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Posts Tagged ‘Daniele Maffione’


Consultare documenti della Pubblica Amministrazione è un diritto dei cittadini che abbiano un interesse giuridicamente rilevante, quale, per dirne uno, quello della ricostruzione storica. Gli Enti Pubblici, quindi, devono rendere consultabili i propri archivi. Questo non vuol dire, però, che il contatto cittadino-documento avvenga in tempi ragionevolmente brevi. In realtà, se tutto va bene – ed è raro che accada – la consultazione richiede decenni.  Un documento diventa «storico», infatti, quando riguarda affari esauriti da oltre trent’anni ed è sopravvissuto a una selezione che l’ha ritenuto «inutile», consentendone la distruzione. Se si pensa al cosiddetto «armadio della vergogna», si può continuare a dire che distruggere arbitrariamente un documento è un reato penale, ma è impossibile negare che sono esistiti documenti spariti o impunemente occultati.
Diventato «storico», occorre che un documento sia versato agli archivi assieme agli strumenti che lo rendono consultabile: registro di protocollo, che ricorda i documenti ricevuti e spediti e i dati identificativi; ordine logico nella conservazione, rispetto della sua integrità, assenza di danni e se necessario lavoro di restauro. Spesso gli oltre trent’anni diventano così quaranta. Per non dire dei documenti di politica estera o interna «riservati», per i quali la consultazione non può avvenire prima dei cinquant’anni.
Chi ha dimestichezza con le carte di polizia, sa che quanto vi si racconta va preso con le molle. Per una regola non scritta, infatti, i «sovversivi» si comportano quasi sempre male con la famiglia, le donne che non si allineano alla morale corrente sono quanto meno delle poche di buono e in tema di manifestazioni di piazza, il disordine e il male sono puntualmente dalla parte dei manifestanti, gli infiltrati non esistono e i comportamenti delle forze dell’ordine sono sempre giustificabili, legali e quindi ineccepibili.
Non so se i documenti istituzionali riguardanti la Rete no global e i fatti di Napoli del 2001 saranno considerati «riservati» e ammessi alla consultazione nel 2051, ma l’esperienza mi dice che ne verrà fuori comunque una storia di parte, in cui alla voce delle istituzioni e alle descrizioni di black blok, violenti e «sovversivi» non potranno fare da contraltare racconti, sensazioni e fatti narrati dai cittadini protagonisti di quel momento particolarmente importante della storia del nostro Paese. In questo senso il libro intitolato Da Seattle a Genova. Cronistoria della Rete no Global, curato da Daniele Maffione e pubblicato a giugno da Derive e Approdi, con una prefazione di Marco Bersani (pp. 320, euro 20), svolge una funzione importante, non perché intende stabilire le ragioni e i torti di chi fu in piazza, collocato in opposte trincee, ma perché «conserva» nell’archivio della memoria collettiva il senso di una lotta, visto da un punto di vista che rischia di perdersi per sempre: quello di chi, con singolare tempismo, seppe cogliere alcune caratteriste di una stagione che si apriva. Caratteristiche che i documenti ufficiali non ricorderanno, ma le testimonianze dei protagonisti richiamano, confortati da una conferma: i fatti che stiamo vivendo.
Ai primi del secolo si poteva essere d’accordo o trovare l’analisi sbagliata. Oggi no, oggi che il movimento no global di fatto non esiste più, solo chi è in mala fede può negare ciò che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi: le teste pensanti del capitalismo, in particolare nella sua più recente evoluzione – quella neoliberista fondata sulla globalizzazione – avevano in mente un progetto chiaro. Intendevano creare i presupposti per una feroce concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccola e potentissima pattuglia di super ricchi e farlo senza tenere in nessun conto i diritti della stragrande massa di abitanti del pianeta, anche a costo di ridurre l’umanità alla disperazione e creare un rischio di estinzione per la vita dell’uomo sul pianeta. E’ quanto purtroppo sta accadendo.
Altri prima di Maffione si sono affaticati per far luce sugli ordini ricevuti dai reparti scelti delle nostre forze dell’ordine e sulla brutalità cui esse fecero ricorso per eseguirli. Far luce su quegli ordini da golpe cileno e quell’esecuzione da fascismo delle origini è un lavoro importante che andava fatto, anche perché ha mostrato la fragilità delle nostre istituzioni democratiche e ha indicato dove cercare le radici dell’attuale barbarie. Il merito del libro curato da Maffione è un altro e certo più notevole e necessario: per quanto riguarda il nostro Paese, infatti, il libro chiama a raccolta i protagonisti della grande battaglia che si è combattuta dal 1999 al 2002 e chiede a ognuno le ragioni per cui si mobilitò. Cosa spinse militanti e cittadini che di politica non si occupavano più, o non si erano mai occupati, a collegarsi a un movimento di dimensioni planetarie per urlare il proprio no alle ricette prescritte dai vertici del FMI, della Banca Mondiale, del Wto, dell’Ocse e dei tanti organismi di natura solo apparentemente economica, che abbiamo imparato a conoscere meglio nel corso di questi anni? Quale potere legittimo avevano tali organismi per sostituirsi di fatto alla politica?
