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Dal Blog di Marco Fontana - giornalista

Dal Blog di Marco Fontana – giornalista

«E’ successo quello che non doveva accadere». Così inizia un’intervista di padre Zanotelli sulla vicenda dell’acqua a Napoli. E’ vero, prosegue poi il missionario, De Magistris è il sindaco che «per la prima volta in Italia, ha rispettato e applicato il volere popolare espresso in un referendum», uno che «ha portato l’ABC in azienda speciale», che «ha fatto approvare in Consiglio Comunale uno statuto molto bello», che ha messo in moto «uno dei processi di democratizzazione più alta» e che, per finire, ha lasciato «entrare nell’azienda persone che vengono dalle battaglie e dalle esperienze di lotte sull’acqua libera». Questa esperienza «è stata di per sé una cosa grande».
Dopo queste parole, tutto ti attendi, tranne i funerali di quella «anomalia Napoli», di cui Zanotelli è – o devo dire è stato? – tra i protagonisti. Il missionario non ci pensa due volte: «Quella a Napoli sull’acqua», afferma, «poteva essere una piccola grande goccia», forse «sarebbe annegata nel mondo del profitto e dell’indifferenza», ma poteva anche produrre «un effetto domino». Invece, dice il padre, niente acqua pubblica, niente democrazia, niente di niente. E mette fiori sulla tomba: «peccato aver perso quest’occasione. È stata un’esperienza molto espressiva che ha rafforzato la nostra idea: si scrive acqua si legge democrazia», ma «tutto è stato bruscamente interrotto».
Firmato il certificato di morte, ecco le cause del decesso: «Il motivo per me va sempre ricercato nella maledetta politica, perché il Sindaco in campagna elettorale per essere eletto aveva fatto una promessa in chiave elettorale a 107 operai di San Giovanni di assumerli in ABC». A questo punto il buon sindaco non c’è più. Da un giorno all’altro, c’è un patto scellerato, un meccanismo che non c’entra con la politica e pare piuttosto voto di scambio illegale. Poiché, infatti, soldi non ce ne sono, secondo Zanotelli, i lavoratori saranno assunti alzando le tariffe e mandando in crisi l’ABC. Il resto viene da sé: si privatizza l’acqua e – mi permetto di aggiungere – si rivela un’autentica vocazione al suicidio, perché è inutile girarci attorno: se uno alza la bandiera dei beni comuni, va in giro per il mondo con un fiore all’occhiello poi privatizza, si gioca la faccia e il suo futuro politico.
Mi scuserà, Zanotelli, ma io non credo che De Magistris pensi di privatizzare l’acqua e mi pare assurdo pensare che abbia preso voti che saranno «pagati» dai cittadini. Il Sindaco della bella esperienza napoletana, che il missionario stesso descrive all’inizio dell’intervista, non si è «inventato» difensore dei beni comuni per uno squallido interesse elettorale. L’ha fatto perché ci crede e non è così sprovveduto da non capire che, se privatizzasse, la sua credibilità sarebbe poi pari a zero. Tanto valeva allearsi subito col PD. Avrebbe avuto una vita più tranquilla e una posizione più solida. Col PD, però, non ci è andato.
Il nodo, secondo me, è più serio e molto più difficile da sciogliere. Riguarda la politica, che Zanotelli ritiene una iattura e che invece è una nobile e necessaria attività umana. Per non mettere l’acqua sul mercato, per tenere in piedi le scuole comunali, garantire l’assistenza ai disabili e via dicendo, come in fondo ha fatto e fino a prova contraria prova ancora a fare il sindaco, occorrono risorse, libertà di manovra, una maggioranza forte e coesa e il coraggio di rompere i vincoli imposti dal renzismo e da un europeismo alla rovescia, che sostiene le banche e cancella i diritti. Sperare che la soluzione possa venire da Roma è, a mio avviso, un’illusione pericolosa e qui va cercata la natura reale della questione, che non rientra nella categoria del «tradimento», ma conduce a un problema di fondo. Mentre costruisci una forza capace di andare allo scontro, puoi giostrare tra i capitoli del bilancio e affrontare singoli problemi, mettendo soldi qua e levando là. Ci puoi riuscire, però sai che sposti solo il problema in avanti e non lo risolvi; facendo graduatorie dei diritti, in base ai tre soldi che hai per difenderli, ti metti in contraddizione con te stesso. I diritti, o li difendi tutti e