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Posts Tagged ‘Ernesto Rossi’

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Le prossime settimane ci vedranno impegnati in un dibattito fondamentale dentro e fuori la nostra organizzazione. A questo proposito non possiamo non dire quale è la nostra prospettiva, quale è l’Europa che immaginiamo dopo aver detto perché l’Unione Europea è indigeribile così com’è. Il presente documento sintetizza una posizione espressa da Giuseppe Aragno in diverse assemblee di Potere al Popolo! e vuole essere un contributo alla discussione verso le elezioni europee. Si sottopone il documento alle assemblee metropolitane e provinciali di Potere al Popolo! nonché al coordinamento nazionale chiedendone l’eventuale approvazione affinché una prospettiva politica di costruzione possa diventare patrimonio condiviso e comune di tutte le comunità e dei singoli aderenti a Potere al Popolo!.

EUROPA SOLIDALE O BARBARIE

Premessa

Negli anni della resistenza dei popoli sottomessi dal nazifascismo, gli antifascisti hanno sognato come via di uscita dall’immane tragedia l’unione dei popoli europei sulla base di un’equa ripartizione della ricchezza e di principi di libertà e giustizia sociale. Sin dalla guerra di Spagna, per esempio, Rosselli definì i fascismi «antieuropa» e immaginò,in antitesi, una federazione di Stati europei nata da un processo costituente profondamente democratico: un’assemblea di delegati eletti dai popoli per scrivere e approvare una carta costituzionale federale basata sui principi fondamentali della convivenza tra i popoli, l’eliminazione delle frontiere e delle dogane, le regole da cui far nascere un primo governo federale e un nuovo diritto europeo.

Dopo la seconda guerra mondiale, quel sogno, finito poi nelle mani dei sacerdoti del dogma neoliberista, è stato stravolto e l’unione politica dei popoli è diventata unione economica e monetaria. Negli ultimi anni, sotto i colpi di una incalzante crisi economica, che è diventata crisi della democrazia, l’Unione Europea ha assunto i connotati di un insieme di “patrie nazionali”, di una nuova “antieuropa”, che cancella diritti, sottomette i popoli alle leggi del mercato e sacrifica sull’altare della concorrenza e del profitto l’idea di una “patria umana”, fatta di libertà, cooperazione e fratellanza. La situazione è ormai così grave, che le imminenti elezioni europee ci pongono di fronte a una domanda ineludibile: per uscire da questo incubo, nato soprattutto da trattati di discutibile legittimità, occorre rinunciare al sogno degli antifascisti o,sconfitto l’incubo,si può rimettere mano al progetto nato dalla resistenza europea?

Non è una domanda banale. Poiché si tratta di partecipare a elezioni, chiedere un voto a sostegno di una rottura è doveroso, ma non sarà facile delineare una prospettiva e ottenere consensi se si assumerà una posizione solo negativa, se accanto alla rottura dei trattati non ci saranno proposte concrete, che dimostrino una capacità propositiva e la volontà di rimettere in moto quel processo di fondazione di un’Europa dei popoli che è stato per molti anni tradito. Se, com’è probabile, un «programma costituente» incontrerà il netto rifiuto delle forze garanti dell’Unione delle banche e del capitale, allora l’uscita diventerà comprensibile e sarà giustificata da una consapevolezza: un’Europa intesa come casa comune della democrazia parlamentare, della giustizia sociale, della pace e del progresso non può essere realizzata con le forze che hanno voluto l’Unione così com’è e si ostinano a sostenerla.

Un antifascista disse

Da decenni alla parola Europa si associano tre nomi e una sorta di bibbia: Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e il loro “Manifesto di Ventotene”, che riprese e perfezionò l’idea federalista di Carlo Rosselli. Da un punto di vista storico, infatti, non si può parlare di Europa unita senza ricordare che essa fu pensata anzitutto da antifascisti durante gli anni del fascismo. E’ molto raro, tuttavia, che, tornando a quegli anni e a quel testo, ci sia chi ricordi cosa pensavano Spinelli e i suoi compagni dei falsi europeisti; cosa pensavano cioè di coloro che tutti i giorni alzano la bandiera dell’Europa e però poi fanno tutto, tranne che costruire l’Europa di Ventotene:

«Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle Istituzioni fondamentali degli Stati Nazionali, i quadri superiori delle forze armate, […] quei gruppi del capitalismo che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelli degli Stati, […] hanno uomini e quadri abili, abituati a comandare, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Senza dubbio […] saranno la forza più pericolosa con cui bisognerà fare i conti». Così si legge nel testo del 1941. «Il punto sul quale essi cercheranno di fare leva – prosegue il Manifesto – sarà il sentimento popolare più diffuso e più facilmente adoperabile a scopi reazionari: la rabbia e la disperazione per l’ingiustizia del potere e quindi il patriottismo. […] Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo».

