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Posts Tagged ‘Confindustria’

30 ottobre 2010 Napoli manifestazione nazionale precari scuola 62Sono fatto a mio modo. Penso con la mia testa, dico ciò che penso, remo controcorrente e non cerco la popolarità a tutti i costi. Lo so, il mondo della scuola mostra i segni del lutto, ma ingannerei me stesso se mi accodassi al coro di “Bella ciao”, puntando ipocritamente il dito solo sul governo e su Confindustria. In questi mesi di tardivo risveglio della protesta, ho vissuto la micidiale sconfitta della scuola con un dolore lontano, anestetizzato da una duplice consapevolezza. Nel cuore e nella mente sopravvive anzitutto una certezza: ci sono momenti della storia in cui bisogna toccare il fondo, per pensare a una risalita; noi il fondo l’abbiamo toccato da tempo e l’abbiamo colpevolmente ignorato, aspettando che il Senato firmasse il certificato di morte della scuola statale. Ieri, solo ieri, ci siamo accorti della tragedia, ma il lutto giunge tardi e la rabbia esplode fuori tempo. I funerali della scuola pubblica si sono celebrati in forma strettamente privata, senza “bella ciao”, senza moti dell’animo e crisi d’isteria, più di quattro anni fa, nel dicembre del 2010, dopo la sconfitta degli studenti, in una Roma blindata, tra ambulanze e pantere lanciate a sirene spiegate, cariche violente, fumo d’incendi e lacrimogeni e il Senato difeso a mano armata come una trincea sul Piave dopo Caporetto.
Me lo ricordo come fosse oggi: da Napoli era partita una folta rappresentanza di studenti, decisi a forzare blocchi e a penetrare nell’aula del Senato abusivamente occupata da “nominati”, che si scambiavano voti e milioni per manipolare la fiducia e tenere in vita l’ennesimo governo Berlusconi. Lo striscione che aprirono nella prima linea di quella battaglia, assieme a migliaia e migliaia di loro compagni giunti da tutta Italia, recava una scritta forte e significativa: “La gioventù vi assedia”. Era mia quella dichiarazione di guerra. Mia, che giovane non ero, però c’ero. M’era venuta in mente all’ultima assemblea, prima della partenza, nell’aula di mille discussioni e iniziative. Non c’era un docente, non c’era un genitore e non c’erano sindacati. Per mesi, ragazze e ragazzi avevano riempito le piazze dello loro rabbia e per mesi, soli, in mille occupazioni, cortei e manifestazioni, avevano preso botte e denunce senza mollare. Non era Genova, non era il Sessantotto, ma da decenni non si vedevano in campo tante intelligenze che agivano assieme, tanta passione, consapevolezza e voglia di lottare. Non dimenticherò più gli incontri col mondo dello spettacolo in agitazione, i tentativi di saldare le lotte, la proposta di portare nelle fabbriche aggredite da Marchionne i temi delle lezioni che si facevano in piazza, la rabbia per il futuro rubato, gli slogan e i San Precario. Non dimenticherò la speranza e la dignità che si leggevano negli occhi di quella generazione in lotta per la vita e la risposta arrogante di un sindacalista: con gli operai i rapporti li teniamo noi.
dentro_e_fuori_111Era inevitabile. Dopo la lotta dura e il traguardo sfiorato, la sconfitta portò un riflusso micidiale. Quante ragazze e quanti ragazzi abbiamo perso per sempre in quel dicembre di speranze tradite? Quanti “adulti”, tra i tardivi manifestanti di oggi, se ne stavano a casa in quei giorni decisivi e si apprestavano a votare la pseudo sinistra “liberatrice” contro la sedicente destra berlusconiana?
Non se ne accorse praticamente nessuno, ma in quel dicembre senza fortuna morì la scuola della repubblica, nonostante la strenua battaglia di una generazione lasciata sola e abbandonata al suo destino. Tra noi, tanti non videro o non vollero vedere e molti misero a tacere la coscienza sprecando parole sulla violenza da rifiutare, sui “cattivi maestri” e sulle buone pratiche della politica.
Da allora per anni si è fatta una guerra già persa usando per armi fiori e lumini. Per anni chi ha accennato alla necessità di costruire percorsi di lotta adeguati alla sfida, si è trovato di fronte alla risposta “legalitaria”: il referendum.  Con una sfida alla logica che non lascia speranze, da mesi, mentre si canta con rabbia appassionata la canzone dei partigiani, si aprono al vento le bandiere del referendum come un’arma risolutiva. Non sai più se piangere o ridere e non puoi fare a meno di pensare che è come riunire sui monti le Brigate Garibaldi per raccogliere firme e consegnarle ai fascisti. Quando capiremo che contro un governo illegittimo, che ha fatto e farà carta straccia delle regole e dei diritti, più che cantare i canti dei partigiani, è necessario lottare come fecero loro?
Non facciamoci illusioni e smettiamola di sognare miracoli referendari. O settembre ci troverà asserragliati nelle scuole occupate assieme agli studenti, pronti ad affrontare i giudici del nuovo regime, o lacrime, lumini e inermi cortei variopinti diventeranno solo la triste prova dell’antica saggezza: ogni popolo ha il governo che si è meritato.

