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Posts Tagged ‘Fabio Fazio’

Ernesto Che Guevara, che prima di essere un rivoluzionario fu uno studente in gamba, si laureò in medicina e imparò a conoscere i problemi della scuola e dell’università, parlando agli studenti a Santiago di Cuba strappata con le armi a un dittatore al soldo degli USA, non mostrò incertezze: “Andate a cercare i nomi degli artefici della riforma e andate a vedere qual è oggi la loro posizione politica, quale ruolo hanno svolto nella vita pubblica dei Paesi d’appartenenza e avrete delle sorprese straordinarie. I personaggi che […] appaiono all’avanguardia della riforma nel loro paese sono le figure più nere della reazione, le più ipocrite, perché parlano un linguaggio democratico e praticano sistematicamente il tradimento“.  scuola-privata1[1]Sarà un caso, ma chi nel nostro Paese volesse provare a seguire il consiglio del Che, sorprese ne avrebbe davvero. Senza tornare al fascista Giovanni Gentile, Berlinguer, Moratti e Maria Stella Gelmini corrispondono perfettamente all’identikit tracciato in anni lontani dall’eroico rivoluzionario argentino. La verità è che la formazione, di qualunque paese si parli, è un ganglio vitale del potere economico e di quello politico, il solo vero e decisivo “ascensore” della scala sociale e un’arma a doppio taglio: se funziona come si deve, il potere ha da fare i conti con un controllo popolare reale e condizionante. Se invece non funziona, il popolo è servo, rassegnato e facile da manovrare.
Non meraviglia se nel ritratto, breve ma efficace, di Ernesto Che Guevara è facile riconoscere i volti e le scelte ambigue di chi qui da noi oggi governa la scuola e il paese. Chiedendo la fiducia al Parlamento, Enrico Letta non fece giri di parole: «La società della conoscenza e dell’integrazione – disse per l’occasione – si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze». Sapeva perfettamente che la crisi della scuola è un’arma fortissima in mano al malgoverno; era perfettamente consapevole che gli accordi capestro sul debito pubblico e sul pareggio di bilancio, firmati a tradimento del paese e approvati da parlamentari mai eletti, gli avrebbero impedito di comportarsi di conseguenza e investire sulla scuola anche se avesse voluto, ma a lui interessava solo il voto di fiducia, l’atto formale imposto dalla Costituzione. Nulla di quello che prometteva era in grado di fare senza aprire un conflitto con l’Europa della banche, ma quel conflitto non era nei suoi programmi e della sorte dei giovani e delle classi subalterne non gli importava nulla. Per rafforzare l’inganno, di lì a poco non esitò a dichiarare di nuovo pubblicamente: «Mi prendo l’impegno: se dovremo tagliare su scuola e università, io mi dimetterò»: L’Italia dei talkshow si lasciò come sempre incantare e i soliti pennivendoli ci raccontarono mirabilie: dopo l’intervista a Fabio Fazio nella trasmissione «Che Tempo che Fa», la popolarità del nuovo astro della nostra vita politica è salita alle stelle, ci vennero a dire. Di lì a poco, come in un sapiente gioco delle parti attentamente preparato da curatori d’immagini ed esperti di psicologia delle masse, di fronte all’evidente inerzia, alla totale mancanza di risorse e ai diktat paralizzanti di banchieri cialtroni travestiti da statisti per recitare la loro parte sui tragici palcoscenici dell’UE, entrò in scena di rincalzo Maria Chiara Carrozza. «O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica, oppure devo smettere di fare il ministro», dichiarò la ministra dell’Istruzione, l’immancabile «volto pulito» di un governo impossibilitato a governare. Me ne vado, minacciò la signora, e ci fu chi si lasciò incantare dalla dichiarazione.
Sono passati mesi. Letta e Carrozza non hanno tirato fuori un centesimo bucato, gli studenti stanno peggio di prima, migliaia di assunzioni sono state cancellate, e ai docenti è stato bloccato lo stipendio. Le dimissioni non le hanno date e di far pagare la crisi a chi può farlo, di colpire seriamente chi i soldi li ha ma li nasconde non c’è nemmeno la più pallida intenzione. I nostri politici sono tutti al capezzale di Berlusconi, un loro collega, guarda un po’, evasore fiscale. A settembre, quando le scuole riapriranno, qualcuno si preoccuperà come sempre di trovare i fondi necessari a finanziare le scuole paritarie e la risposta alla sacrosanta protesta degli studenti, la daranno le forze di polizia in assetto antisommossa.
Che Guevara e Castro avevano capito come vanno le cose quando a dettare legge è il capitale. Non a caso Fulgencio Batista lasciò Cuba cacciato dalla rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 agosto 2013

