Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Equitalia’

berlusconi-e-napolitanoE’ ufficiale: i soli, autentici clandestini che popolano il bel paese sono i deputati e i senatori che bivaccano alla maniera fascista nelle grigie e sempre più sorde aule parlamentari. Tra loro, vagolano sfaccendati, in conto spese a pensionati e lavoratori molti disonorevoli che, già abusivi, nel 2009 approvarono col “pacchetto sicurezza”, l’ignominia che rese la clandestinità un reato.
Meno di due anni fa, a gennaio del 2012, quando la Consulta bocciò i quesiti referendari contro la legge elettorale che oggi “scopre” incostituzionale, Antonio Di Pietro lo disse senza mezze parole: “si sta facendo scempio della democrazia, manca solo l’olio di ricino”. Napolitano, garante di una Costituzione che, a giudicare dai fatti, non ha mai letto con la dovuta attenzione, non ci pensò due volte e, loquace oltre misura, si affrettò a sentenziare, acido e malaccorto: “affermazioni volgari e scorrette”. Contro l’uomo di “mani pulite” si scatenò immediata la canea dei leccapiedi, il fuoco vendicativo di pennivendoli, velinari e servi di chi le mani le ha sempre avute sporche e in quattro e quattr’otto l’ex magistrato fu fatto fuori col “metodo Boffo”. Non è bastato, però. Dove fossero la volgarità a la scorrettezza oggi Napolitano – unico Presidente rieletto nella storia della Repubblica – non può più far finta d’ignorarlo. In un impeto di ritrovata lucidità, infatti, gliel’ha spiegato a chiare lettere e senza tema di smentite, quella Corte Costituzionale che due anni fa s’era tirata indietro, sperando che la banda degli abusivi modificasse la situazione di grave illegittimità.
In attesa che gli azzeccagarbugli dei partiti inventino un nuovo imbroglio, la rediviva Consulta vive nel terrore e spera ardentemente che, sulle ali dell’entusiasmo, non ci sia chi la interroghi anche sui “Saggi”, sulla modifica dell’articolo 138 e sulla legittima potestà del Parlamento a intervenire in tema di compravendita di armi, che Napolitano ritiene affare privato del Consiglio di Difesa da lui presieduto. Il terremoto, è evidente, assumerebbe i connotati della catastrofe e nemmeno un’armata di azzeccagarbugli e scafati scartiloffisti tirerebbe fuori dal fango in cui affondano le Istituzioni e i comitati d’affari che si fanno chiamare partiti.
La stampa di regime prende ovviamente tempo, si sforza di trasformare la tragedia in farsa e ridurre la vicenda a scontro tra tifosi. E’ il gioco delle parti: chi invoca il “tutti a casa subito, qui sono illegittime nomine, leggi varate e enrico_letta_angelino_alfano
atti compiuti”, chi si veste di moderazione, monta in cattedra e contesta gli “estremisti” che, con ottime ragioni morali, chiedono di punto in bianco l’epurazione e una Repubblica decapitata, senza Capo dello Stato, senza Governo e senza Parlamento,. con cariche vacanti per tutte le funzioni pubbliche da queste derivate. Chiacchiere, naturalmente, utili a gettare acqua sul fuoco della rabbia, incanalandola negli argini di polemiche puramente accademiche su vedute giurisprudenziali e sentenze poco chiare sulla disapplicazione della legge quando essa derivi dalla patente illegittimità di chi la emana. Tutti pensano che che si dovrebbe, ma al momento non c’è chi sappia sa se sia possibile, come assicura il “Fatto Quotidiano”, mettere in discussione le spese oltraggiose per i cacciabombardieri e sostenere l’illegittimità di Equitalia, dell’usura di Stato e delle leggi Fornero su pensioni e Statuto dei Lavoratori. Per non parlare del pareggio di bilancio in Costituzione. A meno di voler mettere mano alle armi, non si farà; sarà tutt’al più compito di un Parlamento legittimo, eletto e non nominato; in quanto a Napolitano, il senso dello Stato è come il coraggio, se non ce l’hai non c’è chi te lo possa prestare. L’avesse, non aspetterebbe le decisioni del nuovo Parlamento per liberare il Paese di una ingombrante presenza.
C’è un limite a tutto, anche alla pazienza dei popoli ed è un dato di fatto a dir poco inconfutabile: se Parlamento, governo e alte cariche dello Stato proveranno a insistere sulla legittimità di questa sorta di Camera dei Fasci e delle Corporazioni a modificare le regole del gioco, tentando di cambiare la Costituzione con la scusa delle riforme istituzionali, non ci sono dubbi: la sfida al Paese si potrebbe trasformare in un’avventura pericolosa. E, per favore, nessuno tiri in ballo i cattivi maestri e l’incitamento alla ribellione: la violenza è nei fatti, lampante, inaccettabile e per molti versi anche sanguinosa. Proviene da un potere illegittimamente costituito che prima sgombrerà il campo e meglio sarà; tutto ciò che è consentito ai disonorevoli clandestini è di approvare una legge proporzionale, restituire la parola al popolo sovrano e togliere definitivamente il disturbo. Eventuali riflessioni sui temi della governabilità, del governo e della governance, risulterebbero oltraggiose quanto e più del sistema di voto proposto dagli aristocratici nella sala della Pallacorda. E allora sì, allora nessuno si potrebbe dire certo di salvare la Bastiglia.

