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Posts Tagged ‘Ernesto Galli Della Loggia’

L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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Se il silenzio può essere prigione, tutto ciò che lo rompe – parole, discorsi, libri – può servire a chiudere una cella meglio d’un catenaccio e, non di rado, più che del silenzio, siamo prigionieri del rumore suscitato ad arte da un uso strumentale della parola. D’altro canto, parole occorrono per mentire e parole servono a raccontare la verità: la guerra è una barbarie, certo, ma c’è chi la vuole santa e chi umanitaria. Se è stata partigiana, fu guerra comunista ed oggi, che regna il capitale, si dice terrorista. Sull’antifascismo non c’è chi non dica la sua: Galli Della Loggia piange la “morte della patria”, Violante saluta con rispetto la Decima Mas e, stando a Pansa, gli antifascisti furono solo banditi comunisti. Se chiedi nomi, è un coro: Longo, Nenni, Pertini, Togliatti. Gli assassini di Mussolini e i fondatori della partitocrazia. Eppure la resistenza al fascismo durò oltre vent’anni e visse nel silenzio: un silenzio che ebbe un’etica e rese carcerati i carcerieri.

Umberto Vanguardia

Nell’elenco degli iscritti alla sezione napoletana del Partito Socialista, sequestrato dalla polizia nel novembre del 1893, Umberto Vanguardia è inserito nella sparuta pattuglia degli “impiegati” [1]. In realtà è solo un ragazzo che frequenta il ginnasio. L’età è quella dei sogni e delle passioni egualitarie e Napoli, “con le sue grandi miserie materiali, brulicante di pitocchi, di scugnizzi, di camorristi e di prostitute, e con le sue grandi miserie morali, […] sorridente di sole e purulenta di piaghe” è “un invito permanente a rivoltarsi, ad insorgere, a levarsi contro tutti” [2].
Ripudiato Mazzini per lo scudo sabaudo, ridotta l’esperienza garibaldina a Bixio e ai contadini fucilati a Bronte [3], l’Italia che conta è con Crispi e non sogna, sicché è quasi fatale: il 9 agosto del 1894, Vanguardia, a meno di sedici anni, finisce in manette [4]. La storia della democrazia passa solitamente per tribunali e celle.
Nel maggio del 1898, coinvolto nei tumulti generati dal prezzo insostenibile del paneil giovane, che continua a sognare un mondo migliore, è incluso in un elenco di “sovversivi” responsabili dei moti, sicché, a soli diciannove anni, benché non esista uno straccio di prova che lo accusi, sperimenta il domicilio coatto. Evaso, si consegna a novembre, quando lo stato d’assedio è finito, e torna libero dopo una breve reclusione [5]. Fa le prime prove tra i socialisti, riunendo in lega di resistenza i camerieri di caffé e ristoranti , ma ai primi del Novecento, negli anni dell’idillio tra Giolitti e Turati, passa agli anarchici [6]. Attivo propagandista e redattore di numerosi fogli “sovversivi” [7], nell’estate del 1907 entra a far parte della redazione della “Protesta Umana” e va a vivere a Milano, da dove parte spesso per giri di propaganda contro il domicilio coatto e il militarismo. Ce n’è quanto basta perché il 22 febbraio 1908 la questura di Milano lo rispedisca “in patria” con foglio di via e con l’etichetta di “anarchico pericoloso” [8].
Tornato a Napoli, dà vita al “Sorgete”, un gruppo che si attesta sulle posizioni del “comunismo libero, sintesi sicura di quanto si chiede dall’umanità all’alba della storia: la libertà economica e la libertà politica” e attacca gli “autoritari”, che chiamano “organizzazione” ciò che, in realtà, è solo una “gerarchia che legifera e funziona in vece di tutti gli altri, oppure fa seguire, in nome della massa, una rappresentanza” [9]. E’ un rifiuto netto del “partito politico”, che, tuttavia, non esclude la partecipazione all’attività sindacale, intesa come “quell’accordo, che si forma, in base d’interessi, tra gli individui unitisi per terminare un’opera comune” [10]. Sono i temi di fondo della cultura libertaria, che animano il dibattito tra militanti ed in cui si inserisce a pieno titolo la polemica del Vanguardia contro il “Teatro di Montecitorio” che, “unico nel suo genere di produzione, desta negli animi […] un senso di nausea e di disprezzo” e limita “sfacciatamente ogni libertà, dalla riunione […] al pubblico comizio”, sicché, di sopruso in sopruso, si è giunti al “sequestro preventivo dei giornali, alla loro soppressione, all’arresto dei cittadini per delitto di pensiero, alle fucilate date alle plebi affamate che hanno avuto il torto di chiedere […] a viva voce un loro diritto” [11].
