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Posts Tagged ‘Coronavirus’

polveri sottiliE’ terribile, atroce, però non ce ne siamo accorti. Stampa e Televisioni sguazzano nel letamaio della politica nazionale ed estera, tengono il campo le stupidaggini di Trump e l’avanspettacolo dei guitti nostrani, guidati da Renzi e Salvini e la notizia è nata e morta in un giorno: l’inverno del Covid è stato il più caldo mai registrato in Europa. Quasi tre gradi e mezzo «in più rispetto alla media del periodo di riferimento, il trentennio 1981-2010». Un valore che atterrisce e risulta peggiore anche se paragonato con l’anomalia  a livello globale, di 0,8  gradi.
Invano gli studiosi lanciano l’allarme: il rapporto tra pandemia e degrado ambientale è strettissimo e non a caso il «Crea», il «Center for research on energy and clean air», ha dimostrato che è bastato fermare per un solo mese il nostro infernale meccanismo produttivo, per ridurre del 40% il biossido di azoto presente nell’aria ed evitare 1.500 decessi in Italia e 11mila in tutta Europa.
Si è detto solo di sfuggita, ma le Università di Bologna e Bari e la SIMA, la «Società Italiana di Medicina Ambientale», studiando il rapporto tra diffusione del coronavirus  e polveri sottili, sono giunte alla conclusione, confermata dai fatti, che più queste sono presenti nell’aria, più aumenta il contagio.
Non si tratta di dichiarazioni avventate, perché, sottolineano i ricercatori, esiste «una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5). È noto del resto che le polveri sottili funzionano da “carrier”, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus». In Lombardia, per esempio, dove non a caso il contagio ha raggiunto picchi micidiali, l’inquinamento atmosferico crea condizioni ideali di umidità per cui i virus, dopo un processo di coagulazione, si «attaccano», a particelle solide o liquide, il «particolato», che rimangono sospese nell’aria per ore, giorni e persino settimane, e viaggiano in condizioni vitali anche per lunghe distanze. Ecco  spiegato l’elevato tasso di diffusione.
Sono condizioni già note, che hanno avuto un loro peso durate l’influenza aviaria nel 2010, nella diffusione del morbillo in numerose città cinesi nel 2013-14 e si sono ripetute durante la pandemia in corso come dimostra ampiamente il caso della Lombardia e più in generale della Pianura Padana, dove si è registrata la concentrazione dei maggiori focolai. Inutile girarci attorno. Gli studiosi ci dicono che la Pianura Padana soffoca, che il virus è più forte là dove più forti sono le ferite dell’uomo sull’ambiente, ma la politica, serva dei velenosi interessi di un branco di miliardari criminali, è ferma a guardare.
In Italia, ma il fenomeno è di portata mondiale, opposizioni e maggioranze, europeisti e sedicenti populisti si attaccano reciprocamente su questioni politiche marginali che – comunque affrontate – non serviranno a far fronte alla terribile minaccia che incombe sull’umanità. Nessuno dice che siamo a un bivio e non abbiamo scelte, e questo nei fatti è il nodo che stringe al collo il futuro del genere umano: o modifichiamo rapidamente il nostro modo di produzione, torniamo a programmare e investiamo la maggior parte delle nostre risorse per la salute e l’ambiente o non usciremo da questa pericolosa situazione.
Finora, divise su questioni, che non riguardano il futuro dei popoli, le rozze classi dirigenti che governano il mondo, viaggiano allegramente unite verso una condizione di non ritorno che potrebbe segnare la fine del genere umano.
Così stando le cose, più i giorni passano, più diventa evidente: stupirsi non serve, occorre ribellarsi.

