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Posts Tagged ‘Dumini’

Conosco i rischi delle generalizzazioni e non ce l’avrò, quindi, con chi – saggio e prudente – eviterà di pubblicarmi e nel migliore dei casi, per non dare l’impressione di un’aperta censura, mi spiegherà – quante volte l’ho già sentito! – che le posizioni estreme non giovano a nessuno. D’altra parte, che fare? Dire e non dire, annacquare, giungere a tacere per conservare quel tanto di spazio che a volte ti si dà? E dove andrebbe a finire il rispetto che devi a te stesso, che ne faresti d’una vita vissuta sbandierando l’autonomia critica e l’onestà intellettuale? Non è forse così che in fondo si difendono la metaforica poltrona e quel potere sempre disprezzato? Devo dirlo: non ho una in grande stima la cosiddetta “società civile” e – peggio ancora – non amo i suoi frequenti abbagli e i conseguenti e tardivi ripensamenti.
Gaetano Arfè, con ironia tagliente mi raccontava che, appena eletto deputato, si trovò a fare i conti con pletore di sconosciuti “galantuomini” pronti a donargli qualcosa, persino una pompa di benzina. “A futura memoria“, chiosava, prima dell’amara riflessione: “per ogni corrotto ci sono eserciti di insospettabili corruttori“. In quanto a me, che tanto in alto non sono salito, ho ricordi chiari. Il rimprovero d’un capo d’Istituto, anzitutto, adirato per la mia mancanza di diplomazia. Era accaduto che, giovane commissario di Stato, avevo rifiutato la bustarella, minacciando di chiamare i carabinieri, a tutto danno della reputazione d’un collega, il quale – per pura gentilezza, si capisce – non s’era invece sottratto. Anni dopo, un avvocato, presidente d’un Consiglio d’Istituto radical-chic, mi ossessionò con le sue sacre regole, se invocavo un’eccezione in soccorso di alunni sventurati; il giorno in cui la regola penalizzante toccò in sorte a un parente, divenne però d’un tratto possibilista: “che regola sarebbe mai questa, professore, se non contemplasse un’eccezione?“.
L’ho fatta lunga e vengo al dunque: per scuotere moderati e benpensanti da una sorta di “dolorosa complicità” col fascismo, in nome della crociata antibolscevica, furono necessari nello stesso tempo l’indomito coraggio di Matteotti e l’estrema ferocia di Rossi e Dumini. De Nicola era approdato al “listone”, cui lo sottrasse Bordiga, sfidandolo a un pubblico confronto, e Croce scoprì che l’Italia era stata invasa dagli Hyxos solo quando il sangue era già corso a rivoli e la democrazia liberale era stata cancellata dal fascismo. La storia s’è ripetuta, farsa o tragedia conta davvero poco. Le ho fisse in mente, cicatrici d’una ferita mai rimarginata, le bandiere della “società civile” che salutavano Monti e compagni, come fossero partigiani dopo il 25 aprile. Era peggio di Badoglio, ma Marina Boscaino che oggi ci chiama in piazza, si commuoveva per l’effetto delle parole durante il giuramento del nuovo Governo, che, salva la forma, si accingeva a violare la sostanza; ci vedeva non so quale “altra intenzionalità, altra consapevolezza, altra motivazione, dopo lo scempio degli ultimi anni“. A me sembrò che un vento di pazzia corresse il Paese e rimasi atterrito dalle parole di un uomo colto e saggio come Rodotà, per il quale l’insistita “sobrietà” e “serietà” non erano segni esteriori e si contentava d’una inconsistente certezza: “sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia“.
Tutto era già scritto e si sapeva bene del plauso di Monti alla Gelmini, dell’appoggio di buona parte dell’accademia al progetto liberticida portato avanti da anni dai neoliberisti di Bersani e Berlusconi. Non so dove fossero o cosa pensassero quelli che oggi, mentre Aprea e Profumo le danno il colpo di grazia, chiamano in piazza la scuola. In piazza la scuola c’è andata: era il 12 dicembre del 2010 e gli studenti tentarono di occupare il Senato. Quel giorno la compravendita dei voti e una fiducia vergognosa, ci dissero che eravamo alla fine, ma gli studenti rimasero soli e soli poi sono stati i lavoratori.
Come De Nicola e Croce, la “società civile” s’è lasciata incantare dalle chiacchiere di Profumo, che scopriva l’acqua calda: “Io credo che la scuola sia la scuola, ma certamente quella pubblica in Italia è molto importante“. Troppo buono, avrebbe detto Fantozzi, mentre la gente imbandierata vedeva in queste banalità non so che rispetto nuovo per il dettato costituzionale. Perché si aprissero gli occhi, occorreva un nuovo Matteotti. Ora l’abbiamo avuto: è rappresentato simbolicamente da ciò che questo governo ha fatto ai lavoratori, ai pensionati, al sistema formativo, alla ricerca, in una parola ai diritti sanciti dalla Costituzione o conquistati con le lotte operaie. Ora dovremmo averlo chiaro: non è più tempo di abbagli, appelli e proteste formali. Prima che giunga il 1926, col suo carico di leggi speciali, poniamo mano al ciclostile e proviamo a passar parola: “Non mollare!”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2012