Cresciuto nel fuoco della lotta, il Vanguardia non si limita però alla “battaglia delle idee” e il 13 ottobre del 1909, mentre in città i comizi di protesta per la condanna a morte di Francisco Ferrer fanno i conti con la violenza delle cariche di polizia, rischia il linciaggio, facendo esplodere a scopo dimostrativo un petardo “nella chiesa parrocchiale di Montesanto […] e dandosi poi alla fuga rincorso dai presenti e da Guardie di Città”. Non vi sono feriti – annota il prefetto – ma la “bomba”, che “ha prodotto un po’ di sgomento e nient’altro”, costa al Vanguardia quasi un anno di carcere [12]. Una condanna che non gli impedisce di passare al gruppo dell'”Aurora Libertaria”, e di tornare all’attività sindacale [13]. L’occasione viene dall’aspra vertenza dei tessili della “Wenner” di Scafati dalla quale, però, dopo violenti scontri con la polizia, l’anarchico esce con una denuncia per lesioni e mancato omicidio ai danni d’un delegato di PS [14]. Anima dei “comitati di quartiere” sorti tra gli operai in lotta per il caro-casa, Vanguardia guadagna la fiducia dei compagni e nell’aprile del 1912 diventa segretario della “Lega dei lavoratori dell’Arte bianca”, guidandoli abilmente in una dura vertenza [15]. La guerra, che nel 1914 sconvolge l’Europa, lo vede impegnato nella propaganda antimilitarista, fino a quando la “cartolina precetto” non lo spedisce in prima linea, nel carnaio delle trincee e nell’orrore dei campi di battaglia, tra i fanti del 125° Reggimento [16]. Finita la guerra, riprende il suo posto alla Camera del Lavoro, torna alla testa della “Lega dei panettieri”, che conduce alla vittoria in una difficile vertenza, e dà vita ad un “Circolo popolare” e ad una “Lega Inquilini” che, col “pretesto di combattere le pretese esorbitanti dei proprietari di case”, tenta di “trarre profitto dal pubblico malcontento” per opporre alla marea fascista il lavoro di propaganda e l’attività sindacale [17]. Il primo maggio del 1924, quando la partita appare irrimediabilmente persa, si reca con alcuni compagni in una bettola, sale su un tavolo e canta l’Internazionale [18]. Puntuali scattano ancora una volta le manette e non fa meraviglia se il 22 novembre del 1926, solo pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi “fascistissime”, giungano la condanna a quattro anni di confino, l’arresto e la tortura di un viaggio inumano, che lo conduce a Pantelleria, sfinito, incatenato e ammanettato ad altri confinati [19]. L’impatto con la colonia è durissimo. Separato fisicamente da qualsivoglia contatto con la realtà del Paese, sottoposto all’arbitrio delle guardie e ad un’azione di controllo che, prima ancora degli atteggiamenti concreti, tende a colpire un’astrazione – la pericolosità sociale e politica – della quale, agli occhi dei suoi aguzzini, egli rappresenta il modello, Vanguardia, pur di sottrarsi all’inferno in cui sente di precipitare, lascia che la sorella inoltri al duce una domanda di grazia che, di fatto, non ha alcuna speranza di essere accolta. Al regime e al suo “duce”, “che il mondo giustamente onora” e che gli italiani sono “orgogliosi di chiamare Salvatore”, la donna “unica e sola al mondo e derelitta, che vive solo del fratello disgraziato”, non ha nulla da offrire. Io, scrive a Mussolini, “ho solo la speranza che mio fratello alla luce del miracolo che V. E. ha operato per la salute d’Italia, si costruisca una nuova coscienza” [20]. La speranza, però, non rientra nella logica disumana della repressione; Castelli, Alto Commissario per la Provincia di Napoli “non ritiene che il Vanguardia […] abbia fatto ammenda del suo passato” ed esprime “pertanto parere contrario a che l’istanza della Vanguardia Concetta venga per ora presa in considerazione”.
Di fatto, la lettera della sorella non è ancora giunta a destinazione, e già il confinato, tornato in manette e catene, ha ripreso il mare per raggiungere la nuova sede di confino: Ustica, dove il regime prova a seppellire alcuni dei suoi più temuti avversari e dove più spietato è il regime di polizia [21].
L’isola, in cui un delinquente comune giungerà ad assassinare un “politico”, gode di una fama sinistra: vi impazza, rammenterà anni dopo Aldo Garosci, “un famoso aguzzino, brutale e neuropatico, il tenente Guasco, del quale si ricordano parecchi episodi selvaggi. Prigionieri politici e […] comuni (sfruttatori di donne, mafiosi, strozzini) convivono con le guardie in quei quattro palmi di terra […] e tutte queste circostanze, quando anche non vi fosse stata la volontà malvagia di incrudelire, delle guardie, sarebbero già bastate a rendere il soggiorno nell’isola difficile da sopportarsi per dei nervi meno che solidi” [22]. Come non bastasse, Cesare Mori, il “prefetto di ferro” inviato a Palermo da Mussolini con pieni poteri per risolvere il problema dei rapporti tra regime e mafia [23], ritiene che la colonia, in cui “sono tenuti insieme in media 360 confinati politici (tra i più pericolosi sovversivi del Regno) e 160 confinati comuni”, si possa trasformare nel “centro propulsore di un pericoloso movimento” che, avendo “rapporti clandestini col sovversivismo clandestino italiano e straniero”, riesca “di grave nocumento al Regime”. Per “accertare riservatamente” l’eventuale attività politica dei confinati “e poterla tempestivamente stroncare”, il Mori si è affidato a Vincenzo Picone, graduato della milizia, che è “andato a Ustica quale volontario di confidenze alle autorità”, ed è confinato come “politico”. Al servizio di Mori e all’insaputa del Picone, fa da provocatore un comunista confinato, Riccardo Fidel, “capace di commettere atti inconsulti e di palesare fatti o addirittura di inventarli” [24].