fai vivere così concretamente la «città ribelle», la costruisci e pratichi la disobbedienza, o alla fine non ne difendi nessuno. Tertium non datur. La questione non si risolve scegliendo tra due mali: o assumo i lavoratori o difendo l’acqua. L’errore è già nelle parole, in quella «o», in quella congiunzione disgiuntiva che ti conduce a un’alternativa tra due mali e si traduce in una resa: uno dei due lo accetto. Quella che occorre, invece, è una congiunzione che colleghi tra loro i diritti in un’unica logica anticapitalistica e coerente con il programma proposto agli elettori in una competizione elettorale che ha avuto i crismi della legalità costituzionale. Non scelgo e non subisco criteri ultimativi, difendo l’acqua e il lavoro, assumo e metto in mora il governo, aprendo una vertenza forte con un potere che è fuori dalle regole costituzionali ed è illegale persino rispetto a una legalità formale che ignora la giustizia, soprattutto quella sociale. Finora la congiunzione utilizzata è stata quella giusta, ma si fa una fatica crescente a tenere la barra. Mai come oggi, il momento per aprire lo scontro è però favorevole perché, mentre discutiamo di democrazia per un’Amministrazione come quella napoletana, una banda di abusivi mette mano alla Costituzione ed è possibile dare alla vertenza il valore enorme di autentico «contenuto» del no: un no per la Costituzione, certo, ma anche un no per la scuola, un no per il lavoro, un no per la salute, un no contro la guerra. Un no per diritti e principi che Renzi e i suoi trattano come se la Costituzione non esistesse. Sarebbe ribellione? Parlando alla Costituente, Dossetti, cattolico e uomo d’ordine, fu chiarissimo: «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini».
Va bene trattare per rivendicare, quindi, avendo però fermo il principio: sappiate che non vi riconosco alcuna legittimità morale e politica. I soli, gli autentici clandestini sbarcati dalle nostre parti siete voi, che occupate da anni il Parlamento grazie a un imbroglio, a una legge truffa che la Consulta dichiara illegittima. Altro che Jobs Act, Buona Scuola e Costituzione. Mettetevi in regola e poi se ne parla, perché, se pure vincesse il referendum, siete e restate ladri di democrazia. Le vostre leggi e la vostra «nuova» Costituzione non varranno nulla e non le rispetteremo. Cominciamo dai soldi che non ci date, mentre li sperperate, mandando in giro illegalmente soldati e armi che ci costano un occhio della testa e calpestano la Costituzione: i fondi ce li prendiamo. Roma non manda un euro? Da Napoli non arriva un soldo e le tasse restano tutte qua. Gli accordi con l’Europa? Voi li fate e voi ve li gestite. Noi, no. Non vedo altra via. Naturalmente ci sono mille modi e sulla forma si può discutere. Sulla sostanza no e non sono così cieco da non capire che, per giungere a questo strappo, che ritengo inevitabile, occorre un’autentica unità. Zanotelli ha ragione, quando dice che ci sono troppe divisioni, ma alla fine divide anche lui. Sull’acqua, come su tutto, si sarebbe dovuto discutere fino allo sfinimento, senza parlare di tradimento. Se l’ipotesi di fondo è condivisa, ci si può e ci si deve scontrare sul caso particolare, ma prima di rompere, si dovrebbe essere certi che non si metta così in discussione l’intero progetto.
Avrei preferito tacere e torno nell’ombra. Sto scrivendo un libro e voglio terminarlo, perché non so quanto tempo mi è dato e non mi va di buttare a mare anni di ricerca. D’altra parte, parlo o sto zitto, non cambia nulla. Rappresento me stesso, non ho Comitati, non ho partiti, non ho e non cerco poltrone. Questa idea di una rottura radicale, per la quale ho speso due anni di una vita che  tramonta, è solo mia, so che nessuno la condivide e non provo nemmeno a difenderla, anche se i fatti dicono che non è sbagliata. Il dibattito sull’acqua, assieme alla pessima maniera in cui si fa la campagna referendaria, che di fatto legittima chi non ha alcuna legittimità, annunciano perniciose sconfitte. Insistere non serve – gli dei accecano chi è destinato alla sconfitta – ma lo scrivo a futura memoria: se continua così, ci avviamo a un disastro. E non andrà meglio di come andò con il fascismo.

Agoravox, Contropiano e Canto Libre, 23 ottobre 2016.