Agoravox, 22 maggio 2020

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96465884_656536291576022_3905418044335194112_oIl coronavirus, quello vero, quello per cui nessuno ci chiude in casa, nessuno chiama l’esercito, mette in moto i droni e dichiara la pandemia, non è nato nei segreti laboratori cinesi. Il coronavirus è figlio nostro e ce lo meritiamo. E’ la creatura mostruosa che, nonostante l’ecatombe, Confindustria ha difeso e difende a spada tratta, perché di fronte al profitto non c’è vita o salute che tenga. Chiedete una prova? Bene. Sono bastate poche ore di “fase 2” ed ecco il massacro ricominciato: dove il mare era tornato verde e cristallino, tra Mondragone e Pescopagano, ecco il condensato di veleni che ci svela qual è il vero, mortale laboratorio dei virus che ci stanno uccidendo. Ed è inutile girarci attorno, invocare interventi di Autorità inesistenti. E’ ora di chiudere la questione. Se vogliamo liberarci davvero degli assassini che ci stanno massacrando, dobbiamo rendere inoffensivi i padroni come Carlo Bonomi, la sua Confindustria e i suoi laboratori pestilenziali.

Agoravox, 8 maggio 2020

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Nelle brevi e sconfortanti occasioni in cui esco di casa, quando ascolto la televisione che mi parla di politica e pandemia, ho chiara le percezione del disastro. Il coronavirus è la meno grave delle ferite che mi procura la condizione in cui siamo ridotti. I colpi più profondi vengono dalla miseria morale e dall’indigenza culturale di chi ha in mano  le sorti dell’umanità. Nel disastro che mi circonda vedo un segnale positivo nel fatto che un parassita fascista tiri fuori l’idea di un 25 aprile in cui ricordare i suoi camerati di Salò. Il potere ha perso il contatto con la realtà.  
La mia generazione voleva che non si arrivasse dove siamo finiti. La fermarono con attentati feroci, ma esistevano margini di miglioramento, non c’era questa terribile disperazione e la lotta armata non li travolse. Stavolta le spalle sono prossime al muro. Non mi piace quello che sto per dire, ma storicamente esistono esempi chiarissimi: quando si sono create condizioni così intollerabili moralmente materialmente, il potere ha scoperto che la rivoluzione non è una parola scritta sui libri. La Bastiglia non fu assalita per improvvisa pazzia e il Palazzo d’inverno non fu preso per ripararsi dal freddo. Credo che nessuno dei sedicenti “grandi” sia in grado di capirlo e questo è per me un motivo di grande conforto.

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Assessore alle politiche sociali della Regione Lombardia e amico di Matteo Salvini, Stefano Bolognini ha fatto carte false per “sistemare” al Pio Albergo Trivulzio uno dei suoi fedelissimi, col risultato atroce che Giuseppe Calicchio s’è trovato a far fronte alla pandemia, quando il coronavirus s’è scatenato in Padania e Salvini sbraitava irresponsabilmente che “Milano non chiude”.
A quanto sembra emergere dai primi risultati dell’inchiesta avviata dalla Magistratura sull’ecatombe avvenuta nello storico ricovero per anziani, Calicchio avrebbe avuto un ruolo decisivo nella strage: divieto di utilizzare mascherine, licenziamento di un primario che non ci stava, pazienti accolti senza sapere se colpiti dal virus, cartelle cliniche occultate, tac con le prove del contagio nascoste, personale zittito pena il licenziamento.
Quando, nonostante il coraggio e l’abnegazione del personale sanitario, la pandemia ha travolto in un baleno la Sanità lombarda, “fiore all’occhiello” delle politica leghista, l’orrore nascosto è venuto alla luce nella sua atroce realtà: 100 morti, una strage orribile e accuse agghiaccianti come epidemia e omicidio colposi.
Poiché il Trivulzio ha una storia e ciò che emerge è spaventoso – “Report” ci ha aggiunto del suo e non meno agghiacciante – la domanda è legittima: Giuseppe Calicchio è il nuovo Mario Chiesa? Diciamocelo chiaro. Se rubi 49 milioni, ti può ancora andar bene, ma qui si tratta di strage, di un crimine contro l’umanità. Come Chiesa, Colicchio potrebbe essere la punta di un iceberg e – d’altra parte – tra PD, Lega, Forza Italia e compagnia cantante, chi non ha peccato scagli la prima pietra.
L’origine del crimine, la causa remota della strage, che purtroppo non si ferma, va cercata nelle scelte vergognose di una classe dirigente che ha venduto ai privati la Sanità e i poveri malati di un Paese che è stato letteralmente distrutto e che è giunto inerme alla prova che attraversiamo.
Altro che “mani pulite”! Se vogliamo tornare un Paese civile, dovremo portare davanti ai giudici centinaia di sedicenti “politici”, chiamandoli a rispondere di quello che hanno fatto.

