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A-dispetto-della-dittatura-fascista_I-copCome tutti i bravi studiosi, Gian Luigi Bettoli non nasconde i suoi ideali, ma utilizza un rigoroso metodo di indagine, che accerta accuratamente l’esistenza e il valore degli eventi che registra, poi, per dirla con Carr, non si lascia condizionare «da un’insostenibile concezione della storia come […] assoluto primato dei fatti sul momento interpretativo». Nel suo lavoro perciò il centro di gravità non è mai nel passato o nel presente, ma trova il suo punto d’equilibrio nel sentito bisogno di rendere i fatti adeguati all’interpretazione e l’interpretazione ai fatti. E’ naturale perciò che compia le scelte suggerite dalla ricerca senza mai forzarne i termini.

Una prova di questa lodevole impostazione è fornita certamente dal denso volume intitolato A dispetto della dittatura fascista. La lunga resistenza di un movimento operaio di frontiera: il Friuli dal primo al secondo dopoguerra, edito da Olmis nel 2019. Il libro, che studia gli anni dal primo al secondo dopoguerra, chiude un lungo e attento lavoro di ricostruzione storica di ciò che è stato il movimento operaio friulano dagli anni ormai lontani dell’Ottocento al boom degli anni ‘60 del secolo scorso, avendo l’occhio particolarmente attento al Friuli, occidentale «antica roccaforte del socialismo»[1].

La mole dei documenti, la ricchezza del materiale iconografico, l’analisi approfondita dei fatti, molti dei quali sconosciuti o dimenticati, la capacità narrativa e il coraggio di ridurre all’essenziale i riferimenti archivistici e bibliografici, inconsueti in un panorama storiografico spesso appesantito da un uso eccessivo del «linguaggio specifico», adatto agli addetti ai lavori, ma del tutto inadeguato al lettore comune che prova ad avvicinarsi al saggio storico, costituiscono i caratteri di fondo di un lavoro che ha anzitutto un grande merito: in un momento storico in cui gli studi sul movimento operaio languono, Bettoli non solo li riprende, ma dimostra l’importanza che essi hanno per la conoscenza della storia generale del nostro Paese.

In questo senso il libro non è certamente un lavoro di storia locale e rappresenta, anzi, un esempio felice di storiografia marxista, che prende immediatamente le distanze dal dilagante revisionismo, riempie un vuoto di conoscenza e restituisce il posto che meritano nella nostra memoria storica fatti e soprattutto persone ingiustamente dimenticate. Il tema della resistenza al potere, diventa così immediatamente quello delle sofferenze subite dalle persone che hanno resistito «sottoposte a discriminazioni, persecuzioni, torture, ed alle relative conseguenze psichiche e fisiche fino alla morte proprio perché antifasciste»[2].

Di fatto, lo storico riporta alla luce ciò che si nasconde dietro il presunto «consenso» riscosso dal regime; un «consenso» apertamente e strumentalmente sopravvaluto da Renzo De Felice. Lo fa, per usare le parole stesse dell’autore, con la delicatezza necessaria alla dolente materia, scegliendo un modello espressivo che si pone la «questione della tutela della riservatezza della persona di cui […] ho appreso dati sensibili relativi a malattie ritenute stigmatizzanti, problemi di salute mentale, omosessualità, esercizio della prostituzione» e decidendo di «utilizzare un sistema misto, rendendo anonimi tutti quei casi dei quali non fossero già note, o in qualsiasi caso non apparissero significative ai fini della ricostruzione delle […] vicende personali dei protagonisti della ricerca»[3].

E’ bene dirlo subito. In questo nostro tempo, letteralmente prigioniero di una realtà politica rozza e culturalmente indigente, che tende sempre più a separare i governati dai governanti, lo storico friulano ha certamente presente quanto ebbe a scrivere sul fascismo come regime politico del capitale finanziario Pietro Grifone, economista e antifascista confinato[4]. Non a caso perciò il suo lavoro, restituendo la parola a chi il potere la tolse, non è solo un ottimo esempio di ricerca storica, ma uno strumento di lotta – un tempo si diceva «battaglia delle idee» – contro il riemergere di pericolose nostalgie strettamente legate a una crisi mondiale della democrazia.

