie telle qu’elle est», direbbe Francesco Saverio Merlino, l’Italia com’è, o meglio, come l’hanno voluta Marchionne e soci. L’Italia che gazzettieri, pennivendoli e velinari si guardano bene dal raccontare. Messa così male che, a ben pensarci, persino le scuole disastrate e le università annichilite sembrano un paradiso. Una lezione «salutare» – non a caso te la fa un ospedale – sulla solidarietà tra povera gente, sulla professionalità e l’umanità di lavoratori che, senza alcuna certezza di futuro, in condizioni disperate, lottano con la sofferenza e con la morte.
Non è il mio miglior momento, ma non mi lamento. Il cardiologo non c’è, non ce la fa a far fronte alle mille richieste e nei corridoi, senza nemmeno i modernissimi paraventi, le barelle coi giovani ricoverati ti stringono il cuore, che per fortuna non sta poi così male e anzi va bene. Sarà solo un caso, ma quei ragazzi sono figli di povera gente. Tutti. Qui si entra per starci poco, ma uno mi dice che è lì da tre giorni. Non mi lamento, no. Ho trovato conferme, ho sciolto dubbi e ho conquistato una certezza: on servono mezze misure o pannicelli caldi. Occorre assolutamente tagliare i fili che tengono in piedi pupi e marionette. Tagliare, sì, spezzare, cacciare brutalmente i pupari. E farlo presto. Costi quel che costi.

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