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Posts Tagged ‘Craxi’

39965Tra le pesanti eredità che ci lascia l’esperienza politica “straordinaria” compiuta ai vertici della Repubblica da Giorgio Napolitano, ci sono la privatizzazione strisciante della scuola statale e l’amara sorte del corpo docente. Dell’una e dell’altra, il Presidente, rieletto contro una prassi consolidata, non ha mai colto la portata e le conseguenze per il futuro del Paese, dimostrando così allo stesso tempo una impressionante distanza culturale da un problema scottante e una grave inadeguatezza nel ruolo di garante dei principi fondanti della legalità repubblicana. A ben vedere, però, non poteva andare diversamente. La concezione aziendalistica della scuola è figlia naturale del progressivo processo di asservimento della politica agli oscuri interessi del potere economico-finanziario.
Quando Enrico Berlinguer pose l’accento sulla “questione morale”, a guidare l’opposizione interna al segretario del PCI fu proprio Napolitano, che lo accusò di rinunciare a fare politica, riducendo gli altri partiti a “macchine di potere e clientele”. Per Napolitano, Berlinguer tradiva così la lezione di Togliatti e riduceva la politica a “vuote invettive” e “pure contrapposizioni verbali”. Quanto sia costata al Paese l’opposizione di Napolitano è apparso chiaro anni dopo, quando i vertici di partiti politici, ridotti ormai a comitati d’affari, come il PSI di Craxi, che Napolitano sponsorizzava, furono decapitati per via giudiziaria e l’irrisolta “questione morale” aprì la strada a Berlusconi. E’ lì che vanno cercate le radici di Renzi, del Patto del Nazareno e della rielezione di Napolitano, garante di un nuovo equilibrio, eminenza grigia che ha un ruolo decisivo nella nascita dei tre governi – Monti, Letta e Renzi – che hanno avviato la liquidazione della Costituzione del 1948, inaugurando la stagione della postdemocrazia con un drammatico esperimento di “autoritarismo democratico”.
In questo groviglio d’interessi, nelle acque torbide della corruzione dilagante e di una evidente miseria morale, ha faticosamente navigato la navicella della formazione, approdata al disastro con Renzi e l’annunciata riforma Giannini. Un dato colpisce subito chi guarda agli insegnanti oggi senza la lente deformante dei pregiudizi: il cliché del docente-missionario, del lavoratore protetto, della casta privilegiata che lavora poco e sta sempre in vacanza è entrato in crisi. Lo smentiscono purtroppo un dato accertato, sebbene mai seriamente quantificato: il lavoro nelle “classi pollaio”, il prepotere dei dirigenti, il discredito sociale hanno determinato condizioni di stress che incidono pesantemente sul sistema delle difese immunitarie, causando patologie tumorali e problemi psichiatrici talvolta anche gravi.
La medicina del lavoro pone da tempo domande che non trovano adeguate risposte e non abbiamo studi approfonditi, ma non c’è dubbio: le malattie del sistema nervoso, che ai primi del Novecento, secondo le relazioni dei medici delle Società di Mutuo Soccorso, attaccavano anzitutto serve, lavoratori domestici, sarti, guardie e tipografi, colpiscono oggi pesantemente i docenti: il 70% dei lavoratori della scuola inidonei hanno problemi psichiatrici e fanno parte perciò a pieno titolo di quello che Marx giustamente definì “genocidio pacifico”. Non a caso si “gioca” ormai con le ore di servizio e si finge d’ignorare lo “specifico” dell’insegnamento. Come in ogni azienda, infatti, anche a scuola i docenti sono forza lavoro da consumare indiscriminatamente per sfruttare al massimo il “tempo di produzione” entro parametri temporali dati, senza tenere in alcun conto limiti fisici, soddisfazione morale e, in ultima analisi, la “tenuta” del lavoratore.
La maestra della penna rossa rischiava la tisi e il pericolo giungeva dal rischio di contagio. Oggi la scuola-azienda o, se si vuole, lo Stato padrone, espone il docente ad altri e più sottili pericoli. Ciò che conta è il bilancio e per farlo quadrare, si bloccano le paghe e si allungano gli anni che dividono dalla pensione, senza curarsi di quanto tutto questo costi in termini di salute. La malattia professionale, come si definisce oggi la “malattia da profitto” con una definizione ingannevole che ignora l’influenza dell’ambiente, è figlia delle logiche feroci della produttività, del profitto e dello sfruttamento, coperte per lo più da astrazioni quali la valutazione, il merito e la sua incentivazione (pagata peraltro coi soldi sottratti ai lavoratori “meno bravi” e di norma più indocili). Una ferocia cui si sommano gli effetti devastanti sul piano psicofisico e su quello della fatica mentale, della precarietà e dell’incertezza del posto di lavoro.
