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Posts Tagged ‘F35’

Aria di festa, ma perché? Hanno approvato finalmente una legge elettorale proporzionale che scioglie il nodo della rappresentanza?
Pare di no.
Allora si fa festa perché finalmente Enrico Letta è andato in Germania e gliele ha cantate: la volete piantare con il rigore? State distruggendo l’Europa!
giovanardiMa che ti salta in mente? Ce lo vedi, tu, uno come Letta che dice pane al pane e vino al vino?
Va beh, però se si fa festa, una ragione ci deve pur essere. Aspetta, ho capito. Dopo gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile, Letta si è reso conto della situazione, ha disdetto il contratto con la Lockeed Martin e gli F35 non li compriamo più…
Già, così gli americani ce la fanno pagare…
Cavolo, però, anche questo è vero… E allora sarà festa perché finalmente si va in soccorso della scuola statale. Era ora di piantarla con i soldi passati alle private!
Gesù! Ma allora, nonostante Bergoglio, tu sei stato e sei un miscredente? Ma che diavolo vai pensando? Vuoi giungere a una rottura col Vaticano? E questa qui tu la chiami festa?
Hai ragione, sì, Effettivamente l’ho sparata grossa  Mi sono lasciato trascinare dal clima di festa che si respira e a Bergoglio proprio non ci ho pensato. Mi sto rimbambendo! No, non è che sono un miscredente, figurati, è solo che, se i grandi giornali stappano lo champagne, se le televisioni alzano il volume e le chiese si sono messe a suonare le campane a festa, qualcosa per cui brindare ci deve pur essere. Che sarà mai successo? Letta ha forse deciso di riformare la riforma Fornero?
E già, così perde l’appoggio di super Mario e di quei galantuomini dei montiani…
Ha fatto finalmente approvare una legge che rende riconoscibili gli agenti in servizio di ordine pubblico e punisce la tortura perché è reato?
Scusa, eh, ma allora pensi che Letta sia improvvisamente ammattito? Punire la tortura e mettere un numero sui caschi degli agenti! Così le forze dell’ordine gli piantano una grana che non finisce più.
Ma che sarà mai accaduto di così importante che si fa tanta festa? Abbiamo rinunciato all’idea criminale di cambiare la Costituzione senza rispettare le regole scritte dai Costituenti? Va finalmente in pensione il codice penale voluto dai fascisti? E’ stato cancellato il pareggio di bilancio dalla Costituzione? Abbiamo riportato a casa tutti i nostri soldati dai teatri di guerra, compresa la Val di Susa recentemente occupata? S’è deciso ch’è ora di piantarla coi soldi regalati ai banchieri ladri e Letta gli ha finalmente nazionalizzato le banche? Si rompe col neoliberismo, si torna a parlare di lavoro, si chiudono le basi militari Usa coi marines e le loro bombe atomiche? Qualcuno finalmente ha riconosciuto che questo Parlamento è illegale perché è stato scelto con una legge incostituzionale? Che c’è di nuovo, insomma, che è avvenuto di così importante?
250_quagliarielloMa come non lo sai? Abbiamo un governo nuovo! Nuovo di zecca. I ministri non sono cambiati, il programma è più o meno lo stesso, compresa la legge elettorale che si deve sempre cambiare ma non cambia mai, la maggioranza è sempre quella, ma c’è di nuovo che ora il governo non si chiama più Letta.
E come si chiama?
Letta – Quaglierello – Giovanardi…
Caspita, Quagliarello e Giovanardi! Un sempliciotto che s’è bevuto la storiella di Mubarak e quello che gli omosessuali vanno curati. Hai ragione, sì, più nuovo di così si muore.

