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Posts Tagged ‘Faccetta nera’

Faccetta-neraVarsavia e i 60.000 fascisti giunti da ogni parte d’Europa per una marcia razzista sono così lontani da noi, come si può pensare? La ragazzina di colore picchiata a Torino perché non cedeva il posto ai bianchi  nell’autobus; il cartellone salernitano di “Noi con Salvini”, sul fascismo che ha reso grande l’Italia; il giornalista aggredito a Ostia, zona franca per criminali e fascisti, gli insegnanti manganellati a Roma dalla polizia cilena di Minniti, il silenzio complice d’una stampa  ormai quasi tutta padronale e i successi elettorali dei “fascisti  del terzo millennio” raccontano un’altra storia. Varsavia oggi è l’Italia. Basta girare per le strade e le piazze delle nostre città per capire che la disperazione prodotta dal neoliberalismo accresce ogni giorno la base di consenso per un’avventura autoritaria.

Non sta meglio l’Italia delle Istituzioni, quella dei deputati e dei senatori entrati in Parlamento grazie a una legge incostituzionale fatta apposta per imbrogliare gli elettori. Questa Italia, anche quella di Speranza, Civati e Fratoianni, che ora parlano di cambiamento, ma non hanno sentito l’obbligo morale di dimettersi quando la Consulta ha dichiarato illegittima la legge che li ha portati in Parlamento, questa Italia delle Istituzioni inquinate, lontane anni luce dai cittadini che soffrono, quest’Italia dei fascisti in  giacca e cravatta, che hanno cancellato diritti conquistati a prezzo della vita, lavora nell’ombra per piegarci ancora una volta ai suoi oscuri disegni.

E’ vero, sì, c’è una gravissima emergenza democratica, ma non si tratta della parola tolta a D’Alema e Camusso. Si tratta del rischio concreto che una nuova truffa elettorale ci consegni in mano alla feccia del Paese. La partita è persa? Dipende da noi. In cento piazze i cittadini hanno provato a dire di no.  Organizziamoci, stiamo uniti, mettiamo ai margini chi ci ha condotti dove siamo e a primavera gireremo la pagina della storia. Già una volta, a dicembre, abbiamo sbaragliato il campo. Andiamo perciò fiduciosi all’ultima battaglia Riprendiamoci il Paese. Riprendiamoci il futuro.

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n12rpd1Ai ragazzi occorrono lavoro e valori; bisogna perciò restituire alle giovani generazioni le vite e la lezione dei partigiani delle Quattro Giornate, che non furono scugnizzi senza storia. E’ il caso, ad esempio, del sottotenente Armando Donadio, che nel 1940 combatte nella Libia di «Faccetta nera», delle prime leggi razziali e della guerra chimica. Da lì, dall’Impero fascista affogato nel Mar di Sicilia con soldati a migliaia uccisi da navi e caccia nemici, torna e finisce all’Aquila, mentre su Napoli piovono bombe e volantini che invitano alla rivolta: «Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini mandati in Africa? Vi dicono che metà delle navi è affondata? Madri e spose di Napoli, nascondete gli zaini dei vostri amati soldati. Il mare significa la morte».
Il 13 settembre 1943, con l’esercito allo sbando, Donadio, inizia un terribile viaggio tra paesi distrutti e l’Italia in rovina gli parla: fuggire non serve, bisogna combattere i nazifascisti. Con questa certezza giunge a Napoli il 28 settembre e si unisce ai partigiani, quando vede donne malmenate e uomini e ragazzi sanguinanti, portati via a colpi di calci di fucile. Donadio combatte finché la città è libera, ma a nord c’è l’inferno e lo sa, perciò si arruola nei «sabotatori» dei «Gruppi Combattenti Italia» e il 19 ottobre passa le linee. In testa un’idea: libertà e giustizia sociale. Tra sabotaggi e scontri, le sue «Quattro Giornate» terminano ai primi del ’44, quando è preso e portato ad Auschwitz; poiché non parla, è massacrato e subisce tre finte fucilazioni. E’ come morire tre volte e tre volte tornare a un infinito orrore. Tenta la fuga, è scoperto, ferito a una gamba e mai seriamente curato. Alla fine del ‘44, quando infine lo mandano a Spittal Drau, in Carinzia, in un ospedale da campo, la ferita trascurata e le sevizie fisiche e morali hanno compromesso una gamba e causato deperimento organico, depressione e crisi di panico. Potrà curarsi solo a partire dal maggio 1945, quando, strappato agli aguzzini, è ricoverato a Udine.
Il dopoguerra inizia però con un licenziamento e l’affannosa ricerca di un lavoro. Invalido e segnato nella psiche, Donadio infatti è decorato e poi congedato. L’esercito, che non ama gli ex partigiani, gli assegna il diritto a una magra pensione di guerra e solo nel 1987 giunge, «a titolo onorifico», il grado di colonnello. Gli anni se ne vanno così, uno dopo l’altro, tra sofferenze e precarietà. L’Italia nuova non è quella che merita un vincitore. I fascisti sono tutti dov’erano e Donadio non sa più chi ha vinto davvero la guerra partigiana. Trova lavoro in un’azienda zootecnica e come contabile nel ramo della distribuzione ma, comunista com’è e delegato nazionale sindacale, nonostante il disagio fisico e mentale, fa la sua parte con tale coraggio, da guadagnarsi la rappresaglia e un nuovo licenziamento. Tira avanti come può, fino al 1993, tra stenti, amarezze e fatica di vivere, finché, non perde anche anche la casa in cui vive e finisce a Castelvolturno, in condizioni di forte degrado.
Quando muore, il 3 febbraio 1995, il Pci si è sciolto, le associazioni dei partigiani e gli uomini delle Istituzioni sono assenti, come l’Italia per cui ha lottato e per il suo ultimo viaggio non ci sono compagni o bandiere. Anni dopo, nel 2010, la Commissione Toponomastica rifiuta di intitolargli una via, perché ai partigiani il Comune ha «già tributato onori collettivi con i numerosi monumenti nelle diverse aree cittadine».
Qualcuno si stupirà che la sorte di Armando Donadio annunci la crisi che viviamo, ma spesso nella piccola storia c’è quella «grande». Non a caso perciò con il suo mesto tramonto le Quattro Giornate perdono il loro volto politico, i repubblichini, sempre più innocenti, diventano i «ragazzi di Salò» e solo la morte evita a Donadio l’ultimo oltraggio. Egli non saprà mai che gli ex comunisti in cerca di identità hanno cancellato dalla loro sede, in via Salvator Rosa, il nome di Maddalena Cerasuolo, popolare combattente delle Quattro Giornate. La sua vita però ci invita a dire no alla rassegnazione e ci ricorda che se non trova discepoli pronti a capire, la storia non insegna nulla a nessuno.