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resistenzaCi avviamo al referendum sulla Costituzione in una sorta di eclisse totale della democrazia. Renzi non difende il diritto al lavoro, non crea condizioni che lo rendano concreto, non allenta i freni che limitano la libertà e l’eguaglianza effettiva tra cittadini, non aiuta lo sviluppo della persona umana e la partecipazione dei lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese. Si muove nel senso opposto: vara il Jobs Act per colpire il lavoro, la legge 107 per distruggere la scuola e difende il pareggio di bilancio, cancellando lo stato sociale. E’ perciò che non pensa a cambiare il codice fascista, vitale contro la tempesta che semina, ma vuole cambiare la Costituzione antifascista. Pensa di legittimare un Governo autoritario ed eseguire il compito che Napolitano e Draghi gli hanno assegnato: «fare le riforme», come «chiede l’Europa».
Dai tempi della Costituente sono trascorsi settant’anni. La Repubblica ripudia la guerra, ma i nostri aerei bombardano città inermi; garantisce la libertà di pensiero, ma gli scrittori sono trascinati davanti ai giudici per reati di opinione e i giornalisti, sgraditi a chi comanda, rimossi; la Repubblica si fonda sul lavoro, ma il lavoratore è messo alla porta quando piace al padrone. Come ignorare che, votando contro l’inserimento del diritto di resistenza nella Costituzione, Mortati osserva che quel diritto

«trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa […] quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti».

Dimenticare tutto questo, fingere che un referendum possa trasformare un abuso in diritto e legittimare un Parlamento compromesso è avventato e la disobbedienza va messa nel conto. Il diritto di resistenza ha radici lontane. Dall’assassinio di Ipparco deriva il mito fondante della democrazia, nata come antitesi della tirannide; resistendo all’Impero che impone la guerra, mentre la legge di Dio ordina di non uccidere, i cristiani vanno a morte ma trionfano; San Tommaso giustifica la resistenza se il Principe viola l’ordine divino; in nome del diritto di resistenza, Bruto pugnala Cesare e la disobbedienza di Gandhi è resistenza.
Giuliano Amato, giudice costituzionale, dopo i moti del 1960 contro il Governo Tambroni, spiega che i poteri dello Stato-governo «non fanno capo originariamente ad esso, ma gli sono trasferiti […] dal popolo», sicché essi vanno esercitati in «permanente conformità dell’azione governativa agli interessi in senso lato della collettività popolare». Qualora, invece, lo Stato, «partecipe dell’azione eversiva», compia «atti difformi dai valori e dalle finalità fatti propri dalla coscienza collettiva ed indicati nella Costituzione», è «legittimo, il comportamento del popolo sovrano che ponga fine alla situazione costituzionalmente abnorme». Sia storicamente, quindi, come dimostra la Resistenza, sia giuridicamente, come afferma persino un moderato come Amato, la questione della legittimità è centrale per la vita politica del Paese.
Sulla Costituzione, Gaetano Arfè, scrisse parole che sono il testamento morale di un vecchio partigiano e di un grande storico. Renzi farebbe a sforzarsi di capirle.

«Non intendiamo dire: […] la Costituzione non si tocca! Ma possiamo e dobbiamo essere noi a ricordare che una Costituzione, un patto solenne nel quale tutto un popolo si riconosce, non può aver vita se non come espressione di un movimento che abbia radici nella storia: tale fu […] la nostra Costituzione. E possiamo e dobbiamo essere noi a dire che sarebbe inaccettabile una revisione della Costituzione che fosse l’espressione dell’Italia dei politici d’avventura e delle istituzioni impazzite […], su uno sfondo di […] delinquenza comune assurta al ruolo di antagonista dello Stato. La battaglia per la riforma dovrà essere al tempo stesso battaglia per un ordine di principi morali nel quale la stragrande maggioranza del paese possa riconoscersi: o sarà un disastro per tutti».

Tutti noi, poi, parlando di Costituzione, dovremmo leggere attentamente queste bellissime parole:

«Tutti i tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non vi sia altro rimedio possibile».

Così recita il comma 4 dell’articolo 20 dell’attuale Costituzione di quei tedeschi che citiamo ad esempio solo se ci torna comodo. Mi piace credere che siano nate sui nostri monti, negli anni della Resistenza. I tedeschi, a cui i partigiani furono d’esempio, appresero forse da loro la lezione che noi abbiamo colpevolmente dimenticato.

