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Posts Tagged ‘conflitto’

rivoluzIl 26 maggio del 1927, nel discorso dell’Annunziata, Mussolini, che di reazione s’intendeva più degli intellettuali della nuova destra, presenta l’Italia come «una democrazia accentrata, […] nella quale il popolo circola a suo agio, perché, afferma, o immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori e l’assalterà». Come l’Italia d’oggi, il fascismo non era una democrazia, ma i profeti della «governance» nel trionfo della post democrazia ignorano persino la lezione del duce: conservatore o progressista, chi sente nemico lo Stato entra in conflitto con le Istituzioni che non lo rappresentano. In un punto, però, la polemica sulla «sinistra conservatrice», animata da intellettuali attenti alla nuova scala delle gerarchie sociali, coincide con i temi del dibattito politico di quegli anni di crisi: anche allora, di fronte al dilemma inquietante – «o trasformarsi o perire», per dirla con Alfredo Rocco, la borghesia imboccò la via della violenza, addossandone la colpa alle utopie egualitarie dei ceti subalterni.
Per ingabbiare i processi dialettici di un corpo sociale in ebollizione, però, al duce servì quel Codice Rocco che noi oggi abbiamo, sicché, mentre i proconsoli dell’Impero smantellano la Costituzione antifascista, il sistema di regole che strangola il conflitto – l’«indisciplina collettiva» direbbero Rocco, Macrì e Saviano – è entrato subito in gioco, come ben sanno gli operai di Terni. Sul versante sociale, quindi, l’«autoritarismo democratico» di Marchionne, Monti, Fornero, Sacconi e – buon ultimo – Renzi, non ha avuto problemi e senza colpo ferire Squinzi ha salutato la Caporetto dei sindacati. Lo Stato, uscito dall’agnosticismo in tema di lotta di classe, è in campo coi padroni e il Corporativismo è nei fatti.
Si può anche ignorarlo, ma è un dato di fatto: chi definisce il conflitto «conservazione» riprende la polemica sul sindacato «passatista», tant’è che ascoltare Renzi è come leggere Bottai, che ai suoi tempi diceva: «Doveva essere entusiasmante mettersi alla testa del proprio Sindacato e affermare la battaglia sulla piazza» ma «oggi questi argomenti non servono più a nulla, perché la forza è nello Stato e solo nello Stato». Anche oggi, si afferma che il conflitto tende alla «conservazione» e gli si oppone il vento della «Rivoluzione, […] lo stabilirsi di una nuova morale e di una nuova politica». Cosa sia stata negli anni Venti, in tempo di crisi, la «rivoluzione» cui tornano oggi Renzi e gli intellettuali della nuova destra, fu presto chiaro: il trionfo dei «rivoluzionari» in camicia nera sugli operai rossi e conservatori non «modernizzò», né creò l’impossibile riequilibrio tra «uguaglianza» e «mercato», che oggi si riesuma dal peggiore armamentario liberista. Consentì, questo sì, grazie al manganello e al Codice Rocco, la riorganizzazione dell’economia, sbilanciata in senso finanziario, e una ristrutturazione industriale sulla pelle dei lavoratori, ma dimostrò l’incompatibilità della democrazia col capitale finanziario e consentì a Grifone di denunciare «la mitologia delle necessità oggettive, del primato della tecnica e delle soluzioni obbligate», strumenti ideologici di politiche creditizie e monetarie tese a far sì che «le scelte del potere si ammantino, assai più che le scelte produttive, di un falso velo di necessità oggettiva».
E’ facile oggi, in una grave crisi della democrazia, spacciare per «riforme istituzionali» le tappe di una svolta autoritaria, utilizzando concetti astratti come progressismo e conservazione. La verità è che il conflitto sociale è sotto processo, perché sotto processo è la democrazia. Poiché non si può negare che il movimento operaio, pagando con la galera e col sangue, conquistando potere in fabbrica e nelle compagne, costringendo i padroni ai contratti, ha legittimato e consolidato la democrazia, si alimenta nell’immaginario collettivo la falsa convinzione che la forza della sinistra italiana del Novecento, pur rispettando le regole, abbia alterato il rapporto sviluppo-eguaglianza e spezzato il nesso Stato-mercato. Più che storia, però, questa è mitologia.
Mito è la borghesia liberale «tollerante», perché, senza tornare a Crispi o ai connubi col fascismo, fermandosi ai primi vent’anni di repubblica, la «tolleranza» lasciò in piazza un centinaio di morti e dal 1946 al 1966 produsse 15.000 perseguitati politici, riconosciuti da una legge dello Stato. Una classe dirigente così arrogante da processare i giovani cui lascia un Paese di gran lunga peggiore di quello ricevuto in eredità, definendoli conservatori, è ingenerosa e irresponsabile. Un giovane oggi è per forza di cose conservatore: lotta per conservare almeno parte dei diritti di cui ha goduto chi oggi si erge a giudice mentre glieli nega. Né, del resto, progredire è sinonimo di migliorare: si può anche avanzare verso il peggio e a contare non è la direzione di marcia, ma i valori di riferimento. Se la civiltà arretra di fronte alla barbarie, si progredisce arretrando.
Su un punto occorre esser chiari: chi processa la sinistra, in nome di valori liberali e liberisti, rischia di muoversi verso la melma crispina, gli spettri del ’98, i modernizzatori alla Mussolini e i cialtroni che tollerarono Hitler per scagliarlo contro i bolscevichi. Per Mussolini e i fascisti, Gramsci fu conservatore, lo scrissero mille volte e videro il progresso nelle Corporazioni e la conservazione nel sindacato di classe. Proprio come oggi. Di questo passo, i giovani finiranno sovversivi, ma non sarà conservazione: sovversivi furono Gramsci e Pertini. Se un Paese ripudia i valori della Costituzione e cancella dal suo orizzonte persino Montesquieu, è fatale: i progressisti veri diventano banditi come i partigiani. Si può giocare con le parole quanto si vuole, ma il progressismo di Marchionne esiste solo se manipoliamo la storia per fare la morale ai giovani che non si rassegnano. La storia ci dice che quando Cesare è il progressista, Bruto mette mano al pugnale; quando il pane del popolo sono i dolci della regina, la ghigliottina cala inesorabile; quando il progressismo colpisce la povera gente e si arrocca al sicuro nel Palazzo d’Inverno, i giovani diventano così conservatori, da schierarsi con giacobini e bolscevichi, bruciare la Bastiglia e portare il ferro e il fuoco negli stucchi e negli ori di Pietroburgo. Si dirà che sono violenti, ma è una menzogna. I giovani odiano la violenza, ma non intendono subirla inerti. Perciò oggi sono conservatori: conservano il diritto alla legittima difesa.