Agoravox, 26 giugno 2015

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hqdefaultIl caudillo vuole trattare. E si capisce: hai voglia di fare il gradasso, lo sciopero è stato un fiume in piena e i numeri in piazza fanno paura. Diciamolo chiaro: la riforma è un disastro. Presentando le sua “Buona Scuola”, Renzi parlò di opportunità per gli studenti, introdotti nel mondo del lavoro. Una menzogna pericolosa. La riforma produrrà solo sfruttamento: lavoro gratuito e nessuna garanzia di assunzione dopo il percorso formativo. I contratti di apprendistato terminano con il ciclo di studi e sono solo un regalo ai padroni: mano d’opera abbondante a costo zero e chi se frega dei disoccupati! In cambio, ragazzi derubati del tempo scuola, una preparazione peggiore e tanta rassegnazione, come da anni sogna Confindustria.
Sulle assunzioni ancora menzogne. “Assumerò 150.000 docenti!”, annunciò Renzi, ma a stento si arriva a 100.000. Il ricambio fisiologico tra generazioni, con qualche aggiunta imposta dalla mega multa europea al peggior sfruttatore di lavoratori dell’intera Europa: lo Stato italiano. Fuori comunque i 6.000 idonei dell’ultimo concorso e 30.000 docenti di scuola dell’infanzia. Qualcuno lavora da oltre 10 anni! In quanto agli “assunti”, Renzi mente di nuovo: niente lavoro stabile, solo contratti triennali col rinnovo in mano ai Dirigenti e licenziamento sicuro per chi difenderà la libertà d’insegnamento e la dignità personale. Non bastasse, il DDL prevede la mobilità anche per i docenti di ruolo, cui si minaccia la perdita della titolarità della cattedra: potranno insegnare “materie affini”, per le quali non sono abilitati. Gli Ata, infine. Assicurano l’igiene, badano alla sicurezza delle scuole, ma non avranno nemmeno un’assunzione. In compenso, Renzi introduce Il privato nella scuola pubblica e poiché nessuno ti dà soldi per nulla, il prezzo da pagare è chiaro: l’intromissione nella didattica e nella gestione finanziaria. E’ la fine degli Organi Collegiali e la nascita d’una scuola in cui chi più spende più ha. Così si uccide la democrazia.
Inutile parlare delle prove Invalsi: nei Paesi anglosassoni, chi le ha inventate è sotto accusa. La scuola si può e si deve valutare, ma prima occorre restituirle quanto le è stato rubato e metterla in condizione di funzionare. In ogni caso, fuori dai piedi Confindustria, ha già procurato troppi danni al Paese, per occuparsi di scuola.
Nota dolente: poteri ai Dirigenti, che sono accontentati: potere esclusivo e discrezionale sui soldi della scuola, che investiranno come gli pare. Come datori di lavoro, decideranno quali docenti assumere, quali mandare a casa e quali premiare e formeranno le classi come vorranno. Aspettiamoci ,quindi, abusi, discriminazioni, classi piene zeppe di studenti con bisogni educativi speciali e docenti costretti a inventarsi competenze che non hanno o a snaturare quelle acquisite. Aspettiamoci, perché è fatale, docenti di sostegno ridotti ad assistenti, impossibilitati a progettare e realizzare percorsi didattici in grado di affrontare situazioni troppo problematiche per poterle gestire.
C’è poi Il luogo comune: gli insegnanti lavorano poco. Pennivendoli e velinari insistono sul criminale slogan dei “fannulloni”, ma statistiche e studi scientifici provano che, in ambito europeo, i docenti italiani lavorano quanto gli altri (circa 40 ore settimanali) ma prendono lo stipendio peggiore. Chi governa la scuola ignora che non fai lezione frontale senza prepararla spendendo tempo, ignora che le verifiche costano tempo e fatica, che esistono – e sono lavoro – progettazione, riunioni, incontri con le famiglie. Per non parlare dell’accompagnamento nei viaggi d’istruzione. Tutto più o meno a titolo gratuito.
C’è infine uno “specifico” dell’insegnamento. La nostra classe dirigente, selezionata ormai con l’esclusivo criterio della fedeltà al capo, soffre di analfabetismo di valori e non ha strumenti culturali e spessore umano per coglierne il senso e il peso. C’è chi inforna pizze e chi insegna. Pari dignità, ma differenze profonde. I docenti investono sul futuro. Lavorano su una materia preziosa: i nostri ragazzi. E’ un lavoro appassionante e gratificante, ma anche estremamente logorante. La scuola è fortemente condizionata dall’ambiente in cui opera; la crisi economica, l’assenza di riferimenti, il pessimo esempio offerto dalle classi dirigenti, aggravano la fatica dei docenti. In un Paese malato di sessismo, razzismo, rigurgiti di fascismo, vittima di una violenza che parte soprattutto dall’alto e di una corruzione che ha reso marce le Istituzioni, la scuola è un baluardo di democrazia, un punto di riferimento etico fortissimo, ma lo è a costo di immensi sacrifici. Per quello che ricevono in cambio, in termini di retribuzione, di collocazione sociale e di considerazione per la loro funzione, i docenti fanno indiscutibilmente molto e sono di gran lunga migliori di quanti pretendono di valutarli. Essi costituiscono una delle più serie, equilibrate e dignitose risorse del Paese. Se un punto c’è a loro sfavore, beh, questo è costituito certamente dalla preparazione scadente dei dei nostri leader, che, tuttavia, non sono stati i docenti a scegliere come “capi”. La scarsa qualità della classe dirigente può essere anche parziale responsabilità dei docenti, ma non ci sono dubbi e i fatti lo dimostrano: per senso morale, spessore culturale, soprattutto per coscienza democratica, il novanta per cento dei nostri insegnati è nettamente superiore a tutti i membri di questo sciagurato governo.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 maggio 2015