Napolitano se ne va, dopo che la scuola gli è morta tra le mani e non se n’è accorto. La sua sola preoccupazione è stata un’astrazione chiamata mercato. In concreto, i mercanti.

Da Fuoriregistro, 2 gennaio 2015, Contropiano e Agoravox, 5 gennaio 2015

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Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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Spesso, nell’imbarbarimento di quest’anno terribile per la democrazia, mi sono tornati in mente Arfè e le nostre ultime conversazioni nel suo studio. Benché vecchio, malato e stanco, Arfè, sapeva guardare ancora avanti e la comprensibile nostalgia per gli anni della giovinezza non lasciava molto spazio all’avvilimento. Il 13 settembre saranno due anni ma, non so bene perché, tutto mi pare incredibilmente lontano: l’ombra della sera che giungeva inavvertita, i suoi ricordi, le mie domande e lo sforzo ostinato di leggere il presente alla luce del passato. Non so com’è andata. Sarà che abbiamo col tempo un rapporto davvero soggettivo, sarà che le sconfitte pesano e rendono tutto più vago e sfumato o che i punti di riferimento contano più di quanto crediamo, d’un tratto mi accorgo che questi ultimi mesi sono stati per me lunghi come anni. E anni, molti anni, ho la sensazione di aver vissuto da quando Arfè se n’è andato. Per ricordarlo, nel secondo, mesto anniversario della morte e, allo stesso tempo, per vincere questa sensazione intollerabile d’una lontananza che assume i connotati dello sconforto e apre la via ad una sorta di resa incondizionata, in questi ultimi giorni mi sono perso tra le carte che di lui conservo. Qui scorrendo, lì ricordando o leggendo, m’è passato davanti il suo mondo. Ho ritrovato così, con emozione crescente, il dirigente politico che si distinse ai vertici del partito socialista per le doti culturali, la singolare onestà intellettuale e la rigorosa formazione, forgiata a Napoli alla scuola di Croce e affinata nella Firenze degli anni Cinquanta dall’amicizia e dalla collaborazioni con uomini della statura di Calamadrei, Salvemini, Codignola, Enriques Agnoletti, La Pira e Don Milani. Tra articoli, lettere e annotazioni, ho ritrovato il pensiero lucido e profondo dello storico e la passione del militante, l’uno complementare all’altro e, insieme, capaci di cogliere in largo anticipo il naufragio del craxismo, nel limiti di un pragmatismo alieno da preoccupazioni etiche e pronto a sottrarsi al rigore della più autentica tradizione socialista. Mentre le carte scorrevano, in un andirivieni tra passato e presente, una foto di Arfè mi ha sorriso dalla copertina d’un bel libro fresco di stampa: Il Ponte di Gaetano Arfè 1954-2007, uscito in questi giorni per i tipi del Ponte Editore, per ricordare lo storico, l’intellettuale e il dirigente politico con l’aiuto di un gruppo di ingegni scelti – Enzo Collotti, Donatella Cherubini, Andrea Ricciardi, Andrea Becherucci e Marcello Rossi – che presentano i suoi numerosi scritti usciti sul “Ponte” di Calamandrei. Un libro da leggere, penso, mentre smetto di cercare e, per ricordarlo ai lettori, ricavo dal prezioso volume un articolo molto significativo. E’ l’Arfè a me forse più familiare, l’uomo che, di fronte allo sfacelo della vita politica italiana, benché vecchio, non si tira indietro, non rinunzia a lottare e diventa, osserva la Cherubini, “un libero tiratore“, come fu Salvemini per gran parte del Novecento. Il grande storico è consapevole che un ciclo si è ormai chiuso, ma rivendica alla sua generazione il nesso profondo tra agire politico e coerenza etica rispetto a un quadro di riferimento costituito da grandi valori. In questo senso, il frequente ricorso a note autobiografiche non è solo la testimonianza viva di un’esprienza politica, ma una scelta consapevole, per la quale la partecipazione alla guerra di liberazione, il ruolo svolto negli anni decisivi della nascita della repubblica e della ricostituzione delle organizzazioni dei lavoratori, l’approdo al Parlamento europeo diventano, di per sé, “fatti della storia”. Quando Arfè scrive l’articolo – siamo nel 2006 – il berlusconismo ha contagiato da tempo quello che è stato il suo campo. L’intellettuale rigoroso non si fa illusioni, ma rimane storico e militante e non rincorre l’inutile e amara soddisfazione di chi ha previsto la tragedia. Ciò che cerca è un obiettivo a cui ancorarsi, una trincea da cui riorganizzare la lotta. Arfè conserva implacabile la sua lucidità, è tagliente e amaro, ma non si lascia andare a uno sterile pessimismo. Con una intuizione che sfiora la premonizione avverte il rischio paradossale di “un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo“. Lo sguardo è acutissimo, la franchezza estrema, la passione immutata e i termini del problema gli appaiono chiari: la “malapianta del berlusconismo” va estirpata. Non è solo una dichiarazione d’intenti. Ci sono strumenti, c’è ancora un ethos della politica, ci sono i valori e i principi della Costituzione.