Uscito su Agoravox e Fuoriregistro il 21 novembre 2014 e su MenteCritica il 24 novembre 2014

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che mi pagano poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che tenta di annichilirli, se sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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Morto di freddo, stanco, i nervi a fior di pelle e la consapevolezza che, comunque vada, è sempre più difficile, per uno come me, stare tra i ragazzi senza correre il rischio di sembrare l’eterno “cattivo maestro“. In questo stato prendo la penna e scrivo. Faccio finta che ci sia chi me lo chieda, ma lo so: ho bisogno di domandare a me stesso che penso davvero, al di là di quello che dico nelle assemblee. Non mi sottraggo, come mi consiglia l’istinto. Non mi sottraggo e, tuttavia, per precauzione scrivo a me stesso e non provo a parlare. Senza fermarmi, come si fa quando in mano c’è la penna, mi riuscirebbe molto più difficile dire fino in fondo la mia incerta e problematica opinione.

Lascio da parte i pacifisti convinti e militanti. Ne ho un profondo rispetto. La dico come può vederla uno come me, che non ama il conflitto, ma lo ritiene parte integrante della vicenda umana e fatalmente ragiona senza scartare a priori le categorie della guerra “che è nelle cose“. Pace e guerra sono in contrasto tra loro, ma sono interdipendenti. Così voleva il filosofo antico. Metto nel conto il dissenso e la delusione. Mi capita spesso. Sono all’opposizione di me stesso, per ragioni di formazione e perché dalle presunte certezze nasce la maggior parte degli errori. Peggio sarebbe, molto più che deludente, una comoda menzogna. Di tutte, la peggiore, la più inaccettabile, sarebbe la versione annacquata d’un pensiero che nasce dal profondo e matura nel fuoco d’uno scontro. Non sono sereno. Ecco la prima verità che sento il bisogno di dire a me stesso. Non lo sono, non so esserlo. Tutta la serenità di cui sono capace si esaurisce nella discussione coi giovani, quando il senso della responsabilità prevale su tutto, anche sulla complessità d’una passione civile profonda e d’una concezione della vita che non può più registrare cambiamenti sostanziali, ma è ancora fortemente decisa a capire, ascoltare, soprattutto imparare.

