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Posts Tagged ‘Fiom’

Condivido ciò che scrive Cremaschi sulla scelta di Monti: si candidi in prima persona o pensi di prestare il suo nome immacolato alla marmaglia adunata attorno a quella Confindustria che foraggiò il “duce” e alla finanza impunita per gli amorazzi fascisti, il tecnico “super partes” ha gettato la maschera. Presentato come l’uomo della Provvidenza, il terzo, dopo Mussolini e Berlusconi, tutto casa, famiglia, Europa e Vaticano, consacrato da Napolitano, immancabile comunista pentito, aveva promesso di tornare alla Bocconi, come Garibaldi a Caprera e ai suoi campi Cincinnato, ma s’è invece ulteriormente “sporcato” mani già grondanti del sangue dei diritti ammazzati. Sceso dall’Empireo dove l’ha messo la stampa – peggio non fecero ai tempi loro Interlandi e Spampanato – ha voluto aprire a Melfi la sua campagna elettorale, per mostrare l’intesa che lo lega a Marchionne, un manager cui calza a pennello la miserabile tradizione dell’impresa italica, fotocopia ritoccata in peggio del fascista Valletta, finito su un nobile scranno al Senato della Repubblica, accanto ai capi partigiani. Qui da noi s’usa così e il giurista Azzariti, presidente del tribunale della razza, s’insediò senza problemi sulla poltrona di primo presidente della smemorata Corte Costituzionale.
Marchionne e la Fiat, quindi, una versione se possibile peggiorata delle visite di Mussolini, al quale, però, poteva anche capitare di trovarsi di fronte al gelido silenzio operaio, quando il gerarca di turno lanciava il suo “viva il duce” e gli rispondeva solo la “brigata balilla” puntualmente mobilitata. Monti non rischia e Marchionne è una tigre di carta: il primo soffio di vento lo sbianca e gli pare tempesta. Modificato il protocollo fascista, il dissenso s’è tenuto lontano e in fabbrica sono entrati i balilla. Qualcuno autentico e tutti gli altri solo sventurati che la fame ha piegato.
Per quel che s’è visto, l’adunata s’è svolta secondo le regole del gioco e il “film Luce”, ieri come oggi, ha narrato più verità di quante volesse mostrarne. C’è un Paese che non è domato: la FIOM, messa alla porta, sbatteva sul muso dei complici cronisti le sentenze dei giudici ignorate, gli operai illegalmente licenziati ma non ancora rasseganti, reagivano alla rappresaglia con la lotta. Il conflitto, insomma, ancora presente dietro la sceneggiata del consenso.
E’ difficile dire se, di qui a qualche decennio, storici compiacenti e “liberali” sosteranno di nuovo le banalità di Mosse, ignorando  bastone, carota e fabbrica del consenso, e racconteranno che “se non c’è un’attesa, un desiderio da parte delle masse, non c’è propaganda che tenga“. Nel dubbio, meglio esser chiari: fu il sangue di Amendola e Mattotti, non il “listone” a decidere del “consenso” e oggi c’est la meme chose: quelle che ci attendono, più che elezioni politiche, potrebbero essere il primo atto di una rinnovata tragedia. Vada come vada, con Bersani nella trincea neoliberista, dalle urne Monti uscirà  probabilmente vittorioso comunque. Se è vero, però, come pare incontestabile, che il “professore” ha fatto impunemente ai diritti e alla democrazia ciò che Marchionne ha fatto alla Fiat, non avremo di fronte un blocco di potere clerico-moderato. Quando il vincitore non riconosce il sindacato ed è pronto ad affermare, costi quel che costi e con ogni mezzo, la preminenza dell’Esecutivo sul Parlamento, l’appoggio del Vaticano e dei cattolici della CISL sono solo un dei rovesci della medaglia: la sua anima clericale. Ciò che rende Monti l’avversario più insidioso e ambiguo che abbiano avuto i lavoratori dalla nascita della repubblica ad oggi è la filosofia della storia e la natura eversiva d’una guerra di classe scatenata dall’alto, che supera di molto e anzi trascende il berlusconiano disprezzo per la democrazia. Una filosofia inconciliabile col ruolo storico dei “moderati”. Gli operai della Fiom tenuti a forza fuori i cancelli della fabbrica, sono il biglietto da visita di una borghesia mossa da una visione politica autenticamente e pienamente reazionaria.