L’uomo non è più con noi, ma la morte non spegne il pensiero fecondo. Tocca a noi far sì che un seme ne germogli. Possiamo e dobbiamo. Arfè ci fu maestro.

Giuseppe Aragno

 

Per estirpare la malapianta
Quaderno del Ponte n. 6, giugno 2006

La battaglia per la difesa della costituzione sta arrivando alla sua fase decisiva.
Dopo Caporetto, siamo sulla linea del Piave e c’è da sperare che tenga. Io credo però che a questo punto giovi, non per cedere al gusto sterile della recriminazione ma per poter riprendere e conservare l’iniziativa, fermare l’attenzione su alcune questioni che nel loro susseguirsi e nel loro concatenarsi hanno generato la situazione drammatica, intrisa di grottesco, nella quale ci troviamo.
La prima è che la “repubblica dei partiti” è stata investita nella sua fase calante da una sorta di controrivoluzione culturale a dimensione internazionale che ha messo in crisi idealità e principi fin lì generalmente accettati e che erano il retaggio della Resistenza. Il risultato più vistoso è stato il declino della cultura storica e il dilagante prevalere di quella sociologica e, in essa, di quella sua sottospecie che è la politologia, ampollosamente presentata come scienza della politica.
I nostri vecchi ebbero, fin troppo forte, il senso della storia. Comunisti e socialisti, in particolare, ritennero di muoversi sul filo della sua onda lunga, quella partita dalla Rivoluzione di ottobre, e tardarono a rendersi conto – i comunisti per tempi disastrosamente lunghi – che l’onda si era infranta. Non cedettero pero mai all’illusione che i meccanismi della politica potessero essere modificati secondo moduli scolasticamente inventati o innestandovi pezzi estranei, frutto di tutt’altre e irriproducibili esperienze.
La “repubblica dei partiti” aveva al suo attivo la ricostruzione dell’Italia dopo la catastrofe, aveva costruito istituzioni democratiche forti del consenso popolare, che avevano resistito alle lacerazioni della guerra fredda, avevano superato la crisi del centrismo, avevano consentito la svolta del centrosinistra e un forte avanzamento sociale e civile della società italiana, nonostante le manovre eversive di ordine interno e internazionale. Suo punto di debolezza rimaneva quello che la presenza di un Partito comunista radicato massicciamente nel paese e dotato di un quadro dirigente capace e autorevole, ma ancora legato per più fili all’Unione Sovietica, rendeva impraticabili alternative di governo. Il problema di un rinnovamento si poneva in termini di urgenza. Craxi e Berlinguer, fatte salve tutte le differenze e le divergenze, culturali, politiche e temperamentali, lo intuirono ma non riuscirono a risolverlo. Su questa situazione calarono, convergendo, due eventi di natura e dimensioni diverse: la fatidica caduta del muro di Berlino, l’esplosione di Tangentopoli, dietro la quale era anche la rivolta torbida di una “società civile”, in realtà incivile e anarcoide che intendeva abbattere il primato, intriso ormai di arroganza, della politica. Sulle rovine calarono i politologi a insegnare le leggi della politica a un giovane e ambizioso quadro dirigente, provinciale, idealmente e culturalmente indigente, disavvezzo a studiare e a riflettere, avvezzo a nutrirsi degli editoriali e dei pastoni dei maggiori quotidiani italiani.
