Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Corsera’

imagesIl 23 di febbraio è la ministra Giannini che apre i cuori alla speranza: “53 miliardi per la scuola sono pochi”. Segue a ruota l’autorevole conferma del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il giorno seguente precisa: “Il primo punto del programma è il rilancio dell’educazione. Da giugno a settembre realizzeremo un piano straordinario per le infrastrutture scolastiche”. Un impegno chiaro e ufficiale, che gli guadagna fiducia e consensi. Il 26 febbraio, però, a stretto giro di posta, la postilla di Renzi affidata a “Repubblica” apre la lunga stagione delle docce scozzesi: “Abbiamo due miliardi per ristrutturare le aule”. Dai 53 miliardi che parevano pochi si passa a un saliscendi di numeri buoni per il banco lotto. L’8 marzo la ministra Giannini dimezza i fondi promessi da Renzi e dichiara impassibile che “per la sicurezza sono pronti interventi per 1 miliardo”. Il 10 marzo, due giorni dopo, Renzi, stremato dalla quotidiana dose di twitter, ignora i tagli dichiarati dalla Giannini e, come Cristo coi pani e coi pesci, moltiplica i fondi e confida alla “Stampa” che si son “trovati 2 miliardi e mezzo per interventi sull’edilizia”. I tempi però si sono allungati: devono bastare per tutto il 2016.
Mentre sorge, inquietante, il dubbio che nel governo la destra non sappia ciò che fa la sinistra, il sottosegretario all’Istruzione, Roberto Reggi, rilascia sconcertanti dichiarazioni: “Tutti i numeri che leggete sull’intervento del governo sull’edilizia scolastica – afferma – sono falsi. Tutti falsi” Proprio così: falsi!. “Nessuno sa davvero quante e quali sono le scuole su cui dobbiamo intervenire, né conosce i fondi disponibili. Qui nessuno sa niente” sbotta il viceministro, “Renzi spara razzi nel cielo, quello è il suo talento, ma poi noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli”. Sui razzi si apre così un’incredibile gara. Per Renzi la scuola ha già avuto 3 miliardi e 700 milioni, per la Giannini sono 200 milioni in meno e il 15 giugno, dopo mesi di fuochi d’artificio e razzi a moltissimi stadi, sulla “Stampa” i numeri ridimensionati gelano quanto sopravvive dell’iniziale entusiasmo: “Piano scuola al via. Pronto un miliardo”, dichiara il governo, senza rinunciare a promesse nate per tirar su il morale e destinate puntualmente a buttarlo giù: “Tra il 2015 e il 2020 arriveranno altri 4 miliardi”. Quello ch’era dato per certo è rimandato così alle calende greche, ma ci consola la luce di un tracciante: “La mia scuola parlerà inglese”, dice a fine marzo la Giannini, che ad aprile, però, narra “Repubblica”, ruba l’elmetto alla collega della difesa Pinotti, prende il fucile e va in trincea: “Mi batterò contro i tagli agli atenei”. afferma, e svela così che il governo lotta contro governo.
In attesa che uno dei razzi lanciati vada a segno, a luglio si parla di “un premio ai professori”, che, però, “dovranno lavorare di più”. Non c’è tempo per capire che razza di premio sia quello che ti aumenta il lavoro senza contrattare miglioramenti dello stipendio: il primo razzo di Renzi, lanciato a febbraio, è ridotto a un misero bengala, ma c’è infine la buona novella. Il razzo stavolta lo lancia la “Stampa”: “partono le ‘scuolebelle’ di Renzi. Da domani arrivano gli imbianchini. Stanziati 150 milioni da usare entro dicembre”. E’ un anemico bengala: i fondi già utilizzati per i lavoratori socialmente utili, messi alla porta, sono stati usati per reclutarli di nuovo con le vecchie mansioni più il ruolo di imbianchini. Nel silenzio biecamente complice dei media, si scopre che i 53 miliardi di febbraio erano una bufala e non resta che lanciare la campagna per l’elemosina: “Via libera all’8 per mille per rilanciare l’edilizia scolastica” titola la “Repubblica”, il 24 luglio, pochi giorni prima che Renzi faccia un triste dietrofront e imponga lo “stop alla pensione per 4 mila insegnanti”. La stagione dei razzi è finita? Nemmeno per sogno! Renzi, narrano giocosi giornali e televisioni al servizio del re, presi per il bavero il tecnici del Tesoro, ha promesso: “Troverò io le risorse'”.
