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Giannattasio Anna Diploma di Medaglia GaribaldinaPer Renzo De Felice, grande storico del fascismo, nei primi anni Trenta il regime gode di forte consenso, ma i dubbi sono legittimi. La parola «consenso», riferita a una tirannia, non è una «contraddizione in termini»? Non trasforma in sinonimi due sostantivi antitetici – imposizione e adesione – rendendo realtà una finzione? La verità è che spesso una parola non esprime compiutamente ciò che intende comunicare. Dietro un generico «consentire», trovi stati d’animo diversi tra loro e la ricchezza del latino, i meccanismi logici nella scelta dei vocaboli, il suo affidare a parole differenti situazioni diverse tra loro, avrebbe impedito a De Felice di usare in modo ambiguo la parola consenso. In latino, infatti, consentire, nel senso che lo storico dà al verbo, indica condivisione di valori, sentire comune; è sinonimo di pace sociale, presume piena libertà ed è incompatibile con la tirannide. «Opprimi», vale a dire sostegno obbligato, è la parola adatta alla tirannia, per cui il dissenso, come si manifesta é già sovversione. «Opprimi» però sta per cedimento ai colpi subiti, intollerabile pressione; indica la scelta di «piegarsi» e non significa certo aderire.
Se pensiamo, ai rapporti fra Chiesa e fascismo a Napoli nel 1929, dopo i Patti del Laterano, essi sembrano ottimi e il Cardinale Ascalesi appoggia il regime. Di lì a poco, però, Natale Schiassil il Federale, denuncia preti e «circoline», le consorelle dei giovani cattolici, per propaganda antifascista coperta da fervore religioso. La Questura riderebbe di un dissenso fatto di prediche e messe cantate, se nel 1931 volantini clandestini e incidenti coi fascisti non mostrassero la debolezza del «consenso». In realtà, dopo uno scontro sull’educazione dei giovani, la chiusura dell’Azione Cattolica è benzina sul fuoco di un conflitto per l’egemonia sull’istruzione, che a Mussolini serve per imprimere nei giovani gli ideali fascisti di forza, virilità e conquista e la Chiesa gli contende perché sa che la formazione crea legami decisivi con le masse popolari.
I cattolici, profittando della disoccupazione, replicano agli assalti quadristi, promettendo lavoro e assistenza agli operai che aderiscono ai loro circoli. La ribellione giunge inattesa. Sono le donne, le «più addolorate del provvedimento di chiusura», soprattutto le insegnanti, a cospirare nelle abitazioni private e a manovrare abilmente bambini, che lacerano le foto di Mussolini nei libri di testo. Quando un alunno fa a pezzi il ritratto del duce e lo lancia dal balcone, dichiarando di appartenere a Gesù, si giunge all’arresto delle maestre Annunziata e Anna Bonagura, per isti¬gazione e oltraggio al capo del Governo. Altro che consenso: il regime ha contro i militanti di base del mondo cattolico, parte costitutiva della cultura politica del Paese, e quantomeno azzardato.
Cessata la bufera, il dissenso sopravvive e produce i fermenti da cui nascerà la Democrazia Cristiana. Le leggi razziali del 1938, con la Chiesa che prova a tutelare gli ebrei convertiti al cattolicesimo, ma non si schiera apertamente per la dignità umana degli israeliti, e poi la guerra mondiale allontanano ulteriormente il cardinale Ascalesi dai cattolici napoletani. Una distanza di cui c’è traccia nella posizione filo-polacca dei gesuiti, nell’iniziativa del centro «Orbet», che alla fine del 1942 prepara uomini armati in vista della crisi del regime, nell’attività di una comunità di base, che pubblica «Le Orfanelle di S. Rita alla Salute», un foglio ritenuto pericoloso dalla Questura, e in quella di alcuni operai, confinati per aver fondato un «Partito cattolico dell’Umanità» contrario al regime.