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Bomba d'acqua su Pisa (Stefano Degl'Innocenti)Il paese è migliore di quanto mostri il surreale duello quotidiano tra  «rottamatori» di Renzi e «rottamati» di Bersani. La scuola, per far riferimento a un pilastro fondante della società che Renzi crede di poter distruggere impunemente, è molto meno rassegnata di quanto si pensi. Basta conoscerla per sentire il fremito che muove l’aria nelle aule cadenti. E non è questione di precari, di sacrosanta amarezza per il lavoro promesso e negato, di salari, ferie o problemi per cui è facile tirare in ballo l’egoismo corporativo e i gufi conservatori. E’ ben altro: uno stato febbrile di coscienze allarmate, un’inquietudine profonda che coinvolge docenti «garantiti», personale amministrativo, studenti e famiglie più consapevoli. Chi ha memoria ricorda l’indignazione sorda, crescente e inascoltata che annunciò l’esplosione inattesa per il «concorsaccio da sei milioni» e segnò la fine di Luigi Berlinguer.
E’ vero, a quei tempi il governo non poteva contare sulla macchina da guerra che spiana la via a Renzi, ma non è meno vero che Berlinguer non si era spinto al punto da bocciare sprezzantemente una legge d’iniziativa popolare nata dall’impegno di intelligenze acute e dalla passione competente della scuola militante. Non c’è anestetico in grado di cancellare il dolore per la violenta coltellata inferta alla scuola e alla democrazia da un governo geneticamente debole, come quello di Renzi, sfiduciato alla nascita da una sentenza della Corte Costituzionale che delegittima politicamente e moralmente questo Parlamento di figuranti.
Le manifestazioni si annunciano a catena Gli argini reggeranno? Se il fiume carsico che diventa sempre più impetuoso troverà sbocco nello sciopero del 12 maggio, che minaccia di far saltare le prove Invalsi e mettere insieme i docenti, gli studenti, i genitori più consapevoli, la Cgil e il sindacalismo di base, gli argini salteranno e faranno strada a una bomba d’acqua simile a quella che travolse Berlinguer.
Benché blindata, la malaccorta consultazione sulla «Buona Scuola», voluta dal governo per dare una mano di vernice democratica a un’operazione profondamente reazionaria, non solo è naufragata pietosamente, ma si è trasformata in un boomerang micidiale, animando un’opposizione motivata e competente, che non lascia spazi ai twitter. E’ accaduto di tutto: più di duecento mozioni contrarie cestinate con infinita arroganza, l’inevitabile protesta repressa a colpi di polizia e soprattutto, inattesa, la resurrezione di Comitati agguerriti a sostegno di una Legge di iniziativa popolare che, sottoscritta da centomila cittadini è diventata un’alternativa concreta alle proposte inaccettabili del governo. Un’alternativa sprezzantemente respinta pochi giorni fa, in sede referente, da Commissioni Parlamentari formate da illustri sconosciuti che nessuno ha mai eletto. La sfida ha i connotati dell’oltraggio ed è resa più grave dai contenuti del disegno governativo che, tra annunci da venditori di tappeti e imbarazzanti rinvii, è più insolente e liberticida di quella «Legge Aprea», bloccata nel 2011 da una mobilitazione forte e corale.
In spregio della Costituzione, il governo stavolta va ben oltre la fallita sortita berlusconiana. Se la legge Aprea assegnava al dirigente scolastico potestà di chiamata diretta dei docenti, Renzi va oltre, attribuendo ai capi d’Istituito il potere di licenziare i docenti a proprio  esclusivo giudizio, anche per il mancato superamento dell’anno di prova. Se Aprea spalancava le porte della scuola ai privati e alle imprese, introducendoli nei consigli d’Istituto, Renzi, con scelta scellerata, assegna ai Dirigenti Scolastici il potere di gestire da soli e direttamente i rapporti con le forze economiche territoriali, pronte a condizionare la formazione e l’istruzione, a fare della Scuola un mercato che sdogani il lavoro minorile e al nero e offra alle imprese manodopera abbondante, gratuita e senza tutela. In una sorta di delirio di onnipotenza, Renzi, chiede per sé qualcosa come 13 deleghe, compresa quella di ispirazione fascista che dice di riformare – ma di fatto sopprime – gli Organi Collegiali.
Questa la portata dell’attacco, che non è rivolto ai docenti, come lascia strumentalmente credere il complice circo mediatico, dopo l’oscena campagna sui «fannulloni». E’ una sfida violenta, che mira a colpire le Istituzioni democratiche del paese, di cui, piaccia o no, la scuola è trave portante. D’altra parte, Renzi non ha scelta: nega la funzione costituzionale della Scuola perché la Costituzione è il principale ostacolo alla realizzazione del suo progetto reazionario e non basta stravolgerla nelle aule del Parlamento: va sradicata dalle aule scolastiche in cui si formano i cittadini, potenziali nemici di Renzi finché non saranno ridotti a bestiame votante. Di qui l’attacco alle pari opportunità, di qui le scuole di diverso livello e le risorse iniquamente distribuite.
In quanto ai docenti, non c’è dubbio: per piegare il Paese, occorre piegarne la resistenza, per debole che possa apparire. Si spiega così la scelta di creare albi regionali, abolire la titolarità di cattedra per gli insegnanti di ruolo, qualora siano costretti a ricorrere alla mobilità territoriale o professionale, e costringerli all’inferno del precariato; si spiegano così il lavoro decontrattualizzato, le valutazioni arbitrarie, affidate alla via scivolosa dei test Invalsi, frutto velenoso dell’intrusione di Confindustria nella didattica, e infine la soppressione della libertà d’insegnamento, che l’articolo 33 della Costituzione tutela, in quanto primo confine tra democrazia e regimi autoritari. Il ricatto ai precari, che l’Europa ci impone di immettere in ruolo e Renzi recluta solo a condizione che accettino la mobilità selvaggia e il demansionamento, insegnando materie per cui non sono abilitati, la distruzione della collegialità, con le diverse componenti della Scuola escluse dalla costruzione del progetto formativo, sono il prezzo che Renzi paga ai suoi sponsor: i padroni, che pretendono una scuola classista, che sia fabbrica di sfruttati e di rassegnati soldatini del capitale.
Se non trova un freno immediato, questa è la cifra reale della scuola di Renzi: non più la preziosa fucina socratica della coscienza critica, ma l’anticamera di un ufficio di collocamento.

Fuoriregistro, 17 aprile 2015 e Agoravox, 18 aprile 2015

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lustrascarpe-526x394«I tuoi sono i soliti argomenti degli anti renziani a prescindere», mi assale becero e tronfio il neofita del renzismo. «Vedi solo le cose brutte e gli errori (che ci sono, ovvio, ma chi non ne fa?), mandanti oscuri che lo manovrano (il grande capitale e la grande finanza, ovvio), l’attacco continuo alla Costituzione (e chi sei tu per deciderlo?), l’aver resuscitato Berlusconi (che non è mai stato così fuori dai giochi come ora). Sei tristissimo, circondato da fantasmi che ti ossessionano, sempre più rinchiuso nel tuo fortino di duro e puro. E gli altri, noi poveretti che non abbiamo capito quello che solo tu eletto, invece, sai. Noi che viviamo nella vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova. Sei tristissimo».
Non c’è lavoro? Licenziamo, come chiedono Squinzi e la Confidustria. Riduciamo in servitù il giovane disoccupato e il problema sarà risolto. Poi, però, per favore, non piantiamo grane sulla dignità calpestata: se il matrimonio è un gesto d’amore, si può andare a nozze anche coi fichi secchi.
Dietro la cieca e feroce flessibilità morale invocata da Renzi, che sorvola su tutto, in nome di una comoda quanto inesistente necessità storica, si cela la tragica complicità che accompagna di solito le avventure dei personaggi loschi e pericolosi. Così fu per il fascismo, che passò col consenso della borghesia pronta a sostenere il regime. Il peggior Crispi resuscitato, il domicilio coatto reso ben più feroce dal confino politico? Sono solo fantasmi che ossessionano i moralisti! Lo Statuto Albertino calpestato? E chi siete voi per deciderlo? Quando un fiume di sangue corse in lungo e in largo il Paese e caddero Matteotti, Amendola, Gobetti, si patteggiò con la coscienza: avrebbero fatto certamente di peggio i bolscevichi. «Sei tristissimo, vedi solo le cose brutte e gli errori», si disse a chi non stava al gioco.
Oggi sono tristissimi e sempre più colpevolmente rinchiusi nel fortino di duri e puri coloro che registrano fatti gravissimi: un presidente della Repubblica eletto due volte («che ossessione! La Costituzione non lo vieta!», Già, ma la Costituzione non vieta nemmeno l’elezione ripetuta tre, quattro e cinque volte…). Sono tristissimi quanti ricordano puntigliosamente che questo Parlamento è illegittimo, perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Tristissimi, perché nella loro inaccettabile smania di costituzionalità, si rifiutano di capire che esiste una «vita normale, dove si fanno cose giuste e cose sbagliate ma ci si prova».
C’è da augurarsi che stavolta, quando la folle avventura appena iniziata sarà terminata e il disastro compiuto, i «tristissimi» sappiano ricordare e trattino come meritano i ciechi gioiosi che tutto accettano e tutto lasciano correre. Ricordare e punire senza pietà. Sarebbe inaccettabile una nuova legge togliattiana sull’epurazione e una nuova amnistia.