E’ vero, la messa in scena dello scontro tra una destra che si finge moderata e una formazione  interclassista di comunisti pentiti e cattolici neoliberisti più papalini del papa, privi dell’anima sociale e delle radici popolari della sinistra democristiana, può dar vita, per dirla con Cremaschi, a un Parlamento che più montiano non si può. Non è tutto, però, manca il secondo volto della medaglia. Da elezioni politiche svolte in un clima di ricatto greco, con la legge Calderoli che rende accettabile persino la memoria di Acerbo, un Parlamento più montiano di Monti può essere solo espressione di un fascismo riveduto e corretto. L’Europa non consentirebbe? Non è così. Il rischio, se mai, viene proprio dai carnefici della Grecia. Meno forte, perciò, sarà  il montismo in Parlamento, più debole sarà la reazione in Europa e più agevolmente costruiremo la resistenza. Quale resistenza? Questo è il punto: non è detto che la partita sia parlamentare. 

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C’è la crisi, si dice, e pare tutto chiaro. Al buio, però, sullo sfondo, c’è qualcosa di “non detto” o forse d’indicibile e sul proscenio la luce inquadra un’altalena: oggi chincaglierie scintillanti vendute come gioielli ai creduloni, domani cadute di stile ripetute e negate col sorriso innocente e i toni pesanti di chi cerca la guerra. Nulla di più vicino all’inquietante paradosso di Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo che le menzogne suonino sincere, l’omicidio rispettabile e l’aria abbia parvenza di solidità”.

A scuola, dopo i tagli, ecco, fatale, la “ristrutturazione aziendale”, ma il Ministero gioca tutto sulle parole della “narrazione” e i funzionari, pena la testa, aprono di concerto il fuoco di sbarramento: c’è una “logica gestionale dell’accorpamento”, fa il Solone di turno, ma è il funerale di Stato della didattica; occorre ripensare la “geografia dei plessi”, sentenzia solenne il solito “esperto”, che ha “studiato il sistema” e dà numeri certi: se si “smistano” bambini di prima elementare nelle classi terze della media “comprensiva”, la maestra malata non c’entra nulla e nemmeno i soldi mancanti per una supplente. Non si tratta di crisi: è un modo di ripensare “l’amministrazione del fare”. In questo contesto, i sottosegretari all’Invalsi studiano i criteri di valutazione d’azienda, in base a tecniche rivoluzionarie: una gestione seria della formazione che riduce all’osso le risorse economiche, solleva l’animo di quelle umane, afflitte dalla monotonia del posto fisso. Flessibilità! Sì, ne occorre ancora molta e c’è quella buona, quella cattiva, quella in entrata e quella in uscita. Flessibilità: è la chiave della ripresa.

Per quanto occultato dalla neolingua, il non detto talvolta traspare e, a ben vedere, si legge chiaro nell’ethos che muove il ministro Fornero e il suo vice, Martone, fiori di serra di quell’università ove regnano incontrastati merito e democrazia: “Andremo avanti comunque!”, è la filosofia. Anche qui, se prendi Orwell come punto di vista, la scienza della comunicazione fa un’ottima prova e dopo i pensionati che hanno miracolato l’incontrollabile spread, salvando l’Italia degli evasori, dopo l’investimento “mirato” su un manipolo di farmacisti che ci avvia alla crescita finalmente e salva i giovani disoccupati, ecco, solenne, l’ora del mercato del lavoro. Un fuoco d’artificio orchestrato da pattuglie di geni, il soliti minuetto ai limite dell’indecenza, tutto dichiarazioni e smentite, e infine il perno del programma in una vocazione: “toccare i tabù”.

