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Posts Tagged ‘diritti’

Ecco i fatti: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1115499688556693/

Ci diranno che è necessario, che ci stanno difendendo… E’ una menzogna!
Ci diranno che la Costituzione consente… Non è vero, è una colossale bugia!
Ci diranno che non dobbiamo preoccuparci, che tanto ci sono loro… Così dicono sempre dittatori, fascisti e banditi della politica!

Un governo privo di ogni legittimità, un Parlamento di nominati e abusivi, inchiodati alle loro responsabilità da una Sentenza della Corte Costituzionale e dai risultati del Referendum del 4 dicembre, smantellano la Repubblica e cancellano diritti conquistati col sangue.

Ogni giorno, centimetro dopo centimetro, misuriamo la distanza che ci separa da un abisso senza ritorno. La nuova Repubblica di Salò si vede ormai sempre più chiara all’orizzonte.

Mentre mio figlio si prepara a cercare ancora una volta il pane fuori dai nostri confini, perché qui ai padroni si consente tutto, mentre sotto i miei occhi va in scena lo spettacolo indecente di Questure tornate alla tradizionale e autentica vocazione fascista, mi domando qual è il dovere di un uomo della mia generazione. Raccontare ai giovani frottole sulla “legalità”, tenere a freno la loro rabbia, vergognarsi, perché un vecchio adagio popolare giustamente condanna chi dice “armiamoci e andate”? Qual è oggi il compito che ci tocca, mentre il tempo della vita è finito e ci resta forse solo la coscienza tormentata?

Forse è venuto il tempo di parlar chiaro e prendersi la responsabilità di dirlo: abbiamo di fronte un nuovo autoritarismo. Non sarà, Crispi, non sarà Mussolini, ma qui è nato il fascismo e ce l’avevamo prima ancora delle camicie nere. E’ un autoritarismo più pericoloso e più vile di quello che abbiamo battuto con la guerra di liberazione. Un regime che lascia vivere, svuotati di ogni contenuto e valore, i simulacri della democrazia.
Forse è venuto il tempo di dire che noi non ci stiamo. Che dovranno fermarci con la violenza aperta e gettare la maschera.
Come faremo a uscirne? Non è facile dirlo, ma esiste una bandiera a cui nessuno può rinunciare – si chiama dignità – e c’è un primo passo da muovere. E’ urgente, necessario, come l’aria che respiriamo: stare uniti e lottare. Con le buone se possibile, con le cattive, se non ci si lascia scelta. Non partiamo da zero. Abbiamo dalla nostra molti dubbi, ma due preziose certezze: è vero, i diritti non si conquistano per sempre, ma nessun regime autoritario è durato in eterno. Nemmeno quando pareva impossibile scardinarlo.

Ci parlano ogni giorno di terrorismo, ma è il terrorismo ce l’abbiamo in casa; ha fatto e fa molti più morti dell’Isis. Basta contare i morti affogati nel Mediterraneo, i lavoratori uccisi sul lavoro e quelli che si tolgono la vita perché il lavoro non ce l’hanno.
Di questo alla fine si tratta, non di altro: di delinquenza parlamentare.

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Eccola la pagina dei sedicenti “difensori dei diritti”, quelli che cercano di sospendere nuovamente il sindaco di Napoli:

Movimento difesa del cittadino

Gli ho scritto poche parole. Quelle che meritano. Invito chi le condivide – al di là della valutazione politica del lavoro fatto dal sindaco – a fare altrettanto. Copiate e incollate. Non difenderete il sindaco, ma Napoli e i suoi cittadini.
“Non siete credibili. Per difendere i cittadini e il loro diritto ad avere a Palazzo San Giacomo il sindaco che hanno eletto, avreste dovuto difendere la sentenza del Tar. L’avreste dovuto fare anche a nome dei cittadini onesti che non lo hanno votato. Questo sacrosanto diritto, voi, non lo difendete. La sensazione netta e fondata è che la vostra difesa coincida singolarmente con l’offesa che rivolge alla città chi a cuore non ha le sue sorti, ma i fondi stanziati per la riqualificazione di Bagnoli. La coincidenza è così evidente e la vostra sedicente “difesa” così malaccorta, che il dubbio è quantomeno legittimo: voi state tentando di difendere solo le camarille e i comitati d’affari che hanno scatenato strumentalmente la campagna contro un sindaco regolarmente eletto, perché ha costituito e costituisce un ostacolo insormontabile per la realizzazione di un progetto inquietante che non riguarda la politica, ma il suo oscuro sottobosco. Andate avanti su questa via, per favore. E’ un inconsapevole regalo che fate a una città più che mai decisa a lottare. Ognuna delle vostre apparenti vittorie si sta trasformando in una sconfitta micidiale. Oggi De Magistris è molto più forte di ieri e non è un caso che il vostro garante, Renzi, abbia dovuto rinunciare a venire in città. Anche un cieco lo vede: mentre Renzi trova una barricata in ogni strada della città, De Magistris gira liberamente e parla con tutti i cittadini. Dove siano le ragioni e dove i torti lo sapete benissimo anche voi. Ricorrete, ancora, per favore, ottenete nuove sospensioni. Più vi dedicate alla professione di avvocati delle cause perse, più ci date una mano”.

