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Posts Tagged ‘Erdoğan’

amazzonia-2-1Probabilmente è vero: basterebbe che il sedicente “mondo civile” imponesse sanzioni, ritirasse dalla Turchia il suo personale diplomatico e rimandasse a casa gli ambasciatori di Erdogan. Basterebbe forse che i cosiddetti “Stati democratici” interrompessero ogni rapporto economico con la Turchia, ogni fornitura d’armi.
Se esistessero, i Paesi “civili” avrebbero tutti i mezzi per impedire il massacro.
Se non accade, se gli ambasciatori restano al loro posto, se le aziende continuano a fare affari, se le armi assassine passano i confini e rafforzano i criminali, è semplicemente perché la “civiltà” neoliberale è una risibile favola e ovunque sul pianeta morente regna incontrastata e sovrana la barbarie.

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la-banalit-del-male-5-638Quando i villaggi sui sette colli divennero “città-stato”, inglobarono terre confinanti e fecero i conti con i popoli entrati nel nuovo territorio, nacquero immediate questioni di diritti. Il padrone romano volle negare la cittadinanza, impedire la mescolanza di genti, difendere privilegi e imporre un’iniqua divisione della ricchezza. L’egoismo di classe nascose così interessi ignobili dietro la bandiera nobile della “civiltà dei patres” e trovò i suoi Salvini, i suoi Trump e le scorciatoie ideologiche di chi s’illude di impedire il corso della storia.
L’Islam non esisteva, è vero, ma la predica sull’islamismo e la pratica dell’espulsione era già nata.
L’egoismo e la cecità sono antichi come l’uomo ma non meno antica è la risposta delle classi discriminate e “inferiori”. Migliaia di anni fa, cinque secoli prima di Cristo, la plebe di Menenio Agrippa, che sull’Aventino incrocia le braccia, impone alla ferocia di un’antica Le Pen un immortale principio di civiltà: non c’è organo del corpo sociale che non abbia una sua insopprimibile funzione e non contribuisca alla salute dell’intero organismo, sicché chiunque pensi di poter metterne impunemente al bando una parte, condanna a morte gli altri e se stesso. Come sempre, i Trump e i Salvini, campioni di un’eterna purezza latina, incitano alla reazione e mettono mano alle armi. Pugnalare i Gracchi, però, non basta a fermare il corso della storia, che procede indifferente sui suoi binari . Molti secoli dopo i liberi Comuni dimostrano che non c’è alcun bisogno di poteri universali e invano Barbarossa riveste di menzogne universalistiche la fame di potere e la difesa dei privilegi feudali. L’imperatore muore, condannato all’inevitabile sconfitta, ma la lezione non basta e quando, in uno dei ricorrenti deliri della sedicente “civiltà occidentale”, complici le immancabili “grandi democrazie”, Hitler, un Tramp in formato tedesco, porta le sue armi assassine verso l’est degli odiati “Soviet”, Barbarossa dà il nome alla spedizione. Sappiamo tutti come finì.
Si potrebbe spiegare il mondo d’oggi così, seguendo il corso delle cose passate, perché in ogni momento di crisi è nato un Salvini, mentre è mancata talvolta la risposta unitaria della plebe. Bisogna dirlo: furono i liberi Comuni di Lodi, Pavia e Como a chiedere l’aiuto dell’Imperatore contro Milano, così come oggi questioni di consenso hanno spinto le pallide ombre di una agonizzante sinistra a dar man forte ai Salvini.
Basta guardarsi attorno per capire. L’allarme per l’ennesimo pericolo islamico non è che la fotocopia della pazzia che agitò l’Europa ai tempi del complotto pluto-giudaico-massonico. E chi grida al lupo? I complici del massacro palestinese, gli alleati di Erdogan, un macellaio della razza dei Mussolini, i soci in affari dei dittatori del pianeta. Sono questi lestofanti i crociati della “civiltà superiore”. Di quale civiltà parliamo non è difficile capire e non occorre scomodare l’etnocidio dei popoli del nuovo mondo, non occorre ricordare i milioni di maghi e streghe bruciati vivi o l’indice dei libri proibiti. La civiltà che difende Salvini è quella di Abu Ghraib e Guantanamo, della pena di morte, del Ku Klux Klan, e delle prigioni piene zeppe di bianchi poveri e miserabili immigrati, la civiltà dell’Euro, della Grecia colonizzata e del Mediterraneo trasformato in cimitero.
La verità è sotto gli occhi di tutti: non s’è ancora ripulita l’aria dal fumo dei camini nazisti e già si sente il tanfo di nuovi genocidi, già si vedono ombre terrificanti di muri rinforzati dal filo spinato. Non c’è da farsi illusioni: tutto questo finirà, ma la banalità del male non si cancella e pagheremo prezzi altissimi. Tuttavia, prima saremo capaci di costruire vie alternative a questa nuova e terribile saga dei Nibelunghi e meglio sarà; una cosa occorre sia chiara, però: le mezze misure possono avere una funzione tattica, ma non hanno respiro. Non è più tempo di compromessi. E’ tempo di riprendere la via dell’Aventino.