Quel tempo pare sia arrivato. Qual è il messaggio? I nostri nemici sono le forze del capitalismo, che non hanno patria, però fanno appello alla patria tutte le volte che vogliono scatenare guerre tra i poveri. Sembra che Spinelli parli del nostro presente. Se per europeismo si intende difendere questa Europa, non si può essere europeisti. D’altra parte, le domande che ci pongono queste parole sono chiare: come si sconfigge questa Unione? Come si scelgono gli alleati con cui fare la battaglia? La «France insoumise» è un’alleata. Insieme abbiamo una bussola e una teoria: siamo comunisti e crediamo che il capitale non abbia patria e che i popoli non si dividano in europeisti e antieuropeisti, ma in sfruttati e sfruttatori.

Ci ripetono spesso – ed è una narrazione completamente falsa – che «ce l’ha detto l’Europa» e perciò non si può fare in nessun altro modo. Ma è veramente così? Se gli spagnoli, che hanno una Costituzione nata dopo il franchismo, se gli italiani, che hanno una Costituzione nata dopo la caduta del fascismo e la Resistenza, dovessero decidere di non calare la testa di fronte ai diktat dell’Europa, se decidessero di contestare questo principio, allora sarebbero sovranisti? Sì, lo sarebbero; difenderebbero, però, non una astratta e falsa sovranità nazionale ma la concreta e giusta sovranità dei lavoratori e delle classi subalterne sul loro destino, sul loro diritto di decidere su tutto quello che riguarda la loro vita.

Una Costituente, una Costituzione

Nel 1980 Spinelli fonda il «club del Coccodrillo». Perché un uomo che apparentemente sta per vincere la sua battaglia – in fondo l’Europa sta nascendo in quegli anni – decide di raccogliere le intelligenze internazionali più sensibili ai problemi dell’antifascismo e dell’Unione europea dei popoli? Lo fa perché l’organismo che nasce in nome suo e del Manifesto che aveva firmato a Ventotene manca di una Costituzione. Manca e mancherà di una Costituzione, perché quattro anni dopo, nel 1984, benché fosse stato approvato dal Parlamento europeo, il suo progetto di Trattato costituzionale farà naufragio urtando contro gli scogli delle assemblee parlamentari e dei governi nazionali. Cos’è la Costituzione per un organismo statale? E’ un insieme di valori fondanti sui quali si regola la convivenza dei popoli. Senza una Carta costituzionale approvata dai popoli, può esistere una Europa unita? Spinelli pensava che no, non può realmente esistere. E non aveva torto.

D’altro canto, se l’Europa non si dà una Costituzione, qual è la gerarchia tra le leggi? Si può cavillare quanto si vuole su formule inventate ad arte per confondere le idee, come si è fatto con il sovranismo, ma la legge fondamentale della Repubblica è la Costituzione. E questo principio vale per ogni Paese. La Merkel non può imporre alla Germania una regola europea contraria alla Costituzione tedesca. Non si deve obbedire a leggi europee, se esse sono in contrasto con la legge fondamentale del mio Stato.

L’articolo 1 della nostra Costituzione, che andrebbe letto avendo lo sguardo attento al suo valore storico, afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e nella sua formulazione originaria non si parlava di lavoro ma di lavoratori. Se si pensa che l’80 % di coloro che scrissero e approvarono la Costituzione erano antifascisti e si legge questo articolo in termini di diritti riconosciuti, diventa chiaro che l’orientamento dell’Assemblea Costituente era di taglio profondamente sociale. Ed è altrettanto chiaro che se una regola proveniente da un organismo politico esterno alla Repubblica, che non è stato mai legittimato da una carta costituzionale votata e approvata dal nostro popolo, pone dei limiti ai diritti dei lavoratori, entra evidentemente in rotta di collisione con un principio della nostra Costituzione e non ha per noi alcun valore.

Questo non è sovranismo. In questo caso, quella che la propaganda di sedicenti europeisti presenta come una rivendicazione nazionale è di fatto una giusta reazione alla cancellazione di diritti garantiti dalla Costituzione. La resistenza contro il fascismo è nata anche perché ci si voleva riappropriare di diritti dei lavoratori che il fascismo aveva cancellato. È pensabile, del resto, che l’Unione dei popoli europei tenda a negare i diritti del lavoro? Rifiutare una simile Unione non significa volere tornare al nazionalismo. Vuol dire difendere diritti ed estenderli.