Pur agendo separatamente – Picone non si fida affatto di Fidel – i due convincono Alberto Memmi, centurione della Milizia, a muoversi con la massima rapidità perché, a loro dire, i confinati politici di Ustica non solo hanno tra loro oscuri contatti, ma vanno perfezionando pericolose intese con i “sovversivi” che operano in Italia e all’estero e tutto lascia credere che intendano giungere ad una rivolta che agevoli un tentativo di fuga [25]. Dopo indagini inizialmente caute, le autorità di polizia raggiungono la convinzione che i confinati ricevono “regolarmente somme per il Soccorso Rosso”, che nell’isola si appresta “un movimento insurrezionale, allo scopo di permettere ai confinati dei evadere, servendosi di una nave che fu vista accostarsi […] e che poi si allontanò per una direzione insolita, tenendo una falsa rotta” [26]. La notte del 30 settembre 1927, Mori mette a soqquadro l’isola con una serie di perquisizioni negli alloggi dei confinati e dei residenti ritenuti loro complici [27]. Di lì a pochi giorni, questore e prefetto, che intendono soprattutto fiaccare il morale dei confinati, danno corpo alle ombre e formulano i capi di accusa: tra i confinati, sostiene Mori, si sono “costruite clandestinamente, organizzazioni di partito ed una di fronte unico in rapporto con i sovversivi del Regno e dell’estero, aventi lo scopo di evasione e di ribellione contro i poteri dello Stato” [28]. Quanto basta perché, oltre al Picone, invischiato nella vicenda dal Fidel, siano arrestati e denunciati al Tribunale Speciale 56 confinati, tra cui Umberto Vanguardia e antifascisti della statura di Amadeo Bordiga e Giuseppe Berti, degli ex deputati socialisti Giuseppe Romita e Luigi Fabbri, di Giuseppe Massarenti, leader di quello che fu il più forte movimento cooperativistico dei braccianti agricoli, dei libertari Guglielmo Boldrini e Fioravante Meniconi, che ha tradotto e diffuso in Italia Emile Armand, e di Mario Angeloni, che sarà poi segretario del partito repubblicano in esilio, comanderà in Spagna la colonna Rosselli e sarà mortalmente ferito combattendo a Monte Pelato [29].
Arrestato a Ustica il 10 ottobre 1927, Vanguardia è tradotto in catene “alle carceri di Palermo a disposizione del Tribunale Speciale di Roma, siccome imputato ai sensi della legge sulla difesa dello Stato” [30]. Carcere duro per mesi, un’istruttoria che sembra interminabile, la brutalità degli interrogatori, poi di nuovo catene, in viaggio per un ritorno a Napoli che, a giugno del 1928, lo conduce in cella al carcere di Poggioreale. Ancora atti istruttori, ancora l’estenuante pena degli interrogatori, ancora la necessità di difendersi e di non prestare ascolto alla tentazione dei “vantaggi” offerti in cambio di una qualche “collaborazione”. Vanguardia “però tiene”, resiste alla tentazione fortissima di chinare la testa, per riaquistare una libertà ormai indispensabile ad una condizione di salute sempre più precaria, e va avanti con immensa fatica e dignità. Negli anni delle prime battaglie, quando lo soccorreva l’entusiasmo giovanile, aveva orgogliosamente affermato: “Non varranno prepotenze e violenze contro di noi […]; non abbiamo paura e respingeremo senza esitazione qualsiasi mezzo voi adotterete” [31]. E’ stanco e malato allorché, assolto per insufficienza di prove dal Tribunale Speciale, dopo quasi di un anno di carcere è trasferito a Ponza, dove la salute peggiora di giorno in giorno e ne piega progressivamente la resistenza fisica [32].
Quando torna libero, Vanguardia è molto malato e non ha nulla da rimproverare a se stesso, nemmeno l’istanza di grazia firmata per poter morire a casa [33]. Come ogni tiranno, Mussolini, ha un’inconfessabile paura delle sue vittime e non è disposto a fare dell’anarchico un eroe; stavolta, perciò, non ha dubbi: l’ora della liberazione non può, non deve coincidere con quella della morte. La pratica va chiusa. L’uomo che il primo febbraio 1930 lascia i compagni a Ponza, diretto a Napoli, è stanco e sofferente; ha lottato sin quando ha potuto, si è piegato ai suoi limiti, alle sue debolezze, a una fatica che non riesce più a sostenere, ma non ha tradito i suoi ideali. Il 28 dicembre 1931 muore nella sua abitazione al n. 45 di via Bernini, là dove non una lapide ricorda ai giovani la sua passione politica e il suo impegno civile [34].