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I diritti che voi ci avete tolto

non nacquero per volontà di Dio

e non sono venuti giù dal cielo

come a volte la pioggia

nella calura estiva.

Coi diritti non c’entra nulla Dio.

Li abbiamo conquistati

col coraggio e la lotta

e goccia dopo goccia

ci son costati tutti

un mare sconfinato

di sangue e di dolore.

Non parlate di pace:

La pace non l’avrete.

E non tirate fuori

la favola dell’amore.

Non ci sarà Natale a questo mondo

fino a quando i presepi

avranno un padrone.

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Qualcuno dirà che è stata saggezza: ferme ai crocicchi dei palazzi del potere, dove s’è messa a morte la giustizia sociale, le forze dell’ordine non si sono viste. Mentre la stampa padronale esalta l’araba piazza Tamir, l’Italia dei diritti negati non poteva concedere spazio a nuovi pestaggi della polizia “democratica”. Sembra un ragionamento che non fa una piega, ma la saggezza non c’entra e non c’entra nemmeno la volontà consapevole di chi comanda, deciso a ridurre l’isolamento morale rispetto a un’opinione pubblica disgustata. E’ stata la necessità di far fronte al crescente dissenso interno verso una politica dai tratti autoritari, che da tempo scatena in piazza la parte peggiore degli uomini in divisa; una politica che il 14 novembre è sfociata nelle aggressioni selvagge a ragazzi inermi, documentate da foto e filmati inaccettabili, che nemmeno la stampa addomesticata ha potuto ignorare. Tra le forze dell’ordine sempre più divise, molti sono ormai gli indecisi e i riottosi. Questo governo non piace a tanti poliziotti e mentre l’ala dura da sola non basta per ora a tenere la piazza, i più moderati, stanchi di far scudo a un governo voluto dai banchieri e tenuto in piedi da un Parlamento del tutto privo di credibilità, recalcitrano e non danno affidamento.
Professore, ma davvero lei crede di avere di fronte un muro compatto e senza crepe? mi ha detto in piazza senza giri di parole una funzionaria della Digos, che ormai mi conosce bene. Se è così, si sbaglia. Quando si fa lavoro diventa sporco, si scelgono uomini e reparti. Non siamo tutti uguali e non son rose e fiori nemmeno tra gli agenti entrati in polizia secondo i criteri d’un tempo e i bestioni arruolati oggi grazie a “corsie preferenziali”; a molti non piace il vantaggio incolmabile assicurato ai militari tornati da esperienze di guerra sui fronti in cui da tempo sono impegnate le nostre forze armate con la scusa di inesistenti interventi umanitari. Non piace, perché ci riempie di fanatici e spostati che in piazza esibiscono in petto le strisce minacciose e multicolori delle campagne militari. C’è guerra ai vertici. Un disaccordo forte che non si lascia trasparire. A molti, peraltro, De Gennaro non piace, è il volto peggiore delle forze dell’ordine, quello mostrato a Genova. E Genova è una ferita aperta non solo per la cosiddetta società civile. Molti tra gli uomini in divisa ritengono che lì le forze dell’ordine si sono davvero giocata la reputazione. E questo non fa piacere a nessuno. In ultimo, c’è un motivo solo apparentemente secondario, una ragione di dissenso e di scoramento molto più banale, ma capace di unire: la crisi colpisce anche noi.
Chi ha avuto agenti a lezione di storia, ai corsi triennali universitari, al tempo delle convenzioni firmate tra accademia e enti pubblici, sa bene che dietro l’apparente muro di violenza e omertà che ci troviamo di fronte ogni giorno in piazza, c’è una nebulosa complessa e multiforme. Sa che c’è un terreno inesplorato che si può aprire alla propaganda e alla lezione della democrazia e non è un caso che sulla scuola si picchi con particolare accanimento. La scuola diventa assai spesso la buccia d banana su cui scivola il potere. ieri in piazza essa ha avuto meriti davvero significativi. Ha dimostrato anzitutto in maniera inequivocabile che non bastano squadristi in divisa per costringerla a tacere e che, anzi, l’inattaccabile governo tecnico, in tema di scuola, versa in stato confusionale: orari, precari, concorso, ha fallito ogni mossa. Non bastasse, in piazza, ed è un punto a favore di grande significato politico, il governo stavolta ha dovuto rinunciare all’unica arma che ancora possiede: la violenza.
Facciamo tesoro di questa esperienza e andiamo avanti decisi. Ci attendono mesi decisivi. Secondo Affari Italiani, il più accreditato dei giornali on line, a tre italiani su quattro il “Monti bis” procura l’orticaria e Montezemolo non raggiunge il 2 %. Tutto è in movimento, tutto è ancora possibile e la “scorta” ai palazzi del potere è molto meno solida di quanto appaia. Affianchiamo i ragazzi in lotta, stiamo con loro in piazza e nelle scuole occupate e intanto le organizzazioni dei lavoratori, quelle che non hanno rinunciato al conflitto, trovino la via per far esplodere le contraddizioni che dall’altra parte si stenta a gestire. C’è nella nostra storia antica, nella cultura di una sinistra schierata nella trincea dei diritti, una tradizione di propaganda tra gli uomini in divisa. Qui non si tratta di assaltare il palazzo d’inverno: E’ il palazzo che pare muovere in armi contro di noi, mentre occupa la via elettorale con oscure manovre di partiti e inaccettabili intromissioni del Capo dello Stato. “La democrazia sta sparendo sotto i nostri occhi”, ha sostenuto con amaro coraggio una studentessa che s’è conquistata la parola a Parma, rivolgendosi a Clini che inaugurava l’anno accademico in una università blindata. Aveva perfettamente ragione. Non è tempo di dubbi: occorre modificare gli equilibri sul terreno dello scontro che ci vogliono imporre e non sarà certo male se, alla resa dei conti, in piazza, tra gli uomini in armi, qualcuno decida di passare dalla parte dei manifestanti. Non si tratta di inseguire miti rivoluzionari. E’ solo che Piazza Tamir non è lontana come pare.