Read Full Post »

E’ un miracolo da non credere. Schiantato il Parlamento dalla pochezza dei parlamentari e dal fuoco di fila della stampa padronale, la valanga dei suicidi «politici» s’è arrestata come per incanto. Non ci si ammazza più per la legge Fornero, per Equitalia che fa da strozzino, né per le banche che non ti fanno credito. Imperanti Napolitano e Letta, il mondo ha cambiato volto, le banche hanno aperto i cordoni della borsa, Equitalia è diventata «fatebenefratelli» e la Fornero, sciolta nel pianto, ormai non fa danni.
Intendiamoci. Di persone che si tolgono la vita ce ne sono tante ancora purtroppo, ma la «velina» è cambiata e la fabbrica del consenso s’è data una linea nuova: ora ti togli la vita solo per depressione e solitudine. E’ regola fissa. Non fa meraviglia perciò se, a dar retta a pennivendoli scribacchini, due giorni fa, sconfitto dalla vita, per queste ragioni s’è ucciso Giovanni Biscardi: il dramma d’un anziano pensionato tristemente maturato nella melanconia e nella solitudine. Pazienza se dietro c’è la lunga lotta d’un uomo che al capitale e ai padroni non s’è mai piegato, che ha saputo dire tutti i no che doveva e paga il prezzo amaro della sconfitta. Sconfitta sindacale, sconfitta di lavoratore in cui la vita e i suoi «spigoli» c’entrano veramente poco. Così vuole il circo mediatico, così fa comodo al potere.
Giovanni Biscardi era orgogliosamente figlio d’operai e non l’ha mai dimenticato per tutta la vita. Mai, nemmeno quando la multinazionale in cui lavorava gli fece ponti d’oro perché diventasse un «cane del padrone». Che diavolo voleva e di che si lamentava? Un «quadro» è un «quadro» anche se il padre è stato un operaio. Da una parte i soldi, dall’altra i principi d’una vita, lui però non ci stette a pensare. Rifiutò. In piazza, tra le bandiere al vento, potevi magari non trovarlo, Giovanni Biscardi, ma si portava dentro un suo sentimento anarchico convinto e il senso profondo della solidarietà e della giustizia sociale. Quando scattò la rappresaglia, non fece una piega e non si tirò indietro. Vincenzo Gagliano, troppo isolato nella segretaria della Camera del Lavoro di Napoli, giocò le carte che aveva, ma alla fine la Cgil si limitò alla difesa d’ufficio. Biscardi contrattò il tanto di buonuscita che poteva strappare e se ne andò sbattendo la porta. Da allora ha vissuto come poteva, con la sua grande dignità e non è stato mai solo. Era circondato da affetti profondi e con profondo affetto li ricambiava. La solitudine, quella di cui ora ciancia la stampa dei padroni, è di natura ben diversa. E’ nata della violenza di tempi barbari e s’è presentata d’un tratto, insidiosa e vile, quando il potere ha deciso di giocarsi ai dadi vita e dignità dei lavoratori e i camerati oggi uniti dalle «larghe intese» hanno decretato che la pensione, faticosamente attesa, sarebbe giunta solo un anno dopo del previsto. Sono stati quel decreto e quell’anno a decidere di una vita. La pensione lui la pretendeva. Era la sua rivalsa morale, il segno tangibile che, nel lungo e amaro scontro, in fondo ce l’aveva fatta e l’aveva spuntata .
Al ponte fatale da cui s’è precipitato non l’hanno condotto né la «sorte cinica e bara», come narra la «fiction» del circo mediatico, né una inesistente solitudine che diventa uno schiaffo al dolore di chi l’ha amato. A quel ponte ce l’hanno portato le scelte assassine di chi ci governa. «Avremmo dovuto andare fino in fondo negli anni Settanta», ripeteva negli ultimi tempi, «ora è tardi».
E’ morto venerdì 12. Sabato, all’obitorio, un magistrato che intendeva sottrarlo alla morsa della burocrazia, s’è dovuto arrendere: mancava il referto delle forze dell’ordine. Troppa fatica per lorsignori nel fine settimana. Se tutto andrà bene, la vicenda terrena si chiuderà tra due giorni. Questo è il nostro Paese oggi, un Paese che la «libera stampa» si guarda bene dal raccontare. Il Paese che Giovanni Biscardi ha provato coraggiosamente a cambiare.
Che la terra sia lieve a un combattente.