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180_scuolaE’ un mistero glorioso: la scuola che Renzi propone, la favola bella della “svolta epocale”, attiva e innovativa, non prevede studenti. E’ una scuola che divide i docenti, fa ardite promesse – quattrini per l’edilizia scolastica, aumento dei progetti formativi pomeridiani grazie ai soldi di generosi privati, porte aperte alle aspirazioni di chi “merita” – ma gli studenti non li trovi nemmeno a pagarli. I loro bisogni, ciò che hanno proposto in anni di assemblee, occupazioni, autogestioni, lezioni in piazza, denunce, narrazione dei loro problemi e soluzioni da adottare, tutto ciò non ha voce in capitolo. Per Renzi la scuola si fa senza studenti. In loro nome, il governo s’è posto la domanda che li rappresenta e s’è dato la risposta: volete entrare nel mondo del lavoro che preferite? Ci andrete. E’ già pronto per voi un “hackathon” per suggerire app in un quadro generale di “opening up education”. Dietro l’inglese americanizzato, però, c’è solo l’armamentario ideologico di governi falliti: guerra all’istruzione pubblica, gerarchizzazione del personale e privatizzazione del sistema.
Gli studenti come soggetti pensanti, non esistono.
Eppure chi vive con loro l’esperienza scolastica e li affianca nelle lotte, sa che nei Consigli d’Istituto e negli organi accademici le loro rappresentanze non contano nulla. Devono lottare per tutto: un’aula autogestita in cui esprimersi e creare cultura, una scuola inclusiva, che privilegi il pensiero critico, un corso pomeridiano, la sostenibilità dei costi per poter studiare, la possibilità di accesso ai più alti gradi dell’istruzione . Si scontrano ogni giorno con una realtà che li chiama ad avallare ciò che altri hanno deciso per loro. A torto o a ragione , si sentono trattati come contenitori vuoti, che la scuola riempirà di nozioni e regole di comportamento “adeguato” e invano chiedono che il loro mondo trovi cittadinanza tra i banchi, che i loro problemi siano ascoltati. Di coscienza critica non si parla più e tutto ciò che conta è l’acritico rispetto verso ogni autorità. Per gli studenti, la favola non cambierà la scuola: Renzi finge di ascoltare tutti, amministrativi, presidi e docenti, ma agli studenti non promette niente. La “buona scuola” di loro non parla. E’ come un carcere senza detenuti, un ospedale senza malati, un cinema senza film. Con loro soprattutto Renzi mostra la sfida autoritaria di Renzi svela il suo valore devastante: dovete imparare a credere che la realtà coincide con le mie chiacchiere surreali. E’ questo il mondo: il vuoto dietro un tweet.
Nel trionfo virtuale dell’illusionismo, la favola è un incubo: il motore perde colpi? Lo metteremo a punto con gli attori che lo fanno funzionare: presidi, amministrativi, docenti. Nessuno meglio di loro può dire quali siano le regole inutili e le complicazioni superflue. Assieme a loro sbloccherò la scuola. E’ una gara di formula uno studiata ascoltando tutti, meno che il rombo del motore, come se a tagliare il traguardo a fine corsa dovessero essere il preside-manager, i docenti sopravvissuti alla guerra dei poveri sul “merito”, i criteri di valutazione, e le aule vuote. Svaniti gli studenti, ai quali nessuno chiede se nella corsa c’è il rischio di rompersi l’osso del collo, Renzi non dice nulla sul lavoro che si farà in classe. La sua, è la favola d’un’azienda che, ottimizzati i ritmi della produttività dei docenti, si dà una nuovo monte ore, decide le modalità di assunzione, la quantità di progetti da sfornare, i costi della pubblicità e i tagliandi per la messa a punto con la verifica dei test. Degli studenti, della loro umanità, della corrispondenza tra le loro domande e le risposte del bolide che andrà in pista, di tutto questo la favola di Renzi non parla. La “buona scuola” è pensata per una società di yesman e disciplinate carte assorbenti. Si raccontano mirabilie, ma il modello di riferimento non sono gli individui da formare.
Gli studenti non c’entrano nulla con la scuola di Renzi. La favola buona è un’impresa produttiva per padroni che intendono far profitto, investendo sulla formazione. Gli studenti, il diritto allo studio, le disparità tra condizioni economiche e sociali di partenza, sono sciolte nell’acido dei test Invalsi. Se Renzi si fosse ricordato che a scuola ci vanno gli studenti, si sarebbe accorto che c’è bisogno di una formazione che conti su laboratori attrezzati, che aprano la mente e guardino lontano fino all’accademia; c’è bisogno di maggiori scambi culturali e di momenti collettivi da vivere furori dalle aule. Di tutto questo la “buona scuola” non parla. Confindustria ha raccontato a Renzi che il mondo degli studenti vive di uno sogno solo: “la possibilità di fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali, così come pubbliche e del no profit” e lui non è stato a pensarci: ha promesso che questa possibilità “sarà resa sistemica per gli studenti di tutte le scuole secondarie di secondo grado”.
Digital, appl, inglese a gogò, la fanfara suonata per musica e storia dell’arte, e poi che si fa? Senza studenti, la rivoluzione di Renzi diventa uno spot per lo sfruttamento. Altro che formazione della coscienza critica: lavoro senza retribuzione e una grande riserva di manovalanza a basso costo o gratuita, grazie ai tirocini, che manda in brodo di giuggiole i padroni. La “buona scuola” di Renzi è un elementare dettato del padronato. Mentre gli studenti, cancellati dalla scuola, raccontano di “libretti delle giustifiche”, trasformati in pubblicità del pub “Pollo Veloce” – l’impresa si sa, non fa nulla per nulla e il proprietario del locale ci ha messo quattrini – la Lockheed presto vanterà sui moduli d’iscrizione le delizie degli F35 e la Beretta ricorderà che il suo modello di mitra fa il record di morti con un solo caricatore.

