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Posts Tagged ‘disoccupati’

Volantino rivolto alle donne di NapoliPer liquidare le Quattro Giornate di Napoli – «il glorioso […] episodio aurorale della Resistenza» – Claudio Pavone si fermò al ricordo crociano d’una lotta disperata «pro aris et focis» di «lazzari» senza éthos politico, che, nella storia della città, «per la prima volta si trovano dalla parte giusta». Qualcuno si scandalizzerà, e per questo probabilmente nessuno lo dice, ma i «lazzari» di Pavone fanno singolarmente il paio con la «plebaglia», il termine sprezzante utilizzato puntualmente dagli ufficiali di Hitler per descrivere la popolazione civile napoletana che li attaccava. Ci sono modi di dire che si ripetono costantemente. Ricorrono non solo nel linguaggio duro e venato di malcelato razzismo del tedesco Steinmayr, il direttore dello «Stern», che nel 1961 definì «la ribellione allo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, null’altro che un parapiglia tra papponi e prostitute», ma nelle note delle questure italiane dal 1861 a oggi; Settimana Rossa, o lotte per il salario, proteste per la casa o per il carovita, ogni volta che in piazza i lavoratori si fanno sentire e si ribellano a una qualche ingiustizia, la polizia tira fuori la «teppaglia».
Sembra quasi che esista una sorta di «internazionale del linguaggio classista» che è caratteristica del potere nelle sue diverse espressioni: quello secco e mistificatorio dei militari in guerra, quello dello storico, che si configura spesso come una variante colta della lingua dei vincitori, quello strumentale e fuorviante degli apparati repressivi nella loro anima poliziesca e in quella giuridica.
A cercare la verità, nell’incredibile guazzabuglio delle falsificazioni ufficiali, qualcosa, tuttavia, alla fine viene fuori. Per le Quattro Giornate, il lapsus freudiano è dei militari hitleriani, che, per giustificare la violenza bestiale delle rappresaglie, rivelano un dettaglio illuminante che smantella la ricostruzione bugiarda. Non c’era da andare troppo per il sottile – scrivono, infatti, gli ufficiali – c’era solo da «agire senza riguardo» e farlo senza indugio, perché la «mentalità vile e malvagia» della «canaglia» era ormai facile preda di una «propaganda comunista», che, sommata alla fame, rischiava di scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Nella protesta che cresceva, quindi, – ecco la verità taciuta – si muovevano ed arano pronte ad agire forze politiche e si temeva addirittura una rivoluzione. Altro che «lazzari»! Dopo tante chiacchiere sulla «canaglia», ecco emergere un’anima politica delle «Quattro Giornate». Ecco anche, però, allo stesso tempo, la lezione della storia che riguarda il passato, ma parla al presente. Mettete i militanti e i disoccupati arrestati in questi giorni tra Roma e Napoli al posto della «teppaglia», mettete la polizia e un giudice al posto degli ufficiale tedeschi e non farete fatica a vedere ciò che si cela dietro gli arresti e le denunzie: la crisi incalza e morde così forte, che non bastano certo Renzi e il suo pugnale da Bruto a fermare la giusta rabbia della gente. Senza violenta repressione, la «canaglia», sensibile alla «propaganda comunista», e l’osceno spettacolo offerto dalla politica, potrebbero scatenare «in una sola volta tutti gli elementi rivoluzionari della città». Non ci vuole molto a capirlo e la lezione è amara, ma preziosa: il processo che si sta mettendo in scena non solo è evidentemente politico, ma rivela una preoccupazione che sconfina nella paura. A chi non ricorda più come andarono le cose, conviene rammentarlo: in quattro giorni i tedeschi sbaraccarono.
Spesso la «canaglia» ha dalla sua le leggi della storia e le ragioni del futuro.