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parlamento_illegittimoLa scuola che lotta non è ferma e si discute molto, programmando riunioni persino ad agosto. Non era mai accaduto e non sono gruppi sparuti. Proibito fermarsi. Alla ripresa di settembre, sarebbe necessario che alle riunioni dei comitati partecipassero tutte le realtà di movimento, anche i NO Tav, perché il nemico è uno, la lotta è comune e socialmente trasversale. Il campo di battaglia è il Paese. A settembre dovrà funzionare una rete di riferimenti ampia e differenziata.
Ha ragione chi si preoccupa per la frattura tra gli studenti e quella parte dei docenti che ricorre a pratiche repressive, per impedire le occupazioni. Il problema si riproporrà certamente in termini anche più duri. E’ una situazione da cui uscire, volando alto e trovando un tema unificante per partire dalla scuola e coinvolgere non solo le lotte del lavoro, ma anche e soprattutto i “cittadini”, nel senso più lato possibile della parola.
Inutile negarlo: nelle recenti discussioni sulla scuola c’è qualcosa di non detto. Lasciamo da parte il referendum. Farà la sua lunga via, potrà pure spuntarla, ma difficilmente assicurerà risultati certi, come dimostra la faccenda dell’acqua. Ciò che non si dice perciò va chiarito: a settembre si andrà all’attacco di una legge approvata apparentemente con i crismi della “legalità repubblicana”. Questo vuol dire che – a parte il referendum – sarà facile per la stampa di regime, anche se il movimento si terrà sul terreno delle cose possibili, “scomunicare” le lotte, far passare per “cattivi maestri” i docenti più esposti, disorientare gli incerti e intimidire i “benpensanti”. Il tema di fondo della discussione dovrebbe quindi essere proprio la “legalità”, ma occorrerebbe farlo a parti rovesciate. E’ legale questo governo? E’ legittimo moralmente e politicamente questo Parlamento che cambia la Costituzione, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che lo lo ha dichiara eletto con una legge incostituzionale?
Ci fu, nel dibattito sulla Costituente, una proposta di Dossetti – moderatissimo, ma onestissimo e lucido democristiano – che propose di inserire nella Carta il diritto alla ribellione di fronte a leggi incostituzionali. La proposta non passò, ma il tema aveva una sua rilevanza e torna di attualità. E’ su questo problema che va aperto un urgente dibattito, per coprire le spalle a chi lotta. Questo non vuole dire che poi ci si dovrà per forza ribellare; significa solo affermare un principio che da solo fa vacillare le basi del governo. Se ne potrebbe parlare con quelli del Manifesto e, al limite, coi “liberali” del Fatto Quotidiano”; si potrebbe chiedere un incontro con le redazioni, come comitati, spiegare la cosa e vedere se i giornali accettino di fare da cassa di risonanza. Non sarebbe male – avrebbe anzi un valore simbolico altissimo – che si organizzasse una sorta di referendum popolare ufficioso, senza nessuna trafila burocratica, sulla legittimità del governo Renzi; si potrebbe scrivere un “manifesto” delle realtà di lotta – a partire dalla “terra dei fuochi”, per arrivare ai No Mous e no Tav, raccogliere quante più firme possibili e dichiarare Renzi e i suoi decaduti.
Se la raccolta di firme fosse ampia e trasversale, sarebbe una decisione senza valore giuridico, ma di grande impatto politico. Ormai è inutile girarci attorno: è necessario creare un movimento ampio, che al momento la scuola può promuovere e guidare e che potrebbe coinvolgere molta più gente di quanta crediamo, perché la misura è colma e mancano solo parole d’ordine e riferimenti. Anche per i 5 Stelle sarebbe un banco di prova e da qui si potrebbe partire per aprire uno scontro vero.
Cose complicare, certo. Ma complicata e straordinaria è la situazione e non se ne uscirà per le vie ordinarie.

