Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Fede’

Le solite divisioni, pensava sconcertato, lasciando il campo che presentava due cortei per un’unica lotta e  mentre si lasciava alle spalle la splendida Santa Chiara, scuoteva la testa sconsolato. Non aveva torto Pascal quando sosteneva che la vera religione non insegna solo amore e grandezza, ma anche odio e miseria. La lunga militanza gli aveva ormai insegnato a non sorridere più di questa convinzione. Non è facile rinunciare a credere per fede, mormorò a se stesso; spesso purtroppo ci rifugiamo in un’idea religiosa della militanza che conosce la grandezza, ma non rifiuta la miseria: Questo non solo dà ragione a Pascal, ma spiega molte delle nostre più cocenti sconfitte…
– Buonasera, professore, gli fece d’un tratto un ragazzo, tirandolo fuori dai suoi pensieri.
Ricambiò, si rese conto di conoscerlo bene, ma se gli avessero chiesto il nome, non avrebbe saputo che dire. Ne incontrava tanti, molti li aveva per compagni nelle ultime lotte della sua vita, ma se li ricordava solo per taluni particolari. Quello che gli stava di fronte, per esempio, lo aveva colpito soprattutto perché, nelle assemblee, i suoi occhi neri e vivi sembravano specchio d’una sua intima onestà. Parlava di corsa e si vedeva ch’era dispiaciuto:
– Lei forse non lo sa, professore, perciò voglio avvertirla. Alcuni suoi amici ci parlano male di lei quando non c’è. Ieri ho provato a difenderla da un giovane studioso venuto da Roma a presentare un suo saggio. Diceva che lei scava tra eretici e dissenzienti perché vuole attaccare la sinistra.
– Ti ringrazio, replicò il professore, nascondendo il fastidio, ma in fondo è una critica. E poi tu non devi difendermi. Prova a farti un’idea e a capire se ha ragione.
– Ma lei lo conosce?
– Credo di sì. Se è lui, dovremmo essere amici; abbiamo scritto persino più di un libro assieme.
– E allora perché fa così quando lei non c’è? Quella non era una critica, era un’accusa…
– Non lo so, tagliò corto il vecchio professore, bisognerebbe chiederlo a lui…
Era tardi e il saluto fu breve, ma nei vicoli uguali a sempre l’uomo non riuscì più a leggere com’era solito fare avviandosi alla metro. Ripose il libro nella borsa e lasciò che i pensieri corressero in suo soccorso e si perse in una sorta di monologo che aveva l’aria di un curioso dialogo con se stesso.
– Non mi pare sia il caso di prendersela, si disse, e soprattutto, per carità, non farti venire in mente parole grosse come la slealtà.
– Ma no, si rispose immediatamente, ma che credi? Non sono nato ieri e so come vanno queste cose. Il fatto è che io sono un senzadio, non ho fede. Una ce l’avevo, ma l’ho persa definitivamente tanti anni fa, nell’agosto del Sessantotto. Pare ieri: Praga insanguinata, le cannonate dei tank che giungevano cupe qui sino a noi assieme agli slogan di manifestanti inermi, coraggiosi e sventurati. Un amico che era a lì in quei giorni terribili me lo confermò: c’era stata un’esplosione di libertà e i manifesti, i disegni, gli slogan, come documenti di un archivio vivente, ci invitavano a riscrivere la storia ambigua che ci avevano insegnato.
– C’è chi l’ha vissuta diversamente, fece notare a se stesso pignolo, ma non bastò a disperdere i mille ricordi.
– Ognuno a suo modo, rispose. Anche i credenti sono parte della storia e va bene così. Per me fu una tragica e amara rappresentazione, qualcosa che, mentre mi feriva, mi incantava e sentii subito mia. Non m’importava nulla che quei giovani fossero tutti per la socialdemocrazia contro cui ci stavamo battendo nelle nostre piazze e intuivo che non era una questione di dottrine. Non c’era nulla che venisse da destra o nascesse dalla conservazione. Di questo fui subito certo. Era vero il contrario. “No pasaran!”, la sfida che la Spagna repubblicana aveva già lanciato tre decenni prima ai fascisti di Franco, in quel lontano agosto del Sessantotto diventava l’urlo di Praga contro i carri armati dei sovietici invasori e tardi, troppo tardi il Pci si decideva a condannare. Ho scoperto con gli anni le distanze mai prese, le parole mai dette, e i tanti “compagni” condannati per eresia. Non so come possa uno studioso “ordinare” le sue carte in modo da trovare una giustificazione per la terribile religione che ci educava alla miseria morale, impedendoci di riconoscere le mille gradazioni del grigio e riducendo la complessità della storia al bianco e al nero. Sarà che lui non c’era, quando la vicenda di Enrico Russo, dirigente della Fiom, combattente di Spagna, comunista nemico dello stalinismo, morto di solitudine in un ospizio per i poveri, mi insegnava ad ascoltare con rispetto i miei coetanei di Praga, a capire la profonda e tragica verità che emergeva chiara dalle loro parole: c’è stato più di un Vietnam e la colomba della pace non ha sanguinato solo perché a ferirla sono state le armi fasciste.
“Piazza Quattro Giornate”, annunziò gracchiante la solita voce metallica e preziosa, ricordandogli ch’era arrivato. Fece in tempo ad uscire, si lasciò portare su dalla scala mobile e abbandonò i suoi cupi pensieri nelle viscere della terra. Pochi minuti ancora, poi la vecchia Alice lo avrebbe accolto saltando e scodinzolando. Alice, col suo pelo fulvo e la sua inattaccabile onestà di cane.