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Mentre il malessere e l’indignazione del mondo della scuola crescono di giorno in giorno da un capo all’altro del Paese, i docenti, che non sanno di spread, ma di scuola s’intendono, registrano i danni del terremoto e lanciano l’allarme: la cura da cavallo ammazzerà il paziente, occorre far presto, la scuola è stramazzata e c’è il rischio che da presunta malata diventi autentica carcassa e infine carogna. Come il proverbiale “asino in mezzi ai suoni“, Profumo, però, naviga a vista, si porta a traino Rossi Doria, Ugolini e il costoso baraccone ministeriale e prova a quadrare il cerchio con un patetico minuetto di dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto.
Sul Parlamento è inutile contare. Schiacciata tra il prepotere di un governo arrogante quanto inetto e il suicidio dei partiti, la Commissione Bilancio si muove con la tattica del “gattopardo”: tutto cambia, perché nulla cambi di ciò che s’è deciso fuori del Parlamento, in chissà quale barbara conventicola di banchieri e speculatori. E’ vero, il disegno di legge di stabilità giunto dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre è stato modificato a tambur battente già il 18 in base a indicazioni della V Commissione, che, però, probabilmente non l’ha nemmeno letto e si è limitata a eseguire gli ordini di Monti. In questa condizione di tragicomico stallo, i cambiamenti sono tutti di carattere puramente tecnico e lasciano immutato il disegno “politico” del governo, se di politica si può parlare di fronte a una massacro fatto a colpi di forbice e conti da ragioniere, che hanno un solo squalificante obiettivo: i famigerati “saldi”.
Si cambia, quindi, o per dir meglio si vende fumo e si dice ch’è un incendio, ma nessuno pensa di porre freno alla quotidiana rapina di risorse trasferite dalla scuola pubblica a quella privata o dilapidate per sostenere le nostre folli spese militari. Le “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013” sono ora prive di alcuni insignificanti dettagli stralciati e non si conosce bene la sorte dei docenti dichiarati inidoneo – saranno anch’essi trattati da choosy, come comanda la dottrina dell’inglese Fornero? – e non si sa che fine faranno gli alunni disabili e i precari. Sullo sfondo, last but not least per rimanere all’altezza, stelle polari sulla rotta del disastro, a rappresentare la tracotanza d’un governo di non eletti, rimangono il ceffone mollato al contratto nazionale e lo sputo sul viso di professionisti esposti in piazza alla pubblica vergogna come mangiapane a tradimento.
La stampa, addomesticata, minimizza naturalmente, ma sabato 27, contro Monti e il governo delle banche, a Roma la gente scende in piazza. Tra esodati, disoccupati, cassintegrati, pensionati ridotti alla fame e giovani scippati del futuro, ci sarà senza dubbio gente di scuola. E mai protesta fu più sacrosanta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 ottobre 2012

