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Posts Tagged ‘curdi’



Non so se delinquenza comune e manovalanza mafiosa ne abbiano profittato, ma il ministro dell’Interno del «governo dei migliori» l’occasione gliel’ha offerta. Martedì 8 giugno, infatti, agenti di tre diversi servizi della Polizia di Stato – Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale – non hanno trovato altro da fare che perder tempo nel sequestro di documenti raccolti in anni di ricerca da Paolo Persichetti, ricercatore storico che si occupa degli anni Settanta. Per un intero giorno, i custodi del quotidiano disordine pubblico hanno ritenuto l’archivio di uno storico più pericoloso del malaffare; hanno fatto così il primo passo verso quello che potrebbe diventare il processo politico a una maniera di leggere la storia che non collima con la “verità” del Potere.
Nel Paese in cui il Presidente del Consiglio non sbaglia mai e se necessario cammina sulle acque e  moltiplica i pani e i pesci, le cose vanno purtroppo così: se vuol vivere tranquillo, un ricercatore storico non deve occuparsi di argomenti ormai prigionieri d‘una qualche verità di Stato. A me anni fa capitò di finire sul Corsera in un piccolo ma vergognoso elenco di “negazionisti”, perché m’ero azzardato a ricostruire la vicenda delle foibe e del confine orientale fuori dai canoni della verità di Stato. Non contenta, l’onorevole Frassinetti presentò una risoluzione rivolta contro gli studiosi che non raccontavano i tragici fatti delle foibe così come voleva la sua verità e propose l’istituzione presso il Ministero dell’Istruzione di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti”. La lista degli abilitati a parlare non si fece, ma si decise – all’unanimità! – che fossero i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri.
Hai ragione Paolo: da tempo ormai la ricerca storica è sotto minaccia. Io però non mi meraviglio. Qui da noi si fa ancora giustizia col codice del fascista Rocco e abbiamo una Magistratura figlia dell’amnistia Togliatti. Per chi non lo sapesse, quell’amnistia fu scritta da Gaetano Azzariti, Presiedente del Tribunale fascista della razza e poi della Corte Costituzionale! E’ la Magistratura dei Palamara, dei giudici che hanno appioppato 14 anni di carcere a Francesco Puglisi, condannato per aver messo fuori uso un bancomat, secondo regole fissate dai fascisti nel 1930: “devastazione e saccheggio”! Gli stessi giudici che non toccano i padroni, quando ammazzano i lavoratori negandogli la sicurezza. Quelli che hanno incarcerato l’ultrasettantenne Nicoletta Dosio, esponente dei NO Tav, per un danno erariale di poche centinaia di euro e applicano il principio fascista della “pericolosità sociale” a Eddi Marcucci, tenuta sotto stretta sorveglianza e sottoposta a mille privazioni di libertà perché, armi in pugno, ha difeso dai turchi di Erdogan la libertà dei Curdi. Il beato Draghi, che si avvia a diventare santo, l’ha detto chiaramente, del resto: a noi i dittatori servono. Non l’ha detto, ma è chiaro: ci dà invece molto fastidio chi li combatte e lotta per la libertà.
Tu, caro Paolo, hai chiesto a giusta ragione a chi ama la storia una risposta civile, ferma, forte e indignata. Che – aggiungo io – non si limiti alle parole di circostanza e al bla bla sulla solidarietà.
Per quanto mi riguarda ho un archivio pieno zeppo di malefatte di giudici servi del potere e ci ho scritto libri: Crispi che chiede ai giudici di imbastire un processo farsa per far fuori i socialisti e il processo si fa; un magistrato che si contenta della dichiarazione congiunta e bugiarda di un pool di Commissari di P.S. che raccontano Biancaneve e i sette nani su un omicidio di Stato, commesso nei giorni di fuoco della settimana Rossa e via di questo passo. Mettiamo insieme qualche libero ricercatore. Ognuno ricostruisce, in ordine più o meno cronologico, una o due pagine «nobili» di questa storia infame e facciamone un libro. Raccontiamo alla gente cosa contengono le nostre carte e vediamo quanti sequestri e quanti processi i camerati di Palamara avranno l’ardire di organizzare.