Annunci

Read Full Post »

Poche parole, dott. Berlusconi, quante ne meritano la tracotanza cilena con la quale lei truffa e si dichiara truffato e l’abituale piroetta con la quale domani sosterrà che a raccontare frottole ai suoi danni sono stati giornalisti rossi, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro e compagnia cantante, noti sovversivi di sinistra e, ad un tempo, direttori dei suoi numerosi giornali e telegiornali.
Reciti, se vuole, la tragicomica caricatura del “Caudillo” in quella sorta di “Bagaglino degenerato cui ha ridotto la nobiltà della politica. E se lo lasci dire: a ciascuno il suo. Giolitti fu, per Salvemini, “ministro della malavita“, lei più modestamente, passerà alla storia come il ministro della regia marina: ciò che dice la sera non vale la mattina. Non si faccia illusioni, però. Non si tratta, come in fondo le piacerebbe far credere, della tragica e per molti versi nobile doppiezza pirandelliana, del contrasto tra la forma e la sostanza, tra la “maschera” e il “volto“, di quel muro che talvolta separa il cuore dalla mente. Fosse così, dottor Berlusconi, lei sarebbe indotto a salvarsi dalla tragedia cui si avvia e intende condurci, in nome della pietà per l’uomo che soffre, della disperata pazzia che ci ingabbia e ci condanna ad una inevitabile solitudine.
E’ inutile che alzi cortine fumogene, dottore, lei vola basso mette la maschera del gran navigatore, ma sta sotto costa e, se minaccia tempesta, perde la bussola e ripara al sicuro nel porto. Un ottimismo amorale regola il suo rapporto con la vita, segnato da un filo rosso che, dalla ricchezza materiale, conduce direttamente ad una desolante povertà morale. C’è talvolta nel male un’ombra di grandezza: è l’unica ombra che manca alla sua vita. In tema di truffa, lei si riduce in fondo al piccolo cabotaggio. Spenna polli, fa il gioco delle tre carte e ha bisogno di pali e di qualche mazziere che prenda a pugni mediatici il giocatore se per caso ha scoperto il suo trucco. Il suo manganello è la televisione, l’olio di ricino sono i suoi giornali, ma la gente ragiona, dottore, e il Paese li ha visti e riconosciuti nella loro abiezione i quattro gatti in doppiopetto che, quando occorre, tirano fuori dossier, fango e menzogne come un tempo fascisti e carogne usavano feroci le catene e le spranghe. Pagati, suppongo, e certamente usciti dalle fogne.
Chi è che la truffa, dott. Berlusconi?
Lei vanta consensi da “Soviet Supremo” ma, all’apice della fortuna, con una legge elettorale che persino Acerbo avrebbe ritenuto immorale, non ha messo insieme più del 35 % di consensi strappati con mille male arti al 60 % che ha votato. Meno, lei lo sa bene, molto meno, della sterminata massa di chi, nauseato, s’è astenuto. Lei chiama maggioranza parlamentare un clan di nominati, una combriccola d’affaristi, un manipolo di soldati di ventura che nessuno ha votato e che non rispondono ad altri che al capo d’una fazione. Stia al suo posto, dottore, si tenga tranquillamente in porto e ricordi: l’invincibile Armada naufragò miseramente e, a Salamina, le navi della libera Grecia colarono a picco la tracotanza persiana.
Chi è che truffa, dottor Berlusconi? La gente che protesta concretamente e visibilmente, organizzandosi da sola nelle vie, nelle piazze, nelle scuole e nelle università, o lei che ripetutamente vaneggia di menzogne e manovre di una fantomatica sinistra rossa? Chi truffa, dottore, lei, che con le sue ricette rischia di ammazzare il paziente, o il Paese sempre più sofferente e stanco delle cure d’un apprendista stregone che promette miracoli e produce disastri? Chi truffa, dottor Berlusconi? E’ lei che ignora il Paese reale e recita a soggetto una parte che le sta sempre più stretta. Lei truffa, dottore, e glielo diciamo con calma e fermezza: non ne possiamo più di un Presidente del Consiglio che pretende di giudicare i suoi giudici naturali, che minaccia studenti, genitori e docenti, che smantella la formazione, criminalizza l’informazione e sfugge con tutti i mezzi ai processi che s’è meritato. Non ne possiamo più di un uomo che tiene sotto tiro i fortilizi della democrazia. E’ lei che truffa il Paese, dottor Berlusconi, lei che confonde truffatore e truffato. E sarà bene che ricordi: in un tentativo stolto e disperato d’ingannare il suo popolo, Luigi XVI riunì gli Stati Generali ma, alla resa dei conti, negò la forza della democrazia alla quale s’era appellato e non seppe leggere la limpida chiarezza dei “Cahiers des doléances“. Così, dottor Berlusconi, caddero una dietro l’altra prima la Bastiglia poi la testa del re che invano aveva scatenato la Vandea, come oggi i sui ministri minacciano di scatenar la piazza. E’ un re che nessuno rimpiange.
Stia a sentire. Non sguinzagli i suoi cani, dottore. Smetta di minacciare e si fermi. E’ solo e all’ultima spiaggia.
Non ha senso truffare se stessi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2008