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Ci sono iniziative di lotta per la scuola e circolano inviti a riunioni che intendono far sentire “l’urlo della scuola”“. Non urleremo più forte della Val di Susa, temo, ma va bene, sì, riuniamoci e parliamo. Da tempo appare evidente che la “scuola militante”, debole e isolata, non riuscirà mai a modificare da sola la sua terribile condizione in un contesto di sconfitta generalizzata della democrazia, ma non c’è che fare: viva la scuola e pazienza se il resto va alla malora. Chi in questa scelta scorge i sintomi d’un male pernicioso, nuota controcorrente. C’è un che di non detto in questi giorni amari, un equivoco di fondo che ha mille ragioni d’essere, ma rischia di condurci all’ultimo atto di un tragedia annunciata. E’ vero, sul piano della forma, tranne qualche pesante scivolone, subito perdonato, il paragone con il precedente governo appare improponibile. La conseguenza immediata è sotto gli occhi di tutti: i “professori” tecnici governano col programma della Banca Centrale Europea. La vecchia politica è tutta lì. Discreditata quanto si vuole, ma stretta a quadrato attorno ai sedicenti “tecnici”: massacrare i pensionati e cancellare la pensione per i giovani è stato un gioco da ragazzi; per fucilare i diritti dei lavoratori non c’è voluto nemmeno il plotone d’esecuzione, Napolitano firma tutto, detta i tempi, chiede rapidità e, in quanto al resto, provvede Marchionne. Ancora pochi giorni, poi anche lo Statuto dei lavoratori finirà nella pattumiera, ma tutto fila liscio come l’olio. Se t’azzardi a parlare, qualcuno tira furi la foto impresentabile di Berlusconi e il gioco è fatto. A nessuno importa nulla se la banda che ci governava ieri mantiene in piedi la cricca che ci governa oggi, con l’aggiunta di una ex opposizione che regge il moccolo a Berlusconi e a Monti. Questi ministri son oro colato per le banche e gli speculatori internazionali, ma va bene così: chi prendeva uno stipendio o una pensione e pagava le tasse, è ormai derubato ogni giorno, ma continua a credere che pensione e stipendi glieli paghi Monti e non gli importa nulla dei giovani senza futuro e dei milioni di disoccupati. Basterebbe poco per capirlo, ma il Paese è accecato. Ci muoviamo in un contesto tragicamente semplice: un vero e proprio golpe consente di inserire nella Costituzione la parità del bilancio e un accordo tra i Paesi dell’Unione Europea affida il controllo della spesa pubblica a organismi non elettivi e assolutamente fuori dal controllo del Parlamento. Non c’è legge elettorale in grado di produrre domani una maggioranza bulgara, quantitativamente così numerosa come quella che oggi sostiene un governo che ha di fatto i poteri di un’Assemblea Costituente. Ciò che si decide oggi, non potremo sperare di cambiarlo domani col voto. Formalmente la repubblica democratica vive ancora, ma è vicina al coma irreversibile. Pochi mesi ancora, pochi giorni forse, poi Napolitano ne firmerà ufficialmente l’atto di morte.
Questo penso oggi con infinita mestizia, mentre ascolto i numerosi e valorosi difensori del governo e dei suoi ministri. Ci penso e l’amarezza mi conduce alle storie d’un tempo, recitate a soggetto da antichi scavalcamonti:

Narrano i cantastorie, che il ministro Vattelapesca, s’era fatto un nome come scaldapoltrone e viveva da osservatore strapagato. Un giorno, però, convinto di non essere ascoltato, per dimostrare che da ministro sapeva ben meritarsi lo stipendio, pensò di compiere finalmente un gesto politico significativo: “è uno schifo”, sibilò tagliente, parlando con un collega. Ce l’aveva coi deputati e nella cerchia ristretta di un’élite senza popolo si sarebbe guadagnato di certo il titolo di principe dei moralisti, se qualcuno, però, non l’avesse ascoltato. Ne nacque invece un immediato pandemonio, si scatenò nel totoschifo il qualunquismo e si accettarono scommesse su chi di tutti facesse veramente poi più schifo. Vattalepesca allora badò al sodo, mise da parte l’etica, difese la poltrona e lo stipendio e si scusò davvero prontamente: “lo schifo c’è, un ministro lo sa bene, però non deve dirlo, perciò domando scusa”.
Tutto tornò com’era, raccontano i cantastorie. Vattelapesca riprese a scaldar poltrone, facendo l’osservatore strapagato e i politici accusati di fare schifo non esitarano a tenere in vita il governo che li disprezzava, ma gli chiedeva un voto e si metteva alla pari, facendo così schifo come loro.
Chi di schifo ferisce, però, poi di schifo perisce, narrano i cantastorie, sicché un bel mattino il popolo schifato si sollevò indignato e mandò a gambe all’aria Vattelapesca, il governo e pure il Parlamento
.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo 2012.