La premessa è lunghissima, forse incomprensibile, certamente incompleta e incapace di spiegare la tempesta che mi porto dentro. Provo a partire da una convinzione che io e le mie contraddizioni possiamo condividere senza problemi di coscienza. Ci sono mostri costruiti ad arte da chi dall’esistenza dei mostri ricava cospicui vantaggi. Il fantomatico e ferocissimo Bin Laden, ad esempio, un mostro così consapevole della mostruosità di cui si fa portabandiera, da saper scegliere ripetutamente quando sparire con tempismo mirabile e quando resuscitare con precisione cronometrica: infallibile, ora, minuto e secondo. Abbiamo una vergogna da far passare come fatale necessità della storia? Bene. Un proclama di Bin Laden che chiama alla guerra santa ci toglie prontamente d’impaccio. I black blok sono i Bin Laden dello scontro sociale. Che il 14 potessero comparire a Roma – autentici o imitazioni grossolane, conta poco – era certo, com’è certo che domani, per arrestare un disgraziato maomettano da offrire in pasto alla folla fanatizzata e scatenare una convenientissima guerra tra i poveri, Bin Laden tornerà a lanciare un proclama. Questa è la rappresentazione mediatica. E questa diventa anche la verità in una società che mediatica e virtuale è ormai per costituzione.

Ch’è accaduto a Roma il 14 dicembre? Ti sbagli se dici che in Parlamento anche un cieco avrebbe visto che la classe dirigente non è all’altezza della drammatica situazione in cui versa il Paese? Puoi quantomeno sostenerlo con ragionevole probabilità di non dire sciocchezze: il cieco l’avrebbe visto, noi no. Noi non abbiamo visto, forse non vogliamo vederlo, ci fa male, è troppo desolante, che l’opposizione al berlusconismo è più berlusconiana di Berlusconi. Un idiota, un analfabeta della politica si sarebbe reso conto che c’è un’isola cieca e sorda in un mare in tempesta che la circonda; un’isola che non ha alcun collegamento con la terraferma e nella quale si “gioca alla democrazia“, ma si esercita di fatto un potere fuori controllo; un potere che cancella anche i diritti più elementari, in nome del mercato e del profitto. L’avrebbe visto un analfabeta della politica, noi no, noi vediamo un’isola diversa, ricca di collegamenti. Crediamo, o fingiamo di credere, che esista un dialogo tra chi affonda nella tempesta, senza speranza di toccare la terraferma, e l’isola che possiede una flotta in grado di soccorrere i naufraghi, ma le ordina di puntare le armi, stare a guardia del porto, a tutela dell’isola, e sparare a zero su chiunque s’avvicini. Anche la morte può servire alla vita e perciò, i naufraghi vadano a picco.

Roma il 14 era piena zeppa di “bamboccioni“. Così li abbiamo chiamati in maniera oltraggiosa. Da loro vorremmo senso di responsabilità, proteste pacifiche, discorsi politici, rispetto per le Istituzioni. Nel 1992, quando l’Europa delle banche prese il sopravvento su quella dei popoli, non erano nati ancora o erano bambini. Noi cominciammo a decidere che occorreva cambiare il calcolo delle pensioni e, senza domandargli come avrebbero fatto da vecchi, decidemmo di farle valere la metà delle nostre. Si sentì qualche voce di dissenso ci fu qualche battaglia – mi ricordo la mia onorata “carriera” di sindacalista finita nel fango – ma ci si disse che occorreva “realismo“. E in nome del realismo si cominciò a discutere senso e valore del lavoro a tempo indeterminato. Chi lo difese divenne subito un “conservatore“. Si misero al lavoro intelligenze sottili e cominciò la serie delle novità: co.co.co, lavoro interinale, lavoro in prestito e decidemmo insieme, senza informare i figli e i nipoti, che era ora di “piantarla coi privilegi“. Basta certezze, la concorrenza è l’anima del commercio e si fece commercio della vita. Poco ancora, poi decidemmo di spostare in avanti l’età pensionabile e cancellammo il conflitto dall’idea di sindacato. C’era lo sciopero, ma convenimmo che l’orario di un treno contava più d’un diritto violato. I treni continuarono a fare ritardo, a meno che non fossero quelli supercostosi che chi lavora non può permettersi e, tuttavia, lo sciopero s’era regolamentato. Non ci sembrò necessario chiedere un parere ai nostri ragazzi appena adolescenti. Diavolo, ne sapevamo molto più di loro, e li disarmammo, sostenendo che avremmo inventato nuove forme di lotta. Qui qualcosa si mosse e un manipolo di sindacalisti stanchi mollò la poltrona e tornò a lavorare, ma questo fu il massimo che sapemmo fare. Ci furono guerre, le chiamammo pace e le combattemmo. In verità, noi no. Noi eravamo vecchi. Andarono a morire i primi figli della nostra “rivoluzione liberale” e però fummo eroici: li decorammo. E ci giocammo la Costituzione. Se ripercorro la storia delle mie sconfitte, credo che corrisponda perfettamente al percorso che ci conduce a Roma, al 14 dicembre del 2010. Cominciò con un milione di persone condotte in piazza nella capitale contro Dini, ministro di Berlusconi passato poi con la sinistra, e ci ha portati ai centomila “black blok” che l’altro ieri hanno dato di piglio alla violenza. L’Isola dei famosi; o, se volete, Montecitorio, andava in scena in contemporanea. I docenti di ogni ordine e grado erano a casa, a casa erano i genitori e c’erano i terremotati dell’Aquila, perché feriti a morte, manipoli d’operai e qualche illuso che s’affida alle regole del gioco che non ci sono più e prende fischi per fiaschi, accusando i figli delle colpe dei padri.

