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Posts Tagged ‘docenti’

Che il potere tema la conoscenza narrano, impareggiabili, i Greci antichi nel mito di Pallade Atena, vergine dea della sapienza, nata contro il volere di Zeus, padrone dei cieli, dei numi e del mondo.
Spodestato il padre Cronos e incantato da Metis, titana della conoscenza, Zeus volle farla sua. E’ andata sempre così: il potere desidera possedere la conoscenza. Messa incinta Metis, però, Zeus sentì nascergli dentro la paura; se dall’ammaliante titana fosse venuto al mondo il frutto d’un connubio col potere, quel figlio l’avrebbe di certo spodestato. Lo spettro del timore trovò conforto nella superstizione, che anche sull’Olimpo fu puntello al dominio, e un oracolo confermò: “il figlio che avrai da Metis sarà la fine del tuo regno…
Come animale ferito, disposto a tutto per salvare se stesso, Zeus divorò la titana e si sentì al sicuro dal rischio.
Nata dalla testa di Zeus, folle per il dolore prodotto dalla pressione devastante d’un pensiero che gli cresceva dentro con elmo e lancia, l’invincibile Atena sconfisse il potere e, benché poi tentasse di piegarla alla sua volontà, Zeus dovette subirla e Atena non fu mai serva.

Nessuno difenderà la scuola così com’è ridotta, ma occorre dirlo: l’insegnamento è una scienza e, in quanto tale, non è semplice erudizione e non racconta gli eventi accaduti senza alcuna conoscenza del passato e senza una visione dell’avvenire. Questo invocare Monti, “il traduttor de’ traduttor d’Omero“, questo attaccare ossessivo e decontestualizzato il Sessantotto, Don Milani e Gianni Rodari, non è un delirio da Don Chisciotte che parte lancia in resta contro un nemico che non c’è più. No. C’è di più e di peggio. C’è un obiettivo politico antico, com’è antica la storia della scuola: l’insegnamento come strumento di democrazia reale e di crescita di intelligenze critiche. E’ Zeus che torna a mangiare Metis, per assorbire la conoscenza e farla serva. E’ il potere, che mette in tasca al maestro i contenuti della sua “verità” per cancellare Socrate, che Atene non a caso mise a morte per il suo rivoluzionario insegnamento: “un maestro insegna a diffidare delle certezze. E’ l’eredità che la Grecia consegna all’uomo, dopo averlo ammonito per bocca di Chirone: “conosci te stesso“.

Quando giunge a scuola, un bambino ha assorbito in famiglia e ha respirato nell’ambiente in cui è vissuto modelli sociali e vincoli di lealtà. Sembra libertà, ma può esser galera. La famiglia fascista insegnava ai suoi figli la dottrina della rivoluzione squadrista. Scuola e docente dovevano rafforzare in lui la fede nel duce e la cultura di ceti dominanti. Cultura del potere, con Zeus che divorava Metis per impedire la nascita di Atena. La repubblica antifascista si è data per scuola un laboratorio libero che non trasmette una “cultura ufficiale“. Come sempre, un ragazzo vi porta le sue esperienze umane. Il maestro l’accoglie, lo aiuta a semplificarle in fattori, a scomporle e ricomporle mille volte, fuori dal mondo in cui sono nate, affrancate da ipoteche di “lealtà” di clan, a riviverle razionalmente e criticamente. Nasce così il rifiuto o l’adesione: dal libero confronto, da una valutazione autonoma rispetto ai principi fondanti fissati dalla Carta costituzionale. In rapporto a questa scala di valori, un docente governa il laboratorio e di questa attività deve dar conto, perché la “misura” è decisiva e l’alunno va difeso dallo strapotere dell’attività della struttura cognitiva adulta. Di questo dà conto. Ogni altra valutazione è politica e tende ad annichilire Socrate. E’ qui lo scontro. Si vuole una scuola che non si opponga all’insostenibile “pressione di conformità” prodotta da famiglia, amici, strada e mercato. Una scuola che assuma un modello. Quello “normale”. O l’alunno e il docente, “normalizzati“, lo accettano o per l’uno c’è emarginazione, per l’altro cicuta.