Uscito su Liberazione, Contropiano e Report on Line il 14 luglio 2013.

Read Full Post »

 A Napoli la cronaca della città pone domande inquietanti: i miei giovani amici studenti, i miei compagni di lotta, i sindacati di base, sono tutti tornati d’un tratto “sovversivi”? A dar retta all’allarme dei cronisti e alle denunce, si direbbe di sì e anzi, com’è nella tradizione d’un Paese che non sa o non vuol fare i conti con la sua storia, sono diventati ormai “pericolosi”. Se dico “tornati”, non è per sopraggiunta demenza senile. E’ il contrario. E’ che la memoria, invece, è ancora buona e ricordo perfettamente che, per fare un esempio, qui a Napoli, i ragazzi del “Collettivo Autorganizzato Universitario” sono stati “sovversivi” già nel dicembre del 2010, quando sul “Mattino” Massimo Martinelli scriveva cupo e allarmato che i giovani studenti serrati “i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo” s’erano messi “contro lo Stato”. Oggi nessuno se ne ricorda e i ragazzi hanno poi smentito coi fatti Martinelli e soci, ma in quei giorni, secco come una fucilata, il giornale titolava: “Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore“. Niente spazio per i dubbi: una condanna senz’appello. In quanto al “Messaggero”, un modello di giornalismo liberale, citando un rapporto dell’antiterrorismo, “riservato” per tutti, non per il suo cronista, descriveva addirittura la “galassia” del terrore. Una “riservatezza” violata, dio sa come, anche dal “Mattino”, scatenato a sua volta nei dettagli su un fronte del “terrore” formato, guarda caso, dalle espressioni del mondo della scuola, che era in piazza ogni giorno coi ricercatori universitari; proprio loro, sì, i ricercatori, che come tutti sanno hanno antiche tradizioni bakuniniste. Gli uomini dell’antiterrorismo, poi, che a quanto pare avevano tracciato la “mappa del terrore” per passarla ai giornali, riferivano che “a Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori, ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine”. Non mancavano gli onnipresenti “duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti, […] i ragazzi delle università, […] i centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento”. Equitalia non c’entrava nulla – all’epoca il problema era Gelmini – ma i “sovversivi” a Napoli erano quelli di oggi: studenti del “Collettivo Autorganizzato Universitario” e attivisti del Laboratorio Insurgencia, che di lì a poco, però, folgorato sulla via di Damasco, si sarebbe schierato con Luigi De Magistris, al quale tutto si può rimproverare, meno che frequenti “sovversivi”.