Certo, a marzo 1929 i voti contrari al regime sono poco più di duemila e quattro anni dopo non giungono a cento, ma sono plebisciti con voto palese, scuola, università e mezzi d’informazione manipolano le coscienze e la repressione spaventa gli oppositori. E’ un dato di fatto: nel 1935-36, quando la guerra riempie il porto di soldati, autorità ed emigrati diretti in Africa, nascono speranze. I più ricchi inseguono sogni di gloria, la povera gente sogna un «posto al sole» riempie di labile entusiasmo Piazza Plebiscito. Dietro le terre d’oltremare e l’emigrazione in ripresa, ci sono però la propaganda che fabbrica illusioni, il partito che impone la partecipazione e la repressione che colpisce il dissenso. Per chi vuole vederli, all’orizzonte, si affacciano la delusione, l’alleanza con un nemico storico e un imperialismo straccione che vuole la guerra.
Quale rilievo abbiano i sogni che diventano incubi è impossibile dire. Conosciamo bene, invece, il valore morale di un dissenso che si fa calvario per una parola sfuggita, un segno di ostilità o la difesa cosciente dei valori delle culture politiche storiche del Paese – liberale, cattolica, anarchica, socialista e comunista – arricchite da un europeismo che conta su giovani come Antonio Ottaviano, poi partigiano delle Quattro Giornate, processato per aver fondato l’«Europa Unita», associazione clandestina, che oppone una Federazione di Stati europei all’alleanza italo-tedesca e alla guerra che essa scatenerà. E’ un filo che percorre la città per vent’anni e che il regime non riesce a spezzare.
E’ il primo maggio 1925 – Michele Castelli è pronto ad avviare le opere volute dal regime – quando il socialista Enrico Motta finisce nel girone infernale dei «sovversivi schedati». In casa gli hanno trovato una foto di Matteotti e il testo di una canzone che circola per la città e ridicolizza il fascismo. Sono i mesi, in cui il regime sequestra per ragioni politiche il libretto di navigazione al marittimo Morello Canzio, che fino alla caduta del fascismo non avrà di che vivere e non saprà come provvedere ai figli. I mesi in cui Nestore Francia, un ferroviere licenziato per vendetta politica, fugge all’estero in tempo per evitare l’arresto, ma torna in città anni dopo e vive di stenti finché dura il fascismo. I tre perseguitati non si conoscono, ma come Antonio Ottaviano saranno assieme nella rivolta del 1943.
Anche a tener contro solo degli antifascisti presenti nelle Quattro Giornate, lo stillicidio di arresti, processi e misure di polizia racconta venti anni di lotte mai davvero domate. Sono militanti noti, come Antonio Cecchi, segretario della Camera del Lavoro, che, spedito al confino nel 1926, vivrà di stenti fino al crollo del regime, o antifascisti sconosciuti persino all’onnipresente Polizia Politica. E’ il caso di Amedeo Coraggio, un muratore che paga un canto socialista scritto un muro dell’Ospizio di San Gennaro alla Sanità con la galera e una vita da «sorvegliato», vissuta da eterno disoccupato, tra miseria, arresti e perquisizioni. Un incubo da cui il Coraggio esce solo a settembre del 1943, quando affronta armi in pugno i nazifascisti e libera nello stesso tempo la città e quanto resta della sua vita.
Non sempre si tratta però di oppositori isolati. Carlo Cerasuolo, per esempio, sorpreso col comunista Espedito Ansaldo, ha contatti col PCI clandestino, sicché non a caso i due si ritrovano poi nelle Quattro Giornate. Alla famiglia di Federico Mutarelli, ex tramviere licenziato, confinato e ridotto alla fame, badano il «Soccorso Rosso» e compagni impauriti ma solidali. In Italia e all’estero vive tra soprusi e licenziamenti Tito Murolo, che guiderà la rivolta nella zona dell’Arenaccia. E’ in contatto con Ezio, il fratello, legato a sua volta agli antifascisti fuggiti in Francia, con i quali nel 1937 raccoglie fondi per i trenta volontari napoletani accorsi in difesa della Spagna assalita dai nazifascisti.
