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Posts Tagged ‘Egidio Tosato’

Dal Blog di Carlo Mazzucchelli

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«Non è ammessa la pena di morte». Così recita, lapidario, l’articolo 27 della Costituzione. E sai che ha dietro Beccaria, il secolo dei lumi e valori universali. L’articolo 37, che riconosce alle donne «gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore», non sarebbe nato senza Anna Kulisciov, Argentina Altobelli, Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, Lina Merlin, Teresa Mattei e tante altre donne. Tutto oro, quindi? No. Dietro c’è anche quella «essenziale funzione familiare», che fa della donna anzitutto la moglie e la madre, e ci sono i limiti del movimento operaio, con Di Vittorio che fino al ‘45 ritiene demagogica la parità salariale. Anche l’articolo 29, che fonda il matrimonio «sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi», reca i segni dei colpi di conservatori come Vittorio Emanuele Orlando, per il quale «finirà per prevalere l’anarchia», e persino di Togliatti, che, per motivi tattici, definisce il divorzio «innaturale e anzi dannoso». Molti hanno votato «sì» con una riserva mentale: per le leggi ordinarie, la donna è ancora soggetta al marito e l’articolo è indebolito da un comma che richiama «i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Limiti che il cattolico Camillo Corsanego fissa nella «naturale gerarchia della famiglia», in cui «ci vuole pure qualcuno […] che dia il cognome, che scelga il domicilio, che abbia diritto di rappresentanza, che amministri i beni dei minori». Divorzio, riforma del diritto di famiglia e aborto verranno negli anni Settanta.
L’articolo 51, che prevede l’accesso a tutte le carriere senza distinzione di sesso, è una vittoria storica che rimanda a Lidia Poët, Teresa Labriola e alla loro lotta per esercitare la professione di avvocato, ma la partita non è vinta se, nel ’69, Mortati, difendendo Rosa Oliva, otterrà che si cancelli la legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare.
La Costituzione non cambia il Paese nascendo, ma impegna al cambiamento la legge futura; è un «programma» da attuare, uno strumento da utilizzare. Tornare indietro, tenendosi il Codice Rocco, invocando il feticcio della «governabilità» e la foglia di fico dei «principi» che non si sono toccati, significa arretrare. Abbiamo visto quanto pesa sull’articolo 41 la cancellazione dell’articolo 99, ma è facile immaginare gli effetti devastanti che avrebbe sull’intero impianto l’abolizione della XII disposizione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Non si tratta di un principio fondante, ma individua un disvalore in contrasto con ogni valore su cui fonda la Costituzione. Chi l’ha scritta conosceva la storia, sapeva che pochi anni prima il nazifascismo aveva utilizzato istituti democratici per cancellare la democrazia, perciò volle un corpo unico e organico di norme unite tra loro da un criterio di «socialità» che ispira ogni sua parte. Non c’è un articolo che ne parli, ma la cultura dell’antifascismo è la sua anima vera.
Se le cose stanno così, perché invece di attuarla pienamente, si vuole cambiarla? La risposta è semplice: per la sua natura «sociale», perché il lavoro è il cuore della Repubblica e l’utilità sociale prevale sull’utile aziendale. Perché disegna uno Stato interventista, garante di equilibri democratici e protagonista in campo economico e sociale. Un’idea antifascista, nemica di ogni assolutismo, dice il cattolico Tosato alla Costituente, parlando di bicameralismo: «come v’è stato un assolutismo monarchico, così si potrebbe avere un assolutismo democratico, se tutti i poteri fossero concentrati in un solo organismo. Di qui la necessità, una volta approvato il sistema bicamerale, di istituire una seconda Camera con i medesimi poteri della prima». E’ una scelta di fondo, un «principio», ma anche un elemento di riflessione: la Costituzione non è un corpo imbalsamato, si può cambiare. Mettere mano al Senato, però, nei modi e con le ragioni che accampa il Governo vuol dire mettere mano all’equilibrio del sistema.

