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Posts Tagged ‘Comitato di lotta per la Salute Mentale’

leggi_razziali_La_difesa_della_razzaVita e storia non sono realtà separate. Da tempo i pochi metri di strada che separano l’Archivio di Stato di Napoli dal «Centro Sociale Banchi Nuovi», dove si riunisce il «Comitato di Lotta per la Salute Mentale», legano la mia fatica di storico all’impegno di militante e in qualche modo anch’io ho fatto la mia parte, quando il Collettivo dell’«Ex OPG je so’ pazzo» ha portato una vita nuova, che sa di libertà, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, restituito alla città. E’ naturale perciò che, quando ho avuto tra le mani il fascicolo di Giuseppe De Crecchio, direttore fascista dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli dal 1923, mi è sembrato di avere davanti un inatteso segnale di riscatto e di portare l’irriverente l’animazione dei Centri Sociali e il rumore delle piazze nel silenzio severo dell’Archivio. La «ragion di Stato», ho pensato, non riuscirà mai a coprire col silenzio i suoi inconfessabili segreti. Poi, subito dopo, mi sono chiesto: ma noi sapremo fare buon uso delle armi che possediamo?
Sarà che il caso sa essere beffardo, sarà che gli «armadi della vergogna» sono più numerosi di quel che pensiamo, sta di fatto che il fascicolo di De Crecchio si «trova fuori posto» sin dal novembre del 1943, come annota un funzionario della Questura di Napoli, fascista fino a pochi mesi prima e tuttavia costretta a schedare il camerata direttore del Manicomio, come fosse uno dei sovversivi finiti poi spesso nelle sue gabbie. Consegnato all’Archivio nel 1988 con lo schedario politico dei sovversivi radiati e deceduti, il fascicolo, mai catalogato, di fatto «non esiste». L’ho trovato per caso il 17 febbraio, inserito in un incartamento intestato a Vincenzo Crispino, calzolaio socialista, costretto a convivere suo malgrado con l’odiato nemico.
Nonostante la Resistenza, la Repubblica, nonostante Basaglia, Piro e la legge 180 del 1978, nelle carte malconce, il dottor De Crecchio è una figura ibrida, di angosciante attualità: quella del medico-carceriere, che dovrebbe «imporre una cura» e invece sottopone a tortura «migliaia di ergastolani della follìa». Pur minimizzando scelte che, in fondo, funzionari e agenti hanno condiviso per un ventennio, le note biografiche, prima di parlarci dell’accademico, giunto alla Federico II da Sassari, dove  ha diretto l’Istituto universitario di Medicina Legale, raccontano la storia del «fascista fervente», subito inserito nella vita del regime. Squadrista della prima ora – porta la camicia nera dall’uno dicembre del 1920 – De Crecchio partecipa «alla Marcia su Roma fino a Puccianella, agli ordini del generale Ziti» e si fregia della «sciarpa littoria». Nel 1924, mentre l’omicidio Matteotti suscita lo sdegno nel Paese, «primo in Italia», il medico istituisce un Gruppo Universitario Fascista che diverrà una vera istituzione per l’università del regime. Superata la crisi, il Duce premia i fedelissimi, che hanno messo a tacere la coscienza. Tra il 1925 e il 1926, è un crescendo: Federazione Fascista di Napoli, Direttorio Nazionale della Scuola, in qualità di Ispettore dei Gruppi Universitari e Direttorio Nazionale del Pubblico Impiego. Il De Crecchio ripaga col suo zelo e rafforza l’organizzazione fascista, fondando il «Patronato Nazionale Fascista per l’Assistenza Sociale».
A dar retta alla Questura, l’uomo, approdato alla Direzione del Manicomio Psichiatrico Giudiziario nel 1923 grazie a un concorso, «è apprezzatissimo […] autore di ben sessantadue pubblicazioni scientifiche in vari campi della medicina legale e dell’Antropologia Criminale e Penitenziaria». In realtà, la Questura esagera, per costruire l’immagine di un uomo di scienza dalla funzione neutra, tecnica, più che politica. Il professionista, però, non è per nulla stimato e a giugno del 1944 la Procura Generale del Re presso la Corte d’Appello di Napoli è costretta a smentire la Questura, ricordando che «l’opinione pubblica, specialmente nell’ambiente sanitario, è palesemente ostile al De Crecchio». In effetti, la ricerca dei lavori dello studioso, praticamente assenti nelle biblioteche italiane, conduce a una «produzione scientifica» costituita per lo più da perizie, articoli pubblicati più volte per gonfiare il curriculum e interventi che stanno in bilico tra politica e scienza, usciti su riviste del regime. A ben vedere, gli scritti anteriori al fascismo si inseriscono nel clima da cui nasce la legge del 1904 sui manicomi, pensati soprattutto come istituzioni punitive, con la malattia ridotta a «colpa» e la terapia utilizzata come strumento repressivo. E’ il mondo della contenzione e dell’elettrochoc, il regno delle camicie di forza, delle manette e delle «fascette», che non cura, non aiuta, non dialoga, ma lega, sevizia, calpesta la dignità umana e, attraverso la punizione, mira alla demolizione. Un mondo che non è mai sparito. Col fascismo, l’obiettivo delle pubblicazioni cambia e diventa didattico: occorre adeguare la preparazione di psichiatri, antropologi, biologi criminalisti e giudici dei minori alla legislazione penale del regime.
In realtà, seguendo il percorso del De Crecchio, il successo dello studioso appare figlio soprattutto della militanza politica. Gli anni del cosiddetto «consenso» trovano il Direttore del Manicomio Giudiziario al culmine di una carriera ricca di onori e molto ben remunerata: l’abitazione gratuita nelle strutture dell’OPG, due stipendi pagati dallo Stato – uno per il docente universitario, l’altro per il direttore del manicomio – una fruttuosa collaborazione con le strutture private di Villa Russo a Miano e nel 1933 la nomina a commendatore dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Membro per anni del Direttorio Federale del Partito Nazionale Fascista, il De Crecchio non solo fa parte del Consiglio di Disciplina, delicato organismo del potere fascista, ma nel 1940, di fronte alla tragica scelta della guerra, salda ancora più strettamente la propria sorte a quella del suo duce, accettando l’incarico di Vice Federale.