Agosto batte il record delle docce scozzesi. Si parte con la doccia gelata di “Repubblica”, che regista l’allarme delle Province: “Scuole senza soldi, riapertura a rischio, […] colpite dai tagli per 9 miliardi: non possiamo garantire sicurezza e riscaldamento delle aule”, ma ci si fa coraggio alla luce d’un razzo del “Corsera” che alla vigilia di ferragosto alimenta i sogni: “informatica dalla primaria e alla maturità si parlerà inglese”. Caldo, freddo, freddo caldo, si rischia la bronchite: un giorno il missile di Renzi che ci mette la faccia – scuola? “tratto io, sarò giudicato su questo”, che è come dire, finora abbiamo scherzato – un altro l’annuncio: “Scuola, nuovi concorsi e aumenti”. Nuovi concorsi? Ma no, che avete capito? C’è una grande “svolta sui precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. Assunzione? Sì, forse, ma intanto “servirà un miliardo e mezzo”. E come si fa? Niente paura avvisa Renzi, “il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva che, a differenza di altre occasioni, intende andare nella direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente che è la negletta spina dorsale del nostro sistema educativo”. Razzi stupefacenti che non fanno male, sicché la moderata Giannini, si spinge fino alla “rivoluzione scuola”, ed espone il suo piano: ‘Meritocrazia e apertura ai privati Mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori” Gongolano i giornali tra il 26 e il 27 agosto, quando due razzi di rara potenza annunziano un “piano per riassorbire i precari” che è l’annuncio degli annunci: “precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. In un agosto freddino come non mai, si gioca al rialzo e il “Corsera”, per non farsi scarseggiare missili, razzi e un buon bengala, titola entusiasmato: “sono 120 mila i professori a termine”. Crescono i numeri, ma cambiano le modalità del reclutamento, si assumeranno precari “ma senza cattedra fissa”. La doccia bollente si fa d’un tratto tiepida e “Repubblica”, preoccupata, lancia l’allarme: doccia veloce, sennò rimarrete insaponati! Mancano i soldi e le cose stanno così: “chi lavora di più prenderà più soldi”. Toccherà ai presidi, ma non si sa come si valuterà il lavoro: si tratta di quantità? Conta la qualità? Nessuno sa dirlo e, mentre l’acqua si gela, si torna a parlare di rivoluzione. “Rivoluzione del merito” spiega Repubblica, e il “Corriere” mette in orbita il razzo dei razzi, scrivendo convinto: “Scuola. Liceali, stage al museo. E alle elementari più maestri per classe. Piano istruzione da 3 miliardi l’anno”. Mentre si cercano disperatamente soldi – la BCE ci avverte: non potrete stamparli – si apprende che per “medie e maturità, gli esami cambiano. Le linee guida della riforma puntano alla semplificazione delle prove alla fine dei cicli”. E’ una tale esplosione di razzi che persino il presidente del Consiglio, che pure di razzi e bengala è maestro cinese, sente il bisogno di puntualizzare: calma, signori pennivendoli, “troppa carne al fuoco, la scuola slitta”. Così racconta il “Corriere” il 29 agosto.
La scuola slitta, scarroccia, rischia il testacoda, ma si continua con acqua gelata come fossimo in un manicomio: “Per studenti e prof. ora si cercano i fondi” avvisa il “Corsera” il 29. Gli fa eco la stampa con la classica cura scozzese: “Scuola, assunzioni congelate. Problemi con le coperture, rinviata la riforma. Oggi in Cdm nemmeno le linee guida”. Si va verso l’autunno. “Settembre andiamo è tempo di migrare”, ricorda il vecchio poeta, ma ci si può consolare, perché come saggi pastori, Renzi e Giannini, “rinnovato hanno verga d’Avellano” e se un razzo cadente avvisa che è tempo di verità – “niente assunzioni. Non basta 1 miliardo per stabilizzare i precari” – un razzo di speranza fa luce nel cielo e fa appello all’ottimismo: “c’è un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana, nei prossimi 12 mesi occorre ripensare come l’Italia investe nella buona scuola. Nel bilancio dello Stato metteremo più soldi sulla scuola e assumeremo 150 mila precari. A partire da gennaio i provvedimenti normativi, perché il 2015 sia l’anno in cui si inizia a fare sul serio”.
Faranno sul serio? Chissà. Finora ci hanno preso per i fondelli.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto il 19 settembre 2014, col titolo Sulla scuola piovono miliardi di promesse.,