Per chiudere la stagione del conflitto tra capitale e lavoro, Marchionne non ci ha pensato due volte: ha messo alla porta il sindacato e ci ha ricondotti all’Italia “più avanzata del mondo”: quella fascista di Bottai. Tuttavia, se resta in piedi l’articolo 18, prima o poi, la Fiat dovrà ingoiare il rospo e “riassumere” gli iscritti alla Fiom, che tiene accuratamente fuori i cancelli di Pomigliano. Fornero e Martone hanno il compito d’impedirlo. E’ quello il punto: schiacciare i diritti. Di qui le chiacchiere da neolingua sul rapporto inesistente tra crisi e Statuto dei lavoratori, mentre si vuole una Carta del Lavoro e un’idea di gerarchia. Dietro i fumogeni della trattativa, la decisone è presa: un arbitrato, la beffa d’un indennizzo economico e il limite invalicabile della proprietà: la giusta causa dell’impresa è quella dei padroni.

La scuola è avvisata: pensare è pericoloso, c’è bisogno di giovani “cinesizzati” per far concorrenza ai cinesi. In un mondo globalizzato, formare cittadini è sovversione. In quanto ai sindacati, Fornero non ha tempo da perdere con la cantilena sulla concertazione e lacrime ne ha già versate: è ferma su posizioni che hanno radici antiche nella nostra storia: basta lotta di classe, “il sindacalismo, per essere una forza viva dello Stato, deve uscire dagli accampamenti demagogici e dagli atteggiamenti ringhiosi contro il capitale”.

Non c’è membro di questo governo che non metterebbe la firma sotto queste parole. Monti in testa. Questa, però, non è neolingua e Orwell non c’entra nulla. E’ il linguaggio attualissimo del “Popolo d’Italia” nel gennaio del 1929. Dopo la parentesi buia di Gino Giugni e Giacomo Brodolini, la firma pare tornata di moda: Mussolini.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2102.

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– A che serve pensarci? E’ andata così. Inutile fare i filosofi e tirar fuori le verità universali, esclamò avvilito Francesco. Queste cose le fanno gli storici che vendono parole al miglior offerente. Raccontano guerre e battaglie, ricordano date e generali, ma cancellano i soldati, le popolazioni colpite, le donne, gli uomini e il dolore. E’ così che la storia diventa la scienza dell’inganno. Mi ricordo di uno che alla televisione una sera parlava dell’Asiento…
– L’Asiento? E cos’è? chiese Lucia incuriosita.
– Una parola che affascina, ma il significato è terribile. Si parlava dei grandi Stati, i “fari della civiltà”, e tu capivi che c’era stata guerra tra loro per il possesso di questa cosa che pare una musica: l’Asiento. Piano piano venne fuori che si trattava del monopolio degli schiavi, un affare miliardario che ognuno voleva tutto per sé. Tu ascoltavi e incontravi di tutto: sovrani, affaristi, magistrati, militari, ma non sentivi la sofferenza atroce di milioni di sventurati venduti come merce a questo o a quel padrone.
– Bestie e mercato, Francè, osservò Lucia.
E su queste parole s’inceppò il discorso. Pareva che d’un tratto Francesco avesse indossato la sua vecchia tuta blu, logora e stinta che gli intristiva inspiegabilmente il viso tutto occhi neri sotto una nuvola di capelli bianchi.
– Bestie e mercato, ripeté Lucia, oppressa dal silenzio. Nessuno ce la racconta mai così questa infamia che chiamano storia.