La più terribile che ho ascoltato non è la faccenda dei provocatori e della violenza. Lo dico da docente. La più tremenda versione dei fatti che s’è provato a far passare è questa, onestamente incomprensibile e terribilmente fuorviante: senza il “manipolo” dei violenti brutti e cattivi, i nostri bravi giovani avrebbero salvato l’onore della scuola e dell’università. Lasciamolo perdere l’onore. Lasciamolo perdere ch’è meglio. Ognuno la legga come meglio gli pare, questa esplosione di rabbia, ma questo non è il ’68 – non si tratta di regole e nessuno si propone come classe dirigente “nel sistema“. La barzelletta dei black blok non fa ridere nessuno e quella dell’onore salvato è strumentale e autoassolutoria. Lasciamolo perdere l’onore e stiamo attenti. C’è un rischio grave. Criticando da vecchi saccenti le pratiche di lotte e chiamandosi fuori, si rischia di trasformare una battaglia contro i guasti del liberismo in un tremendo e inaccettabile scontro generazionale, col rischio fatale di un pericoloso isolamento dei nostri ragazzi. E sarebbe una catastrofe, perché in discussione ci siamo invece tutti: i cinquantenni precarizzati, gli immigrati deportati, i vecchi operai ridotti alla fame, le donne in mille modi violate e i ragazzi ricondotti a una condizione da prima rivoluzione industriale. S’è rotto un equilibrio. I giovani lottano per un futuro che abbiamo contribuito a cancellare. Delle pratiche di lotta in una realtà fortemente conflittuale, in una crisi economica e sociale che è crisi di sistema, si può discutere solo in un modo: lottando assieme, ritrovando il legame tra generazioni e lotte. Qui nascono, a un tempo, la legittimità di chi intende criticare e la possibilità di scambio tra visioni del mondo, esperienze e bisogni.

Il resto sono chiacchiere. Non tutte in buona fede.

Ecco. Ho scritto a me stesso, in una notte insonne. Quando mi leggerò, troverò che sono oscuro. Ma non è facile esser chiari, perché la storia conosce improvvise accelerazioni e brusche frenate. Questa fase come la leggi? E’ l’inizio di una sconfitta, il prezzo del passato, una di quelle “primavere della storia“; che non t’aspetti e giungono improvvise? Come fai a valutare? Tutto quello che puoi dire è che non immaginavi di doverla fare questa fatica; la fatica di misurare la tua rabbia per non innescare violenza su violenza. Non lo immaginavi. Affondano, i nostri ragazzi. Annaspano, ma vogliono riemergere e hanno ragioni da vendere. Seguirli onestamente, accompagnarli umilmente. Altro non so fare, ma credo che sia un dovere morale porgere l’altra guancia al loro ceffone. Hanno diritto di fare la loro battaglia e abbiamo il dovere di essere credibili. Poi dissentiremo, se serve, ma solo così li aiuteremo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2010.

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