Uscito su Fuoriregistro il 21 ottobre 2014

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Cari «compagni democratici», auguri. Per il peso che portate del passato, per la responsabilità che già avete del futuro, per la speranza che avete assassinato, cari «compagni», auguri.

Auguri, cari «compagni», per quest’anno che avete lasciato morire indecorosamente senza voler capire che ve ne andate con lui, che l’occasione è persa. Auguri e complimenti perché vivaddio – come avete potuto? – voi che morto avete detto di volerlo, voi che pensavate di potere ingannare voi stessi, voi che pesate su bilance truccate la pace e la guerra, voi scoprite oggi che meglio sarebbe stato salvarlo l’alleato imbroglione.

Cari «compagni», auguri e complimenti per il dittatore che lascerete vinca sulle sabbie d’Africa perché sapete che vi sarà amico e per quello che invece dovrà perdere, dal momento che non sa cosa darvi in cambio d’un vittoria. Forca, patibolo, guerra, pace e democrazia, tutto sapete vendere al vostro prezzo negli scampoli di fine stagione e tutto liquidate tra l’agonia della libera stampa, l’arroganza criminosa degli editori «progressisti» – quanti velinari vuole De Benedetti al soldo del padrone? – il giornalismo «embedded» , i carnefici «bipartisan» degli immigrati di questo nostro paese sventurato. la Grecia massacrata e il Mediterraneo ridotto a un cimitero.

Auguri, «compagni», e complimenti per quest’agonia della politica, per la parata di ferrivecchi che avete messo all’opera come fossero il nuovo del mondo in tema di formazione, per la ditta «Gelmini & Profumo» che avete sostenuto, per i principi e gli ideale prostituiti agli appetiti della Confindustria, per gli alunni che aumentano nelle classi assieme ai posti di docenti tagliati e ai soldi regalati alle private in ossequio alla dottrina cattolica che fa “servo lo Stato in libera Chiesa“.

Auguri, «compagni», per Guantanamo che non vi ha convinti a chiudere col sadismo nauseante della «democrazia a stelle e strisce», come il martirio della Palestina non basta a farvi chiedere all’Onu condanne esemplari per i macellai sionisti e sanzioni che, colpendo gli aggressori, proteggano gli aggrediti

Auguri, «compagni esportatori di democrazia», e complimenti per le manganellate distribuite senza esitare ai picchetti operai e agli studenti in lotta, per le pensioni cancellate, per il ticket sul Pronto Soccorso, per i soldi pubblici regalati a banchieri lestofanti, per Mussari, Richetti, l’imbroglio Montepaschi e la «finanza buona», per la guerra che chiamate pace e per i cacciabombardieri pagati rapinando la povera gente. Per tutto questo, «compagni», auguri e complimenti.
L’anno che verrà Berlusconi continuerà a chiamarvi comunisti ma voi starete certamente col suo «partito nuovo» contro la povera gente, firmerete contratti più o meno segreti con i rossi di Casini e con Monti, braccio armato della dittatura voluta dalla finanza e ci racconterete che occorre serrare le fila e stringerci la cinghia perché il pericolo è a destra.
Bene, compagni. Fatelo. Io però non vi do retta, non vi credo e, com’è mio costume, ve lo scrivo: il pericolo immediato siete voi. Voi il pericolo vero, voi il nemico acerrimo del popolo. Non vi basterà  evocare fantasmi: voi mentite. Non possiamo più slittare a destra, perché alla vostra mano diritta c’è poco più del nulla. La destra vera, senz’anima e fede, senza storia e pudore, la destra vera, «compagni» siete voi.

Auguri, «compagni», complimenti e auguri. Ne avete un gran bisogno. All’orizzonte si sente rumore di tempesta e non vi basterà difesa. Presto vedrete la Bastiglia bruciare; è già pronta la Sala della Pallacorda e nell’ombra si raccolgono legno, lame e cesti. Ormai non basta più un processo pilotato e potete giurarci: molte teste cadranno.