Francesco, però, continuava a stare zitto. Giocherellava nervoso con la forchetta, davanti al bicchiere di vino rosso, gli occhi rivolti al televisore acceso sul dibattito dell’ultima ora. C’era un’intervista all’immancabile confindustriale travestito da studioso e il conduttore lo presentò con l’etichetta scientifica con cui da tempo si vestivano a festa gli sfruttatori: un giuslavorista.
– Lo scienziato del cazzo! Urlò all’improvviso Francesco, terremotando il tavolo con un terribile pugno. Giuslavorista! E che pensi, tu, che ci siamo tutti rincoglioniti? Te la cavi perché le tue carognate vai a dirle là, dove nessuno ti dice chi sei! Ma io ti conosco, lo so quanto vali!
Lucia sobbalzò.
– Ma che c’è? Un bicchiere solo e il vino ti va alla testa? E chi sarà mai questo qui, che per poco non sfasci il tavolo! Ma ti pare il modo, scusa? M’hai spaventata! Non sarà stato lui che t’ha mandato a casa!
La moglie era sbiancata a vederlo così esasperato e ora lo fissava, scuotendo la testa. Si vedeva ch’era stata bella da giovane e aveva ancora una luce vivissima negli occhi inquieti, che sembravano specchio del mare. Anche le mani, che nell’evidente agitazione s’erano giunte come in preghiera, s’erano mosse con l’eleganza naturale di due danzatrici levate sulle punte alla ricerca del cielo. Da quanto tempo la durezza d’una vita di stenti impediva a Francesco di stringerle come un tempo, quelle mani, con la forza della passione e l’infinita dolcezza che l’aveva incantata in quel gigante che metteva paura solo a guardarlo? A questa domanda Lucia non avrebbe saputo rispondere, ma non ce l’aveva con lui. Non poteva. Gli avevano fatto così tanto male, che s’era chiuso in se stesso e non lasciava spazio alla tenerezza. Aveva paura di farlo, Lucia lo sentiva. Paura di cedere di schianto, di cominciare a piangere e non saper più smettere. E le tornava in mente il padre cupo e taciturno, negli anni della sua infanzia, e la madre che ripeteva ogni tanto una frase di cui solo ora riusciva a cogliere il significato profondo e il dolore che nascondeva:
– Se a un uomo togli il lavoro, figlia mia, prima perde la sicurezza in se stesso, poi si vergogna come fosse un ladro.
Di questa Waterloo dei sentimenti, non parlano mai gli esperti che rilasciano interviste. Eppure è così che accade: dopo la rabbia per l’ingiustizia, le rinunce cancellano i sogni. I libri sono pieni di faccende che riguardano il prodotto interno lordo, i titoli, le oscillazioni delle borse, le importazioni e le esportazioni, ma di questa Caporetto della vita, dell’intimità di coppie sconvolte dalla miseria e di milioni di famiglie distrutte dai capricci del mercato, di tutto questo non si cura nessuno.
“Privilegiati”, ripeteva intanto, ossessivo, l’esperto, dal piccolo schermo, col tono autorevole che gli veniva dalla sua triplice veste di avvocato, studioso e senatore. “Privilegiati“, continuava; lui, proprio lui che, saltabeccando di qua e di là e fiutando il vento, aveva messo assieme una pensione da parlamentare, una da ordinario di diritto del lavoro nelle università ridotte alla bancarotta e i cospicui introiti dello studio legale ereditato dal padre. Francesco lo ascoltava e la nausea gli si dipingeva sul viso largo e onesto.
– Privilegiati e super tutelati, sì. Ma che pretende la Fiom? E’ ora di finirla, occorre mettere sullo stesso piano i padri e i figli.
Ce l’aveva coi metalmeccanici e si capiva bene, nonostante le cortine fumogene, che la sacra furia egualitaria aveva lo sguardo tutto volto in basso.
– Bisogna riconoscerlo, insisteva, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è tempo di piantarla con la difesa di interessi corporativi. Tutelare tutti significa riconoscere che occorre ridurre i salari per sostenere chi non lavora, consentire libertà di licenziamento e mano libera all’iniziativa degli imprenditori.