La Repubblica, Napoli, 28 settembre 2016

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Elezioni-Istruzioni-per-l-uso_h_partbIl governo dei traditori della Costituzione, la banda del magliaro fiorentino e la sua anima nera, il bipresidente Giorgio Napolitano, hanno allungato l’elenco dei crimini dei quali saranno chiamati a dar conto alla storia: abbiamo rimesso i piedi in Libia, l’abbiamo fatto a mano armata e ora siamo di nuovo lì, sullo scatolone di sabbia insanguinata che copre immense risorse petrolifere. Andammo a conquistarlo con la forca e con le deportazioni di massa, ai tempi di «Faccetta nera» e «Tripoli bel suol d’amor», ce ne cacciarono, poi, con le ossa rotte le potenze plutocratiche. L’Impero affogò, così, assieme ai suoi sventurati soldati che attraversavano in fuga il Canale di Sicilia, come oggi i migranti africani, e facevano da bersaglio ai mitra dei caccia Alleati.
Il mondo cambia e «l’Italia, proletaria per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai», non va più di moda. Stavolta, perciò, non ci siamo andati come disoccupati, straccioni e mano d’opera esuberante, ma per impedire una inesistente «invasione» di disperati e straccioni, in fuga dalle loro terre distrutte e terrorizzate dai nostri bombardamenti. Il petrolio se lo prenderanno gli americani e a noi toccheranno i costi della losca e dissennata impresa. L’avete visto, no? Non cantano i nostri soldati, stavolta non ci sono fanfare e non si marcia alla velocità dei bersaglieri. I soldati stanno nell’ombra e si nascondono persino al Parlamento, ammesso che l’accozzaglia di nominati e signorsi accampati in Senato e alla Camera, si possa definire Parlamento.
A tradimento, con il più sovrano disprezzo per la sovranità popolare e con una cecità destinata a produrre disastri, questo governo di sedicenti costituzionalisti, di incompetenti e di portaborse, si prende la responsabilità etica, giuridica e politica, di associarsi all’ennesimo crimine degli Stati Uniti dì America e alla miseria morale dell’Unione Europea, ricattata dall’alleato Erdogan, dittatore e volgare bandito da strada. Se e quando un reduce delle stragi che stiamo causando si vendicherà e avremo il nostro Bataclan, ricordiamocelo: non sarà un islamico fondamentalista il terrorista di casa nostra, ma un pagliaccio, travestito da Presidente del Consiglio e sostenuto da un vecchio osceno al quale paghiamo stipendi d’oro da più di mezzo secolo.
Ricordiamocelo, teniamolo bene a mente e regoliamoci di conseguenza, quando infine avremo in mano il mitra: spariamo a raffica milioni e milioni di «no», vinciamo il referendum, poi li metteremo spalle al muro e gli chiederemo conto del male che stanno facendo. Non abbiamo mai avuto nemici più feroci, più vigliacchi e più pericolosi.

Contropiano, 16 agosto 2016

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