Perché non dirlo? I “terroristi” io li conosco bene. Nell’infocato autunno del 2010, circondato da agenti-fotografi che, in quei mesi, mi “scortarono” attivamente, ero con loro tutti i giorni nelle assemblee di giovani che avevano serie ragioni per protestare: gli avevano rubato il futuro. Posso dirlo in coscienza: non c’era una sola verità in ciò che raccontava certa stampa. Tra noi, nessun accordo segreto e nessun terrorista. C’erano studenti, ricercatori e spesso artisti, gente di cultura, che si batteva contro la sciagurata “riforma Gelmini” dietro i loro illuminanti striscioni: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Nell’atrio del Teatro di San Carlo, in un’allucinante sera di dicembre, ho visto coi miei occhi manipoli di agenti scatenati – il solo pericolo vero presente nel tempio della musica – manganellare a tutto spiano studenti, docenti e persino gli artisti impegnati nelle prove e venuti a parlare con noi e a solidarizzare. Gente così inerme che, non ci fosse stata di mezzo la divisa, avresti avuto buoni motivi per pensare a un’improvvisa pazzia. Pazzia, però, purtroppo non era.

Approvata la riforma, misteriosamente sparì la “sovversione” e per due anni il silenzio è caduto tra noi. D’un tratto, giorni fa, per opera e virtù dello Spirito Santo, i presunti sovversivi si sarebbero svegliati. Che è accaduto? Perché questo improvviso ritorno di fiamma? Attentati, rapimenti, espropri proletari? No, nulla di tutto questo. Uova marce e vernice ad Equitalia, cariche immediate e qualche scaramuccia. Ci sono stati eccessi? Deprechiamoli, ma la storia dei “sovversivi pericolosi” è l’eccesso più grave.

Non partirò da Cucchi, non griderò allo scandalo per De Gennaro sottosegretario, non dirò ciò che sarebbe bene dicessero per prime le forze dell’ordine dopo che “Diaz” e Vicari l’hanno certificato: Genova fu una vergogna nazionale. Non lo farò. Parlerò di un passato che riguarda tutti, come compete allo storico, per ricordare che da Crispi al ‘68, da Romeo Frezzi a Pino Pinelli, la storia del conflitto sociale s’è macchiata di troppo sangue innocente e s’è legata spesso a montature di pennivendoli e velinari. Dirò che Frezzi era un povero muratore innocente, morto di botte in un interrogatorio e Pinelli una staffetta partigiana. Dirò che a Milano, quando Pinelli volò dalla finestra della stanza in cui lo interrogavano – gli anarchici, sempre gli anarchici – era questore Guida, il fascista che aveva tenuto confinato Umberto Terracini, l’uomo che poi firmò la Costituzione. Dirò che a Napoli, nel giugno del 1914, con quattro manifestanti uccisi, non si trovò un colpevole e finì con un processo ai soliti ignoti armati di… moschetto e pistole d’ordinanza. Dirò che settanta morti in piazza negli anni della guerra fredda, dal ‘48 al ‘68, sono un orrore italiano che fa arrossire di fronte alle dieci vittime di Francia, Inghilterra e Germania messe assieme. Dirò che tornare sulla tragica barzelletta degli studenti “sovversivi” in un momento così difficile vuol dire far finta di non sapere che qui da noi spesso, troppo spesso purtroppo, dietro il paravento dell’ordine costituito, s’è costruita la tomba della giustizia sociale. E si è cominciato così, agitando uno spettro. 

Da “Contropiano“, 19 maggio 2012

Read Full Post »

A dar retta ai soliti pennivendoli e ai servi sciocchi che siedono in Parlamento, Monti aveva schierato davanti a Napolitano un manipolo di scienziati onesti e disinteressati. In pochi mesi, due se ne sono andati travolti dagli scandali, gli altri si sono dimostrati più incapaci d’una banda di somari cocciuti e tutto si è ridotto alle lacrime indecorose e alle “paccate” d’una donnetta che recita da cane. Ha voglia di vendere fumo il presidente Napolitano, che vive di un ricco stipendio parlamentare dalla bellezza di cinquant’anni e non sa cosa significhi tirare la carretta: ogni giorno che passa va sempre peggio e tutto quello che il governo sa dire è che il peggio deve ancora venire.
Smettiamola, per favore, di correre appresso alle chiacchiere televisive e diciamo la verità. Monti ce l’avevano presentato come meglio non si poteva: il salvatore della patria, il paladino della giustizia sociale e l’uomo dell’equità, invece si è rivelato solo l’uomo dell’Equitalia.

Read Full Post »