NOTE

1 – Archivio di Stato di Napoli (d’ora in avanti ASN), Gabinetto di Questura (da questo momento GQ), seconda serie, 1888-1901 (da qui in poi IIS), busta (da questo momento b.) 86 bis, fascicolo (da qui in poi f.) “Fascio dei Lavoratori”, elenco degli iscritti.

2 – Arturo Labriola, Spiegazioni a me stesso, Centro studi sociali problemi del dopoguerra, Napoli, 1945, p. 18.

3 – Sui fatti di Bronte, Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, con introduzione di Leonardo Sciascia, S. Sciascia, Caltanissetta 1963; Emanuele Bettini, Rapporto sui fatti di Bronte del 1860, Sellerio, Palermo, 1985; Maria Sofia Messana Virga, Bronte 1860: il contesto interno e internazionale della repressione, S. Sciascia, Caltanissetta, 1989; Pasquale Iaccio (a cura di), Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato. Un film di Florestano Vancini, Liguori, Napoli, 2002.

4 – Nel corso di una perquisizione, fu rinvenuta una lettera indirizzata alla madre in cui il giovane asseriva di voler diventare un “santissimo Caserio”. Interrogato sul significato di quelle parole, rispose che, dopo aver seguito sulla la stampa il processo politico al socialista Giuseppe De Felice e ai suoi compagni, “aveva concepito in mente l’idea di uccidere S. E. Crispi, causa della rovina della famiglia De Felice e delle sofferenze di migliaia di uomini. Soggiunse che tale sua idea delittuosa non sarebbe passata dallo stato intenzionale a quello di esecuzione”. Archivio Centrale dello Stato di Roma, (da questo momento ACS), Ministero dell’Interno (di qui in poi MI), Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC), b. 5312, f. “Vanguardia Umberto”, cenno biografico al 12-11-1895. Sante Caserio, panettiere anarchico e antimilitarista, uccise il Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Intendeva così vendicare il compagno di fede Auguste Vaillant, al quale Carnot aveva rifiutato la grazia, benché la marmitta esplosiva da lui lanciata in Parlamento non avesse avuto conseguenze mortali. Al processo il Vaillant dichiarò di aver scelto di “ferire un gran numero di deputati piuttosto che uccidere qualcuno. Se avessi voluto uccidere – spiegò – avrei caricato la bomba con dei pallettoni. Ho messo dei chiodi; ho voluto quindi solo ferire”. Turati, che aveva conosciuto Caserio e non fu mai indulgente coi terroristi, scrisse di lui che fu “mite, pensoso, taciturno, notoriamente affettuoso e laboriosissimo”. Filippo Turati, Il loro duello. L’assassinio di Carnot, “Don Chisciotte”, 26 giugno 1894. Su Caserio c’è oggi la voce curata da Maurizio Antonioli per il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I, pp. 333-335, che contiene anche un’ottima bibliografia, e il recente Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo: i brevi anni di un anarchico lombardo, Euzelia, Milano, 2005.