Come spesso accade nella biografia dei gerarchi fascisti, il crollo del regime e l’arresto di Mussolini rendono più torbida la vicenda umana e politica del De Crecchio. Dopo il 25 luglio, infatti, quando l’aggressività dei tedeschi cresce e i nazisti si muovono in totale autonomia, il comportamento del gerarca diventa così indecifrabile, che le autorità di Pubblica Sicurezza non escludono un’intesa con i nazisti e una loro utilizzazione delle strutture manicomiali, per le quali passano probabilmente prigionieri politici e perseguitati per ragioni razziali. Difficile interpretare diversamente un reticente rapporto in cui la Questura scrive che «non è chiaro se collaborò con la polizia tedesca, perché non si è potuto accertare se detti fermati erano stati colà rinchiusi». Totalmente strumentale e del tutto ininfluente sulla vicenda politica del De Cracchio appare, infine, il fatto che durante le 4 Giornate, a dire della polizia, fulminato sulla via di Damasco, istituisce «un posto di pronto soccorso […] ove furono apprestate cure a 62 patrioti».
Contro il gerarca i partiti della rinascente sinistra non muovono un dito e non è un caso, del resto, se, allo scadere del 31-12-1944, nell’Italia liberata, i provvedimenti di epurazione adottati per ordinanze del Governo militare Alleato siano 2900 contro i 1258 dovuti all’Alto Commissario del governo italiano. Ormai sappiamo che l’esercito occupante non è un monolite reazionario, tant’è che il primo maggio del 1944 ci sono militari Alleati che alzano la bandiera rossa sulle loro camionette. Presi dalle eterne discordie tra rivoluzionari e riformisti, stalinisti e bordighiani, socialisti e comunisti spendono energie preziose in scontri intestini, scissioni e battaglie ideologiche. Una guerra fratricida che consente ai prefetti di registrare il costante indebolimento delle sinistre, le difficoltà dell’epurazione e una forte crescita delle organizzazioni cattoliche. Nessuna meraviglia, quindi, se a chiedere conto al De Crecchio del suo passato siano gli Alleati, che il 30 gennaio 1944 sospendono dalla carica il direttore del Manicomio Psichiatrico Giudiziario. Tutto procede però lentamente e solo a fine giugno la Procura del Re si decide a richiamare l’attenzione delle inerti Autorità di Pubblica Sicurezza «sui gravi precedenti» del De Crecchio, «sull’importanza delle cariche politiche dallo stesso ricoperte durante il decorso ventennio» e chiede un’indagine seria per l’eventuale avocazione dei profitti di regime. Le forze dell’ordine, però, che nel novembre 1943 hanno trovato modo di mettere le manette in città al primo capo partigiano, Eduardo Pansini, non fanno molto per colpire i fascisti e presto centinaia di partigiani del Nord finiranno nelle prigioni e nei manicomi guidati da colleghi del De Crecchio, che nessuno toccherà.
Il 30 novembre del 1944 il fascicolo personale del fascista registra l’ultima annotazione politica: «è stato riassunto, in attesa di giudizio». In realtà, l’uomo non ha mai lasciato la casa che occupa con la famiglia nei locali del manicomio, ha conservato la cattedra all’università ed è diventato addirittura direttore di Villa Russo, dove si spegnerà Renato Grossi, combattente di Spagna, cui il regime ha bruciato il cervello con gli elettrochoc. Se il tempo della vita l’avesse consentito, di lì a poco «l’amnistia di Togliatti» sarebbe giunta in soccorso del gerarca. Quel tempo mancò, perché la morte, nei panni di nemesi, il 27 maggio del 1946 tolse di mezzo il De Crecchio, mentre, impunito e circondato dall’ipocrita deferenza dell’accademia, governava tranquillamente il Manicomio Psichiatrico Giudiziario.