Mentre esalta le «opere del regime», la stampa ignora la repressione, di cui ci parlano oggi le carte della Questura. Nel 1927, il regime che apre la Via Litoranea toglie la gestione del Mercato agricolo di Pianura al dissidente Ruggiero Baiano, ma i figli, memori della miseria e dei soprusi patiti, dall’armistizio all’uno ottobre 1943 guidano alcuni partigiani che danno filo da torcere ai nazifascisti. Nel 1928, mentre apre il cantiere per l’Ospedale XXIII marzo – l’attuale Cardarelli – ed entra in funzione la Funicolare Centrale finisce in manette il calzolaio Salvatore Mauriello, che nel 1921, nella Russia di Lenin, ha rappresentato i lavoratori italiani al congresso dei sindacati rossi. L’uomo però non cede, frequenta un gruppo legato a Bordiga e partecipa alla rivolta. Nel 1929, quando aprono lo Stadio Littorio e il Teatro Augusteo, finisce al confino il socialista Ermanno Solimene, che resiste fino al 1943, quando fonda il partito «Social Liberale» e di lì a poco combatte in un gruppo legato al giovane Adolfo Pansini. Nel 1930, anno di nascita di Piazza Medaglie d’oro e Piazza Sanluigi, un tentativo di ricostituire il PCI costa il confino a Ciro Picardi che però nel settembre 1943 organizza gruppi comunisti armati. A Capodanno del 1931, socialisti, anarchici e comunisti, tra cui Gino Vittorio, Saverio Merola, Eduardo Corona e Alfredo Pasqua, futuri insorti delle Quattro Giornate, beffano il regime con uno striscione rosso che, appeso al ponte della Sanità, rivela l’esistenza di contatti con gruppi di altre città e invita a non cedere: «Lavoratori, imitate i compagni di Milano e Torino. Scioperate!».
Si potrebbe proseguire, perché il dissenso attraversa il Ventennio. Si prenda, ad esempio, il 1936, l’anno dell’impero che riappare «sui colli fatali di Roma», dei palazzi della Posta e della Provincia, dell’autostrada per Pompei e della Stazione Marittima. Un anno di trionfi, nel quale tuttavia c’è chi prova a riorganizzare il PCI, ci sono trenta antifascisti che vanno a difendere la Spagna dai fascisti, gli oppositori aumentano e tra loro troviamo Luigi Blundo, Salvatore, Giovanni e Alberto Angelotti, Gaetano Caso e Luigi Mazzella, tutti protagonisti del settembre 1943. Non bastasse, giunge da Barcellona, inattesa e rivelatrice, la voce di Ada Grossi, la speaker napoletana di «Radio Libertà». L’ascoltano in tanti, che, per zittirla, il regime colloca un’antenna disturbatrice sulla Prefettura.
Il dissenso c’è e va ricordato, perché la sua dignità spiega la resistenza ai tedeschi e la rivolta del 1943. Certo, per anni Napoli veste fascista e insegue sogni che saranno incubi. Eppure nella città in cui il regime affida alle «grandi opere» il mito di un impero presto distrutto dalle bombe, la polizia non smette di colpire oppositori, benché facciano i conti con la fame dei figli e la disoccupazione. Molti tra loro – più del 10 % dei combattenti – guideranno gli insorti nelle Quattro Giornate.
Dal 1938 a Napoli, come ovunque nel Paese, il «regime guerriero» prova a creare un clima di artificiosa mobilitazione; continue adunate, stretta di mano proibita, uso del voi, esami di laurea in camicia nera. E’ il ridicolo «stile fascista» della «battaglia antiborghese», della vita audace e scomoda che infastidisce un popolo ironico e scettico. Quale distanza divida la gente dai «capitan fracassa» in camicia nera, dicono con chiarezza due episodi registrati dalla polizia. Anzitutto un fascicolo intestato a ignoti, da cui emerge l’ostilità di un popolo dissacratore, che il 5 maggio 1938, gioca con le parole, fa del Führer il «furiere» e mentre il tedesco percorre la città col braccio teso nel saluto nazista, trova una voce per il commento ironico: «sta vedenno si fore chiove! (Sta vedendo se fuori piove!)». Anche questo è dissenso. Così come due anni dopo, Paola Palombo, moglie di Eugenio Furolo, antifascista e poi partigiano delle Quattro Giornate, alla notizia che l’Italia è in guerra con l’Inghilterra, dichiara in tono gelido che lei si «sente inglese». In effetti, l’antifascismo non è un dato marginale non vive nel salotto di Croce3 non fa da riferimento solo alla «dissidenza intellettuale», come la «Libreria ‘900», di Ugo Arcuno e Salvatore Mastellone, a Calata Trinità Maggiore la «libreria Detken» in Piazza Plebiscito, lo studio legale di Giovanni Benincasa a via Duomo, e finché visse, la casa di Giustino Fortunato.