5 – Cronaca da Napoli, “Avanti!”, 9-7-1898. ASN, GQ, IIS, b. 86 ter, f. “Federazione Socialista Napoletana”, e b. 128, f. “Socialisti”, elenco dei socialisti più pericolosi del Circondario alla data del 12-5-1898. Sul Vanguardia si veda la voce curata da Giuseppe Aragno per il , cit., vol. II, pp. 648-49.

6 – Il comizio d’oggi, “Il Pungolo Parlamentare”, 5/6-12-1901; I camerieri d’alberghi, restaurants e caffé, “La Propaganda”, 5-12-1901; ASN, GQ, IIS, b. 110, f. “Camerieri di Caffé e Ristoranti”, dispacci telefonici del 4 e del 5-12-1901; e ACS, CPC, b. 5321, f. Vanguardia…”, cit., nota 20622 del 31-7-1901 e 4205 del 22-5-1903 da MI a Prefetto di Napoli (di qui in poi Pna).

7 – Nel 1899 fu redattore de “La Giovane Italia, giornale politico democratico che uscì per qualche tempo a Napoli. Ivi, b. 198, f. “La Giovane Italia”, nota 4758 del 2-6-1899. Il 25 marzo 1906 pubblicò a Napoli “La Voce dei Ribelli”, cui seguirono il 15 e il 25 agosto “Ribelli” e il 20 settembre “I Picconieri”. Il 3 agosto del 1906 uscì “Sorgete” che, diventato poi “Sorgiamo!”, pubblicò l’ultimo numero il 12 giugno del 1910. Fu redattore dei fogli milanesi “Agitiamoci”, “Diritto alla Vita” e “La Protesta Umana”. Nel 1915, infine, fondò e diresse a Napoli il periodico “La Battaglia”. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 7694 del 22-8-1906 dal Pna a MI; 3179 del 6-11-1907 dal Console italiano in Canton Ticino a MI; note n. 8405 del 22-2-1909 e n. 6347 del 16-6-1915 da Pna a MI; Leonardo Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol I, tomo 1, Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati in Italia (1872-1971), Crescita Politica, Firenze, 1972, pp. 196 e 223-24.

8 – A giugno del 1907 è a Roma, al Congresso nazionale degli anarchici; il 3 novembre parla al comizio di Milano per le vittime politiche ed è poi segnalato a Pavia, Vigevano, Biella, Santhià e Lugano, dove frequenta la “Cooperativa Umanista” diretta da Dante Marchesi. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., note 5229 del 18-6-1907, da Pna a MI, 4932 del 13-11-1907 da Prefetto di Milano (da qui in poi Pmi) a MI, 7618 del 6-12-1907, 1039 del 18 febbraio 1908, 2125 del 22 febbraio 1908, da Pmi a MI; 1328 del 27-2-1908 da Pna a MI, e lettere 3179 del 6-11-1907 e 9936 del 7-11-1908 da Consolato Generale nel Canton Ticino a MI.

9 Il Propagandista, “Sorgiamo!”, 7-10-1909. Il giornale intitolato inizialmente “Sorgete” era espressione del gruppo costituito dal Vanguardia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., Telegramma espresso di Stato 4937 del 28-81909 da Pna a MI.

10 – Silvia Sortys, Organizzazione e autorità, “Sorgete”, 3-8-1909.

11- Umberto Umberti (pseudonimo di Umberto Vanguardia), Comedianti, “La Voce del Ribelle”, 25-5-1906.

12 – Col Vanguardia furono arrestati anche gli anarchici Michele Balsamo, Carlo Melchionna e Gennaro Mariano Pietraroia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., fonogramma 8782 del 13-10-1909 da Pna a MI, telegramma 1749 del 14-10-1909 dal Comando Carabinieri, Divisione Napoli Interna a MI, telegrammi 5872 e 5873 del 13-10-1909, nota n. 9445 del 16-10-1909, note 14396 del 5-11-1910 e 1671 del 16-12-1910 e telegramma 5089 del 18-8-1912 tutti da Pna a MI.