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Il fascismo, regime del capitale finanziario”: così intitolò Pietro Grifone il capitolo di un suo lontano, ma ancor valido saggio, che dalla Marcia su Roma giungeva alle iniziali prove di governo fascista, tra il 1922 e il 1926. Sarà un caso ma l’esordio di Roberta Lombardi, neo deputata e capogruppo parlamentare del Movimento a Cinque Stelle, ci riconduce proprio al “senso dello Stato” del primo fascismo, dando così al rappresentante  di una massa fin qui indistinta l’occasione di aprire il discorso su un tema che pensavi avrebbe aperto la sinistra: il nodo, storico sì ma anzitutto politico, del ruolo che nei momenti decisivi assumono non gli individui o i singoli gruppi politici, ma le forze economiche, le classi sociali e gli interessi organizzati.
Più che accendere una polemica retrospettiva, è evidente che l’esponente del Movimento di Grillo ha inteso mettere al centro della riflessione sulla squilibrata situazione politica italiana una prospettiva di stabilizzazione orientata a destra, che non va intesa come un’eresia che riguarda il passato, ma una inquietante prospettiva per il futuro. Del primo fascismo si possono avere, infatti, le più diverse opinioni, indiscutibile, decisiva e preziosa addirittura per il nostro capitalismo fu la funzione stabilizzatrice in un contesto di tremenda crisi economica e di grave incertezza sociale.
A voler guardare freddamente gli eventi, senza fermarsi a recriminare sui rischi per la repubblica nati dalle scelte di Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi, l’intreccio tra politica e storia che si delinea nel Movimento di Grillo per i suoi rapporti con Casa Pound, per la messa al bando del sindacato e le considerazioni sul primo fascismo, conferma alcuni dati di fatto e pone domande cui occorre dar risposte: è possibile gestire la globalizzazione con un progetto socialdemocratico, come ha tentato di fare Bersani, nell’illusione di rafforzare a un tempo la democrazia nella società e nelle imprese, senza modificare radicalmente regole del gioco e “modi” di produzione? E’ possibile farlo, se per globalizzazione s’intendono Marchionne e il dominio del capitalismo finanziario? Il PD ha scommesso sul sì. Di qui probabilmente i conti che non quadrano, l’indebolimento e la perdita di credibilità di fronte agli effetti di una espansione del capitale che non cancella le differenze, radicalizza lo scontro col lavoro e, per dirla con Foa “spacca il mondo in due”. Un capitale che, è bene ricordarlo, rifiuta la linea della collaborazione, ma chiede al sindacato e al suo partito di riferimento di isolare le “ali sinistre”, indebolendo così la loro stessa base di consenso e producendo masse “tradite”, che non si sentono più rappresentate.
Il primo fascismo di cui parla l’esponente di Grillo non esiste. I fasci ebbero identità e vita reale solo quando divennero  squadrismo e furono capaci, questo sì, di attrarre miti e frustrazioni di alcuni sindacalisti rivoluzionari, come Rossoni, Michele Bianchi e Agostino Lanzillo, che, tentando di risolvere la pratica sindacale nel rapporto diretto dei lavoratori coi padroni, si aprirono facilmente all’idea corporativa, dando credito alla concezione autoritaria dello Stato fascista in nome della rivoluzione. Quale modello ne nacque e di che parla, quindi, nella sostanza, il movimento di Grillo? Evidentemente di un pensiero politico che riconosce l’autorità aziendale e finisce in braccio al capitale, inseguendo due miti: quello dell’efficienza e della produttività e quello della “bontà” del modello corporativo rispetto al “caos” e alla “corruzione” della mediazione sindacale e della democrazia parlamentare.
Grillo e i suoi rispondono così a Bersani e in fondo si capisce. Qui da noi, le gravi crisi del capitale sono storicamente incompatibili con i modelli della socialdemocrazia. Purtroppo, però, né Bersani, né Grillo pongono in discussione la struttura del credito e la proterva libertà del mercato, il ruolo della banca mista, la socializzazione delle perdite a fronte della totale privatizzazione degli utili e l’iniqua divisione della ricchezza tra le classi sociali. Problemi che mettono a rischio la“sovranità popolare” e la democrazia come valori reali. Il modello “giolittiano“ di Bersani, adatto al più ad un’economia in cui l’industria decolla e domanda tregua sociale, mette in ombra i temi della“sovranità popolare” e della democrazia reale, che sono valori e non formule vuote di contenuti, e naufraga di fronte a una crisi che non consente mediazioni e non chiede pace sociale. In questo contesto, col capitale che non accetta procedure sindacali, il “modello Grillo” diventa punto riferimento per forti interessi materiali, ma intercetta anche attese, delusioni, bisogni concreti che, nel deserto di valori lasciato in eredità dal berlusconismo, si saldano in una base di consenso trasversale alle classi sociali, tenute assieme da un individualismo che diventa elemento decisivo di una sorta di egemonia culturale. Grillo, che modifica persino il linguaggio della politica, attirando la rabbia all’amo della “democrazia diretta“, diventa vincente perché si nutre di problemi reali e, mentre tiene viva nella base la sensazione di una ritrovata rappresentanza e l’illusione di una rivoluzione, si offre al potere economico come elemento di stabilizzazione su base autoritaria. Ecco il significato reale del cenno al deformato “fascismo della prima ora”. Un significato che spiega ad un tempo la logica che in basso blocca la proposta di Bersani e assicura buon gioco a quella di Grillo, in alto rende quest’ultimo molto più credibile di quanto si creda. Così stando le cose, il discorso del deputato del Movimento 5 Stelle non è pericoloso per i suoi riferimenti alla storia passata, ma per la minaccia che potrebbe costituire per la storia che verrà.
Non è passato molto dai recenti accordi tra Cgil e Confindustria. Dalle colonne del Manifesto ci fu modo di far cenno ai rischi di un rinato autoritarismo. “Chiacchiere da bar sport”, si rispose dai soliti “grilli parlanti”. Ora che Grillo getta il Paese nel caos, sarebbe il caso di riflettere seriamente sulla nostra storia. La convergenza tra fascismo e grande capitale non fu, come si racconta assai spesso, figlia legittima della cecità del massimalismo. Se una paternità venuta al regime da sinistra si può riconoscere, bene, essa tocca molto probabilmente ai riformisti, che, finiti in orbita liberale, dimenticarono che le riforme vere sono quelle “di struttura” e nascono come strumento di lotta di classe. Come Grillo, anche Mussolini, era solo e tale dichiarava di volere restare: “Siamo soli  dinanzi alle nostre terribili responsabilità, soli e da soli dobbiamo giungere un porto”. Furono i liberali a dargli una mano, assicurandogli un’alleanza che egli accettò senza esitare, tradendo così i “rivoluzionari” che gli avevano creduto. Oggi la lezione dovrebbe esser chiara: una sinistra di classe veramente unita avrebbe forse salvato il Paese da una tragedia.