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Vincenzo Boccia non se n’è accorto. Ieri, uccisa dal Coronavirus, se n’è andata una bambina di dodici anni. L’avesse saputo, probabilmente avrebbe fatto spallucce: cosa volete che valga la vita di una bambina di fronte alla scienza del profitto?
Presidente della onorata società che risponde al nome di Confindustria, Boccia non si sente affatto responsabile del disastro che ha provocato pretendendo che tutto funzionasse come se l’epidemia fosse solo un brutto sogno. Per non smentire se stesso, in questi giorni è anzi tornato alla carica: bisogna riaprire le fabbriche. I morti aumenteranno? Se abbassiamo la guardia, sarà un’ecatombe, come ci dicono gli scienziati? Per Boccia il problema non c’è.
Nella sua scala di valori, mercato e profitto hanno la precedenza su tutto, anche sulla vita umana. Se i lavoratori riprenderanno a contagiarsi e a morire come mosche, se torneremo a numeri lombardi, pazienza. Ciò che conta davvero è che gli imprenditori non perdano milioni di euro e fette di mercato.
Bisogna riconoscerlo: il virus finora la sua parte l’ha fatta e non ci ha solo uccisi. Con scrupolo insospettato, ci ha mostrato addirittura una via: se non vi prenderete cura di voi e del pianeta, ci ha detto, non ci sarà scampo, farete la fine dei dinosauri. Ha parlato pure a Boccia che però non gli dà retta .
Come lo scienziato tomista negava la verità evidente dell’anatomista, perché – diceva – Aristotele non l’ha prevista, così l’invasato sacerdote del neoliberismo va diritto per la sua strada. La sua legge, la sua fede, la sua morale sono quelle del mercato e il suo dio è il profitto.
Purtroppo l’intelligenza di un virus è limitata. Se gli potessimo insegnare a scegliere gli obiettivi, faremmo un grande passo avanti e forse ci tireremmo fuori da questa tragedia. Poiché però non si può e Boccia continua a far guerra alla povera gente, bisogna avere fede nella natura e sperare che nasca infine un virus proletario, amico della povera gente e killer preparato e selettivo.
Quando accadrà, non produrremo vaccini. Faremo ponti d’oro a quel figlio di pipistrello che, cacciando i mercanti dal tempio, mirerà nel verso giusto e accoglieremo il crollo del mercato come il regalo celeste di un dio giusto e vendicatore.