Il libro di cui parliamo si sgancia intelligentemente da un dibattito che si è polarizzato sulla violenza delle Istituzioni e sulla risposta di una generazione che rifiuta quel modello di ordine costituito; cerca invece punti fermi che superino il momento feroce dello scontro e ci riporta a un dato di fatto decisivo per chi voglia capire ciò che accadde e perché accadde. L’ha scritto su «Left» lo stesso Maffione e val la pena di ricordarlo: «La contestazione al G8 non nacque per puro caso, ma venne preceduta da una lunga preparazione e da un’incubazione tanto delle strategie del dissenso, quanto della repressione». Di qui il vuoto riempito rispetto alla centralità vera o presunta dei fatti di Genova, che probabilmente non avremmo avuto senza quelli di Napoli nel marzo 2001, senza la contestazione al Global Forum dell’Ocse che vi si svolse. A ricordarci la centralità di quattro giornate che radunano decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi d’Europa e consentono alle Istituzione di sperimentare forme di repressione inaudite ed evidentemente sperimentali rispetto al luglio genovese, sta il fatto che di quella violenza in sostanza sovrapponibile, sono responsabili centrodestra e centrosinistra – a Napoli opera il governo Amato, a Genova quello Berlusconi – mentre alla testa della polizia inferocita troviamo in entrambi i casi Gianni De Gennaro.
In questo senso il libro offre finalmente un bilancio politico dei fatti. Lo fa coinvolgendo un folto numero di intellettuali, lavoratori, rappresentati della società civile, attivisti e lavoratori, utilizzati intelligentemente per spiegare a chi non c’era, al di là di quanto ci racconteranno le Istituzioni, cosa accadde davvero al termine di una grande stagione di lotte, talvolta ingenua, ma ancora viva nei suoi contenuti. Il lavoro si divide in cinque sezioni. La prima, superando coraggiosamente il problema del rapporto tra il passato e gli strumenti linguistici per ricostruirlo, su cui molto si è soffermato Hayden White, sceglie la tradizione narrativa e diventa racconto scritto dallo studioso Francesco Festa, che, prendendo felicemente spunto da un’inchiesta giornalistica, descrive con puntualità l’origine e la complessa natura di classe della Rete No Global nell’Italia meridionale. Segue poi un lavoro sulla Cronistoria della Rete no Global e delle quattro giornate di Napoli contro la globalizzazione, con testimonianze tutte interessanti e spesso diversificate, tra cui voglio ricordare per ragioni personali, quella di Francesco Amodio, recentemente scomparso, quelle di compagni di lotte quali Alfonso De Vito e Mario Avoletto, e quella di Francesca Menna, che ripercorre il viaggio particolarmente significativo dai no global ai meetup. Indiscutibilmente notevole quella di Don Vitaliano Della Sala, il parroco no global, che ha arricchito il libro con alcune lettere inedite.
La parte che riguarda l’incubazione del G8 di Genova, si occupa con ineccepibile rigore delle violenze subite dai manifestanti. Chiudono il libro una sezione archivistica, che si deve soprattutto al contributo offerto dal ricercatore Fabrizio Greco, e una sezione visiva, formata dalle foto di Luciano Ferrara, dalle grafiche offerte da Massimo Di Dato/Karl Max e dai manifesti di Francesco Sollazzo.
Conclusa la lettura, ciò che colpisce è la capacità di sfuggire ai luoghi comuni e di proporre un racconto collettivo, una sorta di canto corale, ma anche di contro narrazione di un momento probabilmente cruciale della nostra storia recente. Il lettore sente di aver acquisito molteplici strumenti per raccogliere le idee e farsi un’opinione personale non solo, o quantomeno non esclusivamente, della rete no global, ma di poter guardare al presente avendo tra le mani una chiave di lettura fornita dal passato. Il capitalismo, così come l’abbiamo visto all’opera in questi terribili anni di pandemia, diventa d’un tratto un «re nudo», con le sue responsabilità nella devastazione dell’ambiente, con la sua avidità nella ricerca del profitto, con la sua connaturata tendenza all’autodistruzione. Da questa consapevolezza partì la Rete no global e ricostruirne oggi le ragioni, significa anzitutto riacquistare la consapevolezza che ricordare non vuol dire semplicemente conoscere il passato, ma ascoltarne l’invito, oggi più che mai pressante, a non essere spettatori, ma protagonisti della costruzione del futuro. I divari sempre più profondi, l’onda dei virus che ci assale, lo strumentale elogio del privato a danno del pubblico, la distruzione della formazione, non sono catastrofi naturali. Sono il prodotto della storia. E la storia è figlia del conflitto. E’ ancora vero: un mondo migliore è possibile. Perché nasca, però, è questo credo sia il messaggio più autentico del libro, occorre unirsi e lottare, imparando a valorizzare al massimo ciò che ci unisce profondamente. Qualora ce ne fosse bisogno, dal 2001 a oggi i fatti l’hanno dimostrato: il capitalismo è il più pericoloso nemico dell’umanità.

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Oggi presento il mio libro e aspetto amici e lettori
locandina QUATTRO GIORNATE-1

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