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Veste come un dandy, ma non è peccato, sfrutta il vento di destra come un vecchio lupo di mare, ma è l’Italia, bellezza, di che ti meravigli? Oscar Giannino, protagonista dei salotti televisivi e vero esperto in aggressioni al welfare e ai diritti dei lavoratori, va in giro da tempo accedendo lumini e candele a tutti i santi e alzando il tiro quanto più si può. Mentre di giorno in giorno cresce il numero dei disoccupati, la gente è disperata  e il geniale Napolitano sperimenta Monti come “soluzione finale”, Giannino scommette sul cavallo vincente: fa il liberista snob e integralista, le spara grosse, ma così grosse che meglio non si può e s’affida alla stella dei provocatori: una contestazione più o meno plateale prima o poi la trovo e conquisto così la prima pagina come un vero martire della libertà. Finora, nonostante gli ammirevoli sforzi, non gli era però riuscito di trovare l’abito fatto su misura.
Una volta, discutendo a suo modo dei problemi di Napoli, se n’era venuto fuori con la più originale delle soluzioni e meritava davvero maggior fortuna: “tanto più forte e violento sarà il risveglio del Vesuvio”, aveva dichiarato con perfetto spirito cristiano, “meglio si potrà risvegliare lo spirito civile della città”. A Napoli, però, non s’è mai presentato, e il capolavoro non gli era venuto come si attendeva. Se l’era presa poi con Evo Morales, il presidente della Bolivia – un “narcoindio mezzo svitato” aveva dichiarato – ma fino a casa non aveva trovato modo di andarglielo a dire e non ne aveva cavato perciò il risultato sperato. Sparala oggi, sparala domani, grossa, più grossa, ogni giorno più grossa, pesante e disumana, l’abito su misura, infine l’ha trovato.
E’ accaduto ieri pomeriggio a Milano, davanti al dipartimento di Scienze Politiche della Statale, dove Giannino era stato invitato a parlare dell’euro da studenti di centrodestra vicini ai neofascisti. Lì l’hanno atteso, ingenui e inviperiti, alcuni studenti dei collettivi e non c’è stato modo di evitare che lo centrassero in pieno con uova e pomodori pelati, sicché Giannino ha finalmente centrato l’obiettivo da tempo cercato. Consigliato dalla polizia, l’opinionista, che somigliava ormai a un patetico pulcino variopinto e bagnato, è entrato da un ingresso secondario. Giunto alla Statale con la fama di esibizionista nemico dei lavoratori, Giannino n’è uscito come martire dell’intolleranza. Se l’è cercata, è vero, ma perché fargli questo regalo?

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Un libro di storia, qualche legge da esaminare ed eccolo il problema che non si pone con forza perché il silenzio dell’informazione si compra pagando o intimidendo. In quanto alla scuole e all’accademia, se nelle aule spieghi agli studenti che la Banca d’Italia è di fatto un Istituto privato, ti prendono per pazzo e non mancherà lo scandalo per “il professore che fa politica“. Si sa, siamo una “grande democrazia“. Pochi vogliono vederlo, molti lo nascondono e in tanti minimizzano, ma il conflitto c’è ed è grave. La solfa del “debito pubblico”  terrorizza, ma non è mai chiaro chi sia il debitore e chi il creditore. La verità è che il famigerato “debito”, non è ciò che noi dobbiamo a qualcuno, bensì l’ammontare del prestito che i cittadini fanno alla Banca d’Italia acquistando titoli di Stato. I lavoratori dipendenti, perciò, con questo maledetto affare non c’entrano nulla. I governi hanno sprecato i quattrini avuti in prestito favorendo l’evasione fiscale, sperperando miliardi in armamenti, guerre mimetizzate, sprechi incontrollati, costi insostenibili della politica e favori agli imprenditori. Gli interessi del “debito pubblico”, così accumulato, cioè i soldi che lo Stato deve a chi compra i suoi titoli, si fanno poi pagare a chi i titoli di Stato non li ha comprati, non ci ha mai guadagnato un centesimo e non sa come sbarcare il lunario. Messa in questi termini, la situazione è più chiara: la povera gente, i lavoratori a reddito fisso, i disoccupati, i giovani che dallo Stato non hanno mai nulla – ormai si paga tutto, in cambio di nulla – non c’entrano niente col debito e non si capisce perché a pagarlo debbano essere loro, come pretende Draghi, che si accinge a guidare la BCE, dopo la brillante carriera alla testa di un oggetto misterioso che si chiama Banca d’Italia, un Istituto che sembrerebbe pubblico ed è invece privato.