Le leggi, del resto, esistono in ordine gerarchico tra di loro. A noi la parola gerarchia non piace, ma in questo caso è necessaria perché non si può obbedire contemporaneamente a leggi che sono in contrasto tra loro. Si obbedisce a quella di grado superiore e tutte devono essere compatibili con essa, ovvero la Costituzione. Una circolare non ha valore di legge, una legge vale più di una circolare, ma tutte le leggi devono essere in linea con i principi costituzionali.

È vero, si è convenuto che le fonti del diritto della Comunità europea sono di primo grado, ma nessuno potrà seriamente sostenere che un trattato sia valido anche se viola i principi della Costituzione. Non c’è trattato che possa obbligare l’Italia a fare guerre di aggressione.  La mancanza di una Costituzione europea è stata di fatto sempre un problema per l’Europa unita, tant’è che sia pure ventiquattro anni dopo la nascita del «club del Coccodrillo», nel 2004, si è giunti alla firma di un Trattato per la Costituzione dell’Unione europea. Per avere un valore reale, quella Costituzione aveva naturalmente bisogno di una ratifica. Là dove poteva essere ratificata da organismi Istituzionali – in Italia, per esempio – la sedicente Costituzione è passata. E’ passata poi in Spagna con un referendum, ma è stata bocciata dai successivi referendum e rifiutata dai Federalisti europei.

Nella Francia nel 2005, l’anno del referendum sull’Europa, si diede vita al «grand debat», alla discussione pubblica che coinvolse larghi strati della popolazione. Le scuole del Paese erano aperte la sera – le aprivano e le chiudevano i cittadini – e la gente discuteva del proprio destino.

La stampa italiana presentava quel dibattito come uno scontro tra europeisti e nazionalisti. Non era affatto vero. Lo scontro riguardava i diritti. I francesi votarono no perché si resero perfettamente conto che li stavano espropriando di diritti. Quel testo non aveva i caratteri di una Costituzione: presentava principi neoliberisti come valori fondanti dell’organismo sovranazionale, si occupava solo di temi economici, santificava il capitalismo, mancava di ogni riferimento al ripudio della guerra, agevolava l’intervento di eserciti europei, cancellava diritti dei lavoratori, smantellava lo stato sociale e negava garanzie agli immigrati.

A conti fatti, la sedicente Costituzione non passò in Francia, non passò in Belgio e più tardi fu bocciata in Irlanda. La risposta dei vertici dell’Unione – e qui Spinelli aveva visto lontano – fu terribilmente antidemocratica. Si decise di annullare i referendum programmati e di redigere un nuovo testo che sarebbe stato approvato dai parlamenti nazionali. Di fatto i trattati assunsero così valore costituzionale. Un autentico inganno, un inganno di carattere eversivo nei confronti delle popolazioni.
Questo è il modo in cui ci sono stati sottratti diritti e conquiste ottenuti con lotte che sono spesso costate sangue. Nessuno ci ha regalato nulla e per quanto sia il prodotto di una mediazione, la Costituzione ha un’anima sociale dentro la quale trovano garanzia i nostri diritti sociali. Nel momento in cui la si manomette, inserendo tra i suoi articoli il pareggio di bilancio, si trasforma il Parlamento in una sede per ragionieri che fanno la partita doppia, il dare e l’avere, e poiché i conti sono in rosso, non puoi muovere un dito, non puoi fare niente. Che significa non poter far niente? Che è vero, sì, la Costituzione prevede il diritto alla salute, però per assicurarlo, lo Stato deve spendere soldi; poiché l’Europa glielo proibisce, la gente che non ha la possibilità di farlo a proprie spese non può curarsi.

Bisogna ubbidire all’Europa, ci dicono. E dov’è scritto? Dov’è scritto che la nostra legge costituzionale, così come le leggi costituzionali di altri Paesi membri dell’Unione, debba cedere il passo a un trattato? Soprattutto a un trattato che ne viola un principio e ha una caratteristica negativa inaccettabile: non è stato approvato dai popoli dell’Unione.

Con l’articolo 11 della nostra Costituzione l’Italia ripudia la guerra. È un principio fondante della Repubblica. Qualora ci si trovi di fronte a una crisi internazionale l’articolo prevede una limitazione della sovranità – la Costituzione parla di sovranità, ma non è certo sovranista – e consente di mandare uomini in armi fuori dai confini nazionali. Essi devono essere però sotto l’egida dell’ONU e operare per fermare la guerra, non per farla. Che c’entra questo con la NATO, con i bombardamenti in Libia, con Sarajevo bombardata da aerei italiani? E come si concilia con il ripudio della guerra?