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851c641b-f5ab-43ae-bddc-edbb9f62ccb2Nella polemica di Renzi coi «professoroni» e nell’esaltazione di un «fare» che non sposa il “bene” e non si traduce nel «far bene», non c’è l’ansia, a suo modo nobile, di un leader pragmatico che «sente» la gravità della crisi e intende agire; c’è una filosofia politica che rimanda alla peggiore storia del Paese. Svalutando la riflessione sul sistema di valori etici, sulle radici storiche e sulla filosofia del diritto su cui poggia la Costituzione, il giovane leader del «nuovo che avanza», è diventato d’un tratto la più compiuta espressione di un’antica miseria morale e di una povertà culturale che incarna la crisi della nostra democrazia.
Dietro il sedicente «nuovo», si coglie, infatti, il fastidio tipico dei progetti politici autoritari per quella riflessione teorica che forma e nutre il pensiero critico, educa al dubbio e mette alla prova presunte certezze. Non a caso Giovanni Gentile, in tema di filosofia del regime autoritario, sposava la «polemica di cui si compiacciono molti scrittori contro la filosofia». Nonostante il lungo tempo trascorso e la platea cui si rivolgeva – Gentile se ne occupava su «Educazione Fascista» – la polemica è di incredibile attualità, soprattutto per l’intimo legame che il filosofo instaurava con un «pensiero che […] si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione». Una sorta di antenata della «politica del fare», che ben risponderebbe alle attese degli intellettuali fascisti e della loro polemica con la filosofia. Una contesa che Gentile spiegava con parole molto simili a quelle che ci ripete ogni giorno chi afferma che è l’ora dei fatti, che la «ricreazione è finita» e occorre agire, muoversi a ogni costo, senza cavillare. Le critiche non sono all’ordine del giorno; fatele, se non rubano tempo, ma sia chiaro: poi decide il capo. «Il sospetto e l’avversione di molti fascisti contro la filosofia sono essi stessi indizi e manifestazioni del carattere proprio del pensiero fascista», spiegava Gentile, «sono la polemica di una filosofia contro altre filosofie. Il Fascismo, infatti polemizza contro le filosofia astratte e intellettualistiche».
Per carità, Renzi non è fascista – non sa neanche chi sia stato Gentile – ma oggi sappiamo che la condanna dell’intellettualismo, degli intralci della democrazia e degli impicci del pensiero critico – un punto fermo del regime – si tradusse in una scienza della storia priva del crociano «problema storico» e perciò incapace di interrogare le coscienze; partorì una cultura del diritto che rinnegò Beccaria, costrinse i rapporti tra classi sociali nella camicia di forza corporativa e generò persino una dottrina della razza che ci marchiò d’infamia. E’ naturale che, quando una filosofia politica autoritaria prevale sul libero pensiero, la propaganda ci presenti gli oppositori come sabotatori e Socrate come un perditempo. La storia però ricorda un uomo così temuto dai padroni della verità, che gli toccò di bere la cicuta.
Renzi non ne parla e forse lo ignora – gli Atti della Costituente li leggono gufi e parrucconi – ma la scelta del «bicameralismo paritario» non fu capriccio o superficialità. Quando si trattò di dare un ordinamento alla Repubblica, Il problema che si pose all’Assemblea elettiva chiamata a scrivere lo Statuto, fu quello della scelta tra parlamentarismo e presidenzialismo. E fu chiaro subito: repubblica parlamentare e bicameralismo paritario erano i termini inscindibili d’un binomio; oggi, perciò, non si può modificare l’idea di Senato così com’è, senza modificare anche la Camera dei Deputati. Non a caso l’articolo 55 descrive il Parlamento come un «unicum», composto dalla Camera e dal Senato. Se si tocca un termine del binomio, l’equilibrio si spezza e l’edificio crolla.