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Leggo da più parti – e spesso sono firme autorevoli – dichiarazioni cupe che trasformano uno stato d’animo comprensibilmente timoroso, in un dato di fatto: la democrazia è morta, si dice e si ripete con crescente insistenza.
L’affermazione è così convinta, da assumere quasi i contorni plastici della realtà e diventare una sorta di manifesto funebre, listato a lutto e scritto con lettere color pece. La democrazia è morta e – come accade in questi casi – il passato diventa bello. E’ un’ipocrita convenzione che, forse sotto i colpi del virus, rischiamo di introdurre anche nella valutazione politica: dopo morti, sui manifesti che ci ricordano, diventiamo tutti mariti fedeli, donne pie, padri, madri, nonne e nonni esemplari. Non sempre è vero, ma nessuno osa contestare.
Intendiamoci, non sto dicendo che di questi tempi ci sia da stare allegri e festeggiare, però, lasciatemelo dire, se quella che di questi tempi chiamiamo democrazia fosse morta davvero, non avremmo certo perso un paradiso terrestre.
Mai come oggi, comunque, è meglio stare ai fatti. E i fatti dicono che la pandemia ha ucciso migliaia di persone e qualche simulacro di diritto. La democrazia, invece, quella che aveva un senso e pareva tutela, l’abbiamo persa che ormai sono decenni, ma ci ha lasciato in eredità una Costituzione ferita che sopravvive però all’attacco feroce del neoliberismo.
E sono proprio i pochi spazi che essa riesce ancora a garantite a tenere testa validamente agli attacchi portati dal Coronavirus, utilizzato come foglia di fico del potere. In ogni caso, se guardiamo ai fatti con la dovuta freddezza, la situazione, da un punto di vista politico, non è più disperante di quella che viviamo ormai da anni. Se qualcosa di cambiato anzi emerge davvero, è che il malato più grave, il morto che parla oggi è il capitalismo. Dalle mie parti si dice che, quando mette le ali una formica è destinata a morire. E’ andata così anche col capitalismo. Negli ultimi anni l’abbiamo visto vincere e volare, poi è precipitato giù come una formica e più i giorni passano, più lo vediamo contorcersi negli spasimi dell’agonia. Certo, i medici sono costantemente al suo capezzale, le provano tutte, ma pare proprio che non sappiano più a che santo votarsi.
Intanto attorno ai diritti si combatte disperatamente, ma i segnali che vengono dal fronte non sono affatto negativi. Dopo tempo immemorabile, per esempio, scioperi spontanei di lavoratori hanno costretto i padroni alla resa. Non è cosa da poco, così come non va trascurata la consapevolezza di larghi strati popolari, ai quali il virus ha mostrato coi fatti le promesse tradite e la Sanità distrutta. Mai come in questi giorni, davanti a occhi sempre più aperti e disgustati, il re non solo è nudo, ma debole, incerto e impaurito.
Pendiamone atto: questo non è tempo di dettare necrologi. A chi è stanco di subire tocca organizzare la lotta. Dopo trenta e più anni di sconfitte, la pandemia ha svelato d’un tratto al popolo indignato la ferocia di un sistema assassino e la gente ora lo sa: le sofferenze che viviamo hanno un nome e mostrano un bersaglio da colpire: capitalismo e classi dirigenti.
Recuperiamo i nostri valori e ricaviamone armi, senza farci prendere da facili entusiasmi e senza cedere a ingiustificati timori. Facciamolo. Tutto quello che accade conduce a una conclusione: di fronte al popolo stanco di tradimenti abbiamo un gigante dai piedi di creta.

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Diciamolo pure senza girarci attorno, perché non siamo nati ieri e lo sappiamo bene: per Vincenzo De Luca, pessimo Presidente della Regione Campania e Commissario regionale per la Sanità, più il coronavirus fa balenare lo spettro delle peggiori disgrazie, più l’epidemia diventa un’occasione d’ora, un inatteso e autentico terno al lotto. Lui naturalmente non lo dirà mai, ma si vede lontano un miglio: più il tempo passa, più l’epidemia ci aggredisce e annuncia una catastrofe, più lo sceriffo salernitano sgomita, scalcia e ruba la scena al dolore della gente, alle angosciate riflessioni degli scienziati, ai medici e ai paramedici che vivono in prima linea e a rischio della vita una battaglia durissima e coraggiosa.
La narrazione che cerca di costruire il politico in difficoltà può essere efficace solo a una condizione: che la gente abbocchi all’amo, lo segua sulla via di una unutile repressione e dimentichi il ruolo che ha svolto in questi anni. E’ un’illusione destinata però a naufragare di fronte alle dimensioni del dramma e ai nodi che vengono al pettine.
Polizia municipale, carabinieri e forze armate che De Luca chiama a raccolta come per un golpe cileno, non hanno alcun potere di incidere sulla situazione che viviamo. I contagi purtroppo aumenteranno fino a raggiungere il picco, le vittime cresceranno fatalmente, nonostante l’abnegazione dei medici e degli infermieri e il prezzo che pagheremo sarà purtroppo altissimo e doloroso. Così alto e così doloroso, che alla resa dei conti nessuno dimenticherà gli ospedali che De Luca ha chiuso, i posti letto che ha cancellato, il turn over bloccato con le strutture boccheggianti per i vuoti di organico. Tutti ricorderanno la sua esclusiva responsabilità nei vuoti di organico, le oltre 45mila unità di personale che mancano alla sanità pubblica, priva di medici, e infermieri.
Quando usciremo da questa tragedia, De Luca non sarà il salvatore della Campania, ma l’uomo delle ordinanze stupide e autoritarie; sarà – ciò che è peggio – l’uomo degli ospedali chiusi, delle interminabili liste di attesa, dei reparti cadenti, delle barelle che sostituiscono i letti, delle condizioni igieniche da voltastomaco, della prevenzione oncologica praticamente cancellata. Non si faccia illusioni, perciò: quando usciremo da questa tragedia, la gente ricorderà tutto e dovrà rassegnarsi: la sua vergognosa carriera politica è giunta al capolinea.