Come giunga a porre al centro della sua ricerca la gente che resiste, è l’autore stesso a raccontarlo, facendo riferimento ai due «estremi caratteristici» del periodo di cui si occupa: «la conservazione del consenso elettorale della sinistra nelle sue roccaforti, a dispetto di un ventennio di regime fascista; la successiva e repentina contrazione di quella forza e l’instaurarsi di una egemonia moderata, imperniata attorno al blocco politico-sociale cattolico»[5]. Estremi caratteristici che pongono domande ineludibili: per quali ragioni si ebbe questo andamento apparentemente contraddittorio? Non vi è un solo modo per rispondere a una domanda come questa, ma l’autore non ha dubbi e sceglie direttamente quello che gli indica più chiaramente il lavoro che va compiendo negli archivi: «volgermi a ritroso, alla ricerca del percorso di almeno tre generazioni di attivisti politici che si sono sovrapposte, per cercare di capire le ragioni di questa egemonia […]. La stessa necessità di comprensione mi hanno spinto ad alcune incursioni nel decennio successivo, in quegli interminabili anni ’50 nei quali maturano cambiamenti sociali epocali»[6].

Da questa necessità per così dire “tecnica”, nasce una delle caratteristiche storiografiche più affascinanti e valide del lavoro: la centralità delle biografie di militanti politici e gente qualunque, che sono, sia pure a livelli diversi di consapevolezza, il cuore pulsante della ricostruzione del fascismo e della lunga resistenza al fascismo. Figure di seconda linea, militanti più o meno anonimi e gente del popolo che Bettoli non a caso ricorda come «persone escluse dal culto degli eroi»[7].

In questo senso il libro coglie con estrema chiarezza il limite del lavoro di Renzo De Felice e degli storici usciti dalla sua scuola, per i quali la connotazione di «storico militante» assume un valore del tutto negativo. Bettoli non utilizza mezze parole: De Felice e i suoi allievi hanno volutamente ignorato o comunque sottovalutato la resistenza opposta al fascismo dai gruppi organizzati e da quell’antifascismo popolare, senza del quale la storia del regime e più in generale quella del Paese, risultano monche e non di rado stravolte. Un’operazione che non solo è diventata lo strumento per una rivalutazione del ventennio fascista – oggi c’è chi giunge a parlarne come di «regime inclusivo» –  ma ha costruito le basi scientifiche per cui quella sua lettura è poi diventata «autorevole corifeo di quel turbocapitalismo che ha globalizzato il pianeta» e di fenomeni più recenti, primi fra tutti i cosiddetti populismi, così apertamente di destra, razzisti e xenofobi, da essere non di rado dichiaratamente fascisti o fascistizzanti[8].

Ciò è potuto accadere, osserva acutamente lo storico friulano, perché il revisionismo non è semplicemente  una «tendenza a passare senza mediazioni dal terreno della ricerca a quello della lotta politica», ma punta a svalutare, quando non a leggere in chiave negativa la storia del proletariato, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del fascismo[9]. Qui, sia dal punto di vista del metodo, che degli argomenti utilizzati, il lavoro di Bettoli costituisce certamente un contributo pregevole offerto alla conoscenza della nostra storia. Un contributo che nasce anzitutto da una scelta: ricostruire la resistenza al regime non attraverso i «grandi fatti della storia», ma mediante i piccoli episodi della vita delle persone, mediante il dolore senza clamore di chi si oppone  e paga. In altre parole, attraverso il «carico di sofferenze patite per idealità superiori» da chi ha messo in campo personalmente, come ha potuto, le più diverse forme di resistenza[10]. Sofferenze e resistenze delle quali il revisionismo storico ha volutamente scelto di non occuparsi.