Ci dicono che sono settant’anni che non si fanno guerre. Niente di più falso. Le bombe tirate sulla testa dei libici cos’erano? La verità è che aerei europei – e noi assieme agli altri – hanno bombardato la Libia, l’hanno resa un inferno, costringendo la popolazione a scappare e l’Europa ha negato l’accoglienza, facendo morire i profughi nel Mediterraneo, negandogli il diritto di sopravvivere, internandoli, alimentando il razzismo. Tutto questo è in sintonia con gli ideali di chi volle un’Europa unita? Ed è compatibile con la nostra Costituzione?

Come si è giunti a tal punto e come si è avverata la profezia di Spinelli? Nel 2011 due illustri sconosciuti, guarda caso, uomini del capitalismo, proprio come temeva Spinelli, hanno assunto un ruolo decisivo per il nostro Paese. Si chiamano Draghi e Trichet. Chi sono? Qualcuno li ha eletti? Qualcuno li ha incaricati di decidere quale sarà il futuro politico di un Paese dell’Unione? No, nessuno li ha eletti, eppure hanno potuto inviare una lettera al governo italiano per elencare i provvedimenti che doveva prendere. Quali provvedimenti? Tagliare le pensioni, tagliare la Sanità, cancellare uno a uno diritti costituzionalmente riconosciuti.

Se contestare questo potere è sovranismo, benissimo, possiamo definirci sovranisti. Se difendere i diritti dei lavoratori, minacciati dal capitalismo che si è impadronito di un’idea antifascista per trasformarla nella base ideologica di una Istituzione sovranazionale feroce quanto il fascismo, io sono sovranista. Stupisce l’uso della parola fascismo per parlare di questa Europa? Non dovrebbe. In un libro pregevole, Pietro Grifone, un antifascista confinato come Spinelli, ricostruendo la storia della finanza nel nostro Paese, mostrò come il modello politico del capitale finanziario fosse il fascismo stesso. La lettera di Draghi e Trichet conduce difilato a Salvini. Altro che europeismo. Chi, infatti, ha prodotto il neofascismo gialloverde in Italia se non quella lettera illegale che di fatto ci impose la cancellazione dei diritti?

Ecco, dunque, la nostra responsabilità, la responsabilità di Potere al Popolo!. Chiedere la ripresa di un processo costituente per un’Assemblea Costituente Europea, per una Costituzione Europea, per un Parlamento Europeo con pieni poteri e un Governo Europeo votati dai popoli europei. Solo di fronte a un eventuale rifiuto di questo processo che conserva un principio di orizzontalità pienamente democratico si potrà poi costruire, insieme alle altre forze europee nostre alleate, percorsi e pratiche di uscita da un sistema asfissiante.

Noi non dobbiamo fermarci alle formule vaghe, alle polemiche su sovranisti ed europeisti. Possiamo farlo, perché conosciamo e riconosciamo come nostri fratelli e sorelle gli sfruttati di tutti i Paesi dell’Unione e i migranti perseguitati e scacciati; consideriamo nemici gli sfruttatori di tutti i Paesi.