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Uno Stato socialmente pericoloso

Oggi si discute a Torino il ricorso in appello presentato da Maria Edgarda Marcucci contro il provvedimento soffocante e fascista della Sorveglianza Speciale, che subisce dal 17 aprile scorso. Eddi – così la chiama che la conosce – non ha commesso reati. Ha combattuto l’Isis e ha difeso la libertà e la giustizia. In segno di solidarietà e per ricordare a chi non conosce il suo caso, pubblico un articolo che scrissi per lei e le auguro di tutto cuore che i giudici vogliano cancellare questa triste e vergognosa pagina della nostra storia.

Maria Edgarda Martucci, Eddi per i compagni, tornata tra noi dopo aver combattuto per la libertà dei curdi, è stata sottoposta per due anni ai vincoli della sorveglianza speciale. Come tutti i sorvegliati speciali Eddi non ha commesso reati ma le autorità di pubblica sicurezza pensano che potrebbe commetterne. Il provvedimento che la colpisce, quindi, si fonda sull’opinione di un funzionario e di un giudice, che, secondo criteri lombrosiani, vedono in Eddi una tendenza a delinquere.
Se confermata nei successivi gradi del processo, questa opinabile scienza – che riduce lo Stato e un’entità socialmente pericolosa – priverà Eddi di alcuni diritti e di buona parte della sua libertà personale. Trasformata in suddita, la cittadina incensurata Maria Edgarda Martucci si vedrà sottrarre passaporto e patente e dovrà sottostare a obblighi stringenti: comunicare alla polizia l’indirizzo di casa, da cui non potrà allontanarsi senza informare le autorità; la mattina non potrà uscire prima di una certa ora e la sera dovrà rincasare presto. Dovrà lavorare, ma senza chiedere licenze di alcun genere, potrà svolgere solo mansioni di dipendente o fare un lavoro autonomo per cui non è richiesta l’iscrizione a un albo. Nessuna riunione, nessuna manifestazione, nessun compagno sottoposto a provvedimenti di polizia e per finire, niente bettole e osterie.
E’ opinione di funzionari e giudici, che questo trattamento impedirà a Eddi di creare problemi di ordine pubblico. Per dirla chiara, le insegnerà – o dovrebbe insegnarle – che è pericoloso agire secondo coscienza e manifestare liberamente le proprie opinioni. Tutto legale? Sì, ma è la legalità autoritaria, quella del codice Rocco, che consente ai giudici della Repubblica antifascista di esercitare la loro funzione secondo provvedimenti di ispirazione chiaramente fascista.
C’è un libro uscito pochi anni fa che pare scritto solo per “specialisti” e invece dovremmo leggere tutti, per capire come possa accadere che un Tribunale della Repubblica nata dalla guerra di  liberazione, giunga a condannare a due anni di sorveglianza speciale una giovane donna che – come riconosce la stessa accusa – non ha commesso  reati.
Il libro, scritto da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, uno storico e un magistrato, è intitolato Un’odissea partigiana e ricostruisce l’incredibile storia di alcuni combattenti della guerra di Liberazione che, quando l’amnistia di Togliatti aprì le porte ai fascisti reclusi, si trovarono a fare i conti con giudici mussoliniani dal dente avvelenato, che inquinavano i Tribunali della Repubblica. La persecuzione fu così spietata che, pur di sottrarli alla vendetta, Terracini si rassegnò a ottenere condanne giustificate dalla pazzia. Amnistie e indulti, si disse l’avvocato comunista che aveva firmato la Costituzione con De Gasperi e De Nicola, avrebbero poi provveduto a tirarli fuori dai manicomi.