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Condivido ciò che scrive Cremaschi sulla scelta di Monti: si candidi in prima persona o pensi di prestare il suo nome immacolato alla marmaglia adunata attorno a quella Confindustria che foraggiò il “duce” e alla finanza impunita per gli amorazzi fascisti, il tecnico “super partes” ha gettato la maschera. Presentato come l’uomo della Provvidenza, il terzo, dopo Mussolini e Berlusconi, tutto casa, famiglia, Europa e Vaticano, consacrato da Napolitano, immancabile comunista pentito, aveva promesso di tornare alla Bocconi, come Garibaldi a Caprera e ai suoi campi Cincinnato, ma s’è invece ulteriormente “sporcato” mani già grondanti del sangue dei diritti ammazzati. Sceso dall’Empireo dove l’ha messo la stampa – peggio non fecero ai tempi loro Interlandi e Spampanato – ha voluto aprire a Melfi la sua campagna elettorale, per mostrare l’intesa che lo lega a Marchionne, un manager cui calza a pennello la miserabile tradizione dell’impresa italica, fotocopia ritoccata in peggio del fascista Valletta, finito su un nobile scranno al Senato della Repubblica, accanto ai capi partigiani. Qui da noi s’usa così e il giurista Azzariti, presidente del tribunale della razza, s’insediò senza problemi sulla poltrona di primo presidente della smemorata Corte Costituzionale.
Marchionne e la Fiat, quindi, una versione se possibile peggiorata delle visite di Mussolini, al quale, però, poteva anche capitare di trovarsi di fronte al gelido silenzio operaio, quando il gerarca di turno lanciava il suo “viva il duce” e gli rispondeva solo la “brigata balilla” puntualmente mobilitata. Monti non rischia e Marchionne è una tigre di carta: il primo soffio di vento lo sbianca e gli pare tempesta. Modificato il protocollo fascista, il dissenso s’è tenuto lontano e in fabbrica sono entrati i balilla. Qualcuno autentico e tutti gli altri solo sventurati che la fame ha piegato.
Per quel che s’è visto, l’adunata s’è svolta secondo le regole del gioco e il “film Luce”, ieri come oggi, ha narrato più verità di quante volesse mostrarne. C’è un Paese che non è domato: la FIOM, messa alla porta, sbatteva sul muso dei complici cronisti le sentenze dei giudici ignorate, gli operai illegalmente licenziati ma non ancora rasseganti, reagivano alla rappresaglia con la lotta. Il conflitto, insomma, ancora presente dietro la sceneggiata del consenso.
E’ difficile dire se, di qui a qualche decennio, storici compiacenti e “liberali” sosteranno di nuovo le banalità di Mosse, ignorando  bastone, carota e fabbrica del consenso, e racconteranno che “se non c’è un’attesa, un desiderio da parte delle masse, non c’è propaganda che tenga“. Nel dubbio, meglio esser chiari: fu il sangue di Amendola e Mattotti, non il “listone” a decidere del “consenso” e oggi c’est la meme chose: quelle che ci attendono, più che elezioni politiche, potrebbero essere il primo atto di una rinnovata tragedia. Vada come vada, con Bersani nella trincea neoliberista, dalle urne Monti uscirà  probabilmente vittorioso comunque. Se è vero, però, come pare incontestabile, che il “professore” ha fatto impunemente ai diritti e alla democrazia ciò che Marchionne ha fatto alla Fiat, non avremo di fronte un blocco di potere clerico-moderato. Quando il vincitore non riconosce il sindacato ed è pronto ad affermare, costi quel che costi e con ogni mezzo, la preminenza dell’Esecutivo sul Parlamento, l’appoggio del Vaticano e dei cattolici della CISL sono solo un dei rovesci della medaglia: la sua anima clericale. Ciò che rende Monti l’avversario più insidioso e ambiguo che abbiano avuto i lavoratori dalla nascita della repubblica ad oggi è la filosofia della storia e la natura eversiva d’una guerra di classe scatenata dall’alto, che supera di molto e anzi trascende il berlusconiano disprezzo per la democrazia. Una filosofia inconciliabile col ruolo storico dei “moderati”. Gli operai della Fiom tenuti a forza fuori i cancelli della fabbrica, sono il biglietto da visita di una borghesia mossa da una visione politica autenticamente e pienamente reazionaria.
E’ vero, la messa in scena dello scontro tra una destra che si finge moderata e una formazione  interclassista di comunisti pentiti e cattolici neoliberisti più papalini del papa, privi dell’anima sociale e delle radici popolari della sinistra democristiana, può dar vita, per dirla con Cremaschi, a un Parlamento che più montiano non si può. Non è tutto, però, manca il secondo volto della medaglia. Da elezioni politiche svolte in un clima di ricatto greco, con la legge Calderoli che rende accettabile persino la memoria di Acerbo, un Parlamento più montiano di Monti può essere solo espressione di un fascismo riveduto e corretto. L’Europa non consentirebbe? Non è così. Il rischio, se mai, viene proprio dai carnefici della Grecia. Meno forte, perciò, sarà  il montismo in Parlamento, più debole sarà la reazione in Europa e più agevolmente costruiremo la resistenza. Quale resistenza? Questo è il punto: non è detto che la partita sia parlamentare. 

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Scuola, l’orario lungo «vale» 721 milioni“. Così titola, arrogante e spudorato, il giornale dei padroni, prima di salutare festante il miracoloso debutto di un “Fondo da ripartire per la valorizzazione dell’istruzione scolastica“, che, incredibile a dirsi, risolverà in un sol colpo la vexata quaetio della “qualità” della formazione e aumenterà, per giunta, le ferie per gli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado, confermerà la norma “salva precari” e i favolosi progetti promossi da Miur e Regioni per trovare lavoro ai docenti rimasti senza incarico. Insomma, a dar retta a Profumo e alla stampa padronale, in Italia la scuola non ha più problemi!
Per tacitare i soliti dubbiosi guastafeste, non manca il balletto delle cifre. I risparmi che si faranno grazie all’aumento delle ore per gli insegnanti sono riportati, infatti, in una tabella che arricchisce, si fa per dire, la relazione tecnica di accompagnamento del provvedimento. Le cose starebbero così: costringendo i docenti a un disastro programmato, il sedicente governo tecnico risparmierà 128,6 milioni di euro di spesa nel 2013, 385,7 nel 2014 e 385, 7 nel 2015. E non è tutto. Stravolgendo il lavoro degli insegnanti di sostegno, i ragionieri impegnati a distruggere con sistematica furia la scuola pubblica riusciranno a spremere in risparmi 109,5 milioni di euro nel 2013, 328,6 nel 2014 e altrettanti nel 2015. Spiccioli, infine, deriveranno ancora dal taglio dei distacchi dei prof. presso il Miur, enti o associazioni: 2,3 milioni di euro nel 2013 e 7 milioni all’anno nel 2014 e nel 2015.
A conti fatti, pagati gli stipendi a ministri e sottosegretari, sottratti le notevoli cifre impegnate per sostituire nelle università da cui provengono gli scienziati capaci d’inventarsi questo marchingegno e i consulenti alla Bondi, al decantato “Fondo da ripartire per la valorizzazione dell’istruzione scolastica“, l’anno prossimo non andrà il becco d’un quattrino, ma c’è l’impegno solenne che, dopo le elezioni politiche, chi si troverà a gestire la patata bollente dovrà trovare da qualche parte 548,5 milioni nel 2014 e 484,5 milioni nel 2015. In parole povere, asalerà così l’ultimo respiro ciò che ancora sopravvive dello “stato sociale“.
Questo, però, riguarda il futuro. Nel frattempo, mentre il giornale di Confindustria vende fumo, il ministro Profumo, a misfatto compiuto, si dice pronto a un confronto e tira fuori dal cilindro un fantomatico “modello tedesco“, che, a suo dire, ammazzata la scuola di ogni ordine e grado, renderebbe possibile la rivalutazione della formazione professionale e invoca l’immancabile patto tra scuola e mondo del lavoro. Se, quando dice “tedesco“, l’ineffabile ministro abbia in mente il Reich di Hitler non è dato sapere. L’italiano medio però, che, poverino, non può volare alto come i suoi geniali ministri, da tempo pone invano un quesito e non trova risposta: qualcuno ha informato il governo che uno solo dei cacciabombardieri pronti per l’acquisto non costa più da 80 ma 127 milioni di dollari e che tutti assieme i velivoli non ci costeranno, come ci avevano raccontato, 12 miliardi di euro, ma 15 miliardi e 200 milioni? Sanno, il ministro Profumo e suoi impagabili sottosegretari, che sarebbe bastato rispedirli gratis al mittente per finanziare la scuola nei secoli dei secoli? La Corte dei Conti, che pochi giorni fa ha distrutto le legittime speranze di centinaia di migliaia di persone chiamate “esodate”, affermando che il Paese è squattrinato, sa che dove non governa la barbarie nessuno mette un cacciabombardiere avanti alla vita umana? Sa che in nessuna parte del mondo si consente a un contratto di lievitare di giorno in giorno i suoi costi sino a raggiungere un’eccedenza del 60%?
Sono domande che sarà bene qualcuno si ponga, Profumo avanti a tutti. La gente che vive di lavoro non ne può più di chiacchiere e conti truccati.