Fuoriregistro e Agoravox, 25 febbraio 2017

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085922972-f757b8ab-a33d-42cc-9d9c-c408364f8b82Le cose stanno così: Renzi non parla di Erdogan e se lo fa, ricorda che in fondo «è stato eletto democraticamente». Proprio come Hitler nella Germania del 1933.

Noi ci sdegniamo dei morti innocenti, quando sono morti dell’Occidente. Per tutti gli altri restiamo indifferenti.

Noi ci occupiamo di salvare le banche e non c’importa niente delle nostre bombe esplose sugli ospedali pediatrici. Le bombe le vendiamo a tutti, pazzi, tiranni e killer seriali, possono uccidere quando e come vogliono, perché ci facciamo affari d’oro e quattrini a palate. Il nostro solo, grande problema sono le autobombe, ma stiamo studiando un provvedimento efficace per impedire la concorrenza sleale.

I nostri nemici sono tutti terroristi. Noi, che impediamo a popolazioni inermi, senz’acqua, senza viveri e senza scampo, di uscire dalle loro città martoriate attraverso corridoi umanitari, noi esportiamo democrazia.

I nostri terroristi hanno un nome, un cognome e un indirizzo; si chiamano Merkel, Holland, Renzi e compagnia cantante, ma a loro assegniamo il Nobel per la Pace.
Alla faccia del papa.

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Da alcuni giorni, a seguito del fallito golpe militare in Turchia, il capo di Stato Erdogan sta realizzando una violenta, vendicativa repressione attraverso incarcerazioni di massa, licenziamenti di decine di migliaia di cittadini, in particolare di magistrati, funzionari e impiegati pubblici, presidi e docenti di università e di scuole statali e parificate, giornalisti e militari di ogni grado.
Si tratta della più massiccia repressione di massa degli ultimi settanta anni, poiché sta colpendo l’opposizione laica turca forte, come si evince dalle ultime elezioni, del 49 % della popolazione. Le cifre, spaventosamente elevate, fanno della Turchia – stando alle cifre diffuse dal governo Erdogan, uno Stato-prigione, un immenso campo do concentramento:

  • 9322 arresti tra militari e magistrati;
  • 28332 dipendenti ministririali licenziati;
  • 35000 docenti di scuola sospesi;
  • 1567 sospensioni tra rettori e presidi di università;
  • 370 dipendenti della TV pubblica sotto inchiesta;
  • 35 giornalisti ai quali è stata tolta la tessera professionale;
  • 24 emittenti radio televisive sospese.