Francesco sbottò, quasi fossero uno di fronte all’altro e, a onor del vero, fu molto più preciso e concreto del presunto esperto.
– Il professore dovrebbe saperlo. Quando a decidere erano i padroni drl vapore, c’era la repubblica, ma si licenziava per primo chi dava fastidio. Non si diceva che era così, naturalmente, perché un motivo lo trovavi, ma si faceva. Negli anni Cinquanta ci sono stati quindicimila operai processati e sessantacinque morti ammazzati in piazza. In Francia solo tre, senatore. Uno, due e tre. E c’è voluto lo Statuto dei lavoratori per fermare questa maledizione. Una legge, nel 1974, ha riconosciuto che più di quindicimila lavoratori avevano subito persecuzioni politiche. Peggio che durante il fascismo!
L’esperto, però, che non poteva ascoltarlo, continuava imperterrito:
– Occorre un sindacato realista. La libertà di licenziamento è necessaria a un Paese civile.
– E in cambio? – chiedeva con aria garbata il conduttore, senza nulla obiettare – in cambio che propone ai lavoratori?
– In cambio gli imprenditori si impegneranno a formarli e a ricollocarli.
Per queste ricette miracolose il giuslavorista aveva collezionato premi, notorietà e prebende. Stava a sinistra, ma a destra l’avrebbero accolto coi tappeti rossi. Francesco fremeva. Aveva sputato l’anima alla catena di montaggio e poi l’avevano mandato a casa. Troppo presto per la pensione e troppo tardi per riciclarsi nella giungla che l’esperto chiamava “mercato del lavoro”. Per questo suo dramma, però, come per tutti gli altri problemi dei lavoratori, il giuslavorista aveva già pronte le soluzioni. Le aveva presentate al Parlamento come progetto di legge. Una riforma organica, sosteneva, ma a Francesco, che se ne intendeva, pareva solo un imbroglio ben congegnato. Una mano il professore forse l’aveva data, ma non ci voleva molto a capire com’era andata: i padroni avevano dettato, lo studioso aveva rinnovato l’impianto ch’era vecchio come Noè e alla fine aveva messo la sua illustre firma. A Francesco toccava pagare, come da anni, del resto, i lavoratori pagavano la scorta armata che proteggeva l’esperto.
L’operaio s’era calmato. Il volto pallido e pensoso della moglie lo aveva ipnotizzato e non gli accadeva da anni. La donna – chissà perché se ne accorgeva così tardi – aveva perso la sua battaglia con la trama sottile delle rughe, ma il volto, ancora così dolce e le labbra sensuali, gli facevano venire in mente gli anni della giovinezza. Per non darla vinta a una tentazione che temeva disperata, indicò col dito l’esperto e sussurrò:
– E’ lui che dovevi sposare, Lucia. Lui, non un disgraziato come me. Chissà che vita che faresti… Te lo ricordi, quando ti veniva appresso?
– Ma chi mi veniva appresso, Francé? – replicò la moglie irritata e stupita. A te davvero ti sta facendo male questa maledetta situazione. Di chi parli? E poi, se siamo a questo e ci tieni a saperlo, te lo dico. Io non avrei dovuto sposare nessuno. Il matrimonio è la tomba dell’amore e seppellisce soprattutto le donne…
Voglia di litigare Francesco non ne aveva. Più guardava la donna, più sentiva un gran desiderio di abbracciarla e più si accorgeva di quanto feroce fosse stata la vita.
Troppi stenti, troppa fatica, pensò, e non si fermò sulle parole della moglie che gli avevano fatto più male di uno schiaffone dato a tradimento.
