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Posts Tagged ‘fascismo islamico’

kobane_1Egidio Giordano si è materializzato ieri sera sul mio computer con un link e due parole gentili: “scusa il disturbo“. Tornavo da una riunione di quelle che non capitano spesso, così densa di promesse e così limpida, dopo la fatica fatta per metterla su, che non avevo più spazio nel cuore e nella mente. Avevo appena trovato nello spam il commento di un idiota e me la ridevo: al mondo ci sono vermi che fanno schifo persino al fango che li ha generati. Ero contento e non c’era posto per altro. “Figurati”, ho risposto, “leggerò con attenzione”, ma ho dato solo un rapido sguardo. “Grazie”, mi ha detto, e “Grazie a te”, gli ho risposto. “Mi metti al corrente di cose che non so. Siamo così pochi e ci sono milioni di questioni e problemi”. Credo di averlo deluso e l’ho sentito nella risposta: “E’ vero, sì. Intanto stiamo partendo. Sarà importante costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. Avrei dovuto fermarmi e provare a capire, ma nemmeno l’allegria a volte cancella la stanchezza e non ce l’ho fatta: ” Non te la prendere ora se ti lascio, purtroppo devo andare. Farò quello che potrò, prometto”.
Non so dov’è Egidio in questo momento e spero che tutto gli vada bene. So che tornato sul link, ho capito che vuol dire una sua frase che tempo fa mi colpì: “l’Italia che non vuole morire”. Egidio è andato nella Rojava dove si resiste eroicamente e si lotta. E perciò mi chiedeva di “costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. E’ una domanda che giro a chiunque mi legga. Non si può lasciare solo un giovane giornalista che va a cercare la verità per tutti noi “a ridosso della Turchia di Erdogan, il governo “ambiguo, complice e vigliacco” che aiuta il fascismo islamico e colpisce la resistenza curda. Non si può. Non so come fare per non lasciarlo solo, ma comincio da qui, da quello che ieri mi chiese di leggere e ventiquattr’ore dopo, con un imperdonabile ritardo, mi porta da lui oltre il confine della “Turchia, specchio dell’Europa e delle sue politiche”.