Si  tratta di una repressione che si alimenta ogni giorno di nuove cifre riguardanti decine di migliaia di persone perseguitate: è difficile aggiornare i dati di questo spaventoso terrore in atto in Turchia. A ciò vanno aggiunte le notizie, appena trapelate, di donne minacciate di violenza se se viste in giro a testa scoperta
Il clima di terrore sta crescendo nell’indifferenza generale dell’Italia, dell’Unione Europea e dell’ONU. Le immagini di prigionieri, seminudi e in ginocchio nei lager improvvisati, non possono non provocare  forte indignazione verso un regime che, dopo le persecuzioni in corso da anni verso il popolo curdo, sta ora effettuando una efferata vendetta contro ogni forma di reale o presunta opposizione. Il regime turco è diventato una vera e propria dittatura che tuttavia nessuno Stato sta realmente condannando.
Con questo APPELLO invitiamo i cittadini di Napoli a manifestare
mercoledì 27 luglio dalle ore 18 in Piazza Plebiscito
per  far giungere, attraverso la Prefettura di Napoli, un forte monito al governo italiano affinché rompa ogni relazione diplomatica con la Turchia, ritirando l’ambasciatore italiano da Ankara e affinché presenti sia al Parlamento Europeo che all’ONUuna mozione di condanna contro l’efferata repressione del regime dittatoriale di Erdogan, chiedendone le dimissioni, chiedendo siano annullati tutti gli indiscriminati provvedimenti repressivi e che sia la magistratura turca a perseguire – secondo le  norme di uno Stato di diritto – gli organizzatori reali del tentato golpe, coloro che hanno oordinato le sortite dei carri armati nelle strade della Turchia e gli autori degli omicidi, sia dalla parte dei militari golpisti, che della polizia di Stato, verificando i reati commessi durante questo contro-golpe, e proponendo l’indizione di nuove elezioni  sotto il controllo dell’ONU.
E’ importante che proprio da napoli, la prima città europea ad essersi liberata dall’occupazione nazista e dal fascicmo, parta la prima manifestazione europea per liberare le donne e gli uomini della Turchia della dittatura di Erdogan.
Napoli luglio 2016

Francesco Ruotolo
Costanza Boccardi  
Geppino Aragno

*Si invitano tutti coloro che ricevono – o conque leggono – questo APPELLO a diffonderlo a loro volta,  a raccogliere adesioni da far prevenire agli indirizzi di posta elettronica sopra indicati.

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ocalan_Un amico mi scrive: “Stiamo raccogliendo firme per questo appello di sostegno al riconoscimento della cittadinanza onoraria ad Ocalan, conferita dalla Giunta Comunale su proposta del sindaco De Magistris“, Una iniziativa, mi spiega, che fa di Napoli un avamposto e invita a riflettere sul significato dell’esperienza e della lotta dei curdi. “Oltre a firmare” – conclude – “ci dai una mano a raccogliere firme di docenti, intellettuali, scrittori, artisti ecc?”.
Naturalmente aderisco, pubblico l’appello e mi attendo adesioni. 