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Se, come pare accertato, anche dal peggio chi vuole ricava insegnamenti positivi, val la pena provare. La citazione testuale è indiscutibilmente lunga, ma anche incredibilmente «istruttiva». Con le parole che Copia di spergiuroseguono si apre il punto 2 dell’articolo 1 della riforma Giannini, la nauseante «buona scuola» di Renzi:
«Le istituzioni scolastiche – si legge – garantiscono la partecipazione alle decisioni degli organi collegiali e la loro organizzazione è orientata alla massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del servizio scolastico […]. In tale ambito, l’istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa».
Una vergogna linguistica, prima ancora che politica. Basta leggere, per sentire d’istinto il bisogno irresistibile di ribellarsi. Non so che si intenda per «istituzioni scolastiche», ma registro un dato: gli Organi Collegiali non decideranno più nulla in piena autonomia. E’ un fatto sconvolgente che nessun linguaggio criptato, nemmeno quello da loggia massonica in cui è scritta la legge riesce a nascondere. Chi «partecipa» è la parte di un tutto, che in questo caso è rappresentato da indefinite «istituzioni scolastiche». Chiunque abbia messo materialmente penna su carta per produrre questo rompicapo cumano, è riuscito a scrivere molto male, ma non ha potuto tenere segreto il vaticinio. Chiarissima, infatti, addirittura rivelatrice, è l’affermazione iniziale del secondo periodo, quello in cui il soggetto, inizialmente plurale, diventa misteriosamente singolare: un lapsus freudiano per «dirigente scolastico», o la pura difficoltà di esprimersi nella lingua di Dante? Quale che sia la risposta, il significato è lampante e non lascia spazio ai dubbi «l’Istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa». L’Istituzione, quindi, quale che essa sia e chiunque si celi dietro le parole. Non il Collegio dei Docenti, però, che, per conseguenza logica, non ha più alcun potere deliberante in tema di funzionamento didattico e programmazione dell’azione educativa, nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente.
Certo, il governo dirà che non è vero, nicchierà e negherà, contando sulla voluta ambiguità dal testo. E si capisce. Per privare esplicitamente qualcuno di un potere, quando si sa di toccare tasti delicatissimi di natura costituzionale, occorre quantomeno un minimo di coraggio. Qui, invece si è volutamente presa la via obliqua. Non si è negato nulla a nessuno: ci si è contentati di attribuire a un altro, «ope legis», i poteri del Collegio, senza nominarlo. Dietro il periodare contorto, sintatticamente ansimante, si legge chiara la paura di chi colpisce vigliaccamente a tradimento.
Non è vero che il ceffone del 5 maggio non ha lasciato il segno sul volto del governo. Ogni rigo di questa parte della legge ne rivela l’effetto; Renzi storce il linguaggio e gioca a nascondino nelle zone d’ombra linguistiche che denunciano la doppiezza. Perché? Perché teme di uscire con le ossa rotte dal voto imminente e sa che non basterà precettare, per fermare la protesta. E’ vero, il blocco degli scrutini finirà, ma in campo ci sono ormai un governo di senza di senza storia e settant’anni di lotte per la democratica dal basso. Malconcia, non sempre luminosa e talora ridotta al lumicino, mai però messa davvero in ginocchio. Renzi sa – e per questo ha paura – che non chiuderà la partita nemmeno se riuscirà a rifilare la sua pugnalata alla schiena del Paese. Sa, non può non saperlo, che alla ripresa la sfida sarà più aperta che mai. Il passo più lungo della gamba l’ha già fatto e il mondo che ha sfidato non gli consentirà di ritrovare l’equilibrio.
Il malgoverno riesce talvolta a passare tra le maglie di quella indifferenza che Gramsci giustamente odiava. Ci riesce soprattutto perché favorito dall’assuefazione: è da tempo immemorabile che ci governano male e siamo abituati. Stavolta però si tratta di altro. Come l’olio malaccortamente versato su una tovaglia immacolata si allarga e varca confini impensati, così la protervia di Renzi allarma il Paese, che sente il veleno della reazione e si leva a difesa. Nella mia giovinezza un libro lasciò il segno per tutti gli anni che sono venuti. L’aveva curato per Einaudi Ernesto Rossi e conteneva scritti preziosi di Aldo Garosci, Alberto Tarchiani, Umberto Calosso e Gaetano Salvemini. Iniziava con la storia di un foglio clandestino – il «Non Mollare» – proseguiva con «L’Italia Libera», De Rosa e l’attentato di Bruxelles, il «processo degli intellettuali», il sacrificio di De Bosis, Monte Pelato e l’assassinio di Rosselli. Si intitolava «No al fascismo» ed era un’ode alla libertà e una indimenticabile lezione di storia della lotta per quei diritti che oggi si tenta di cancellare. Di questo si tratta stavolta, non di scuola: diritti inviolabili che sono costati sangue. Stavolta è tradimento della Costituzione su cui si è giurato. Quel tradimento che legittima la resistenza e rende illegittimo il capo spergiuro.

Fuoriregistro, 27 maggio 2015, La Sinistra Quotidiana, 27 maggio 2015,

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E’ inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi. Ieri a Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che “il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe“.
Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia. Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori. Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il “coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“.
Fa male doverlo dire, ma è così: in un Paese in cui la Costituzione è ormai cartastraccia, il triviale mussolinismo di Profumo che resuscita il manganello non solo illumina di luce sinistra il crescente squadrismo delle forze dell’ordine, ma fa il paio con la “dottrina Monti” sul governo che educa un Parlamento disegnato sul modello dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di “spazio europeo” comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare. In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il Manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.
Attenti a non banalizzare. Il “bastone e la carota” di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, “che ha uomini e quadri adusati al comando“, il vero nemico dell’Europa dei popoli. A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: “nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti“. Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.
Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.
Prima passerà questa terribile notte della repubblica e meglio sarà.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 ottobre 2012 e sul sul “Manifesto” l’11 ottobre 2012 col titolo Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo.

 

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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