Com’è naturale, la ricerca mette in evidenza il ruolo consapevole di militanti e dirigenti politici e sindacali, che hanno affrontato la lotta con la piena consapevolezza del rischio e hanno subito le manganellate e l’olio di ricino, la tortura, la prigione, il confino e persino la fucilazione, in nome dei loro ideali anarchici, azionisti, cattolici, comunisti e socialisti; è tuttavia un ulteriore merito di Bettoli quello di avere voluto dedicare pagine e pagine all’antifascismo che definisce «popolare spontaneo»[11].

Bettoli sa che fu costume anarchico quello di lavorare nelle carceri per politicizzare i delinquenti comuni; la sua formazione marxista gli dice che è necessario distinguere tra sottoproletario e proletario, tra comportamento individuale e scelta che nasce dall’esperienza e dall’organizzazione politica; questo però non gli impedisce di rendersi conto che il quadro dell’Italia resistente non sarebbe completo se la sua ricerca non avesse l’occhio attento ai gay, che non sono necessariamente sottoproletari, alle prostitute, ai vagabondi, ai piccolo borghesi delusi, insomma a quei «ceti marginali o sottoproletari» ai quali il regime non risparmia la repressione e che spesso passano per l’internamento e il manicomio, come i “politici”[12].

Di loro il regime farà quel che vuole con una ferocia che non distingue resistenza da resistenza. Siano o no politicamente irrilevanti o addirittura, come scrive con una formula felice, «veri e propri lapsus della psicologia sociale», conta davvero poco[13]. Per quanto il loro modo di resistere si possa ridurre alla bicchierata notturna che turba la quiete, possa manifestarsi con la canzone irridente e la barzelletta, o diventare canto anarchico, rivelando un sottofondo politico, si tratta comunque di una parte del volto di un Paese che a suo modo rifiuta un modello e mette in crisi l’immagine plebiscitaria del regime.

D’altra parte, perché ignorare i «marginali» e dare spazio solo a quei gruppi che in apparenza sembrano avere una più significativa collocazione sociale, se, tuttavia, sia prima che durante il fascismo, essi lottano nell’orizzonte ristretto della fabbrica, ma si tengono lontani dalla vita del sindacato e del partito?[14] Bettoli non si lascia chiudere nella gabbia di considerazioni ideologiche. Evitando di operare distinzioni forti e di alzare muri, coglie contraddizioni dietro le quali vivono anche momenti inattesi ma esaltanti. E’ il caso della capacità di lotta ripetutamente manifestata dalle donne operaie durante il fascismo[15]. Sono momenti e capacità che emergono soprattutto dai fascicoli personali degli antifascisti, dalla miniera in cui Bettoli ha saputo scavare con perizia e lucidità. Ne è venuto fuori non solo un libro da leggere, ma anche un esempio di metodo innovativo della ricerca storica in grado di mettere in crisi uno dei pilastri del revisionismo: il mito del «consenso».

NOTE

[1] Ultimo di una sorta di trilogia questo libro di Gian Luigi Bettoli è stato preceduto da altri due saggi: Una terra amara, (Ifsml, 2003) e Il volto nascosto dello sviluppo, (Olmis 2015).
[2] A dispetto della dittatura fascista. La lunga resistenza di un movimento operaio di frontiera: il Friuli dal primo al secondo dopoguerra, Olmis, 2019… p. 18.
[3] Ivi, p. 19.
[4] Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi,Torino, 1975, pp. 22-31.
[5] Ivi, p. 25.
[6] Ivi
[7] Ivi, p. 18.
[8] Ivi, p. 23
[9] Ivi, p. 24.
[10] Ivi, p. 18.
[11] Ivi, pp. 196-293.
[12] Ivi, p. 197.
[13] Ivi, pp. 197-98.
[14] Ivi p. 243.
[15] Ivi, p. 196.