APPELLO

La cittadinanza onoraria per Abdullah Ocalan è un importante segnale politico!
In primo luogo per il rispetto dei diritti umani del leader curdo rinchiuso in isolamento da diciassette anni nell’isola prigione di Imrali. Milioni di persone nel mondo hanno firmato per la sua liberazione anche perché Ocalan esprime oggi e forse più che mai la speranza di emancipazione e di libertà di un popolo che vede negati i propri diritti e perfino la propria identità ed è sottoposto ai tragici effetti della guerra in Siria e di una guerra non dichiarata in Turchia da parte del governo di Davutoglu e del presidente Erdogan.
Ponendosi al centro di un complesso dibattito sul tema del “Confederalismo democratico” è stato il primo leader di un movimento di liberazione nazionale a criticare la forma Stato e il suo stesso ruolo nel ventunesimo secolo, rinunciando di fatto al separatismo in nome di un processo democratico e radicale di autonomia dal basso, centrato sul rispetto della natura, sull’emancipazione di genere e sulla giustizia sociale. Si è fatto portavoce in Turchia di un processo di “pace nella giustizia” che al momento è stato respinto drammaticamente dall’attuale leadership dello Stato turco, ma ha trovato interlocutori tra milioni di cittadini curdi e turchi, come dimostra lo straordinario risultato elettorale del partito Hdp alle due recenti elezioni, pur pesantemente condizionate dagli attentati e dalla militarizzazione sociale del kurdistan del nord. In Rojava la resistenza alle bande dell’Isis, sintetizzata agli occhi del mondo dall’esempio eroico della città di Kobane, si accompagna alla sperimentazione di un progetto democratico radicale, plurale e interculturale che costituisce un modello possibile di fuoruscita dal basso dall’inferno della guerra in Siria. Per la città di Napoli il riconoscimento del ruolo di Ocalan e dell’esperienza politica che la sua figura oggi sintetizza è non solo un segnale coerente col ruolo di ponte e di dialogo verso i popoli del Mediterraneo, ma anche attenzione a quei percorsi di democrazia radicale e di riappropriazione sociale dal basso che possono costituire anche una moderna chiave interpretativa per il superamento della condizione di subalternità dei sud d’Italia e d’Europa.

Ps: Per completezza d’informazione, trovo giusto riportare la posizione assunta sulla vicenda da Gianni Lettieri, candidato a sindaco di Napoli e capo dell’opposizione, che ha pubblicato un video su Fb in cui, in dialetto, critica De Magistris: «Ma chist’ nun sta bbuon ca ‘a cap? Con tutti i guai che vive Napoli ogni giorno, de Magistris trova il tempo di partorire una delibera di giunta per dare la cittadinanza onoraria ad Abdullah Ocalan, ma a voi sembra normale? Non ho parole». Napoli di guai ne ha davvero tanti, ma sono certo che saprà evitarsi una nuova disgrazia: un sindaco come Lettieri…

 Agoravox, 29 gennaio 2016

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kobane_1Egidio Giordano si è materializzato ieri sera sul mio computer con un link e due parole gentili: “scusa il disturbo“. Tornavo da una riunione di quelle che non capitano spesso, così densa di promesse e così limpida, dopo la fatica fatta per metterla su, che non avevo più spazio nel cuore e nella mente. Avevo appena trovato nello spam il commento di un idiota e me la ridevo: al mondo ci sono vermi che fanno schifo persino al fango che li ha generati. Ero contento e non c’era posto per altro. “Figurati”, ho risposto, “leggerò con attenzione”, ma ho dato solo un rapido sguardo. “Grazie”, mi ha detto, e “Grazie a te”, gli ho risposto. “Mi metti al corrente di cose che non so. Siamo così pochi e ci sono milioni di questioni e problemi”. Credo di averlo deluso e l’ho sentito nella risposta: “E’ vero, sì. Intanto stiamo partendo. Sarà importante costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. Avrei dovuto fermarmi e provare a capire, ma nemmeno l’allegria a volte cancella la stanchezza e non ce l’ho fatta: ” Non te la prendere ora se ti lascio, purtroppo devo andare. Farò quello che potrò, prometto”.
Non so dov’è Egidio in questo momento e spero che tutto gli vada bene. So che tornato sul link, ho capito che vuol dire una sua frase che tempo fa mi colpì: “l’Italia che non vuole morire”. Egidio è andato nella Rojava dove si resiste eroicamente e si lotta. E perciò mi chiedeva di “costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. E’ una domanda che giro a chiunque mi legga. Non si può lasciare solo un giovane giornalista che va a cercare la verità per tutti noi “a ridosso della Turchia di Erdogan, il governo “ambiguo, complice e vigliacco” che aiuta il fascismo islamico e colpisce la resistenza curda. Non si può. Non so come fare per non lasciarlo solo, ma comincio da qui, da quello che ieri mi chiese di leggere e ventiquattr’ore dopo, con un imperdonabile ritardo, mi porta da lui oltre il confine della “Turchia, specchio dell’Europa e delle sue politiche”.