Le cose però non andarono così  e i “pazzi per la libertà” rimasero quasi tutti in manicomio, perché il codice fascista, che non abbiamo mai cancellato dalla vita della Repubblica, esclude da indulti e amnistie chi è considerato “socialmente pericoloso”. Si spiega così, con questa regola fascista che annichilisce la Costituzione quanto è capitato in questi giorni a Eddi, cha di fatto ha ripercorso la via amara di tanti partigiani.
Una esperienza di questo genere può capitare solo in un Paese come il nostro, che non ha fatto i conti col fascismo e ignora purtroppo la sua storia. Un Paese di sedicenti “liberali”, in cui è facile incontrare giudici che non conoscono il monumento levato in piazza dopo l’unità d’Italia a Santorre di Santarosa, il rivoluzionario borghese che passò dai moti carbonari, all’esilio inglese – cui l’aveva costretto un Tribunale – e incontrò la morte per mano turca, combattendo in Grecia per la libertà dei padri della democrazia.
Se non fossimo un popolo di “senzastoria”, Emanuela Pedrotta, Pubblico Ministero a Torino, si sarebbe guardata bene dall’utilizzare il codice penale secondo lo spirito che ispirò il fascista Rocco. La storia, maestra di vita, che trova purtroppo sempre meno allievi in grado di apprenderne la lezione, l’avrebbe indotta a riflettere, a ricordare che nel 1897, l’Italia liberale, che pure non fu modello di democrazia, non osò ricorrere al codice Zanardelli e non condannò i giovani tornati in Italia, dopo aver combattuto per la libertà di Candia, assalita dai Turchi. L’idea universale di libertà l’avrebbe fermata, benché tra quei volontari ci fossero soprattutto rivoluzionari, come il comunardo Amilcare Cipriani, Ettore Croce, futuro deputato comunista, poi perseguitato dai fascisti, e Arturo Labriola, futuro sindacalista rivoluzionario, sindaco di Napoli e ministro del Lavoro con Giolitti.
Qualora questi nomi non fossero bastati a imporle rispetto per chi difende della libertà di tutti i popoli, avrebbe certamente fatto un passo indietro di fronte al sacrificio di Antonio Fratti, giovane deputato repubblicano, partito con Cipriani, Croce e Labriola, ucciso in combattimento dai Turchi, ricordato in versi appassionati da Giovanni Pascoli e salutato dalla commemorazione rispettosa  dei colleghi parlamentari di ogni parte politica. Purtroppo l’Italia d’oggi ignora la sua storia. Eddi perciò, ideale compagna del giovane Fratti, di Cipriani, Croce e Labriola, non ha trovato ad attenderla il poeta e i suoi versi appassionati, gli sguardi rispettosi del Parlamento e un popolo che le si è stretto attorno come avrebbe meritato. Per lei ci sono stati solo la ferocia del Codice fascista e un giudice che ignora la storia del suo Paese e non si inchina ai grandi valori che ci fanno sperare in un mondo migliore.
Centoventi anni dopo il sacrificio di Fratti, questo nostro sventurato Paese è tornato purtroppo un modello di barbarie. Io però ricordo – e mi sembrano scritte per Eddi – le parole che in quei giorni lontani ebbe a scrivere Matteo Renato Imbriani Poerio. Parole troppo presto dimenticate, che vale la pena di ripetere per Eddi:
“In cospetto di un delitto che non ha nome contro un popolo che fronteggia la barbarie dell’Europa […] sappia il popolo italiano imporre al suo governo una politica che non significhi vergogna”.
Sono parole che non moriranno, come vivi saranno per sempre, al di là di sentenze che si commentano da sole, i nomi e le storie di quei giovani che hanno il coraggio delle loro idee e le difendono in ogni modo possibile, come hanno fatto sui monti i partigiani.

