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Posts Tagged ‘Corporativismo’

Di “estremismo liberista” e dell’illusione del governo “tecnico“, scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando “la grande differenza che c’è tra politiche liberiste e liberali“. E non è certo un caso isolato. “Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull’articolo 18“, scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che “l’Italia non è una monarchia“. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l’animo di dirlo: “Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano” e fa apertamente cenno a una “tecnica del colpo di Stato“. E’ difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento ma il Quirinale, promotore d’una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un’idea di “coesione nazionale“, astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice ed ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo “interesse di tutti“, dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L’interesse di un “signor nessuno“, dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni “interessi particolari“, e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare “al di sopra delle parti” ma è profondamente di parte, c’è stato chi in passato è giunto ad affermare che “non occorre il blocco delle masse piegate“, perché “valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori“. E’ una concezione “confindustriale” o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro – e al suo fianco la formazione – o procedono in sincronia con le regole del “libero mercato“, perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un “tradimento”.
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura “tecnica” del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie’ sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che “la questione della conquista […] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico“. E da “tecnici“, guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D’altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta “trattativa” sul mercato del lavoro, escono dall’ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l’idea di Bottai che gli astratti doveri verso un’idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei “sacrifici” si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E’ una concezione delle “relazioni sindacali” chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di “militarizzazione” della politica in nome di un’equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un’idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un “superiore interesse nazionale” dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il “ramo secco” della mediazione politica. Ne esce stravolta un’idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all’alba del Novecento e all’Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: “tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato“. Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e – siamo a ieri – quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende “interessi particolari“.
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: “Maestà, torniamo allo Statuto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 marzo 2012

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Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo “rosso” ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di “superiore disciplina”. Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente “sindacalismo” fascista, non negava l’idea di classe.
L’assumeva, anzi, la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo “concertativo” e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di “politica del fare”, tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante “autoritarismo democratico”. Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimazione nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.

Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre “lacrime e sangue” di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il Contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del “sindacato aziendale”.
Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una “Carta del Lavoro” e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso dà voce ad un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione “privilegiata”, non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia. A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata.
In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2011 e su “il Manifesto” il 3 luglio 2011

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In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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