13 – Libro dei verbali della Sezione napoletana del Psi, Riunione del 10-9-1910. L’esistenza dei verbali, raccolti in due quaderni, mi fu segnalata anni fa da Gaeatano Arfè, che li aveva ricevuti dal padre Raffaele, segretario della sezione. Arfè ricavò il saggio Per la storia del socialismo napoletano, Atti della sezione del Psi dal 1908 al 1911, in “Movimento Operaio”, 1953, n. 2, pp. 291-293 poi diede i preziosi documenti a Luigi Mascilli Migliorini, il quale cortesemente mi consentì di fotocopiarli. Ne trassi poi, a mia volta, Il saggio I socialisti napoletani a inizio secolo tra intransigenza e blocco popolare, ne “Il Corriere Calabrese”, anno III, n. 3 e 4, luglio dicembre 1993, pp. 29-53.

14 – ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit.., note 12586 del 5-10-1910, 13126 del 12-10-1909 e telegramma n. 3939 del 29-10-1910, tutti da Pna a MI.

15 – Ivi, nota 3735 dell’8-4-1912, telegramma 5089 del 18-81912 da Pna a Mi, e “Roma”, 7-1 e 21-5-1914.

16 – Prima di partire per il fronte il Vanguardia, che era iscritto al gruppo anarchico “Amilcare Cipriani” e fu fermato per propaganda antimilitarista. Ibidem, note 1157 del 2-2-1915, 3776 del 13-4-1915, 6347 del 15-6-1915, 2066 del 25-2-1917 e 2868 del 24-3-1917 da Pna Menzinger a MI; ASN, Qustura, Polizia Amministrativa e Giudiziaria, b. 428, f. “Minieri Giovanni” nota 9705 del 3-9-195 da PS Vomero a Questore.

17 – Ivi, GQ, IIS, b. 672, F. “Panettieri. Lavorati”, Memoriale inviato dal Vanguardia al Questore con le rivendicazioni su orario, salario e funzionamento del Collocamento e fonogramma urgente del 5-12-1919. I lavoranti panettieri proclamano lo sciopero, “Il Mattino”, 6/7-11-1919; Lo sciopero dei panettieri continua, ivi, 7/8-12.1919; I lavoranti panettieri e l’organizzazione, “Il Mezzogiorno”, 28-11-1919; Gli scioperi del giorno. I panettieri, ivi, 9/10-12-1919; L’agitazione dei lavoranti panettieri, “Roma” 5-12-1919 e Una lettera dei negozianti panettieri. Minaccia di serrata, ivi, 15-12-1919. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, note 3752 dell’8-5 e del 7-11-1924, da Pna a MI.

18 – Ivi, nota n. 3752 dell’8-5-1924, da Pna a MI.