Uscito su Liberazione.it e Report on Line il 3 ottobre 2013

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rep4[1]La Costituente si affidò a un principio che Meuccio Ruini, «Presidente della Commissione dei 75», fissò con chiarezza: «La sovranità spetta tutta al popolo, […] l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola». Anticipando il primo articolo di quella che sarebbe poi diventata le legge fondamentale dello Stato, Ruini ancorava il futuro a una dato di fatto vincolante per le Camere, il Governo e il Presidente della Repubblica e fissava il confine tra la loro autonomia e il tradimento.
L’Assemblea, eletta a suffragio universale – per la prima volta avevano votato anche le donne –riflettendo sull’ordinamento della Repubblica, escluse il regime presidenziale per «il temuto spettro del cesarismo» e, chiarì Ruini, «per il convincimento (e noi non dobbiamo abbandonarlo, ma valorizzarlo,) che il Governo di Gabinetto abbia diretta radice nella fiducia parlamentare». Poiché l’Assemblea approvò, il monito – «noi non dobbiamo abbandonarlo» – appare eticamente vincolate e particolarmente attuale in questi anni di estrema personalizzazione della politica.
La scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento. Che guitti e ciarlatani, animatori di salotti televisivi, ignorino tutto questo, è scandaloso, ma si tratta di malcostume. Va oltre lo scandalo – riguarda la tenuta delle Istituzioni e la fedeltà degli uomini che le rappresentano – la riforma della Costituzione proposta da Letta con un percorso così estraneo ai valori della Costituente, da ignorare persino le regole che essa fissò per la revisione della nostra legge fondamentale. Un progetto agevolato dal complice e insolito silenzio di un Presidente della Repubblica, abituato a parlare anche quando sarebbe meglio tacere, come ha appena fatto, inserendosi nel dibattito sugli F35.
Napolitano può fare ciò che vuole del suo tempo e nulla vieta che esamini «i principali scenari di crisi e l’andamento delle missioni internazionali», come ricorda il comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa. E’ quantomeno singolare, tuttavia, che egli lo faccia «in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell’anno». Singolare perché il Decreto non c’è e se ci sarà, potrà cadere in Parlamento senza che le Camere debbano tener conto di “esami preventivi” di ministri, generali e ammiragli del Consiglio Supremo di Difesa. In quanto a Letta, se l’acquisto di cacciabombardieri F35, contestato da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è essenziale per la realizzazione della politica del Governo, i casi sono due e in entrambi Napolitano e il Consiglio Supremo della Difesa non contano un bel nulla: o rinuncia, o si scontra col Parlamento. Se è vero che «in regime parlamentare l’arbitro e il disciplinatore dell’attività legislativa è il governo», come chiarì Mortati alla Costituente, non meno vero è che, «dovendo curare il costante mantenimento della fiducia da cui deriva la sua investitura», Letta ha una sola via costituzionalmente corretta per uscire da un eventuale dissidio – Mortati la indicò all’Assemblea ottenendo l’approvazione – e Napolitano e i generali non c’entrano: «il Governo porrà la questione di fiducia» e se la «sfiducia comporterà una crisi», a quel punto, solo a quel punto, il Presidente entrerà in gioco e deciderà il da farsi. Il Consiglio Supremo, no. generali e ammiragli dovranno continuare a tenere chiuso il becco.
E’ bene dirlo chiaro. Quando Napolitano afferma che il ruolo costituzionale «del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo», dimentica che le questioni relative alla difesa e alla politica estera e militare si decidono sulla base di direttive generali che riguardano unicamente Governo e Parlamento e sono vincolanti per il Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo di Difesa svolge attività consultive in tema di piani strategici e difesa dei confini, entro i quali ha un senso costituzionale l’attività delle forze armate di un Paese che ripudia la guerra. Il Consiglio non decide di sé, non risponde al modello della “via di fatto”, non modifica gli equilibri nei rapporti di forza tra poteri dello Stato e sarebbe bene che i contenuti, verbalizzati, fossero resi note al Parlamento in tempi più o meno reali. Napolitano non ha diritto di vincolare il Governo alle valutazioni di un organo consultivo, tutto sommato tecnico, che peraltro presiede, né può attribuire a quelle opinioni il valore di decisioni che si impongono al Parlamento. Meno che mai può pensare, Napolitano, che il suo Consiglio Supremo possa dirci come si attua la legge 244/2012 e se «debba riflettere indirizzi strategici e linee di sviluppo delle capacità e delle strutture coerenti con le sfide, i rischi e le minacce che il contesto globale […] prospetta per il nostro Paese e per la Comunità Internazionale”. E’ compito del Governo, sempre che il Parlamento non decida di sfiduciarlo perché sperpera miliardi, mentre la disoccupazione devasta la coesione sociale, i lavoratori stentano e i giovani sono in ginocchio. Quel Parlamento, che, Napolitano farebbe bene a ricordarlo, per alto tradimento o attentato alla Costituzione, mette il Presidente della Repubblica «sotto accusa […] in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri».