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tessera-riconoscimentoIl circo mediatico ha inserito il diritto dei popoli alla resistenza nell’indice dei temi proibiti. Persino i social network alternativi vanno per la tangente e giocano fuori casa: Locke, la Dichiarazione d’Indipendenza degli USA, quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, la Costituzione francese del 1793. L’Italia non c’entra. L’Italia è il sogno dei padroni, il porto franco degli abusi di potere, la terra di nessuno in cui giocare a tiro a segno coi diritti per massacrare le classi subalterne. Ti fa gola il malloppo delle pensioni? Vuoi un fisco progressivo alla rovescia, così più hai meno paghi? Vuoi rubare quattrini alla povera gente per foraggiare le scuole private dei ricchi? Questo e altro puoi fare impunemente qui da noi. L’Italia è l’Eden dei delinquenti politici e male che vada, ci sono i servizi sociali. Qui l’abuso è protetto e se il popolo si rivolta, manganellate e carcere duro per i caporioni. Stupidi tangheri, l’ordine regna a Roma più che a Berlino!
Ma è proprio vero che il diritto a ribellarsi agli abusi del potere non ha avuto cittadinanza italiana? Davvero nessuno s’è posto il problema dei limiti dell’esercizio legale della violenza materiale e morale da parte dello Stato, nemmeno dopo l’esperienza fascista? No, non è così. La rassegnazione giuridica agli abusi di uno Stato classista è più recente di quanto si creda: è nata nel 1930 col Codice fascista di Rocco, ancora oggi fonte privilegiata del diritto penale, e vive nella repubblica antifascista per un male genetico che gli esperti chiamano «continuità dello Stato». Dal 1890 al 1930, in tema di resistenza alla violenza del potere, fece testo il Codice Zanardelli, che all’articolo 199 recitava: le disposizioni riguardanti i reati di oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale «non si applicano quando il pubblico ufficiale abbia dato causa al fatto, eccedendo con atti arbitrari i limiti della sua funzione». Certo, la pratica fu altro, ma la dottrina sancì il principio del «vim repellere licet» e ammonì il potere: guai a chi offende le libertà fondamentali del cittadino. Non solo, quindi, i giuristi si posero il problema degli eccessi del potere, da cui deriva il diritto a resistere, ma vollero arginarlo.
Caduto il fascismo, il tema tornò in agenda, come mostrano gli atti della Costituente. Il secondo comma dell’articolo 50 della Carta Costituzionale, infatti, oggi articolo 54, secco e per molti versi esemplare, portava la firma di Dossetti e affermava che «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini». Il dramma del fascismo, dopo l’eclissi parziale con Crispi e la «dittatura parlamentare» di Giolitti, era così vivo che gli «uomini d’ordine» penarono a battere l’ala avanzata dell’antifascismo militante, giunto ancora una volta diviso all’appuntamento con la storia. Il comma non passò, ma il dibattito conserva intatta la sua attualità.
Colpiscono, per dirne una, le parole di Orazio Condorelli, che così mise agli atti il suo no: «questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica […]. Sono fatti logicamente anteriori al diritto». Non si tratta solo di argomenti estranei a un’assemblea nata dalla Resistenza. E’ che Condorelli, vecchio iscritto al partito fascista, politico di terz’ordine, accademico indifferente alle leggi razziali e alla sorte dei colleghi ebrei, reduce dall’arresto e dall’internamento per il passato politico, era inserito nel cuore della repubblica. Se ne irritò persino il cattolico Tommaso Merlin, che gli oppose il valore giuridico e filosofico del principio di resistenza dal punto di vista di San Tommaso: «Bisogna dire che il regime tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione, il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione». Benché il Vaticano, con paradossale «laicismo», conservasse il principio nell’ispirazione liberale del Codice Zanardelli, adottato al momento dei Patti del Laterano, i cattolici da operetta, schierati con i Condorelli, ripudiarono San Tommaso, come Pietro ripudiò Cristo.
Due tesi ottennero l’abolizione. Una, incompatibile con le radici della repubblica, fu del liberale Francesco Colitto. Implicita condanna dell’antifascismo, sosteneva che «qualunque sia il motivo da cui un cittadino possa essere indotto a disobbedire alla legge, legittimamente emanata, quel cittadino deve sempre essere considerato un ribelle e trattato come tale». Bene avevano fatto quindi i fascisti a incarcerare Pertini e Gramsci. La seconda, targata DC, vide in quel diritto caratteri metagiuridici e affermò che la Costituzione non può «accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima».
Sono trascorsi settant’anni. Erri De Luca è processato per reati d’opinione, parlamentari eletti con una legge ufficialmente incostituzionale cambiano la Costituzione, privatizzano la scuola, varano un dispositivo elettorale che ricalca quello appena abolito dalla Consulta. Il dibattito della Costituente, non decretò l’inammissibilità del principio ma rifiutò una norma ed è più attuale che mai. Come ignorare le ragioni di Mortati allorché, Costituzione alla mano, osservò che «la resistenza trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa […] quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti»?
Saremo tutti così insensibili, da ignorare che la Consulta ha definito politicamente e moralmente compromessa la legittimità del Parlamento?