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Lo riporto per dovere di cronaca. Mi capita di leggerlo per caso, come – devo dire – per caso ho letto il mio articolo su il Manifesto. Non sapevo ch’era uscito. A Ghezzi non ho replicato. Non merita risposte chi, a corto di argomenti, attacca la persona. Poche parole le dico qui, sull’omicidio Matteotti, che il Ghezzi evoca strumentalmente senza accorgersi che la sua è un’implicita ammissione di responabilità. Il nostro non è tempo da Matteotti e, qualora ci fosse, non morirebbe di pugnale. Come i moderni regimi – tutti più o meno “democrazie autoritarie” – anche la Ceka s’è evoluta, conta su pennivendoli e velinari e ha un’arma ben più efficace del pugnale: t’ammazza moralmente senza rischiare niente. Matteotti oggi sarebbe stato travolto da uno scandalo montato ad arte, l’avrebbero attaccato sul piano personale e, perché no?, i suoi argomenti sarebbero diventati barzellette da Bar Sport, come prova a fare Ghezzi con me, che, a suo dire, sono intellettualmente disonesto. La menzogna, il fango, le chiacchiere che non entrano nel merito sono il pugnale dei moderni Dumini. Un’arma che, a giudicare dalla replica, Ghezzi conosce bene. Lascio, perciò, che si commenti da solo.

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Non scherzate con la storia e il  fascismo

Leggo su manifesto un articolo di Giuseppe Aragno che, con sconcertante superficialità, paragona l’intesa raggiunta tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria lo scorso 28 giugno con il Patto di Palazzo Vidoni sottoscritto tra Confindustria e Corporazioni fasciste il 2 ottobre 1925. Il recente accordo che cancella l’illusione che si possano fare accordi contro la Cgil, che ristabilisce la centralità dei contratti nazionali, che opera per ricostruire un terreno di regole comuni che portino alla certificazione della rappresentanza sindacale e a pratiche democratiche definite e che viene siglato dopo anni nei quali, sotto la perversa regia del ministro del lavoro in carica, il governo e settori decisivi della imprenditoria italiana hanno messo in campo quanto era in loro potere per escludere la Cgil da ogni confronto e tentare di cancellarne la funzione, viene assurdamente paragonato al Patto che permise a Mussolini di fascistizzare il sindacalismo italiano e la stessa Confindustria.
Con quale onestà intellettuale si può paragonare anche lontanamente l’attuale pur difficile contesto politico-sociale a quello di un’Italia nella quale, al termine di ciclo di violenze inaudite perpetrate contro il sindacato, i partiti di sinistra e il movimento cooperativo, Mussolini, dopo essersi assunto la responsabilità del delitto Matteotti aveva proclamato l’avvento della dittatura il 3 gennaio 1925, messo fuori legge i partiti politici, abolita la libertà di stampa, assunti i pieni poteri e avviata la fascistizzazione dello Stato? Nel 1925 il partito-stato impose alle parti sociali un accordo col quale, riconoscendosi reciprocamente come rappresentanze esclusive degli industriali e delle relative maestranze, si cancellavano i sindacali presenti nel paese ad esclusione di quello fascista, si deliberava l’abolizione del diritto di sciopero, la cancellazione delle Commissioni Interne sostituite con il fiduciario delle Corporazioni e si toglieva ogni autonomia a Confindustria che veniva costretta anch’essa a fascistizzarsi modificando persino il proprio nome.
La soluzione individuata nei giorni scorsi, che ovviamente può non essere condivisa, è stata sottoscritta dalle parti sociali senza intervento alcuno da parte del governo in carica. Oggi al più le opinioni assolutamente legittime che si confrontano vivacemente nella Cgil dividono coloro che vedono nel referendum l’unico strumento di espressione della democrazia sindacale da coloro che lo ritengono invece uno strumento importante ma non il solo strumento democratico da mettere in campo. Opinione quest’ultima che, va ricordato, ha prevalso di gran lunga nel voto espresso dagli iscritti nell’ultimo congresso della Cgil.
Anche in Confindustria si manifesta per fortuna, a differenza del 1925, un pluralismo sufficientemente visibile, basterebbe in merito leggersi le ultime esternazioni di Marchionne. Per le organizzazioni imprenditoriali dell’agricoltura, del credito o dei servizi vale il medesimo discorso. Dalla storia e dalle sue tragedie vanno sempre tratti insegnamenti importanti. Non barzellette da raccontare al Bar Sport.
Carlo Ghezzi
* presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio.

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http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20110705/manip2pg/06/manip2pz/306114/

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