A Bankitalia occorrerebbe dedicare un istruttivo capitolo dei nostri manuali di storia. Incamerata la parte di riserve auree dello Stato borbonico – quella che non era sparita nei rivoli carsici del finanziamento alle imprese settentrionali – la Banca vede la luce il 23 ottobre 1865 a Firenze, allora capitale, col Decreto n. 2585 del 1865 e con l’approvazione contemporanea della “Convenzione per la formazione della Banca d’Italia” e del suo Statuto. Il decreto, però, non è trasformato in legge e, di fatto, la Banca è istituita solo il 10 agosto 1893 da Giolitti, poi travolto dal primo grande scandalo bancario del nostro Paese, quello della Banca Romana, che copriva le perdite di bilancio stampando banconote false. La Banca non ha ancora il ruolo attuale; a emettere moneta, infatti, sono anche il Banco di Napoli e quello di Sicilia, secondo criteri ribaditi dal decreto n. 204/28 aprile 1910. Così stando le cose, è la stessa Banca d’Italia a riconoscere che “data la scarsa diffusione dei depositi bancari, la fonte principale di risorse per effettuare il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di biglietti: in pratica, accettando i biglietti di banca, il pubblico faceva credito agli istituti di emissione, e questi potevano far credito ai propri clienti“. Sembra strano, me è così e l’ammissione è illuminante.

Dopo la prima guerra mondiale, che consentì enormi profitti al padronato, quando si trattò di pagare i costi del conflitto e le spese per tornare a un’economia di pace, la Banca d’Italia si accollò l’enorme peso del salvataggio di Istituti privati a spese del pubblico: una marea di soldi passò così dalle tasche dei lavoratori a quelle dei “pescecani” che avevano “scialato” sulla pelle degli operai e dei contadini.
Nel 1926 a Bankitalia va l’esclusiva sull’emissione della moneta, ma la riorganizzazione vera, giunta nel 1928, dura un amen. Tutto, infatti, cambia, quando diventa chiaro che si va verso la guerra coloniale e nel 1935 si dà l’assalto all’Etiopia. Col decreto-legge n. 375 del 12 marzo 1936 (recentemente confermato dalla Cassazione con sentenza n. 16751/2006), trasformato poi nella legge n. 141 del 7 marzo 1938, si realizza una riforma bancaria che rende la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” ed espropria gli azionisti privati, che contano, però, di essere lautamente ripagati dai profitti di guerra.

Nel secondo dopoguerra, si torna lentamente a una privatizzazione che muove i suoi passi più decisi con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica. La legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992, sancisce la privatizzazione degli istituti di credito e degli enti pubblici. Non è cosa di poco conto, se si pensa che, intanto, i privati sono tornati nella proprietà della Banca d’Italia e di lì a poco la legge n.82 del 7 febbraio 1992, voluta da Guido Carli, guarda caso ex Governatore di Bankitalia prestato opportunamente alla politica, stabilisce in via definitiva che a decidere sul tasso di sconto sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia che ormai fissa in piena autonomia il costo del denaro. Lo Stato non c’entra più nulla. Tutto questo, mentre l’Italia firma il Trattato di Maastrich, che istituisce il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE) che riunisce le Banche Centrali dei Paesi membri dell’Unione Europea. Un tentativo di rimettere le cose a posto, si ha con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata dal primo Governo D’Alema, che tenta di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e far sì che le azioni della Banca siano tutte dello Stato. La legge naturalmente non sarà approvata, e basta leggerla per capire il perché: “Il presente disegno di legge” – recitava testualmente – “attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi“.