Più radicale il dissenso di Roberto Bracco, grande autore teatrale imbavagliato dal regime, che apre la sua casa a esponenti dell’antifascismo popolare. Un ruolo attivo, ma breve ha l’Acquario, nella Villa Comunale, dove opera Emilio Sereni, che stampa fogli clandestini come «L’antifascista», ma nel 1930 è condannato a lunghi anni di carcere. Un gruppo di antifascisti, tra cui gli scrittori Giuseppe e Ubaldo Maestri, frequenta il «Caffè Uccello», all’angolo di via Donnaregina. Non si tratta dell’unico «bar di sovversivi». Da «Sgambati», di fronte al Tribunale, vanno infatti avvocati antifascisti come il comunista Mario Palermo e il socialista Giuseppe Giudicepietro; i bar «Perna» e «Cavour», alla Ferrovia, ospitano rispettivamente comunisti e anarchici; a via Foria, il «Caffè Napoli» di Vincenzo Pinto è un «covo di repubblicani» e al «Gambrinus», a Piazza Plebiscito, fa capo il gruppo di Eugenio Mancini, che qualcuno ironicamente chiama «i comunisti della cellula Gambrinus», e che darà invece molto insorti alle Quattro Giornate.
Porti sicuri per i militanti, sono le case di Giuseppe Imondi e Francesco Lanza, i «dentisti rossi», popolari per le cure gratuite offerte alla povera gente. Lanza, futuro segretario della sezioni del PCI di San Carlo all’Arena e Vicaria, organizza riunioni clandestine, diffonde materiale di propaganda e partecipa alle Quattro Giornate. Per la casa di Imondi, letterato e poeta, e della compagna Maria Beradi, anarchica come lui, passano, spesso come finti apprendisti, il comunista Gino Vittorio, gli anarchici Ciro Fortino e i fratelli Malagoli, che si ritrovano nelle Quattro Giornate con Alastor, figlio del dentista. Nel palazzo del cinema Augusteo, orgoglio del regime, lo studio legale di Rocco D’Ambra e Gennaro Amendola è un covo di socialisti; al Policlinico l’ortopedico Salvatore Rollo, poi dirigente del Partito d’Azione e assessore nelle prime Amministrazioni della città liberata, raccoglie prima antifascisti e poi armi; a Piazza Dante, nello studio medico di Attilio Improta, si incontrano i socialisti liberali; in via Mezzocannone, Pasquale Schiano raduna anarchici, socialisti rivoluzionari e uomini di Giustizia e Libertà; al medico Giuseppe Sersale, fa capo infine la pattuglia di «Italia Libera», che si riunisce in un «basso» nei pressi di Piazze Dante, dove il partigiano Michele Di Stadio porterà le armi trovate nelle sedi fasciste con cui si difenderanno le barricate a via Roma.
Non mancano gli artisti dissidenti. comunista e allievo di Gemito, Luigi Pepe Diaz espatria come Carlo Bernari, autore del romanzo «Tre operai», ma nel 1940, in Francia, per sfuggire ai nazisti, si consegna ai fascisti e finisce in carcere; Guglielmo Peirce paga col confino i rapporti coi comunisti. Di alto spessore l’opposizione di Eduardo Pansini, pittore e scrittore d’arte, che, nel 1921 fonda il «Cimento», una rivista che conduce una battaglia culturale col fascismo in difesa dell’arte, dell’artista, dei suoi diritti e delle sue polemiche. Quando il regime tocca la libertà di pensiero dell’artista, Pansini attacca l’arte di Stato, i soprusi, le mediocri proposte del «Sindacato Artisti» e chiede l’«abolizione dell’influenza del Governo sopra le belle arti», perché l’arte è «patrimonio spirituale e […] gli artisti non possono legarsi con lo spirito e con le azioni alla intonazione unica di un partito politico». E’ una critica inconciliabile col regime, che nel 1936 chiude la rivista.