19 – Ibidem, nota 6388 dell’1-12-1926 da Alto Commissariato per la Provincia di Napoli a MI. I condannati al confino non erano mai preventivamente avvisati. L’arresto era effettuato nel pieno della notte e la traduzione in carcere era immediata e brutale. Il detenuto, costretto a vivere poi in una cella malsana, di piccole dimensioni, non aveva alcuna possibilità di parlare con i familiari o con un avvocato. Non poteva leggere – erano vietati tutti i libri – spesso era picchiato e sottoposto ad angherie e torture. Per sgombrare il campo da rinnovate sciocchezze e dichiarazioni in “stile Longanesi” sul “regime temperato” e sul confino inteso come “villeggiatura”, cui si lasciano andare neofascisti travestiti da liberarli, val la pena di riportare alcune testimonianze dirette ed inequivocabili sulla realtà della repressione fascista. Si prenda, ad esempio, l’ingenua denuncia dall’ormai settantatreenne anarchico Giovanni Bergamasco, naturalista, insegnante nelle scuole statali, giornalista e dirigente politico: “Voglio solo richiamare l’attenzione della stampa e delle autorità – scrive il Bergamasco – sui locali immondi, indecenti, sudici, dove vengono trattenuti gli arrestati politici. Mi limiterò, per esser breve, alla Camera di sicurezza del Commissariato di Celio, dove sono stato rinchiuso or ora, in occasione dell’anniversario della nascita di Roma. Il locale è capace di 27 metri cubi e quasi tutto il suo spazio è occupato da un tavolaccio. Vi mancano luce ed aria e fa freddo ed umido. In un angolo è posto un puzzolente recipiente di legno per i bisogni naturali. Non si esce all’aria. Per cibo si ha un poco di pane con companatico. Ma ciò che è peggio, è che il tavolaccio e le coperte son pieni zeppi di schifosi parassiti, che come si sa sono propagatori d’una quantità di malattie contagiose. […] E’ questo forse il modo civile di trattare i politici?”. Ibidem, b. 515, cit., Lettera aperta, mai pubblicata, inviata al “Messaggero”, alla “Tribuna” e al “Giornale d’Italia”, il 28 aprile 1936. In quanto al confino, a ristabilire un minimo di verità, penso basti riportare quanto scrive prima al re e poi a Mussolini Pasquale Ilaria, condannato a cinque anni di confino, per aver spinto la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile al regime. Volontario in Libia, capitano nel primo conflitto mondiale, l’Ilaria, che è mutilato, invalido e decorato al valor militare, è così duramente colpito dalle penose condizioni di vita cui è costretto a Tremiti, che chiede a Vittorio Emanuele “di convertire l’arbitraria tortura del suo confino con la pena più umana e più vantaggiosa per l’erario della fucilazione. […] Che Iddio – aggiunge poi – salvi Vostra Maestà, la vostra grande Stirpe e l’Italia”. Ibidem, Confino Politico, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”. Il re ovviamente non si degna di rispondergli; anni dopo, contando sulla sua disperazione, Mussolini gli offre la grazia in cambio di un ravvedimento. Una proposta che Ilaria rifiuta perché, scrive, la coscienza, “sua tiranna e sua consigliera implacabile non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, ch’egli con grandi sacrifici ha cercato di essere”. Ivi, Confino Politico, b. 541, f. “Ilaria Pasquale”, lettere a Vittorio Emanuele III in data 27-10-1937 ed a Benito Mussolini del 15-10-1941, entrambe da Tremiti. Sulle condizioni di vita dei detenuti si vedano AA. VV., Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, Editori Riuniti, Roma, 1962 e Ferdinando Cordova e Pantaleone Sergi, , Regione di confino. La Calabria (1927-1943), Bulzoni, Roma, 2005.

20 – ACS, CPC, b. b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, domanda di grazia inviata il 9-4-1927 da Concetta Vanguardia a Sua Eccellenza il primo Ministro Benito Mussolini; nota 6529 del 6 luglio 1927 dall’Alto Commissario per Napoli Castelil a MI e nota 22697 da Mi a Castelli.

21 – Ivi, nota 4187 del 5-4-1927 dal Pna a MI. Nell’isola furono confinati, tra gli altri, Filippo Turati, Ferruccio Parri, Carlo e Nello Rosselli, Randolfo Pacciardi, Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, arrivato sull’isola tra i primi, il 7 dicembre 1926. Interessanti notizie e una bella foto di gruppo di numerosi confinati sono nel sito internet del Centro studi e documentazione Isola di Ustica, per il quale si veda http://www.centrostudiustica.it.

22 – Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973, I, p. 102.

23 – Sul Mori si possono vedere Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma, 2000 (I ediz. 1994) e Christopher Duggan, La mafia durante il Fascismo, prefazione di Dennis Mack Smith , Rubettino, Soveria Mannelli (CZ).

24 – Centro studi e documentazione Isola di Ustica; Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1928, Tomo II, Roma, 1981, Sentenza n. 223, pp. 1073-1077; ACS, CPC, b. 1983, f. “Fedel Riccardo Giovan Battista” e b. 3953, f. “Picone Vincenzo”.

25 – Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale…, cit. pp. 1075-77.

26 – In istruttoria si fece di tutto per dare un nome alla fantomatica imbarcazione e si giunse ad interessare anche il console italiano a Marsiglia. Pur non potendo escludere che una nave si fosse avvicinata all’isola, i giudici raccolsero “prove serie”, che escludevano “che essa potesse servire per l’invasione dei confinati”. Ivi.