Partire da Kobane per essere Kobane
di Egidio Giordano, Luca Manunza

15 / 10 / 2014
Sono settimane ormai che Kobane e la regione autonoma della Rojava resistono eroicamente agli attacchi e all’avanzata dello Stato Islamico.
Sono settimane che i compagni e le compagne di tutto il mondo guardano le immagini delle donne e degli uomini che giorno e notte, instancabilmente e nonostante la carenza di armi e aiuti, riescono a respingere i combattenti dell’Isis e finanche, come sta accadendo in queste ore, a guadagnare terreno.
Non c’è dubbio che quella resistenza è un faro che illumina la notte euromediterranea, una notte fatta di guerre permanenti e messe a sistema, di distruzione coatta dei processi costituenti e democratici in favore di una sistematica e autoritaria spartizione pulviscolare del potere politico e militare. E’ un faro insomma che offre a tutte e tutti noi la possibilità di riconoscimento, l’occasione di un nuovo sguardo partigiano, come quello che storicamente ci è appartenuto ogni volta che un fronte di resistenza e liberazione dall’oppressione si apriva in qualche angolo del pianeta.
Kobane poi è vicina. Alle pendici di quella frontiera che in questi anni ha definito il fuori e il dentro tra Europa e il suo altro. Al limite della cittadinanza europea che con le sue carte e i suoi accordi ha praticato una politica di inclusione ed esclusione tutta fondata su base etnica e di convenienza economica.
che crediamo debba rappresentare per tutti i movimenti europei un obiettivo costante di attacco e rivendicazione politica, che miri ad ottenere quanto prima l’apertura di un canale libero e la possibilità di ingresso di mezzi e uomini in sostegno alla resistenza.
Proprio questa vicinanza dunque non può esimerci dal partire. Non può esimerci in quanto generazione abituata alla mobilità internazionale, alle distanze abbreviate dai low cost e dai privilegi della cittadinanza europea. Non può esimerci soprattutto in quanto compagni e compagne convinti che le anguste pareti delle nazioni vadano superate nella prospettiva di zone autonome, indipendenti e plurali come quelle della Rojava.
E’ per questo che noi, da Napoli, stiamo andando lì: per la profonda convinzione che su quel territorio si stia sviluppando una battaglia importante in difesa della terza via, quella che non sceglie tra i signori della guerra e i loro finanziatori e che non si piega né al cinismo delle decisione economico fasciste del governo Erdogan nè alla follia islamista.
Stiamo andando lì accogliendo la richiesta che arriva da quei territori (è proprio di poche ore fa la pubblicazione della piattaforma “Support Kobane “che chiede esplicitamente aiuto materiale e politico ai movimenti e ai cittadini europei e non solo).
Andiamo lì profondamente interessati anche a quei flussi inesauribili di curdi (ma non solo), alcuni forse costretti da decenni alla guerra, altri, probabilmente, solo alla conflittualità delle metropoli che dalle città della Turchia partono verso il confine per partecipare attivamente alla riconquista dei territori occupati dall’ISIS. Proprio quel confine diventato impermeabile per i loro corpi e che è stato invece nei mesi passati assolutamente permeabile e poroso per lo Stato Islamico, per il transito di rifornimenti, armi e mezzi pesanti con cui oggi si pratica l’assedio permanente al Kurdistan e non solo. Questa è probabilmente una delle più grandi e vergognosa responsabilità del Governo di Erdogan, responsabilità coperte dalle potenze occidentali che oggi restano sostanzialmente immobili e indifferenti ma indignate, mentre Kobane resiste da sola e l’ISIS guadagna terreno saccheggiando la libertà.
E’ proprio per contribuire a rompere il silenzio e ad infrangere il regime di solitudine e retorica buonista dei media main stream che invece bisogna andare lì e tessere relazioni stabili affinché la lotta di Kobane sia la lotta di tutti i movimenti anti-autoritari e libertari che abitano lo spazio europeo e non solo.
Sicuramente quello che si può dire ancor prima di partire è che in quel coraggio, quella costanza del pressing alla frontiera, in quella capacità di organizzare mobilitazioni diffuse in luoghi sensibili (aeroporti, palazzi istituzionali, luoghi simbolici della decisione politica), riconosciamo una pratica rivoluzionaria che può e deve insegnare tanto. Deve insegnare soprattutto a tener conto sempre della singolarità dei contesti conflittuali, a non leggerli mai attraverso le chiavi analitiche e concettuali che ci sono più familiari, altrimenti probabilmente si perde il filo che sicuramente connette le pietre lanciate per mano curda a Taksim per difendere il parco di Gezi e la resistenza di Kobane.
A tutela di questa singolarità, contro le estreme banalizzazioni alle quali si presta il tempo dei social network e che stanno rischiando di spostare l’attenzione da quelli che sono gli aspetti più interessanti e peculiari della resistenza, che noi cominciamo ad andare e a provare a capire.
Il nostro augurio, che è un po’ anche il senso di queste poche righe scritte prima di partire, è che si addensi attorno a noi una rete di sostegno e diffusione delle cose che racconteremo, ma che soprattutto nasca in tanti altri compagni e compagne la voglia di fare lo stesso: l’esigenza di partire per la frontiera turca, per smascherare il governo di Erdogan nelle sue politiche omicide e soprattutto per rompere l’isolamento al fine di definire uno nuovo spazio euro-mediterraneo dei conflitti.
Kobane è per noi. Per tutti quelli che ancora resistono.

Uscito su Agoravox il 17 ottobre 2014 col titolo Partire da Kobane per essere Kobane. Egidio ci chiede un aiuto

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