“Uscito su “Fuoriregistro” il 20 ottobre 2012.

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Non lo dirò col linguaggio da trivio del deputato che mostra il dito, ma la premessa è d’obbligo: se il variegato campionario di zerbini che impazza coi sondaggi la piantasse di spacciar veline, il terremoto sarebbe evidente: la maggior parte degli italiani non ne può più di Monti e della sua maggioranza bulgara che, fuori dal Parlamento, è una screditata minoranza. Sui modi si potrà discutere, sulla sostanza c’è poco da dire: l’on. Barbato ha ragione. Se dici Monti, Bersani, Alfano e Casini, più del quaranta per cento degli italiani, quasi metà Paese, si prende l’orticaria, brandisce il crocefisso e urla come invasata: “Vade retro Satana!”. In quanto alla mezzaluna votante, 20 stanno con Grillo, 15 si dividono tra Vendola, Di Pietro, Maroni e Ferrero e il dato, infine, non è solo chiaro, ma rivelatore: fuori del Palazzo, la Bulgaria di Monti è un’invenzione pericolosa, l’effetto d’una causa su cui si impone il silenzio ad ogni costo.

Alla prova dei fatti, Monti in testa, i celebrati professori si sono rivelati asini matricolati. Pochi giorni fa, Squinzi, il Presidente della Confindustria che, com’è universalmente noto, s’è formato alla scuola del bolscevico Zinoviev, gliene ha cantate quattro in tono tutto sommato misurato e se l’è presa col pinco pallino, chiamato a far da ruota di scorta a un governo che, su un percorso accidentato, buca copertoni un metro sì e uno no: il ragioniere Bondi, ha detto, in sostanza il noto sovversivo, ha “fatto solo macelleria sociale”. Se un giudizio così chiaro, netto e pesante nasce a destra, per  volontario “fuoco amico”, non c’è scampo, tu pensi: il venditore di tappeti che nessuno ha mai votato e occupa come un clandestino la poltrona che fu di Giolitti, perché, si dice, il governo eletto non sapeva governare lo spread, tenterà la via della risposta politica. Invece no. Invece la testa sopraffina che ha gettato sul lastrico per errore o dolo centinaia di migliaia di onesti cittadini, che ha affamato i pensionati, che guadagnano mille volte meno di lui, ha cancellato lo Statuto dei lavoratori e ci ha fatto registrare picchi vertiginosi nella disoccupazione giovanile, l’ineffabile professore, non ha trovato di meglio che attaccarsi di nuovo allo spread, che evidentemente neanche lui governa, e invitare Squinzi a star zitto. Sarà pur vero che pinco pallo è un macellaio, nessuno deve dirlo. “Taci, il nemico ti ascolta!”,  è stata, quindi,  la risposta demenziale. D’accordo, à la guerre comme à la guerre, ma quale generale punta alla vittoria, sparando addosso ai suoi? Qui c’è altro e va detto.

Fosse stato in piazza, alla testa di familiari di imprenditori suicidati dalle banche, il Presidente di Confindustria avrebbe probabilmente sperimentato il significato concreto del monito postdemocratico: una banda di manganellatori in divisa protetti dall’anonimato gli avrebbe spaccato le ossa, come accade di norma nelle piazze del belpaese, poi il Manganelli si sarebbe scusato – c’è una beffarda sintonia tra le parole e i fatti – e il sottosegretario De Gennaro avrebbe espresso la sua solidarietà nei confronti dei “servitori dello Stato” che, non a caso, hanno sempre più spesso in petto i segni distintivi delle campagne di guerra e sono scelti apposta tra “guerrieri della democrazia” che girano il mondo, sparando a pescatori e “terroristi” nelle eroiche guerre che sosteniamo alla faccia della Costituzione.

Se ancora qualcuno non l’avesse capito, questa banda d’invasati è decisa a imporre con la censura e la violenza una  ricetta velenosa. Da Genova a Basiano corre un filo rosso e insanguinato ed è ormai chiaro: siamo indigeni in un Paese coloniale. Ha ragione Angelo D’Orsi quando scrive che “le lacrime e il sangue non sono più metafora”, ma il discorso a questo punto non può fermarsi qui. La finanza e i tecnocrati si muovono con violenza perché seguono un progetto preciso e conoscono Marx meglio di noi. Sanno bene che “una nuova rivoluzione non è possibile, se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra”. Lo sanno e si preparano; perciò Monti intima a Squinzi di tacere e scatena il manganello. E noi, noi che la crisi la paghiamo, noi che ormai vediamo versare lacrime e sangue, noi che faremo? Lasceremo che rigore e violenza tengano a battesimo la nuova dittatura?

Uscito sul “Manifesto” il 14 luglio 2012 e su  “Fuoriregistro” il 14 luglio 2012

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