Giuseppe Aragno, La Storia Le Storie, 9 luglio 2020

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Si potrebbe titolare “La polemica sull’Invalsi continua”, mentre l’università si accende di speculari timori per i connotati dell’Anvur, e non sono in pochi a chiedersi sconcertati se non sia tornata la Gelmini. I devoti di Monti e dell’Italia “nuova” si scandalizzeranno, ma le cose stanno così e, a ragionare laicamente, c’è poco da far festa: va, se possibile, anche peggio e mentre i ripetuti segnali di continuità fanno suonare campanelli d’allarme, il dato più inquietante è che stavolta alla barra del timone c’è uno dei grandi “tecnici” per cui si meditano processioni di ringraziamento e s’è avviato, con i doverosi caratteri dell’urgenza, il processo di santificazione del già beato Napolitano.
Che l’articolo 51 del “decreto semplificazioni” firmato dai tecnici sia, in realtà, il solito “decreto falsificazioni” di marca politica, è facile capire. Si pensava, però, che, se non altro, si fosse riconosciuto un confine che nessuno mai più, tecnico o politico, avrebbe osato varcare: il confine della decenza, che il governo “salva Italia”, in linea con l’armata Brancaleone passata da Berlusconi a Monti ha invece violato. E’ indecente, infatti, che, dopo le battaglie politiche sulla teoria e la pratica della valutazione, il governo “tecnico” abbia sistemato all’Istruzione la sottosegretaria Ugolini, giunta al Ministero dai vertici di quell’Invalsi, imposto poi come attività “ordinaria” alle Istituzioni scolastiche. Mai come oggi è stato così chiaro: a ispirare Profumo, che sa di scuola molto meno di un qualunque cittadino di media cultura, c’è con tutta evidenza la filosofia della vituperata ma trionfante Gelmini. A nulla è servito che appena un anno fa la Magistratura abbia intimato alla politica di non imporre quiz ai docenti. A nulla purtroppo serve ormai appellarsi alla Costituzione, che invano sancisce la libertà di insegnamento e l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Nel clima di una negata ma operante “sospensione della democrazia”, il governo “tecnico” agisce ormai come se l’Italia fosse davvero la “repubblica dei Presidenti”.
C’è una logica stringente in ciò che accade sotto i nostri occhi. Il governo Monti, nato com’è nato e vissuto con amara soddisfazione – è il prezzo da pagare al dopo Berlusconi, pensano in molti – e il timor panico per una crisi devastante, non è frutto di un caso. Monti, Berlusconi e ciò che attorno a loro si unisce in termini di cultura padronale, fastidio per i diritti, le tutele socialdemocratiche e i vincoli keynesiani, vengono da lontano, nascono nel 1992, con la vittoria del capitalismo liberista su quello di Stato del socialismo reale, con le barriere cadute a est e il pianeta a portata di mano di avventurieri il cui solo ostacolo, per un apparente paradosso, diventa quella “democrazia borghese” che del Capitalismo è stato a un tempo maschera e arma vincente.
Occorre l’animo di dirlo: abbiamo di fronte i due volti di una sola realtà, dominata dalle criminali aspirazioni di sparute, ma agguerrite pattuglie di guastatori agli ordini di una concezione reazionaria della società e della filosofia della storia, di un potere che non ha patria e non chiede legittimità ai popoli. La conoscenza, la coscienza critica, la filosofia della “formazione di massa”, il pensiero che attribuisce un ethos politico alle classi subalterne, armi efficaci e naturale presidio della democrazia, sono perciò l’obiettivo privilegiato di una guerra senza quartiere: il conflitto per la supremazia tra i mercanti, celati dietro l’astrazione che definiamo mercato. Una guerra in cui annientare le tutele democratiche e la cultura dei diritti non è meno vitale di un conflitto scatenato per conquistare la via del petrolio. Sembrerà un’esagerazione, ma è nella logica di questo conflitto: scuola e università sono da tempo nel mirino di governi apparentemente diversi tra loro. Il controllo del potere passa anche e soprattutto per il controllo della scuola e non c’è nulla che lo spieghi meglio del filo rosso