La polemica contro i vizi della partitocrazia si tradusse, con clamorosa ignoranza della storia, in svalutazione del partito in quanto tale e in esaltazione della cosiddetta società civile, di per sé, nella sua massa, prona a tutti i conformismi e rotta a tutte le corruzioni, quella a cui Berlusconi ha dato organica rappresentanza.
La denuncia della “obsolescenza delle ideologie” si risolse in negazione delle idealità che sono state, e restano, nel bene e nel male, fattori attivi di storia; sono state considerate ciarpame le classiche dottrine politiche liberali e socialiste sulle quali si è costruita la civiltà europea e con esse l’etica che ne promanava.
Si è parlato di bipolarismo e siamo arrivati a un bipolarismo fatto di due coalizioni eterogenee e rissose, una sola delle quali ha il discutibile privilegio di avere un padre-padrone, e nelle quali convivono, accanto a residuati dei partiti storici, modeste compagnie di ventura che non disdegnano il ricatto politico. Gli uni e le altre sono regolamentate da norme rispetto alle quali il centralismo democratico di togliattiana memoria era un modello di rispetto del buon costume politico.
Si è svalutato di fatto il parlamento con una serie di provvedimenti e di regole: la riduzione a una delle preferenze, una riforma elettorale sgangherata e balorda, il limite delle due legislature per i parlamentari che non hanno santi in paradiso – una per imparare il mestiere, la seconda per dimenticarlo nell’impegno di procurarsi un’occupazione alla scadenza del mandato – mentre manca un corpo di parlamentari di lungo corso che assicuri continuità ed efficacia al lavoro legislativo. Il punto d’approdo è lo sconcio della nomina dei senatori e dei deputati da parte delle gerarchie partitiche, un ritorno ai tempi della Camera dei fasci e delle corporazioni. I pochi casi di “primarie” che si sono registrati sono rimasti casi di folklore politico, direi per nostra fortuna perché temo fortemente che se si fossero diffusi avremmo assistito a episodi assai poco edificanti.
Si è voluta l’elezione diretta degli amministratori locali e si sono creati centri di potere personale, sottratti a ogni controllo, portati, se non addirittura costretti, a organizzarsi in clientele, aperte in molti casi a infiltrazioni mafiose. Su questo sfasciume istituzionale dovrebbe ergersi un presidente dotato di poteri che non hanno i monarchi.
A creare il terreno idoneo al fiorire e al fruttificare di tante idiozie un contributo importante lo ha dato il cosiddetto revisionismo che ha investito tutti i campi delle scienze umane, ma, con effetti particolarmente vistosi, la storia. Studiosi che hanno violentato la metodologia storica e sciacalli d’archivio si sono mobilitati perché la pacificazione nazionale divenisse parificazione tra carcerieri e carcerati, assassini e assassinati, torturatori e torturati. Le brecce che l’offensiva apri anche nel fronte antifascista furono rilevanti. L’onorevole Violante scopri il patriottismo dei «ragazzi di Salò», senza curarsi di spiegare quale patria questi avessero scelta. Inconscio precursore, un canzonettista napoletano aveva cantato sulle rovine ancora calde della guerra: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, dimentichiamo il passato guardando il cielo e il mare». E’ mancato poco che ai combattenti di Salò venisse riconosciuta con apposito provvedimento legislativo la qualifica di combattenti. L’obiettivo era e resta chiaro: la Costituzione nata dalla Resistenza deve perdere il titolo della sua legittimità storica, la coscienza nazionale repubblicana e democratica deve essere frantumata, la patria deve essere degradata ad azienda. Il federalismo che vanta una mobilissima tradizione nella storia d’Italia da Carlo Cattaneo a Silvio Trentin e che Spinelli levò a bandiera dell’Europa unita è divenuto l’ideologia becera faziosa e razzista di una sparuta minoranza che ha segnato di sé la vita della repubblica berlusconiana.
Corre voce, e anch’io ci credo, che la democrazia sia un regime carico di difetti ma che finora non ne è stato inventato uno migliore. Ma una democrazia senza partiti non è democrazia, è un regime aperto a tutte le involuzioni plebiscitarie e totalitarie. Non è possibile governare democraticamente un paese moderno senza strumenti di organizzazione e di orientamento delle masse che non siano le antenne televisive, di selezione del quadro dirigente, di controllo dei rappresentanti. E non è possibile inventare i partiti. Nell’Italia repubblicana essi hanno tratto i loro titoli di legittimità e anche di nobiltà dalla Resistenza che fu integralmente opera loro, ci hanno dato la Costituzione, hanno portato il nostro paese disfatto dal fascismo a essere tra i protagonisti dell’integrazione europea, hanno isolato e battuto, senza leggi eccezionali, il terrorismo rosso, bianco e nero. Il solo partito inventato, quello di Berlusconi, ha portato nella lotta politica una carica primitiva di spirito illiberale e di velleità eversive dalle quali è stato costretto a prendere le distanze finanche Pier Ferdinando Casini nelle cui vene scorre ancora a un residuo di sangue democristiano.