Siamo praticamente a oggi.
L’assetto proprietario della Banca d’Italia è reso noto da “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, facendo riferimento ai risultati di una ricerca scientifica, pubblica proprietari e quote e scrive testualmente: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia“.
Presa in contropiede, il 20 settembre 2005 Bankitalia rende pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale“, che ci dà il quadro attuale della situazione: il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Questo è. I nomi? Bene: Intesa San Paolo 30,3 % 50 voti; Unicredito 22,1, 50 voti Assicurazioni Generali 6,3 %, 42 voti; Cassa di Risparmio Bologna, 6,2 % 41 voti e via così. Inutile dire che Intesa e Unicredito hanno fortissime presenze di capitale estero, con tutto ciò che questo significa. Chi conosce anche solo un po’ la storia nostra sa che, se dici Intesa dici ex Comit, la Banca Commerciale, a capitale prevalentemente tedesco. Oggi? Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo: se il Crédit Agricole e Paris Bas hanno una solida presenza qui da noi, dio solo sa quante azioni della Banca d’Italia sono in mano a banche estere.

Ecco. Gli studenti capiscono più di quanto crediamo, occorre però fornirgli gli strumenti.  Quando li avranno, non ci metteranno molto a interrogarsi sul ruolo di Einaudi, Carli, Ciampi e Dini, uomini di Bankitalia e politici in posti chiave e in momenti decisivi. Senza dire di Draghi, che ora va alla BCE e detta il programma di Governo.
C’è una legge, la n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Da tempo, però, con un previdente intervento, la legge 291 del 12 dicembre 2006 ha cancellato dall’art. 3 dello Statuto della Banca d’Italia la parte che imponeva il possesso pubblico della maggioranza delle azioni della Banca Centrale. Si è così messo lo Stato definitivamente fuori da Bankitalia e, di conseguenza, dalla BCE. La lettera inviata da Trichet e Draghi a Berlusconi dimostra che a governare l’Italia e a decidere delle nostre vite sono, di fatto due privati cittadini.
Tutto cambia, si sa, anche la maniera di esprimersi. Un tempo si sarebbe detto “golpe“. Oggi si dice crisi.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 ottobre 2011

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Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario”, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male. “Il Manifesto” del 12  annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa: la “società civile” dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione”. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà.

Sarà difetto di memoria, o il difetto riguarda forse gli strumenti d’analisi, sta di fatto che anni fa volemmo l’Italia arcobaleno; manterremo la pace, ci dicemmo, ma navi e soldati andarono in guerra. Se il vento consente, accendiamo candele per la legalità ma la luce non basta e il paese è più marcio; in difesa della libertà ci mettiamo ogni tanto in viola, ma il gregge parlamentare fa come i fascisti: se ne frega e passano in serie leggi liberticide. Ecco allora le firme sui rotoli di carta igienica. Per carità, ognuno a suo modo e, d’altra parte, è segno che ci siamo. In quanto a me, sono vecchio lo so e, più il tempo passa, più questo mondo non mi sembra il mio. Prendetela perciò come un sintomo di senilità e lasciatemelo dire: avanti così, col folclore e le “pensate” illuminate, i conti non li quadriamo.

I precari della scuola urlano dai tetti occupati: non ci stanno, non cedono, e sfidano un governo che schiera manganelli contro i lavoratori e altro non fa. Questo andazzo sa di Cile, hanno gridato, e induce alla sommossa. Il loro nemico, però, non è solo l’avvocato Gelmini. I precari sono un dito puntato anche contro docenti “di ruolo” e genitori più o meno “organizzati”. Gente che sui tetti non va perché è impegnata coi nodi ai  fazzoletti, con le candele accese e con la carta igienica.