Partire da Kobane per essere Kobane
di Egidio Giordano, Luca Manunza

15 / 10 / 2014
Sono settimane ormai che Kobane e la regione autonoma della Rojava resistono eroicamente agli attacchi e all’avanzata dello Stato Islamico.
Sono settimane che i compagni e le compagne di tutto il mondo guardano le immagini delle donne e degli uomini che giorno e notte, instancabilmente e nonostante la carenza di armi e aiuti, riescono a respingere i combattenti dell’Isis e finanche, come sta accadendo in queste ore, a guadagnare terreno.
Non c’è dubbio che quella resistenza è un faro che illumina la notte euromediterranea, una notte fatta di guerre permanenti e messe a sistema, di distruzione coatta dei processi costituenti e democratici in favore di una sistematica e autoritaria spartizione pulviscolare del potere politico e militare. E’ un faro insomma che offre a tutte e tutti noi la possibilità di riconoscimento, l’occasione di un nuovo sguardo partigiano, come quello che storicamente ci è appartenuto ogni volta che un fronte di resistenza e liberazione dall’oppressione si apriva in qualche angolo del pianeta.
Kobane poi è vicina. Alle pendici di quella frontiera che in questi anni ha definito il fuori e il dentro tra Europa e il suo altro. Al limite della cittadinanza europea che con le sue carte e i suoi accordi ha praticato una politica di inclusione ed esclusione tutta fondata su base etnica e di convenienza economica.
che crediamo debba rappresentare per tutti i movimenti europei un obiettivo costante di attacco e rivendicazione politica, che miri ad ottenere quanto prima l’apertura di un canale libero e la possibilità di ingresso di mezzi e uomini in sostegno alla resistenza.
Proprio questa vicinanza dunque non può esimerci dal partire. Non può esimerci in quanto generazione abituata alla mobilità internazionale, alle distanze abbreviate dai low cost e dai privilegi della cittadinanza europea. Non può esimerci soprattutto in quanto compagni e compagne convinti che le anguste pareti delle nazioni vadano superate nella prospettiva di zone autonome, indipendenti e plurali come quelle della Rojava.
E’ per questo che noi, da Napoli, stiamo andando lì: per la profonda convinzione che su quel territorio si stia sviluppando una battaglia importante in difesa della terza via, quella che non sceglie tra i signori della guerra e i loro finanziatori e che non si piega né al cinismo delle decisione economico fasciste del governo Erdogan nè alla follia islamista.
Stiamo andando lì accogliendo la richiesta che arriva da quei territori (è proprio di poche ore fa la pubblicazione della piattaforma “Support Kobane “che chiede esplicitamente aiuto materiale e politico ai movimenti e ai cittadini europei e non solo).
Andiamo lì profondamente interessati anche a quei flussi inesauribili di curdi (ma non solo), alcuni forse costretti da decenni alla guerra, altri, probabilmente, solo alla conflittualità delle metropoli che dalle città della Turchia partono verso il confine per partecipare attivamente alla riconquista dei territori occupati dall’ISIS. Proprio quel confine diventato impermeabile per i loro corpi e che è stato invece nei mesi passati assolutamente permeabile e poroso per lo Stato Islamico, per il transito di rifornimenti, armi e mezzi pesanti con cui oggi si pratica l’assedio permanente al Kurdistan e non solo. Questa è probabilmente una delle più grandi e vergognosa responsabilità del Governo di Erdogan, responsabilità coperte dalle potenze occidentali che oggi restano sostanzialmente immobili e indifferenti ma indignate, mentre Kobane resiste da sola e l’ISIS guadagna terreno saccheggiando la libertà.
E’ proprio per contribuire a rompere il silenzio e ad infrangere il regime di solitudine e retorica buonista dei media main stream che invece bisogna andare lì e tessere relazioni stabili affinché la lotta di Kobane sia la lotta di tutti i movimenti anti-autoritari e libertari che abitano lo spazio europeo e non solo.
Sicuramente quello che si può dire ancor prima di partire è che in quel coraggio, quella costanza del pressing alla frontiera, in quella capacità di organizzare mobilitazioni diffuse in luoghi sensibili (aeroporti, palazzi istituzionali, luoghi simbolici della decisione politica), riconosciamo una pratica rivoluzionaria che può e deve insegnare tanto. Deve insegnare soprattutto a tener conto sempre della singolarità dei contesti conflittuali, a non leggerli mai attraverso le chiavi analitiche e concettuali che ci sono più familiari, altrimenti probabilmente si perde il filo che sicuramente connette le pietre lanciate per mano curda a Taksim per difendere il parco di Gezi e la resistenza di Kobane.
A tutela di questa singolarità, contro le estreme banalizzazioni alle quali si presta il tempo dei social network e che stanno rischiando di spostare l’attenzione da quelli che sono gli aspetti più interessanti e peculiari della resistenza, che noi cominciamo ad andare e a provare a capire.
Il nostro augurio, che è un po’ anche il senso di queste poche righe scritte prima di partire, è che si addensi attorno a noi una rete di sostegno e diffusione delle cose che racconteremo, ma che soprattutto nasca in tanti altri compagni e compagne la voglia di fare lo stesso: l’esigenza di partire per la frontiera turca, per smascherare il governo di Erdogan nelle sue politiche omicide e soprattutto per rompere l’isolamento al fine di definire uno nuovo spazio euro-mediterraneo dei conflitti.
Kobane è per noi. Per tutti quelli che ancora resistono.

