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Posts Tagged ‘conformismo’

Da giovane i vecchi antifascisti raccontavano che la sofferenza peggiore durante il ventennio veniva dal conformismo e dall’acquiescenza della gente nei confronti del potere. Era terribile, dicevano, perché ti sentivi il vuoto attorno. Un vuoto che si trasformava subito in isolamento e ti procurava una sensazione di soffocamento. Io li acoltavo, facevo cenno di sì con la testa, ma non coglievo fino in fondo il senso di quello che dicevano Mi mancavano troppi elementi per capire davvero.

Oggi no, oggi mi rendo conto perfettamente di quello che volevano dire, lo capisco davvero, mi è chiaro,  perché si tratta di una condizione che comincio a vivere. Più il tempo passa, più mi vergogno di essere incapace di romperlo quest’isolamento, di prendere a schiaffi il conformismo, l’appiattimento sul modello dominante, tutto futilità, apparenza e disvalori, e infine partire, andarmene via dall’Italia, sfidare la vecchiaia e difendere fino in fondo la dignità, se altro non si può. La sofferenza è acuta e peggio ancora della sofferenza è la vergogna.

Mi vergogno, sì, mi vergogno di un Paese che non trova la forza e il coraggio di ribellarsi, e forse nemmeno ci pensa, mentre Giorgio Napolitano, un vecchio, impresentabile arnese della politica, commissaria il Parlamento, sostenendo che tocca al governo e ai generali decidere quanto dobbiamo spendere per acquistare armi. Mi vergogno, sì. Di chi mi sta attorno e di me. Di me soprattutto, soprattutto di me mi vergogno.

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Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che mi pagano poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che tenta di annichilirli, se sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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