Read Full Post »

Fiorenza Sarzanini è cronista di razza. Se un fatto fa notizia, te lo racconta così com’è, senza calcoli o sconti. Amici o potere, non ce n’è per nessuno. Vista con i suoi occhi, Piazza Barberini 18_la_mattanza2_1sabato scorso è proprio come l’ho vista io, schiacciato contro un muro da una folla di manifestanti impauriti che cercavano scampo: una tonnara, in cui era difficile respirare, dare una mano a una mamma e al suo bambino terrorizzato e schiacciato come me, stretto tra un muro e una banda di forsennati fuori controllo, scagliati da ogni parte contro gente inerme, tra teste rotte, corpi travolti e minacce d’ogni tipo. In gioco c’è stata la vita, ma un aguzzino in divisa ci spiegava che non importa se non hai fatto nulla, “chi non vuole manganellate a queste manifestazioni non deve venirci”.
Parole chiare, come il resoconto della Sarzanini, che non cerca folclore, non si ferma sull’abbraccio insanguinato della coppia manganellata o sui dettagli agghiaccianti della mattanza, col “cretino” che passeggia sul corpo indifeso d’una ragazza atterrata e fermata. Il problema, per me e per la cronista, non è stato la violenza cilena del milite. “Ciò che davvero sconcerta”, racconta testualmente al Corsera la cronista due minuti dopo gli scontri, “è l’atteggiamento della polizia che ha lasciato che i manifestanti restassero oltre un quarto d’ora in Via Veneto e poi li ha caricati, invece di farli sfollare. Un atteggiamento davvero incomprensibile, perché era abbastanza evidente che in uno spazio così stretto, con centinaia di persone ammassate sotto il Ministero poteva finire nel peggiore dei modi. Infatti così è andata: per Roma è una giornata nera, una giornata nera anche per le forze dell’ordine, perché comunque il dispositivo non ha funzionato e questo, in un momento di grave tensione sociale è un bruttissimo segnale”.
Com’è consuetudine degli eroi, Pansa, il capo della polizia, che di questo brutto e pericoloso segnale è il primo responsabile, mette in scena la pantomima dello Stato che condanna se stesso e scarica la responsabilità di una tragedia evitata solo per caso, su un funzionario che non è un “cretino”, ma un teppista. Il gioco, tuttavia, è troppo stupido per riuscire. Tutti, persino il moderatissimo “Corsera”, hanno condannato le scelte di chi ha gestito la piazza come se l’Italia fosse il Cile di Pinochet. Tutti hanno capito che in discussione non è il contegno di un singolo poliziotto, ma lo formazione democratica delle forze di polizia e la concezione dell’ordine pubblico di chi ha il compito di guidarle. Non sfugge a nessuno che i fatti di Piazza Barberini hanno solo due spiegazioni: o sono stati l’esito diretto di una scelta politica, di cui Renzi e Alfano devono rispondere al Paese, o nascono da un’autonomia perniciosa garantita da Pansa ai reparti messi in campo, sicché può capitare che una piazza diventi una trappola micidiale e potenzialmente mortale. In entrambi i casi, prendersela con un “cretino” serve solo a coprire le responsabilità che stanno in alto. Non è accettabile che in piazza ogni reparto si possa muovere come meglio gli pare; è da criminali consentire che le forze schierate a Via Veneto carichino senza preavviso manipoli di manifestanti che potevano essere dispersi all’istante, e inseguano, picchiando alla cieca e riversandosi a tutta velocità in una piazza in cui, proprio in quel momento, proveniente da via Barberini, un esercito di uomini armati di tutto punto e appoggiati da blindati, manco occorresse superare la linea del Piave, si lanciavano in una carica prolungata, ingiustificata e proditoria contro il corteo paralizzato e inerme, trasformando Piazza Barberini in una tonnara. Inseguiti da ogni parte, donne, bambini, famiglie terrorizzate, prive di una via d’uscita, intrappolate tra “tubi innocenti” lungo un marciapiede diventato l’ultima trincea, sono stati picchiati per lunghi, interminabili minuti. Uno sull’altro, ammassati, schiacciati, teste rotte, scarpe perse, abiti sporchi di sangue, mani alzate e colpite senza misericordia.
Un “cretino” da punire, dice Pansa, invece di scusarsi e fare le valigie. In quanto alla politica, qualcuno dovrebbe spiegare alla gente  che significa “punire”, se in servizio ci sono poliziotti condannati in ultima istanza per omicidio. Qualcuno soprattutto dovrebbe spiegarci che si aspetta a rendere riconoscibili gli agenti in servizio d’ordine come ci ha chiesto l’Europa e comanda il senso della democrazia.

Uscito su Fuoriregistro il 15 aprile 2014

Read Full Post »

Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

Read Full Post »