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Posts Tagged ‘Escort’

Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Non ne parlo. Salto a piè pari il fosso dei temi dominanti: “escort“, calzini e bisogni sessuali di politici e giornalisti. Non faccio distinguo e non generalizzo. E’ su questa via che si tende a costringere la riflessione. Non so né voglio sapere se il caso sia diverso, se in fondo “questo è il mondo“, se il più bravo è chi lascia o è migliore chi resta.
Non è questo che conta.
Il tragico fango di Messina è povera cosa di fronte alla melma in cui stiamo affondando. Politica e sesso hanno avuto da sempre rapporti più o meno stretti. Per Cleopatra Marco Antonio perse tutto, l’onore, la gloria e la vita; le regine sopportarono “favorite” e “cocottes” e i sovrani ignorarono amanti e cicisbei. In America un Kennedy si giocò la presidenza, ma gli americani, per ritornare ad oggi, non hanno consentito a nessuno di seppellire sotto un letamaio la bandiera a stelle e strisce solo perché la “stagista” Monica Lewinski aveva avuto rapporti sessuali col presidente Clinton. Qui da noi, al contrario, c’è chi spinge il Paese nel fango e non ci ribelliamo.

La cronaca è breve e giova ricordare. Per un caso che è stato solo personale, la moglie del Presidente del Consiglio, tradita, delusa e nauseata, ci mette sull’avviso: attorno al marito ruota un meccanismo di scambio diffuso, efficiente, capillare e collaudato. Sesso in cambio di carriere politiche, spasso e scialo per un successo televisivo. Ed è stato subito chiaro: qui da noi, il cuore del problema non sono “stagiste” e prostitute, ma la prostituzione del Paese. Qui da noi, il Presidente del Consiglio non è solo un capopartito che guida la maggioranza, ma anche un fior d’imprenditore, un editore ingordo e straripante e l’imputato perenne in processi per corruzione. Il cuore del problema, qui da noi, sono le conseguenze di questa aberrazione.
Clinton, negli Usa, messo in croce, confessa la sua relazione, ma non azzarda la reazione. Non ci prova. Qui da noi, con una protervia senza precedenti, l’imperatore in un primo tempo prova a negare l’evidenza sconcia, poi decide di cambiare le carte in tavola e dimostare che lo sconcio è la norma. Se non si può negare, meglio allora esaltare. Un’armata di spie, velinari e maestri della disinformazione prende così a lavorare per costruire l’immagine d’un capo che è marcio solo perché la regola è il marciume. E’ l’ora del “big brother“, il fratello maggiore. Un “Grande Fratello” permanente esce così in edizione straordinaria, confonde dai teleschermi il virtuale e il reale e tutt’intero un Paese diventa protagonista d’una indecente rappresentazione. Giorno dopo giorno, impotente di fronte alla sperimentata capacità ipnotica di monitor e conduttori, il cittadino, ridotto a suddito telespettatore, assorbe il veleno che, in un’unica dose, potrebbe ammazzarlo e, goccia a goccia, invece l’immunizza.
Annichilita la coscienza critica dalla successione preordinata degli scandali quotidiani, non si salva nulla e presto ce n’è per tutti. Vecchie foto discinte della moglie del premier servono a screditare l’idea stessa della moralità, mentre sordide storie prendono a circolare in forma di minacciosa barzelletta. L’invisibile manganello si abbatte con violenza inaudita sulla capacità di ragionare. Tutto è confuso e tutto si confonde; per ogni regola sono pronti un’accusa e una dose devastante di olio di ricino virtuale. Si mesta nel fango e l’aria si appesta: se una donna non si vende è un prodotto scadente, il giudice che non si compra è una “toga rossa“, un uomo che pensa con la sua testa è il solito “moralista veterocomunista”. Il modello ideale è il neofascista di Piazza Navona. Va di moda Corona dopo la carcerazione e il terreno è infine spianato, quando sotto i riflettori fa rumore il primo caso esemplare: il direttore di un giornale d’opposizione fatto a pezzi pubblicamente sulla scorta di carte e documenti “compromettenti“. Lo scandalo, montato ad arte, turba qualche coscienza e accende discussioni, ma nei salotti buoni della televisione medici prezzolati, accorsi al capezzale della democrazia, spiegano ai sudditi spettatori la loro accativante terapia da talk show: “chi non ha peccato, scagli la prima pietra…“.
Il Paese si adagia, la coscienza critica vacilla e una doppia morale afferma i suoi diritti. “Sì, però…” è la formula ricorrente e, se qualcuno fa ancora resistenza, d’improvviso ecco in luce meridiana i magistrati. Si scava nelle amicizie, si pubblicano conversazioni private, si fanno illazioni su quelli pubblici, si passano al microscopio le frequentazioni. Tutto contribuisce a far crescere il fango che ci insozza e c’è chi fa notare: “ognuno ha i suoi vizi, vedete?“. Uno stuolo di professionisti della guerra psicologica e dello spionaggio ci tiene d’occhio, ci scandaglia, vigilia, scava, scarta, sorveglia, raccoglie documenti, conserva dossier. E se quattro cialtroni in divisa, manovrati da misteriosi pupari, possono mettere in scena il ricatto dei transessuali per pugnalare un avversario politico del “Grande fratello“, il corpo del Paese mitridatizzato non si rivolta. Assuefatto al veleno, l’uomo comune si congratula addirittura con se stesso, strizza l’occhio all’amico e gli batte la mano sulla spalla: “la politica è questo, io l’ho sempre saputo. Tutti uguali, tutti corrotti. E sai che ti dico? Fanno bene, si vive una volta sola e farei come loro“.
Sono tutti convinti: il meglio della vita sta nella corruzione a viso aperto, nell’orgia dichiarata, nel successo assicurato a chi passa dal banco degli accusati al Parlamento. Ormai è l’imputato a segnare il confine tra il lecito e l’illecito di fronte al giudice intimidito. E non sembra esserci scampo: la lotta è per la vita. Darwin, che se ne intendeva, ha osservato che “quando una specie, grazie a circostanze oltremodo favorevoli, aumenta disordinatamente di numero in un piccolo territorio, spesso sorgono epidemie“.

Uscito su “Report On Line” il 28 ottobre 2009 e su “Fuoriregistro” il 29 ottobre 2009

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