che attraversa e unisce le politiche per la formazione lungo l’asse Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo; politiche che, non a caso, privilegiano il privato d’élite a danno del pubblico. Chiunque provi a leggere tra le righe nei progetti sulla scuola elaborati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio troverà nei concetti economici di produttività, impresa ed efficienza la chiave di lettura politica delle cortine fumogene su merito e “competenze”. Dietro, è facile vederli, ci sono la svendita della funzione docente, l’asservimento economico di insegnanti ormai dequalificati, la cancellazione dell’autonomia della ricerca e della libertà d’insegnamento. Dietro, si coglie soprattutto la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su un’imprecisata volontà di “cambiare” il sistema formativo, copre abilmente l’obiettivo ambizioso e pericoloso: utilizzare la formazione per trasformare il Paese. Di intenti “pedagogici” del governo ha talora parlato il prof. Monti.
A ben vedere, la crisi, chiedendo scelte radicali, riconduce al conflitto tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che la fanno propria e chiama i governi borghesi alla necessità, storicamente ricorrente, di imporre ai ceti subalterni di pagare con la salute, la miseria, il sacrificio del futuro dei figli e la rinunzia al sogno di un mondo migliore l’esito devastante delle contraddizioni del sistema.
In questo senso se, com’è evidente, la crisi riguarda anche le strutture di comando capitalistico, non meraviglia che il lavoro intellettuale e i docenti che, piaccia o no, sono essi stessi “intellettuali”, siano nel mirino. Toni Negri, da cui si può dissentire ma non è mai banale, riflettendo sull’attuale natura del lavoro intellettuale, coglie il senso dell’attacco alla formazione, portato da un potere economico che diventa politico nonostante la crisi, o forse proprio perché c’è la crisi, e si mostra deciso a costruire una società di automi attivati da un pensiero unico, privi di senso critico, capaci di vivere solo in una “moltitudine produttiva” e incapaci, perciò, di autonomia personale. “Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale” egli osserva, “tanto più diviene […] produzione della vita”. Tornano in mente Marcuse, sbrigativamente pensionato, Marx ripudiato e le domande sono serie: se questo è, quale “vita” si vuole produca oggi un docente? Il lavoro di chi si propone di offrire dal basso chiavi di letture della pluralità e complessità degli eventi, coltivando l’autonomia del pensiero critico, rientra nel modello di società che si va costruendo? Il “docente-intellettuale”, che non vuol dire per forza l’intellettuale organico e neanche quello “impegnato” che era tutt’uno con la sua lotta, ma perdeva il contatto coi lavoratori, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, il docente che non a caso si presenta ormai come pietra dello scandalo, perché di quella cesura è molto spesso figlio, quel docente ha cittadinanza in una società tornata rigidamente gerarchica? Tutto lascia credere di no: il docente che vive di dubbi socratici e al dubbio forma i suoi studenti, di fatto si rivolta contro il pensiero unico ed è per questo “rivoluzionario” sul terreno teorico ed eversivo su quello della prassi. Questo docente, perciò, e la scuola che egli sa e vuole fare vanno cancellati.
Così stando le cose, la scuola dei quiz, che umilia la classe docente per asservirla, ha una funzione chiara: non valuta gli alunni, seleziona i docenti. Chi non si svende non rientra nei fini pedagogici di base della “scuola nuova”: la produzione di una umanità che Labriola definì “bestiame votante”, massa di manovra e manovalanza generica, priva di pensiero autonomo e senso critico, dannata a vivere d’elemosina, stenti e supina rassegnazione clericale. In altri termini, la base di consenso del regime che avanza. Il De Felice di turno spiegherà poi ai nostri nipoti che eravamo tutti convinti.

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Paesesera” il 5 aprile 2012

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