Uscito su Agoravox il 17 ottobre 2014 col titolo Partire da Kobane per essere Kobane. Egidio ci chiede un aiuto

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20130605_48315_sindaco_terni_manganellato_2[2]Un filmato per chiarirsi le idee, poi due parole di commento per provare a spiegarsi. E’ una cantilena: protesta sì, violenza no. Non c’è giorno e non manca occasione per ribadirlo: è giusto protestare, ma la violenza è proprio inaccettabile. Il sindaco di Terni, però, che è un noto e pericoloso sovversivo, questa litania non l’ha ancora imparata e dopo che la polizia gli ha giustamente rotto la testa a manganellate, continua a farneticare di partigiani in lotta per difendere le fabbriche dai nazifascisti. Un vero e proprio provocatore, uno che finge di non sapere, ciò che ormai si insegna in tutte le scuole d’Italia: con la pacificazione di Letta e Alfano al Ministero dell’Interno, caro sindaco, i partigiani sono tornati comunisti e volgari banditi o, se preferisce, banditen, come sostenevano, non senza fondati motivi legali, Kesserling e i suoi camerati, gli eroici generali tedeschi tornati anche loro, nonostante Auschwitz, a ruoli internazionali. Qualcuno storcerà il naso, ma bisogna dirlo: la legalità è molto spesso un’infamia e non coincide quasi mai con la giustizia sociale.
Il sindaco di Terni dovrebbe saperlo: a parole l’Italia “democratica” fa la lezioncina al premier Erdoğan, nei fatti, da anni, i nostri governi sono più turchi dei governi turchi. Basta guardare le cifre dei morti di polizia, di stragi e di servizi geneticamente “deviati” per rendersene conto. Per troppo tempo abbiamo consentito, per troppo tempo sperato in una impossibile svolta pacifica. E’ in atto una guerra barbara che non riconosce accordi, non rispetta trattati, non fa prigionieri. L’ha scatenata un capitalismo che non conosce regole e lotta per la religione del profitto. Una guerra santa per instaurare un totalitarismo che non ha precedenti nella storia del pianeta. Più tempo gli diamo, più difficile sarà affrontarlo.

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