Alla scuola di Pansini crescono i figli Enzo e Adolfo, che formano un gruppo clandestino di studenti, per i quali l’unione spirituale cui il fascismo dice di avere educato il Paese è una menzogna; la maggioranza degli italiani l’accetta per paura, ma professa in pubblico una fede fascista che in realtà detesta. Una scelta che ai giovani pare vile e li spinge alla rivolta. Tornato libero nel 1940, dopo un anno di carcere, Adolfo torna alla lotta e muore nella rivolta. Il padre non consegna le armi e divide tra la popolazione grandi quantità di cibo provenenti dal mercato nero e trovate in casa dell’ex Federale Sansanelli, futuro sindaco di Napoli. Arrestato a ottobre del 1943 inizia l’ultima battaglia politica, condotta ancora una volta dalle pagine del «Cimento» e ancora una volta chiusa dal sequestro della rivista.
Con la pace, giunta in anticipo rispetto a tanta parte del Paese, la città sogna cambiamenti, ma la realtà è terribile: la guerra continua, gli Alleati, attenti alle esigenze delle truppe, non aiutano la popolazione civile ridotta in condizioni insostenibili e governano Napoli come città occupata. Sarebbe urgente una rinascita morale oltre che materiale, ma sul conflitto tra gli interessi delle classi sociali, pesa l’influsso nefasto dei fascisti, colpevoli della tragedia e però impuniti. Mentre il baratro tra Stato e popolazione si allarga, la scelte per il futuro creano divisioni nei partiti della sinistra e una situazione che consente al Movimento dell’Uomo Qualunque il suo momentaneo ma significativo successo e spiega in parte perché al referendum del 2 giugno 1946 otto napoletani su dieci scelgono la monarchia.
Nell’analisi del voto, Pansini rifiuta i luoghi comuni sulla maturità del popolo napoletano e indica responsabilità politiche. Per conquistare alla repubblica un popolo a cui si sono «tolti i diritti del cittadino», un popolo che nutre «l’idea del re magnanimo», cui il plebeo ricorre di fronte a un’ingiustizia, ci volevano esempi e segnali di cambiamento; a sinistra si sono visti invece scissioni ed espulsioni e si è parlato molto di un’epurazione che mai iniziata. Si è lasciato così che una reazione in abito patriottico, padrona di vasti settori del potere e della stampa, instillasse un senso di frustrazione nello «spirito repubblicano» del settembre 1943. Gente che chiedeva attenzione, difesa e leggi rispettose dei Diritti umani, ha visto confermato il Codice Rocco. Sono nati così delusione e pentimento. E’ un’analisi condivisa dal Prefetto sin dalla fine del 1944 quando scrive che, nel proliferare di «Comitati sezionali d’intesa democratica» voluti dal CLN, la popolazione ricorda il «sistema di organizzazione capillare dei deprecati circoli rionali fascisti» ed e «scettica verso tutti i partiti, che ad onta della loro conclamata solidarietà, si mostrano disuniti».
Anche Giulio Schettini, partigiano repubblicano approdato al PCI, ha lottato per «un governo straordinario, dotato di tutti i poteri costituzionali dello Stato», in cui il CLN fosse l’anima di una rivoluzione democratica e intransigente; sono venuti invece compromessi che hanno creato sfiducia in «tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra», incapaci di compiere, se non altro, un’epurazione che estirpi il fascismo e colpisca i responsabili della rovina. Responsabili che tornano alla politica in questo o quel partito, mentre si tarda a riabilitare i perseguitati politici. Per il combattente, è mancato lo sforzo di rieducazione, recupero e crescita di quanti non hanno potuto formarsi una coscienza democratica. Un giudizio fondato, ripreso anni dopo da Pasquale Schiano, protagonista della resistenza nel Napoletano, per smentire chi accusa il popolo napoletano di essere stato con la «sua incoscienza politica […] la grande riserva della monarchia e del neofascismo». I responsabili del no di protesta alla repubblica uscito dalle urne nel 1946, afferma Schiano, sono stati «coloro che per debolezza o per tradimento verso lo Stato, sono venuti meno ai gravi compiti assuntisi di attuare il programma della nuova Italia».