Read Full Post »

Berlusconi, annotano Vespa e soci per la futura “vita del santo martire“, perdona lo “squlibrato” e non c’è dubbio, l’investimento è buono: poca spesa e molto guadagno. L’uomo di Arcore capitalizza l’indulgenza – i papi ci costruirono San Pietro – ignora, per il momento, la zelante richiesta d’una legge che impedisca ai monumenti di volare – l’aveva sibilata prontamente l’avvocato Gelmini – e si contenta della crociata televisiva di Fede, Minzolini e compagnia cantante. Al tirare delle somme, per un’ammaccatura sempre più chiaramente provvidenziale, il futuro beato intasca inchini e riverenze d’una opposizione vestita Bersani, targata D’Alema e maritata Casini, colta a metà del guado in un balletto osé tra riflessioni universali sull’inciucio produttivo, calcoli da pallottoliere sulla resa elettorale dell’antiberluscnismo, e il “centomilesimo ultimatum” all’amico-nemico Di Pietro.
Questi tempi viviamo e ognuno ha il Cesare che s’è guadagnato. Quello antico e romano affidò nome e onore alla limpida grandezza dei “Commentarii“, al “veni, vidi, vici” con cui stupì il Senato e andò incontro al pugnale mentre riformava profondamente la società e il modello di governo repubblicano. Nessuno saprà mai con certezza se lui fu il rinnovatore e Bruto e Cassio i conservatori o viceversa, ma non ci sono dubbi: ebbe nemici e ne fu consapevole. Gli epigrammi di Catullo consegnavano alla storia un’immagine bieca di lui e dei suoi amici “opprobria Romulei Remique“, “disonore di Romolo e di Remo“, per cui veniva voglia di morire: Quid est Catulle? quid moraris emori?“, “Che c’è Catullo? A che tardi a morire? / […] per governare spergiura Vatinio / Che c’è Catullo? A che tardi a morire?“. Parole sanguinose, ma Cesare non intervenne, “perdonò” e lasciò che parlasse per lui la sua vita anche quando il grande poeta lo sfidò apertamente: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo” – “non mi sforzo di piacerti, Cesare, / né di saper se uomo sei bianco o nero“.
Ahimè, a noi il perdono viene da Bossi e Berlusconi e, quel ch’è peggio, ci tocca sperare che da questa tragedia ci tirino fuori D’Alema e Bersani. Una cosa davvero preoccupante. “Amicos medicosque convocate: / non est sana puella“, direbbe Catullo, “I medici e gli amici convocate / la ragazza sta male“.
E mal gliene verrebbe: le aquile di “sinistra” lo trascinerebbero in tribunale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 dicembre 2009.

Read Full Post »