La polemica contro la scuola statale e lo “Stato gestore” non ha nel mirino il ’68, Don Milani o Gianni Rodari. No. Si mira a colpire chi sostiene che la formazione del cittadino sia dovere della collettività, cioè dello Stato, che ha il compito di “realizzare il bene comune, far […] rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che la famiglia e i corpi intermedi compiano i loro doveri e formare i ragazzi al rispetto della legge costituzionalmente costituita“. Non è stato il bolscevico Zinoviev che ha affermato questo principio nell’intento di “scristianizzare” il mondo. Lo decise solennemente il cattolico ufficio internazionale dell’infanzia per combattere la ricorrente patologia del potere e i piccoli e ciechi tiranni. Quelli che, come Zeus, divorano Metis, sperando d’incatenare Pallade Atena.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2011 e sul “Manifesto” il 5 ottobre 2011

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Ciao a Tutte/tutti
mi scuso per il ritardo ma ci sono millanta cose da seguire. Come contributo alla discussione incollo sotto il punto 5 del programma della mia lista al CdL, esso è tratto pari pari nella parte iniziale dalla relazione e nella seconda parte dall’articolato della LIP […]
Così, con grande flemma, con quel tanto di prosopopea che ti dice “guarda come si fa”, un gruppo d’insegnanti discute scambiandosi mail e pensa: sto difendendo la scuola pubblica. Tu non ce la fai più e glielo dici educatamente: d’accordo su tutto. Un solo dubbio. Il solito e, temo, in disperante solitudine: la scuola da sola non ce la fa. O cerca alleanze e costruisce percorsi con tutte le realtà in lotta – prima tra tutte studenti e ricercatori – o non passa. Se ci avessimo creduto di più, quando la protesta studentesca è montata, due anni fa, avremmo lottato con gli studenti e sarebbe stata un’altra musica. E invece nulla. Ma questo è passato. Il problema è oggi: se ci credessimo di più. saremmo con gli studenti e con l’università. Prima i ricercatori hanno lasciato soli noi, oggi noi lasciamo soli loro. Ci hanno chiesto in tutti i modi di schierarci. E noi? Noi discutiamo del CdL e della LIP. Eppure c’è chi lotta. Questo accade oggi nel Paese. Oggi. Noi dove siamo? Io spero di sbagliare, ma domani sarà tardi:

Blitz di studenti a Senato, lancio uova e fumogeni

ROMA – Un gruppo di studenti e’ entrato dentro il portone di Palazzo Madama e lanciano uova contro le vetrate del secondo ingresso della sede del Senato. Le forze dell’ordine stanno cercando di contenere gli studenti. Molti stanno sbattendo i pugni contro la vetrata del secondo ingresso trattenuti dalle forze dell’ordine.

Gli studenti che hanno fatto irruzione nell’ingresso di palazzo Madama sono stati allontanati dalle forze dell’ordine, che hanno chiuso il portone del Senato. Durante l’invasione dell’atrio da parte degli studenti una persona ha accusato un malore e poi i ragazzi sono stati trascinati e respinti all’esterno. Fuori da Palazzo Madama lancio di fumogeni e uova contro il portone. Le forze dell’ordine sono schierate davanti all’ingresso del Senato in tenuta antisommossa. Gli studenti urlano ”dimissioni, dimissioni”.

SCONTRI STUDENTI FORZE ORDINE IN CENTRO ROMA – Scontri tra studenti e forze dell’ordine nel centro di Roma. Gli studenti si erano mossi verso Montecitorio tentando di forzare un cordone delle forze dell’ordine e sono stati respinti con i manganelli. I manifestanti hanno lanciato anche un petardo. Gli scontri sono avvenuti in piazza dell’Oratorio tra via del Corso e Montecitorio. Secondo le prime informazioni, un funzionario delle forze dell’ordine sarebbe rimasto colpito da un oggetto. Negli scontri gli studenti hanno lanciato anche pietre. Il corteo e’ stato bloccato da un fitto cordone delle forze dell’ordine e da un blindato dei carabinieri che sbarra via di San Marcello. Secondo quanto si e’ appreso, uno studente che ha partecipato al corteo a Roma contro i tagli all’istruzione, e’ stato fermato dalle forze dell’ordine a seguito dei disordini. Anche per questo motivo, gli studenti hanno deciso di muoversi compatti senza sciogliere ancora il corteo, per evitare, dicono, il rischio che qualche altro manifestante possa essere fermato.
 