Fuoriregistro, 13 maggio 2015, Agoravox e La Sinistra Quotidiana, 13 maggio 2015,

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Si può essere in totale disaccordo, ma un uomo ha tutto il diritto di porre al centro dell’universo sociale una cultura che esprima un interesse particolare e fare l’elogio della scuola privata, che di tale cultura può e vuol essere al servizio. Certo, la funzione della scuola non è quella della famiglia e ne vien fuori un circolo vizioso che soffoca l’idea di pluralismo, esalta l’individualismo, impedisce la conoscenza e il riconoscimento della diversità delle culture. Il diritto, tuttavia, esiste e non può essere negato. Se quest’uomo, però, presiede il Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana ed è responsabile, quindi, delle sue politiche formative, la conseguenza di una simile presa di posizione dovrebbero essere le immediate dimissioni.

Con singolare temeraria arroganza, il ministro Gelmini ripete che il governo non attacca la scuola dello Stato, ma il suo Presidente urla ai quattro venti che quella privata è moralmente superiore. Le chiacchiere del ministro sono smentite dai fatti, che raccontano un’altra storia. Le tessere del mosaico che compongono il quadro sociale e i valori che esse esprimono sono tutelati dalla Costituzione, che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità“. La polemica di Berlusconi, quindi, è la spia di una povertà culturale incompatibile con la funzione di governo che è chiamato a svolgere. L’avvocato Gelmini e il dottor Berlusconi dovrebbero saperlo. All’Assemblea Costituente un uomo della personalità di La Pira pose con forza e autorevolezza l’accento sulla tutela della sfera privata e negò legittimità allo Stato che non rispetta i diritti della comunità familiare e di quella religiosa. Intervenne Dossetti con la sua spiritualità, convenne Togliatti col suo materialismo, concordarono Fanfani e Amendola. Si mosse un mondo e l’articolo 2 della Costituzione è frutto di quel dibattito. La scuola della Costituzione è quanto di nobile si è ricavato dal sangue versato nella guerra di liberazione,

La scuola cui pensano Berlusconi e Gelmini, al contrario, non solo tutela interessi particolari, ma cancella l’anima “collettiva” della formazione, quella che vive nella seconda parte dell’articolo 2 della Carta costituzionale e richiede l’adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“; è una scuola che nasce da una lettura classista di un testo necessariamente, ma anche nobilmente interclassista, prodotto dai valori dell’antifascismo. Una lettura eversiva, che ha il suo riferimento teorico nella barbarie neoliberista e il suo “rovescio pratico” nel “governo materiale” del sistema formativo: la mannaia sulle cattedre, i tagli indiscriminati ai fondi, l’affollamento delle classi, la cancellazione di materie.

Tradotto in termini concreti, in questo momento il berlusconiano primato del privato significa che a Napoli all’Università Orientale non si insegneranno più Linguaggi multimediali, Informatica umanistica, Plurilinguismo e interculturalità nel Mediterraneo, Traduzione letteraria, Linguistica dell’Asia e dell’Africa, Politiche ed economia delle istituzioni, Sviluppo e cooperazione internazionale, Politiche e istituzioni dell’Europa; alla Statale di Milano Storia dell’Asia, Storia e Istituzioni dell’Africa e Storia dei paesi islamici sono state escluse dai programmi dei corsi di laurea di Scienze Politiche; ad Avellino non si insegnano più Medicina e Chirurgia. In compenso mentre si uccide il diritto allo studio, in Parlamento, alla commissione Istruzione alla Camera, si riaffaccia la proposta di legge della Lega firmata da tale Paola Goisis, che impone l’insegnamento del dialetto in classe. L’obiettivo non è la “cultura della famiglia“, ma l’imbarbarimento della cultura dell’uomo e della donna.

E’ vero, la cultura non si mangia e di mancanza di cultura non si muore. Tuttavia, il governo che in una società “avanzata” distrugge il sistema formativo è criminale quanto quello di un Paese nordafricano che aumenta il costo del pane. Pane o cultura, un popolo scende in piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 marzo 2011

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