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Il “tecnico” Monti ha annunciato così tante volte il Monti politico che i casi sono due: chi si meraviglia delle stupidaggini che ha messo insieme da quand’è caduto con berlusconiana dignità o è un idiota patentato o un bugiardo matricolato. c7ab3f543f44662b03577c9ed2268a98234449d3e284febc8ade6645[1]Scelgano i numerosi paladini delle cause perse cosa preferiscono, ma quanti pensano di votare il politico dopo aver cantato il peana del “tecnico” faranno bene a ricordare. Era solo agli esordi, l’ormai celebre prof., quando ebbe la faccia tosta di ringraziare in Parlamento la piangente Fornero, scienziata dell’economia, riconoscendole il merito strabiliante di averlo informato che in Italia le pensioni minime si aggirano attorno ai 500 euro. Solo per questo, confessò candidamente, non erano state bloccate anche quelle, come aveva pensato di fare! Lì s’erano fermate, però, le competenze dei due esimi economisti e col consenso di tutti gli scienziati del governo la “riforma Fornero” insanguinò il Paese. Il tempo di mobilitare la Croce Rossa, ed ecco partire la raffica di mitra per un massacro che passerà alla storia col nome di “esodati”. Nacque così il marchio della premiata ditta che, facendo coppia di fatto con la “paccata”, costituisce la cifra linguistica del “volgare” zoppicante parlato dall’eletto manipolo di ministri non eletti, sostenuti da un Parlamento di nominati, che in tredici messi hanno fatto strame della lettera e dello spirito della Costituzione.
Siamo andati avanti così, raffica dopo raffica, finché nel tiramolla tra menzogne, ricatti e veti incrociati, non è saltato il banco. Per tredici mesi la scuola è stata data in pasto a un livido progetto di privatizzazione, sostenuto dalla consapevolezza della posta in palio: la cancellazione della memoria storica e delle conquiste democratiche di cui essa è il baluardo. Non era facile, ma Profumo e Monti sono riusciti a superare la Gelmini: analisi spocchiose. colpi di mano a base di Invalsi e test generalizzati, minacciate cancellazioni del valore legale del titolo studio, tabletizzazioni, registri elettronici, iscrizioni telematiche e concorsi ammazzaprecari. Lo scorso novembre, complice Fabio Fazio, che di fronte al potere ammutolisce, il Monti “tecnico”, presidente privo di mandato elettorale, ha anticipato ancora una volta la tracotanza del Monti “politico” e s’è scatenato in una serie di oltraggiose menzogne. Messi nell’ombra i milioni regalati alle scuole dei preti e tessuto l’elogio del disastroso Profumo, ha tirato l’indecente sassata, sostenendo di aver rilevato «tra alcune professionalità della scuola un grande spirito conservatore e una grande indisponibilità, per esempio nel fare due ore in più settimanali, il che avrebbe liberato risorse per fare più seriamente politiche didattiche». Non contento, ha aggiunto che i docenti, impregnati di corporativismo, «usano i giovani per perpetuarsi, per non adeguarsi ad un mondo più moderno».
A tornare oggi su quelle parole, ciò che conta non è che Monti abbia mentito, che le ore erano sei e che l’aggressione fu indecente e vile. Il punto è che quelle parole riconducono al Monti delle pensioni minime, al celebrato tecnico che non sa di che parla, ma produce “esodati” da sacrificare al dio mercato ovunque metta mano e non si cura delle lacrime e del sangue che ne derivano. Il punto è che la sua idea di modernità affonda le radici in un modello di società in cui i conti hanno più importanza delle vite umane. Una società fondata sullo sfruttamento e sul disprezzo dei diritti.
Oggi, pulcinella dalle mille maschere, né tecnico, né politico, Monti, dopo aver massacrato la scuola, scopre che «bisogna prendere sul serio l’istruzione, la formazione professionale e la ricerca». Certo che è così. Lo è sempre stato. La scuola è una cosa seria. Se gli riesce, però, trovi, Monti, un solo insegnante serio disposto a prendere sul serio la sua serietà.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 gennaio 2013

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