Non si scelse a caso e non si decise in base a interessi di parte. Ci fu chi parlò a sostegno dell’uno e dell’altro tipo di reggimento politico, se ne valutarono i rispettivi pregi e i limiti, si tennero presenti la necessità di garantire stabilità di governo e di sfuggire a deformazioni «parlamentaristiche». Si decise, infine, per la repubblica parlamentare, protetta dal meccanismo della fiducia, col Governo che non cade automaticamente per un voto contrario di una o di entrambe le Camere, ma deve la sua vita all’esito di un voto nominale su una mozione motivata di fiducia o di sfiducia. Non a caso Costantino Mortati, grande giurista del secolo scorso, poté dichiarare senza contrasti che si era evitato di far derivare il Governo esclusivamente dal Parlamento e che la vita dell’Esecutivo sarebbe stata più stabile di quella garantita dell’instaurazione di un regime presidenziale. Così è stato, al di là delle deformazioni propagandistiche.
Fissato il principio – regime parlamentare – la discussione si polarizzò necessariamente sulla scelta fra bicameralismo e unicameralismo. Qui lo scontro tra le opinioni fu lungo e vivace; due i campi: da una parte chi vedeva nel sistema unicamerale i rischi di una dittatura di assemblea, dall’altra chi guardava al bicameralismo come a un inutile doppione; a tutti era chiaro, però, che una seconda Camera che non traesse legittimità dal voto del popolo, avrebbe mutilato il principio della sovranità popolare. Fu un cattolico, Egidio Tosato, anch’egli studioso di diritto, a ricordare che una seconda Camera si costituiva per attuare quel principio generale di equilibrio, comune ai più avanzati ordinamenti costituzionali. Equilibrio nell’organizzazione di uno Stato che divide i suoi organi e crea fra loro contrappesi per impedire a un singolo organo di avere poteri tali da poter instaurare forme più o meno larvate di assolutismo. L’opinione che una repubblica ne sia per sua natura immune è del tutto errata. L’assolutismo democratico è dietro l’angolo: basta concentrare i poteri in un solo organismo.
Renzi non lo sa, ma i padri Costituenti si occuparono inconsapevolmente della sua riforma e gli opposero con unanime convinzione un no che il Governo non può liquidare con l’osceno slogan dei «frenatori». Frenò, certo, la Costituente, ma il freno fu posto a possibili ambizioni sconsiderate; contro avventure e avventurieri, quindi, una volta approvato il sistema bicamerale, si volle una seconda Camera con i medesimi poteri della prima. Lo si fece, perché, come spiegò Mortati, la parità è d’obbligo. La impongono il ruolo di reciproca integrazione che esse rivestono per il principio di equilibrio, la necessità di una eguale efficacia rappresentativa che nasce dalla legittimità del voto e non può essere negata senza negare la sovranità popolare. Per queste ragioni, quindi, l’Assemblea Costituente volle due organi in condizioni di reale e totale parità. Modificare questa condizione di parità, ebbe a dire a chiare lettere Mortati, sarebbe legittimo ma qualunque scelta di cambiamento «non potrebbe essere presa così a sé stante, avulsa da tutto il resto, giacché questo problema è intimamente connesso con tutta l’architettura del progetto e quindi anche con la posizione delle Camere nella attività politica». Così com’è oggi la Costituzione, non si può cambiare il Senato, lasciando immutata la Camera dei Deputati. Non si tratterebbe di un cambiamento, ma di uno stravolgimento. E tanto più vale questo principio, quanto più delicato è il ruolo di chi si fa promotore delle modifiche – il Governo – e più evidente la direzione in cui volge lo squilibrio: un inaccettabile rafforzamento dell’Esecutivo, che non sarebbe più sottoposto al voto di sfiducia del Senato e – di fatto – al controllo del popolo sovrano.
Di questo rovello, non c’è traccia nella «riforma Boscgi», per la quale la discussione è un dato tutto formale, un impiccio di cui liberarsi al più presto: «parlate, dice Renzi, fate presto e votiamo. I numeri sono con noi». Un’idea di democrazia strana, malata e peraltro smentita dai fatti: minacce e tagliole imbrigliano il dissenso, poi, però, al primo voto segreto, il Governo fa i conti con la realtà: anche i numeri mancano. Si va avanti così, dice Renzi. Bisogna «fare». Non importa se si fa sempre più male. La storia ne ha viste tante e c’è stato persino un assolutismo illuminato. Noi marciamo però verso l’autoritarismo nel più totale buio della ragione.

Fuoriregistro, 2 agosto 2014

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