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copLa crisi d’identità di ciò che resta della sinistra appare ormai singolarmente complementare alla ”concezione terapeutica” della funzione di governo che ispira la rozza, ma efficace prassi politica di Renzi. La sinistra si sente “malata” e Renzi si comporta come il medico con il paziente.
Se il fascismo, per dirla con Gobetti, voleva “guarire gli Italiani dalla lotta politica”, utilizzando come medicina la “fede nella patria”, Renzi “cura” la crescente paura dell’imprevisto, con ripetute iniezioni di ottimismo. L’Italia fascista si resse su una cambiale firmata in bianco: il regime professava “nuove convinzioni” e lasciava credere che tanto bastasse a modificare la realtà dei fatti. Renzi promette ciò che sa di non poter mantenere, sposta in avanti l’ora dei conti e raccoglie il temporaneo trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Il fascismo ci condusse al disastro. Renzi rischia di ripetere l’impresa. Intanto, ieri come oggi, la fuga in avanti cancella conquiste e diritti in nome di una presunta “malattia” ed esaurisce la complessità delle dinamiche sociali in una “professione di convinzioni”.
Una sinistra attestata con orgoglio sulla barricata del suo sperimentato sistema di valori, più che balbettare formule teoriche, ricorderebbe l’efficacia della pratica, smonterebbe con l’analisi della realtà e la produzione di “fatti nuovi e alternativi” l’infantile fiducia ottimistica in un mondo semplificato secondo le misure di Renzi. Una sinistra convinta di se stessa tornerebbe a credere alla storia più che al progresso e costruirebbe la sua prima trincea negli Enti locali; provocando la crisi, dov’è decisiva, e ovunque affermando la superiorità di una sana “anarchia” contro le false dottrine democratiche di un centralismo sempre più autoritario, che sta smantellando la Costituzione.
Se qualcosa vuol “vivere a sinistra”, occorre che la gente di sinistra – molto più numerosa e attiva di quanto si creda – faccia vivere nelle realtà locali le mille articolazioni della prassi sociale e lotti per “prendere i Municipi”. Per farlo, occorre aprire lo scontro con la borghesia non con l’intento di “escludere”, ma con l’occhio attento alla dinamiche interne alle classi sociali, per intercettare e includere le sempre più ampie fasce proletarizzate. In questo senso ci sono due punti fermi dai quali partire: la storica “polemica contro gli italiani”, di Gobetti, in un antifascismo che era antiautoritarismo. e il diritto a reagire, individuato da Gramsci, quando l’eversione viene dall’alto, da ceti dominanti che mettono arbitrariamente mano alle regole che essi stessi si sono dati. Gobetti sostenne che l’antifascismo, prima di essere ideologia, è un istinto. Bene. E’ quell’istinto che deve indurci a difendere la Costituzione da un governo che la stravolge. Anche qui, non si tratta di violare la legge, ma di esercitare il sacrosanto diritto che Dossetti rivendicò nel dibattito dell’Assemblea Costituente.
Di fronte a quella metà del Paese che non vota perché non si sente rappresentata, ci sono due strade: le rigide formule ideologiche, che dividono, allontanano la gente e consentono a Renzi di trasformare l’astensione in un micidiale strumento di potere, o la “disobbedienza” come base programmatica di una sinistra che batta in breccia la menzogna sulle false “maturità democratiche” straniere. Prima tra tutte quella tedesca. Una sinistra che si affermi, partendo dalle lotte dei movimenti nelle realtà locali, costruendo un nuovo modello di governo, che passi per una “cessione di potere” delle Istituzioni a comitati di lotta e realtà di base. Una sinistra che attinga a piene mani dalla sua storia, come accade in Grecia: mutualismo, cooperazione, solidarietà, autogestione. Su questa base di rinata consapevolezza, si potranno poi raccogliere mille esperienze in una sola forza che si scagli contro i proconsoli dell’Europa delle banche.
Dal momento che il ”nuovo” è rappresentato da Renzi, soprattutto come “falsificazione narrativa”, meglio rifarsi a schemi e approcci “antichi”. Se è vero che Gobetti non aveva torto e “il fascismo fu soprattutto un’indicazione di infanzia”, non è meno vero che l’antifascismo, il seme da cui nasce la Repubblica, fu prova di maturità, fu il tarlo del cosiddetto “consenso”, consentì la Resistenza e costituì la prova storica che il fascismo non è stato “l’autobiografia della nazione” ma era e rimane il baluardo su cui s’infranse un regime. L’Italia di Renzi, che ripropone ed esaspera il concetto di nazione, che riporta all’ordine del giorno la guerra, che impone la collaborazione delle classi, cancella la partecipazione popolare alla lotta politica e asservisce la scuola, cancellando la libertà d’insegnamento, l’Italia di Renzi non è fascista nel senso storico, ma si prefigura come la manifestazione di un male genetico della democrazia borghese di fronte alle gravi crisi finanziarie: una feroce reazione liberal-liberista. A questo punto, se qualcosa vuol vivere a sinistra, occorre tornare almeno a due punti fermi ai quali ancorarsi: la cultura antifascista e i valori e le pratiche di quel socialismo che è stato storicamente la sola alternativa possibile alla barbarie.