27 – Alfredo Misuri, ex liberale, poi deputato fascista, che denunciò i crimini dello squadrismo e finì anch’egli a Ustica nel 1927, ha lasciato una descrizione vivace di quella notte, ricordando: “il paese posto in stato d’assedio, le mitragliatrici sui tetti” e poi “pattuglioni, […] arresti nelle case e nei cameroni; scene indescrivibili […], mariti strappati dalle braccia delle mogli; mogli minacciate con le pistole; bambini, come quelli del Bordiga, interdetti dall’ultimo abbraccio paterno”. Si seppe poi, egli ha scritto, “che la penosa traversata durò dieci ore e che, all’arrivo a Palermo, i sessanta arrestati furono rinchiusi nel carcere dell’Ucciardone, ove cominciò per loro un’odissea di molti mesi, pel processone che s’istruì, e che si sgonfiò, dopo la loro dispersione in vari carceri, sino alla definitiva liberazione”. Alfredo Misuri, Ad bestias. memorie d’un perseguitato, Edizione delle catacombe, Roma, 1944, passim.

28 – ACS, CPC, f. “Vanguardia…”, cit. nota 4187 del 17-10-1927 da prefetto di Palermo (d’ora in avanti Ppa a MI, e Tribunale Speciale…, cit. pp. 1073-1074.

29 – Sotto processo finirono 24 comunisti, 13 socialisti, 11 anarchici, tra i quali il Vanguardia, 1 repubblicano e 6 confinati di cui non ho potuto accertare il “colore politico”, Tribunale Speciale…, cit., e ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 17-10-1927, cit. (che però fa riferimento solo a 39 denunce). Oltre a Giorgio Angeloni, davanti al Tribunale Speciale furono condotti anche altri tre futuri combattenti di Spagna: gli anarchici Lanciotto Corsi e Italo del Proposto e il socialista Luigi Romanelli. Ivi, b. 137, f. “Angeloni Mario”, b. 1486, f. “Corsi Panciotti”, b. 1703, f. “Del Preposto Italo” e b. 4382, f. “Romanelli Luigi”; Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna, La Spagna nel nostro cuore: 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, Tipografia Botti, Milano, 1996, ad nomen, e Dizionario Biografico degli anarchici…, cit., voci curate da Fausto Bucci e Gianfranco Piermaria, per il Corsi (I, pp. 448-49) e Ilaria Del Biondo per il De Proposto (I, pp. 514-15). Su Guglielmo Boldrini, che sostenne con Malatesta la libertà dei lavoratori di iscriversi ai sindacati, e Fioravante Meniconi, Ivi, I, pp. 207-210, e II, pp. 158-159, voci curate rispettivamente da Mattia Granata e Giorgio Sacchetti, e ACS, CPC, b. 697, f. “Boldrini Guglielmo” e 3230, f. “Meniconi Fioravante”. Sulla figura di Mario Angeloni si possono vedere Leo Valiani, Antifascisti italiani nella guerra di Spagna: ricordo di Mario Angeloni, Centro stampa del Comune, Cesena, 1979; Velio Lorenzini, Mario Angeloni, la lotta contro il fascismo e la guerra di Spagna, sl, sn, 1986 e Giuseppe Galzerano, Vincenzo Perrone, Vita e morte, Galzerano, Casalvelino (Salerno) 1999, passim. Sul Massarenti si vedano Luigi Arbizzani (a cura di), Giuseppe Massarenti capolega di Molinella, con un’intervista di Palmiro Togliatti all’organizzatore socialista, Arte Stampe, Bologna, 1967; Sante Violante, Massarenti Giuseppe, in Alberto Mortara (a cura di), I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia, Franco Angeli, Milano, 1984; Giovanni Ferro, Massarenti il riformista, Opere nuove, Roma, 1990: Gianna Mazzoni, Un uomo, un paese: Giuseppe Massarenti e Molinella, Bologna, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, stampa 1990.

30 – ACS, CPC, b. 5312, fascicolo “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 19-10-1927 dal Ppa a MI.

31 – Umberto Vanguardia, Ai detentori del potere, “La Voce del Ribelle”, 25-5-11906.

32 – Al termine del processo il Tribunale Speciale non poté fare a meno di rilevare la “scarsissima credibilità dei testi di accusa” e ritenere “di molto dubbia consistenza probatoria e di scarsissima efficienza giuridica” l’impianto accusatorio, messo su con lo scopo evidente di infliggere colpi alla resistenza degli antifascisti. La formula assolutoria, tuttavia, non risparmiò agli imputati il peso delle “incapacità giuridiche perpetue” che, per i sopravvissuti, sarebbero state abolite solo molti anni dopo, con la caduta del regime. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 19870 del 24-8-1928 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI e Tribunale Speciale…, cit. 1077.

33 – Ivi, Promemoria del 3-2-1930.

34 – Ibidem, nota 8431 del 29-12-1931 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI.

 
Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2006

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