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Se non l’avete vista, eccola all’opera l’Europa democratica. Se continuate a far finta di non vederlo, eccolo l’Occidente dei diritti, quello in cui la legalità è un inganno costruito apposta per giustificare ogni violenza del potere.
Questi animali possono fare ciò che vedete perché glielo consentiamo. La polizia non c’entra, questi non sono poliziotti. E’ feccia armata e se si comporta così è colpa nostra.
Occorre dirselo: indietro non si torna e presto metteranno mano alle armi. Quando si giunge fino a questo punto, i popoli possono scegliere solo tra due vie: accettare la servitù o restituire tutto, colpo su colpo, nessuno escluso. Ricordiamocelo: siamo piccini solo perché siamo in ginocchio. E’ ora di alzarsi e dire basta. Il tempo stringe e presto sarà tardi. Abbiamo due esempi chiari: la Bastiglia e il Palazzo d’inverno. Non si può manifestare così, contro bestie armate, a mani nude, senza concertare piani d’azione, senza scegliersi il terreno sul quale agire, senza aver chiaro soprattutto che all’ultima spiaggia c’è un solo principio che abbia una  logica e conti: vita tua mors mea.
Un clic, ed eccola all’opera l’Europa democratica!

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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Parlare di scuola oggi è un obbligo morale e lo farò. Non avrebbe senso, però, metter mano alla penna, senza guardare al contesto storico in cui ci muoviamo, senza ribellarsi all’idea che parlare di scuola non sia anche, e forse soprattutto, partire dal significato che assume per la nostra vita e per la vita dei nostri figli la lettera della Banca Centrale Europea, di cui finalmente conosciamo le parole, i toni, gli obiettivi dichiarati. Scuola, quindi. D’accordo, ma scuola per dire che c’è bisogno di strumenti utili alla difesa. Non c’è dubbio, siamo stanchi di cattedre tagliate e diritti negati, stanchi di un ministro che, dopo aver attaccato l’istruzione pubblica, l’ha avvilita in un contesto di crescenti disagi, l’ha mortificata, inchiodandola su posizioni di ispirazione razzista e, mentre la smantella, risponde alle critiche parlando di “attacchi sovversivi“.

Tutto questo conta, ma non può bastare. Occorre una riflessione più profonda. Questo governo inesistente, fatto di scandali e repressione, questa opposizione che si schiaccia sistematicamente sulle scelte economiche di un neoliberismo senz’anima e senza rispetto di uomini e diritti, sono il braccio armato d’una dittatura, di un “golpe finanziario” attuato da gruppi di potere che hanno cancellato la democrazia.
Dopo il ricatto che ha messo in ginocchio la Grecia, tocca a noi: per la prima volta nella storia dell’Europa contemporanea un organismo economico privato, espressione di interessi del capitale, detta le condizioni di vita a Paesi sovrani. Padronale è il linguaggio di Draghi e Trichet, due privati cittadini che si arrogano il potere di indirizzare al popolo italiano una lettera ultimativa, cieca, violenta e provocatoria. Una lettera che pretende “piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali […] attraverso privatizzazioni su larga scala”. Una lettere che detta una filosofia della storia e pretende di piegare la vita dei popoli alla legge del profitto. E’ tassativo, scrivono i due ragionieri, senza spiegarci con quale autorità, una “accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, la “riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi” E su questa linea proseguono, in un documento che val la pena leggere: “C’è anche esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva”, proseguono i due, “permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
Il Governo ha l’esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane […] intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico […] rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali […]. Consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate […] siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
[…] Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)”.

C’è una guerra in atto. Guerra di aggressione, la terza dopo l’Afghanistan e la Libia. Non si combatte a Tripoli, non fa vittime in Libia, non ha cronisti sulla stampa ormai serva, non ha cittadinanza in un Parlamento delegittimato, è completamente fuori della legalità repubblicana. E’ la guerra delle banche contro la democrazia. Parlare di scuola oggi significa soprattutto dar voce alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 ottobre 2011. La foto è tratta dal blog il lavoto non è una merce.

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