Fuoriregistro e Contropiano, 27 agosto 2015

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ImmagineIn Italia vota ormai solo il 37 % degli aventi diritto o, se preferite, su cento elettori il 63 % non ritiene utile votare perché non si sente rappresentato.
Sia chiaro, non pretendo che le percentuali siano esattissime, tuttavia, trovo un mistero davvero glorioso – nessuno finora ha saputo spiegarlo! – l’atteggiamento convinto dei deputati!?? e senatori!?? del Partito Democratico, che sono entrati in Parlamento grazie a una legge illegale e non hanno sentito il dovere morale di andarsene a casa; questa banda di irregolari, infatti, non solo continua a sostenere di voler cambiare l’Italia perché questo è il mandato che hanno ricevuto dagli  italiani che li hanno votati!??  ma, con incredibile faccia tosta, afferma che Renzi rappresenta il 40 % degli italiani. La stampa naturalmente non smentisce e spesso anzi conferma, sicché bisogna prender atto: la matematica è un’opinione. Bisogna credere per fede non solo che il PD gode di un invisibile però largo consenso, ma che Renzi vincerà le elezioni col 40 % anche quando andrà a votare solo sua moglie.

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Tira aria di regime, leggo, e si fa cenno alle “leggi fascistissime“. Condivido pienamente. Di mio, però, aggiungo che siamo di fronte a un progetto repressivo diversamente pensato, più articolato e incisivo. A monte della repressione, c’è la costruzione di un “consenso” che non è passata per una sorta di “guerra civile“. Noi non veniamo fuori da un “biennio rosso“, nessuno ci ha barbaramente ammazzato un Matteotti, non abbiamo sepolto gli Amendola e i Gobetti, caduti in nome della libertà, e siamo molto più soli e isolati politicamente e culturalmente. Il manganello che oggi ci colpisce non è in piazza. E’ la diabolica fascinazione che chiamiamo televisione. L’olio di ricino creava vittime e sedimentava odio. Si trasformava in un boomerang e apriva prospettive nel tempo lungo. L’informazione asservita, invece, per un verso costruisce miti fasulli come Monti e Napolitano, per l’altro produce servi che si ritengono liberi e sedimenta indifferenza. Il nostro vero problema, a mio modo di vedere, è questo. Lo è, perché indebolisce le prospettive di una futura e inevitabile resistenza. La via, però è questa. Lunga, da costruire, ma obbligata: organizzare la resistenza, imparando a utilizzare tutti gli strumenti. Legali, finché si può – obiezione di coscienza, lotta sindacale, opposizione sociale in piazza e quanto altro sia utile – avendo chiaro, però, che alla fine del percorso deve esserci la propaganda clandestina nell’esercito e tra le forze dell< pubblica sicurezza, i collegamenti internazionali,  l’organizzazione militare, il sabotaggio, la violenza. E se vi sembro impazzito, vi sbagliate.

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Del Presidente Napolitano si dice che è “uomo di grande probità, di estrema correttezza, di grande prudenza“. Nel diluvio degli aggettivi qualificativi, tra “grande” ed “estrema“, fa capolino il paragone: un Presidente, si annota “che, nonostante l’indole diversa, al pari di Pertini ha saputo toccare il cuore e la testa degli italiani, ottenendone una universale stima e un vastissimo consenso; un presidente che in questi tempi torbidi si è qualificato come modello di correttezza istituzionale, di serietà, di impegno civico e morale“. 

Naturalmente anche la probità sta la passo coi tempi e l’uomo che invita ai sacrifici e al rigore, si può anche distrarre. Ecco, quindi, che il giornalista impertinente, quello tedesco, s’intende, che dalle nostre parti nessuno s’azzarda,  fa domande e pretende risposte. E l’uomo probo perde la pazienza. Da noi, però, l’intervista non giunge. Va così. Come? Date uno sgrado e saprete:     

http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=60f400a81c2a0953

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Qualcosa di attuale? Direi di sì. Basta leggere:

«Siccome la stampa è un elemento prezioso, in ragione di questa funzione altissima bisogna creare anche i doveri e la disciplina relativi. Quando si pensa che per gelosie editoriali e per miserabili insuccessi di vendita, all’infuori dell’odio di parte, si possono gettare in discussione le cose più delicate della nostra vita politica, e dare le notizie assurde, fantastiche, sensazionali, che creano allarmi e danneggiano il credito, non la sospensione ma la condanna di un tribunale e la fustigazione sarebbero le punizioni adeguate».