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Confesso il mio peccato: torno spesso alle antiche letture. Gli anni, la formazione, il tipo di cultura, le scorie fatali della militanza hanno finito per collocarmi in quella sorte di “prigione” che molti, non senza disprezzo, definiscono “ideologia” e una sparuta pattuglia di sopravvissuti ritiene sia coerenza tra un sistema di valori, alcuni strumenti di analisi e scelte di vita che coincidono con opinioni politiche. Questa sorta di confessata sclerosi spiega probabilmente la diffidenza stupita per la fiduciosa ricerca del futuro del sistema formativo negli impegni strappati ai candidati e nella cartastraccia che diventano in genere programmi elettorali.
In un’ormai lontana introduzione a un ancor più lontano studio economico di Pietro Grifone, Vittorio Foa, tornava addirittura a Bucharin per individuare nella “simbiosi del capitale bancario con quello industriale” l’essenza della finanza e ricordava un insegnamento di Lenin che non è stato mai attuale come oggi: è impossibile modificare la natura necessariamente aggressiva e socialmente ingiusta del capitalismo, ripulendolo e dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia sopravvivere diritti. Si studia, studiano i figli delle classi subalterne, nelle fasi di espansione, nei momenti di crescita economica o quando, comunque, i margini di profitto chiedono pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di “gerarchie sociali“. La borghesia è nata da una rivoluzione vittoriosa, conosce perfettamente i meccanismi della storia e sa che probabilmente la riforma della scuola e dell’università costò l’Impero agli zar, perché produsse il personale politico del populismo russo e condusse all’ottobre rosso.
Di tutto questo non si parla, mentre il voto è imminente. Va di moda invece una bestemmia: l’offerta elettorale. Un modo per dire che il voto è sul mercato. Offerta. Te lo ripetono con arroganza liberista, mentre si spara a raffica sulla scuola di ogni ordine e grado, mentre si precarizza e si umilia il personale docente e ai giovani si lasciano briciole di istruzione che preannunciano l’avviamento al lavoro. Di educazione nel senso socratico del termine – quella che bada all’intelligenza critica e all’utonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non rientra nell’offerta elettorale. Ormai il linguaggio è così drammaticamente deformato, che “aprire” un discorso politico appare un non senso e non si trovano più le parole per porsi domande elementari. Tra Monti e Bersani, col codazzo di forze minori pronte a “dialogare“, quali diversi modelli sociali, quale concezione dei rapporti tra le classi e quale Stato? Per quanti sforzi tu faccia per capire, la sola differenza che cogli è veramente desolante. La banda dei tecnocrati propende per condizioni di predominio del capitale finanziario, senza mediazioni liberal-democratiche di stampo giolittiano, senza “idilli turatiani”, se parlando di Fassina o Vendola, si può scomodare Turati. Un’idea di destra elitaria, con quel che ne consegue in termini di autoritarismo, trasparenza e decisioni prese in modo anonimo nell’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione e controlli di banche alle banche. Un modello sociale che lascia impunito Montepaschi, conduce in Mali e produce F35. In quanto ai “politici”, ecco l’altro volto del capitale, quello più o meno industriale, in cui l’autorità diventa giocoforza azienda – il “sistema Italia” – e “comanda“, come i padroni del vapore che si son “fatti da sé” e possono sfidare le regole in nome dell’efficienza e della produttività. Una “democrazia autoritaria“, che pareva contraddizione in termini e s’è vista all’opera in un esordio nemmeno balbettante, mentre apriva coni d’ombra di natura diversa, senza evitarci la Libia, il Mali e gli F35.
A ben vedere, la borghesia, divisa, sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo experimentum crucis: non sa dove andare, ma non vuole star ferma e si compatterà. Anche i lavoratori sono a un bivio cruciale: avanti così non si andrà a lungo. Occorre qualcosa che non sia “offerta“, qualcosa che sia analisi e discussione e provenga dal basso. Parole nette se ne sono dette: niente Mali, niente F35, nessun dialogo con le due destre. Si potrebbe firmare una cambiale in bianco, se un abbozzo di riflessione nei giorni che abbiamo davanti, per carità di patria e onestà intellettuale, consentisse di trasformare il generico e insufficiente appello a una “legalità” tutta “giudiziaria“, in una schietta categoria di sinistra: giustizia sociale. Allora sì che scuola e università sarebbero al sicuro. E con esse l’insieme delle conquiste che hanno fatto la nostra storia migliore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2013  

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