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Posts Tagged ‘De Giovanni’

tesinaToto05Biagio De Giovanni è vecchio ormai, ma non è diventato saggio, come vuole l’antico adagio.
Comunista, ai tempi in cui il rosso si portava molto e i maldicenti sussurravano che rosse fossero anche le carriere di successo, ha tenuto ferma nel tempo un’idea di Napoli lombrosiana: plebea per vocazione. E’ questa l’unica posizione immutata della sua lunga e tutto sommato inutile vita di intellettuale prestato alla politica. Dopo il suicidio del PCI, De Giovanni ha militato nelle file progressiste, un’etichetta buona per un vuoto a perdere, è diventato anticomunista, lasciapassare obbligato per i salotti buoni, è passato ai socialisti liberali radicali e oggi dice la sua sulla stampa di Caltagirone.
Sono questi percorsi che hanno portato Valente all’abbraccio con Verdini. Percorsi in cui c’è un nodo mai sciolto: De Giovanni non s’è mai fatta un’idea precisa della democrazia e ha vissuto così a lungo nei palazzi del potere, che tanto è lucido al chiuso, quanto all’aperto confuso. E’ da questa confusione che nasce la sua lettura del voto a Napoli e il suo disprezzo per il consistente consenso ottenuto dal sindaco uscente. Per De Giovanni si tratta di una «degenerazione della democrazia recitata, un suo lato estremo, anche se il suo ceppo fa parte delle fisiologie della democrazia plebiscitaria che in molti luoghi fa sentire la sua presenza, ma a Napoli si è giunti a un punto limite».
Più che le parole scritte – che non esprimono opinioni, ma disprezzo per la decantata democrazia – qui fanno impressione le parole non dette. Impressiona l’ignoranza dei fatti, nel senso classico di chi sa ma non dice.  Il comunista socialista liberale e radicale parla di democrazia, ma tace sul Parlamento di nominati, da cui, guarda caso, proviene Valeria Valente. Un pugno negli occhi della democrazia. Tace di una legge elettorale che la Consulta definisce incostituzionale. E’ la legge che ci ha regalato tre governi illegittimi moralmente e politicamente, due Presidenti della Repubblica, uno dei quali eletto due volte, mandati al Campidoglio da sedicenti parlamentari, eletti illegalmente e la Costituzione scritta da Boschi. Anche su questo tace, De Giovanni, parlando di democrazia. Che eloquente silenzio!
De Giovanni sembra un marziano capitato per caso su un pianeta sconosciuto di cui non conosce la lingua. Questo spiega perché per lui a Napoli i «problemi reali non hanno più la parola per esprimersi, e vengono vissuti in un altro mondo, dove ognuno è isolato nella propria entropia. […] in città percorse da flussi d’opinione incontrollati, e Napoli ne è capofila». Per De Giovanni i problemi reali della gente che vota per scegliersi un sindaco non sono il bilancio che era dissestato e non lo è più, non è l’acqua pubblica salvata dalla speculazione, come ha deciso il popolo con un referendum, non sono la spazzatura che ci seppelliva e non c’è più, la diossina che uccide di meno, le scuole comunali salvate, il turismo rinato che porta soldi e produce lavoro, il fervore di iniziative economiche e culturali e la partecipazione popolare alla vita pubblica ch’era stata letteralmente uccisa ed è resuscitata. No. Per De Giovanni, Napoli è plebe istigata e il suo voto fa schifo.
Sarà un caso, ma come lui la pensano Goffredo Buccini e il Corriere della Sera che pubblicano un velenoso elogio di De Magistris «capace di sintonizzarsi – gli va dato atto – con le pulsioni più profonde d’una città dove la plebe non s’è mai trasformata compiutamente in popolo, dove la lotta sociale si fonde col sanfedismo da oltre due secoli».
Diciamo la verità. Noi abbiamo pazienza, ci fidiamo dell’intelligenza dei lettori, sorridiamo di queste analisi da Minculpop, però – senza tornare a Cirillo e Pagano che nel ’99 hanno fatto scuola di civiltà – una domanda ce la dobbiamo pur fare: ma Buccini e il Corsera lo sanno che queste tesi erano quelle di Farini all’alba dell’Unità d’Italia, quando a Torino si pensava che l’Africa cominciasse più o meno a Caserta? Lo sanno che il primo accordo tra la loro democrazia e la «nostra» camorra l’ha fatto il genovese Garibaldi? Lo sanno che il veleno che ci uccide l’hanno portato dalle nostre parti aziende settentrionali? Buccini e il Corsera si sono accorti che in Val Padana la loro «democrazia» liberale s’è chiamata Bava Beccaris e ha prodotto quelli che il napoletano Labriola chiamò gli spettri del ’98? Lo sanno che nel nord del Paese c’è una vandea che ci ha regalato il fascismo e Salvini?
Io conosco una plebe che si è mossa, è cresciuta, è diventata persino classe dirigente. Conosco un plebeo – si chiamava Salvatore Mauriello – che a nove anni faceva furti con destrezza e a venticinque parlava da pari a pari con i bolscevichi e dirigeva con Bordiga il partito che è stato poi di De Giovanni. Conosco una plebe politicizzata dagli anarchici nelle patrie galere e dispersa nelle isole del domicilio coatto dai democratici alla de Giovanni. Una plebe che negli anni settanta, ai quartieri spagnoli, impose il prezzo politico sugli alimenti, animò nelle periferie comitati per la scuola pubblica, lottò per il lavoro, ebbe una nobile concezione del mondo e della giustizia sociale e fu costretta alla lotta armata dalla reazione della Santafede per eccellenza: il capitalismo liberista. De Giovanni e il Corsera lo sanno ma non lo scrivono: la plebe si è spesso evoluta, ha cercato e trovato riscatto, quando le Istituzioni hanno funzionato e il lavoro ha avuto il ruolo che gli assegna la Costituzione. Il punto è però che quando questo è accaduto, è stato necessario dividere la ricchezza in maniera meno iniqua e più democratica di quanto accade solitamente. La gente comune ha esercitato potere, si sono fatti più investimenti sui salari e sulla formazione e il saggio di profitto ha pagato un prezzo sociale che non vuole pagare. Piaccia o no al Corsera e a De Giovanni, è questa le democrazia, non le chiacchiere sul populismo che fanno da sponda ai padroni del vapore. La democrazia che comincia a prendere corpo a Napoli da cinque anni e terrorizza gli eterni spettri del ’98.

 

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