E qui un monito va rivolto ai sostenitori della nuova invenzione del genio italico. Il partito democratico, che non ha riscontri in Europa, ma ci avvicina al modello americano. Il primo punto è l’estrema, difficilmente superabile, difficoltà di far convivere nella stessa formazione politica laici e cattolici in una fase in cui le gerarchie vaticane avanzano la pretesa di essere la sola fonte dell’etica che deve ispirare l’azione politica nei campi della scuola, della ricerca scientifica, dei rapporti sociali e civili. I cattolici poterono organicamente collaborare coi partiti laici e poi coi socialisti perché i rapporti erano di reciproca autonomia.. Il divorzio e l’aborto furono possibili, senza traumatiche rotture, perché i democristiani ebbero la possibilità di dire il loro “no” e di battersi lealmente e democraticamente nel parlamento e nel paese. All’interno dello stesso partito un’intesa sarebbe stata impossibile. Il problema si ripresenterebbe oggi – se ne vedono già i segni – e potremmo avere il paradosso di un paese a maggioranza laico che finisce sotto la cappa del clericalismo, grazie al gioco dei compromessi dettati dall’opportunismo.
Ma c’è una seconda considerazione da fare. E vero che non è più ipotizzabile un partito che abbia una propria dottrina ufficiale, ma non può avere un avvenire un partito che non abbia una tradizione a cui rifarsi, una cultura alla quale attingere, delle idee-guida alle quali ispirarsi. Il riformismo informe del quale si parla e straparla può coprire qualsiasi realtà, anche il berlusconismo. Un partito d’avvenire ha bisogno di riprendere e sviluppare tutti i motivi critici nei confronti del sistema nel quale viviamo. Non ci sono provvedimenti di riforma per restituire vivibilità alle metropoli, per sgominare la criminalità divenuta una potenza mondiale, per regolare le migrazioni massicce di dannati della terra, per liberare miliardi di esseri umani dalla fame, dalle malattie, dai genocidi, per porre fine alle guerra e ai terrorismi che esse evocano, per contenere gli sconvolgimenti climatici, per salvare le risorse necessarie alla sopravvivenza dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per questo urge una svolta nella concezione della funzione della politica, dei suoi principi, dei suoi valori. Non si può più, come agli albori della rivoluzione industriale, assegnare al mercato il ruolo della divina provvidenza, ipotizzare, in forme adeguate, il ritorno alla legge bronzea del salario – oggi è il precariato a vita – per governare il lavoro, ignorare che lo sviluppo, cosi come viene inteso e perseguito, è una minaccia alla vita del pianeta terra.
Ora il referendum è alle porte e bisogna cercare di vincerlo. Non temo i suoi sostenitori, molti dei quali hanno votato l’affossamento della Costituzione sotto la minaccia dello sferza, pur riconoscendo, come ha detto uno di essi della legge elettorale, che è una «porcata». Temo il disimpegno e anche l’ignavia di molti dei difensori dell’attuale Costituzione. Paghi di aver portato al Quirinale Giorgio Napoletano – vecchio e carissimo amico al quale rivolgo, quale collaboratore (forse il più antico) del «Ponte», l’augurio fraterno della rivista e mio personale -, Marini a Palazzo Madama e Bertinotti a Montecitorio, i difensori della Costituzione non appaiono impegnati in quel massiccio sforzo di mobilitazione che caratterizzò i grandi referendum della nostra storia, quello per la repubblica, quello per il divorzio, quello per l’aborto.
Ma quand’anche la sorte ci arridesse, resta tutto aperto il problema di rinnovare dal profondo la cultura politica del ceto dirigente del nostro paese, di estirpare dalle radici la malapianta del berlusconismo che alligna anche tra le file della nuova maggioranza, di ritornare ai valori e ai principi che la Costituzione ha affermato, per calarli nella realtà italiana ed europea del nostro tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 settembre 2009

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