UNIVERSITA’: 2000 STUDENTI IN CORTEO BLOCCANO CENTRO DI ROMA– Al grido di ”Bloccheremo questa riforma” studenti medi e universitari hanno paralizzato le strade del centro di Roma manifestando in corteo contro i tagli all’istruzione. Al corteo, di oltre 2.000 persone, erano confluiti diversi studenti che hanno sfilato questa mattina in alcune zone del centro, tra cui Piazza Montecitorio. Al momento il corteo e’ fermo a Piazza Venezia. Gli studenti stanno ancora decidendo dove dirigersi.

FLASH MOB STAMANI IN STILE SAVIANO – Questa mattina gruppi di studenti recintati da una corda, con le mani legate o con il cappio al collo, ma anche ragazzi che improvvisano elenchi-monologo nello stile della trasmissione ‘Vieni via con me’. E’ il flash mob improvvisato dagli studenti medi di Roma in piazza Montecitorio contro i tagli del governo all’istruzione e per chiederne le dimissioni. ”Il governo ci sta stringendo con una corda, ma noi ci libereremo”, hanno spiegato i manifestanti. Gli studenti del liceo classico Montale elencano i motivi per cui sono fieri di essere italiani e i motivi per cui non lo sono. Letti anche ”i punti critici del ddl Gelmini” e ”la scuola che vorremmo”. In piazza sono arrivati anche gli studenti universitari della Sapienza, mentre un corteo di studenti medi si e’ diretto al ministero dell’Istruzione.

FINI, CONTRO SENATO INACCETTABILE VIOLENZA – Un ”inaccettabile episodio di violenza e di intolleranza”: cosi’ Gianfranco Fini in un messaggio di solidarieta’ al presidente del Senato, Renato Schifani, stigmatizza quanto avvenuto oggi a Palazzo Madama ad opera di un gruppo di studenti che protestavano contro il ddl Gelmini sull’Universita’. ”Signor Presidente – scrive Fini – ho appreso con preoccupazione le notizie sui tumulti e gli incidenti avvenuti nel corso di una manifestazione di studenti svoltasi oggi davanti al Senato della Repubblica e che ha anche comportato il ferimento del Dottor Francesco Capelli, addetto alla Sicurezza del Palazzo”. ”Nel condannare con fermezza questo inaccettabile episodio di violenza e di intolleranza, che ha avuto come obiettivo una sede parlamentare, cuore della vita democratica del Paese, e gli uomini che in essa operano, desidero esprimere – conclude il presidente della Camera – la intensa solidarieta’ mia personale e della Camera dei deputati, unitamente agli auguri di pronta guarigione al funzionario coinvolto negli scontri’.

A SIENA STUDENTI UNIVERSITARI OCCUPANO BINARI STAZIONE – Un centinaio di studenti dell’Ateneo e dell’Università per stranieri di Siena ha occupato per circa tre quarti d’ora due binari della stazione senese. Esposto uno striscione con scritto, in italiano e altre sette lingue, ‘No ai tagli all’università”. La protesta è iniziata intorno alle 14.40 e si è conclusa verso le 15.15, dopo l’invito delle forze dell’ordine a lasciare liberi i binari: sul posto sono intervenuti polfer, digos, una volante e carabinieri. Durante l’occupazione il traffico ferroviario è rimasto bloccato su tutti i binari della stazione. Due i treni regionali, della linea Empoli-Siena, cancellati, secondo quanto spiegato dalle Fs.

Alla protesta alla stazione, è poi emerso, hanno preso parte studenti dell’Università per stranieri di Siena. Una trentina di studenti dell’Università di Siena, appartenenti al gruppo Link, avevano invece protestato stamani incatenandosi e interrompendo la riunione tra il corpo accademico e il rettore Angelo Riccaboni per chiedere a quest’ultimo di dimettersi dalla Crui, accusata di non aver fatto niente per impedire l’approvazione del ddl Gelmini. “Uscirne? Non sta a me prendere questa decisione né quella di bloccare la didattica – è stata la risposta di Riccaboni agli studenti -. Possiamo però prevedere domani delle assemblee all’interno delle facoltà e per lunedì mattina un Senato accademico straordinario sulle implicazioni del ddl”. Riccaboni, durante il suo discorso al corpo accademico, aveva detto: “La posizione della Crui sull’argomento è stata sempre piuttosto debole. Domattina ci troveremo con i rettori delle Università di Firenze e di Pisa per definire una linea comune, secondo la mia idea allineata a quella degli Atenei sardi, da portare alla riunione della Crui”. Come forma di protesta nei confronti del ddl Gelmini da ieri a Siena gli studenti hanno occupato il Palazzo San Galgano, sede della facoltà di lettere.