– Davvero non te lo ricordi? Guardalo. Era con noi alla Fiom. Pietro, si chiamava. Come fai a non ricordare? Un dirigente giovanissimo, che s’accendeva come un cerino e ripeteva sempre la stessa canzone…
– Un sindacato di lotta, contro i moderati e contro i padroni…, sussurrò, come folgorata, Lucia, mentre si avvicinava incredula al televisore. Guardò l’esperto per un lungo minuto, scosse la testa, poi si girò verso il marito:
– Pietro, sì. Ora me lo ricordo anch’io. Come hai fatto a riconoscerlo?
– Non è cambiato molto. E poi, come non ricordare? L’autunno caldo, piazza Fontana, gli anni di piombo, le strade come campi di battaglia. E lui con noi. Astratto, come oggi, ambiguo, ma con noi. Sta a sentire, ascoltalo. Col sindacato o contro il sindacato, dei lavoratori non parla mai. Oggi dice mercato come ieri diceva lavoro, ma di chi fatica, di chi stenta ogni giorno in fabbrica e si logora, spremuto come un limone, non capisce nulla. Se ne andò dal sindacato per passare al Partito, mi ricordo. Quattro anni, in Parlamento, stipendio comunista, soldi quanti ne vuoi e se la prende coi privilegiati…
Come in trance, Lucia ascoltava il marito e la storia incredibile del giuslavorista che si fa dieci anni di Cgil e di Camera del Lavoro, rappresenta i metalmeccanici, ma non è metalmeccanico e quando parla per loro non sa di che parla.
– In Parlamento, proseguiva Francesco, finì naturalmente alla Commissione Lavoro e tornò ad occuparsi di lavoratori. Lo sai com’è andata, no? Quanti ne abbiamo avuti di compagni così! Tutti allo stesso modo: più salivano su, più si accorgevano di poter contare, più facevano le amicizie giuste e più cambiavano pelle. Questo qui non s’è lasciato mai sfuggire un’occasione.
– Che ha fatto nella vita?
– In Parlamento ha sfruttato leggi e leggine e ha trasformato in un lavoro la sua collaborazione col sindacato. Una dichiarazione della Cgil ed ecco che sulle spalle dei lavoratori sono finiti i costi di contributi che nessuno ha mai versato. Poi è passato all’università. Sai come accade, no? Porti la borsa all’uomo giusto nel momento giusto e ti fanno professore.
– Lo senti? interruppe Lucia. Ce l’ha coi fannulloni. Ce l’ha con me e con te che siamo rimasti metalmeccanici
– Certo – sorrise Francesco – lei, signora, non faccia l’innocente, lo sa bene che ha contribuito ad affondare il Paese
Lucia non rispose, ma aveva negli occhi la luce dei vent’anni.
– Però non è felice, esclamò d’un tratto. Guardalo, sembra livido. Uno così, non è in pace con se stesso. Non mi ricordo più di come sia andata tra noi…
– Tra me e te?
– Ma che dici, Francè? Tra me e lui.
– Cercava una compagna… disponibile.
– Una puttana, dici?
– Pensava che tu ti vendessi.
– E’ così. Misuriamo gli altri da noi stessi.
– Sì, più siamo marci, più riteniamo che sia marcio il mondo…
Pietro, l’esperto, era tornato intanto su una tesi che gli stava più di tutte a cuore e ripeteva come un vecchio disco incantato:
– Se si consentisse agli imprenditori di licenziare, si potrebbero tutelare meglio gli interessi dei lavoratori. Il sindacato è su posizioni di assurda conservazione. Sono i limiti culturali della sinistra.
Lucia fece appena in tempo a commetare:
– Non è una bella cosa, ma per forza ci vuole la scorta
Francesco la guardava come non capitava da tempo.
– Non gli basterà, la scorta. Faremo la rivoluzione
– Come avessimo vent’anni, Francè sussurrò Lucia con un tremito nella voce, mentre la luce s’abbassava e la televisione d’improvviso taceva con uno zig zag luminoso e un impercettibile fruscio.
– Sì, proprio così, come avessimo ancora vent’anni

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 dicembre 2011

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