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Sul piano delle responsabilità per il tentato omicidio del Servizio Sanitario Nazionale, Conte e i 5Stelle giungono buon ultimi. I mandanti e gli esecutori vanno ricercati tra quanti prima di loro hanno governato il Paese negli ultimi anni; gli anni dei tagli feroci e delle privatizzazioni realizzate in tandem dalla due destre che sono state al governo nei ruoli intercambiabili di maggioranza, minoranza e maggiominoranza. Un elenco lungo, nel quale figurano sia Prodi, D’Alema e Bersani, per ricordare alcuni dei leader della sedicente defunta sinistra, che Salvini, Meloni, Berlusconi e compagnia cantante, che oggi, con incredibile faccia tosta, puntano il dito su Conte, sperando di trarre vantaggi persino dalla tragedia che hanno provocato.
Il Coronavirus ci aggredisce quando la nostra spesa sanitaria in rapporto al Pil è scesa al 6,5 %, il limite oltre il quale si riduce l’aspettativa di vita. Siamo al dodicesimo posto tra i Paesi europei, abbiamo privatizzato il 30 % del settore e ridotto il personale medico e paramedico in condizioni economiche e di carriera di gran lunga peggiori rispetto a quelle del secolo scorso. Migliaia di specialisti assunti con contratti annuali, ad 80 euro lordi al giorno e prospettive di stabilizzazione che nel migliore dei casi giunge dopo 15 anni.

A mano a mano che la crisi ha cancellato dal vocabolario dei giovani la parola lavoro  e tutto è diventato precario, sulla popolazione attiva ha preso a pesare un esercito di anziani non autosufficienti. Chi lavora ormai ha sempre più difficoltà a curarli e assisterli e intanto, come dimostra Taranto, in una ideale graduatoria di valori, la salute viene molto dopo gli interessi dell’economia.
Questo vuol dire che Conti è innocente e sta gestendo al meglio, con le scarse risorse che ha, la tragedia della pandemia? No. Le cose purtroppo non  stanno affatto così. Seguendo il principio aberrante che gli interessi economici – e i privilegi dei padroni – vengono prima di ogni altra cosa, Conte e il suo governo, così attenti ai comportamenti individuali, così pronti a disegnare zone rosse, a consigliarci di “cambiare stile di vita” e ridurre al minimo i contatti fisici, hanno lasciato fuori da ogni regola un’immensa, pericolosissima zona franca: quella del lavoro che non si ferma e non è sottoposto a regole di comportamento. Cedendo così alle logiche di sfruttamento di Confindustria e Confcommercio, il governo si assume una responsabilità terribile di fronte alla storia: quella della sempre più probabile catastrofe sanitaria, che potrebbe fare strage della popolazione.
Nelle condizioni terribili in cui versa il Paese, non c’è dubbio, le regole di comportamento sono fondamentali, ma possono fare argine al contagio solo se applicate anzitutto al mondo del lavoro, che, se necessario, deve fermarsi. Qualora questo non dovesse accadere, la situazione sfuggirà dalle mani del governo e il futuro si tingerà fatalmente di nero.

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