STUDENTI E RICERCATORI SUL TETTO A TRIESTE – Alcuni studenti, ricercatori e professori associati sono saliti oggi sul tetto del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste, protestando contro la riforma del Governo. I manifestanti – circa una cinquantina, secondo quanto riferito da uno dei ricercatori in protesta – hanno issato alcuni striscioni e intendono seguire direttamente dal tetto del Dipartimento, che fa parte del campus centrale dell’ateneo giuliano, i lavori della Camera. Il rettore dell’Università Francesco Peroni, a Roma per impegni istituzionali, ha contattato i manifestanti e ha espresso loro la propria vicinanza.

Libero.it

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Eccoli, i precari della scuola: disperati, ma lucidi e coerenti, gridano la loro rabbia dai tetti di scuole occupate, irrompono nei centri periferici del potere – le mille succursali di casa Gelmini – per urlare ai poliziotti in assetto antiguerriglia che non ci stanno, che non hanno paura e che, in una repubblica fondata sul lavoro, un governo chiuso al dialogo, capace solo di schierare manganelli e manganellatori contro i lavoratori, sa di Cile e induce alla sommossa. I precari della scuola in lotta, però, diciamocelo chiaramente e una volta per tutte, non sono solo la prova che il giocattolo costruito dal carrozzone mediatico è un coniglio tirato fuori dal cilindro dell’illusionista: il Paese non è col regime e il regime non è così solido come vuole apparire. No. I precari pronti allo scontro con un governo che fa acqua da tutte le parti dentro e fuori l’Italia sono un dito puntato soprattutto contro di noi, contro i docenti “stabili” o “stabilizzati” che stanno a guardare e non scendono in piazza con loro. Per un anno si è sputato veleno: c’è un mare di disagio e di sofferenza, ci sono montagne di diritti violati o negati, ci sono milioni di lavoratori ridotti alla disperazione, ci sono leggi che ripugnano alla coscienza civile, coordiniamoci e mettiamo in piazza questo vento che annuncia tempesta. S’è sputato veleno: uniamo le forze, agiamo di concerto; la lotta dei precari della scuola diventi quella dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, di chi non trova lavoro e non lo troverà, degli studenti ai quali stanno togliendo la scuola e l’università. Mettiamo tutto questo in piazza senza aver paura, facciamolo, e la bufera spazzerà via in sol colpo la fanchiglia neofascista che si dice governo. Nulla da fare. Non c’è stato verso. Eppure in piazza c’era l’Onda degli studenti che faceva tremare i polsi a Gelmini e soci. Sarebbe bastato poco per imporre al governo un mutamento di rotta. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.
Diciamocelo francamente, perché non ci fa male ed è sempre più chiaro che non capiteranno ancora molte altre occasioni: questi che lottano non sono solo colleghi e non sono in piazza solo per se stessi. E’ gente che lotta contro un governo che freddamente e con calcolata ferocia sta distruggendo la scuola statale in quanto presidio di democrazia, fucina di intelligenza critica e archivio vivente della nostra memoria storica. Non diciamo perciò più precari in lotta: lottano cittadini, lottano genitori, lottano lavoratori. La lotta dei precari è quella della legalità contro la prepotenza, In piazza ci sono con loro gli articoli fondamentali della nostra Carta costituzionale. Lo scontro che si è aperto è il nostro scontro, è la lotta degli operai mandati a casa, la lotta degli immigrati massacrati nel Mediterraneo, la lotta della civiltà contro la barbarie. Non è più tempo di esitazioni e di calcoli di bottega, non è più tempo di restarsene a casa facendo finta di non sapere. O si fa quadrato con i precari, per costruire i modi e i tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è fin da ora veramente persa.
Una volta per tutte diciamolo chiaramente, senza ipocrisia: i lavoratori che si ribellano oggi contro un governo screditato, debole coi forti e forte coi deboli, sono un dito puntato soprattutto contro di noi, contro i docenti “stabili” o “stabilizzati” che stanno a guardare e non scendono in piazza con loro.
Ci sono momenti della storia in cui il destino si affaccia, si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre un’occasione. Possiamo anche far finta di non vedere, ma è bene dirselo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 settembre 2009

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