Di chi è? Non è facile dirlo, perché da tempo capita spesso di leggere o ascoltare interventi di questo tipo su argomenti così delicati e, a ben vedere, la riflessione non giunge certo nuova. Nel cliché del conduttore televisivo moderato, attento agli equilibri politici, all’audience e alle sue decisive ragioni, l’articolo è solo un “tentativo serio e onesto di ragionare sull’informazione senza noiose ingessature ideologiche del Novecento“. E non ci sono dubbi: pochi dissenzienti. Non dico tutti, ma il nuovo che finalmente avanza ce lo vedranno in molti e non mancherà la nota polemica di chi da tempo invita a smetterla di maledire il tempo nostro “incolto”. Chi è? Inutile insistere, per ora. Più che sull’autore, la gente si ferma giustamente sui contenuti: Quale ruolo per la stampa oggi? Quali i poteri e i limiti di chi “fa opinione“? Non son cose da poco e non è il caso di levar gli scudi per “lesa maestà“. Il tema è complesso – la libertà di stampa – però diciamolo: ce ne riempiamo la bocca ogni giorno, s’è fatto un gran parlare di “bavaglio” a giornali e televisioni, ma è chiaro che occorre regolare la discussione. Inutile insistere su una libertà astratta senza approfondire il concetto. Cos’è la libertà? Occorrerà pur darne una definizione. Una “penna felice” e, per suo conto, nota s’è già posto il problema e una risposta l’ha tentata. Senza arroccarci come giacobini integralisti del pensiero liberale, leggiamo e vediamo che dice. Può darsi che una lettura attenta riveli la firma:

«Ma che cos’è questa libertà? Esiste la libertà? In fondo è una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita» e un Governo ha «il diritto di difendersi».

Brunetta, Sacconi, o il capo in persona, Berlusconi? Lasciamolo da parte l’autore. Piaccia o no, prima dell’inevitabile discussione, c’è un dato inoppugnabile che conta forse anche più dell’autore. Buona parte del Paese vota per un governo che lo dice chiaro: regolamentare la stampa non è una misura eccezionale. Chi è che non ha letto cose di questo tipo negli ultimi tempi e non ha trovato pronto il salotto buono che, sotto l’occhio vigile delle solite telecamere ne ha discusso, senza scatenare mai un insanabile scontro politico? Ci sono contributi d’ogni tipo, basta scegliere a caso e poi se ne discute. L’autore, la matrice ideologica? Ma quale ideologia? Poi vedremo l’autore. Conta, per ora, la grande attualità delle critiche e, pur nei toni decisamente aspri, la modernità delle soluzioni individuate:

«Mentre in questi ultimi mesi tutto è cambiato in Italia, una parte di quel giornalismo che in mille occasioni ha dimostrato di non meritare la sconfinata libertà concessa a molte delle sue penne criminose, è rimasto quello che era. Giornalismo da macchia e da libelli torbido e tortuoso. Ed è questo il giornalismo che oggi sbraita e si scandalizza […]. Ubriaco, invasato della inverosimile potenza della sua penna senza scrupoli, questo giornalismo crede oggi con l’agitarsi, di poter commuovere l’opinione pubblica […] per permettere il perpetuarsi delle campagne tendenziose, delle diffamatorie congiure a danno della buona fede delle masse che non hanno nessun mezzo di controllo. Il Governo ha il dovere di salvaguardare la tranquillità di queste masse».

E si potrebbe andare avanti senza fermarsi. Tutto s’è detto così, toni e parole, in questi ultimi, drammatici due anni. Tutto. Nel consenso vittorioso delle urne. Tutto riguarda il presente. Che importa ai lettori se il giornale è “Il Popolo d’Italia” e l’autore degli articoli è Benito Mussolini? [1]? Era l’Italia fascista del 1923. Noi che c’entriamo? Qui regna la democrazia.

1) La stampa e la sua libertà, “Il Popolo d’Italia”, 15 luglio 1923; La fiducia al Governo con 303 voti, “Il Popolo d’Italia”, 17 luglio 1923; Battaglia di una minoranza di giornalisti contro il decreto sulla stampa, “Il Popolo d’Italia”, 22 luglio 1923.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 novembre 2010

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