C’è un mare di sofferenza, i diritti sono violati, milioni di lavoratori ridotti alla fame. Si fanno leggi che offendono le coscienze, ma per buona sorte c’è un vento che sa di tempesta. Mettiamolo in piazza questo vento. Agiamo dal basso e di concerto. La lotta dei precari della scuola sia quella di chi non ha e non avrà lavoro, dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, degli studenti ai quali tolgono scuola e università. Mettiamo tutto questo in piazza senza paura, facciamolo, poi tiriamo le somme. Quante volte si è detto? Ma non c’è stato verso. In piazza c’era l’Onda degli studenti, Gelmini tremava, ma insegnanti e genitori stavano a guardare. Sarebbe bastato affiancarli per aprire la breccia. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.

Lo dico chiaro, ché male non ci fa: non si può fare una lotta solo per la scuola. E se tutto si riduce a questo, la partita è persa. La battaglia è contro un disegno politico che, con gelida ferocia, colpisce la scuola statale in quanto fucina di pensiero critico, archivio vivente della memoria storica e presidio di democrazia, per colpire diritti e lavoratori. Ragionare per “compartimenti” – protestano i precari, protestano gli immigrati, oggi in piazza c’è la “No tav”, domani il “Comitato acqua”, poi Termini Imerese, poi “Libera”, ognuno col suo dramma – ci condanna. Stiamo assieme, cittadini, genitori e lavoratori. La nostra è la lotta degli operai licenziati, degli immigrati massacrati nel Mediterraneo o internati in campi di concentramento, la lotta della civiltà contro la barbarie. In questo andar da soli c’è qualcosa che sa di un nostro antico male, che ricorda Guicciardini e il “particulare”. Qualcosa che sa di calcolo di bottega. O gli insegnanti e i genitori diventano il collante tra le realtà in lotta per costruire modi e tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è persa. E senza appello.

Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo cammina alla rovescia, viene dall’alto, dalle istituzioni, nasce dal potere, da ceti dirigenti decisi a perpetuare se stessi. Sono i momenti in cui è necessario e legittimo reagire e chi davvero vuole aprire la gabbia non pensa a salvarsi da solo. Siamo pochi, è vero. Ma vero è anche che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata a una lotta che va oltre il suo orizzonte. Sul Parlamento non c’è da sperare. Il Parlamento non c’è, non esiste; ci sono cricche di cooptati, camarille di vassalli che gestiscono il voto in nome e per conto di chi li ha messi a sedere nell’aula stavolta sorda e grigia. Veline, buffoni o scienziati conta poco. Sono “nominati”. Arfè, che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio, l’aveva intuito prontamente: qui è la questione di fondo. Ineludibile e decisiva: il rapporto tra governanti e governati, coi governanti che si mettono fuori dalla legge. Il problema cruciale della legittimità di norme sancite da organismi illegalmente costituiti e, quindi, della difficile scelta tra dovere di rifiutarsi e diritto di ribellarsi. Sui modi concreti del rifiuto e sulla sua natura – obiezione pacifica che si appelli alla coscienza, o ricorso alla forza che raccolga la sfida d’un regime e lotti con ogni mezzo per abbatterlo – su questo si potrà poi riflettere e scegliere la via. Intanto occorre prendere atto: la legalità repubblicana è violata. Il governo è figlio di una legge elettorale che ha sottratto al popolo la sovranità e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.

Talvolta il destino si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre una chance. Potremo far finta di non vedere, ma occorre saperlo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Pugnalata alle spalle, la democrazia è in stato comatoso e occorre reagire. Alle leggi ingiuste, ai provvedimenti “pensati” per colpire i deboli, si oppone il rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce, come ha fatto il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica di via Bandiera a Parma. Dovremmo farlo tutti. L’obiezione potrebbe essere la via giusta, ma occorre aggregare le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, far quadrato attorno alle regole come soldati sull’ultima spiaggia, saper dire di no, tenendosi nei binari della legalità e, allo stesso tempo, ammonire: “siamo pronti a lottare”. E’ possibile farlo, milita nella nostra parte una certezza che nasce da immutabili leggi della storia e, si può esser certi, è accaduto e accadrà: non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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