Agoravox, 27 marzo 2020

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amazzonia-2-1Probabilmente è vero: basterebbe che il sedicente “mondo civile” imponesse sanzioni, ritirasse dalla Turchia il suo personale diplomatico e rimandasse a casa gli ambasciatori di Erdogan. Basterebbe forse che i cosiddetti “Stati democratici” interrompessero ogni rapporto economico con la Turchia, ogni fornitura d’armi.
Se esistessero, i Paesi “civili” avrebbero tutti i mezzi per impedire il massacro.
Se non accade, se gli ambasciatori restano al loro posto, se le aziende continuano a fare affari, se le armi assassine passano i confini e rafforzano i criminali, è semplicemente perché la “civiltà” neoliberale è una risibile favola e ovunque sul pianeta morente regna incontrastata e sovrana la barbarie.

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ocalan_Un amico mi scrive: “Stiamo raccogliendo firme per questo appello di sostegno al riconoscimento della cittadinanza onoraria ad Ocalan, conferita dalla Giunta Comunale su proposta del sindaco De Magistris“, Una iniziativa, mi spiega, che fa di Napoli un avamposto e invita a riflettere sul significato dell’esperienza e della lotta dei curdi. “Oltre a firmare” – conclude – “ci dai una mano a raccogliere firme di docenti, intellettuali, scrittori, artisti ecc?”.
Naturalmente aderisco, pubblico l’appello e mi attendo adesioni. 

APPELLO

La cittadinanza onoraria per Abdullah Ocalan è un importante segnale politico!
In primo luogo per il rispetto dei diritti umani del leader curdo rinchiuso in isolamento da diciassette anni nell’isola prigione di Imrali. Milioni di persone nel mondo hanno firmato per la sua liberazione anche perché Ocalan esprime oggi e forse più che mai la speranza di emancipazione e di libertà di un popolo che vede negati i propri diritti e perfino la propria identità ed è sottoposto ai tragici effetti della guerra in Siria e di una guerra non dichiarata in Turchia da parte del governo di Davutoglu e del presidente Erdogan.
Ponendosi al centro di un complesso dibattito sul tema del “Confederalismo democratico” è stato il primo leader di un movimento di liberazione nazionale a criticare la forma Stato e il suo stesso ruolo nel ventunesimo secolo, rinunciando di fatto al separatismo in nome di un processo democratico e radicale di autonomia dal basso, centrato sul rispetto della natura, sull’emancipazione di genere e sulla giustizia sociale. Si è fatto portavoce in Turchia di un processo di “pace nella giustizia” che al momento è stato respinto drammaticamente dall’attuale leadership dello Stato turco, ma ha trovato interlocutori tra milioni di cittadini curdi e turchi, come dimostra lo straordinario risultato elettorale del partito Hdp alle due recenti elezioni, pur pesantemente condizionate dagli attentati e dalla militarizzazione sociale del kurdistan del nord. In Rojava la resistenza alle bande dell’Isis, sintetizzata agli occhi del mondo dall’esempio eroico della città di Kobane, si accompagna alla sperimentazione di un progetto democratico radicale, plurale e interculturale che costituisce un modello possibile di fuoruscita dal basso dall’inferno della guerra in Siria. Per la città di Napoli il riconoscimento del ruolo di Ocalan e dell’esperienza politica che la sua figura oggi sintetizza è non solo un segnale coerente col ruolo di ponte e di dialogo verso i popoli del Mediterraneo, ma anche attenzione a quei percorsi di democrazia radicale e di riappropriazione sociale dal basso che possono costituire anche una moderna chiave interpretativa per il superamento della condizione di subalternità dei sud d’Italia e d’Europa.

Ps: Per completezza d’informazione, trovo giusto riportare la posizione assunta sulla vicenda da Gianni Lettieri, candidato a sindaco di Napoli e capo dell’opposizione, che ha pubblicato un video su Fb in cui, in dialetto, critica De Magistris: «Ma chist’ nun sta bbuon ca ‘a cap? Con tutti i guai che vive Napoli ogni giorno, de Magistris trova il tempo di partorire una delibera di giunta per dare la cittadinanza onoraria ad Abdullah Ocalan, ma a voi sembra normale? Non ho parole». Napoli di guai ne ha davvero tanti, ma sono certo che saprà evitarsi una nuova disgrazia: un sindaco come Lettieri…

 Agoravox, 29 gennaio 2016

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