Di lì a poco, naufragata l’epurazione, l’amnistia firmata dal comunista Togliatti e scritta dal fascista Azzariti, chiude la partita, sicché nel 1960 tutti i 241 vice-prefetti e 62 dei 64 prefetti in attività di servizio provengono dal Ministero degli Interni fascista. In quanto alle forze di polizia, 120 dei 135 questori in servizio hanno fatto parte della polizia di regime e solo 5 dei 139 vice-questori hanno avuto un qualche ruolo nella Guerra di Liberazione. Non c’è posto di comando nei Ministeri chiave della Repubblica in cui non si incontrino fascisti. Perché stupirsi se oggi i fascisti di Casa Pound, coperti come sempre da complicità politiche e istituzionali, ripetono impunemente nelle nostre città le imprese dello squadrista De Crecchio, mentre la sinistra si divide su tutto, persino sul tema dell’antifascismo? Non è vero che la Storia non ci insegna nulla; molto probabilmente non abbiamo l’umiltà che occorre per apprenderne la lezione.

Agoravox, 24 febbraio 2016

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IM003465_S_20130131_100444«Abbiamo fortemente voluto la prima Conferenza Cittadina di Servizi sulla Salute Mentale che si è svolta ieri in un luogo simbolo: l’istituto Leonardo Bianchi». Con queste parole il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha annunciato una scelta di enorme significato politico e di forte valenza civile. Una vittoria nella difesa dei diritti.
«E’ stata un’occasione importante di confronto con esperti, associazioni e rappresentanti delle istituzioni ma anche per definire una nuova programmazione dei servizi e degli interventi più partecipata e integrata. Durante la conferenza abbiamo anche annunciato l’avvenuta istituzione dell’Osservatorio cittadino sulla Salute Mentale col quale collaboreranno gratuitamente esperti, soggetti del terzo settore ed operatori dei servizi psichiatrici. Oltre 300 partecipanti. Un bellissimo ed assai proficuo momento di apertura verso un tema particolarmente complesso quale quello della sofferenza psichica per dare anche il via ad una programmazione degli interventi e dei servizi, per dare voce alle numerose istanze della Città, per essere promotore di percorsi ed occasioni di confronto sugli indirizzi delle politiche integrate, che sono alla base della programmazione sociale e socio-sanitaria».
Ha ragione Raffaele di Francia, del Comitato di lotta per la Salute Mentale: «Oggi a Napoli è stata scritta una pagina importante per la lotta a difesa dei diritti e della dignità dei sofferenti psichici. Va dato atto al Sindaco e all’Assessore alle politiche sociali per aver condiviso il duro lavoro che il Comitato di lotta per la salute mentale e l’associazione Sergio Piro hanno portato avanti per tre anni con l’obiettivo quasi impossibile di coinvolgere il sindaco e il comune di Napoli nella realizzazione di un Osservatorio per la salute mentale. Napoli ancora una volta sceglie di portare avanti iniziative che partono dal basso e realmente partecipate, l’osservatorio è uno strumento di lotta contro l’omologazione di una cura della sofferenza che si limita alla somministrazione di psicofarmaci, è uno strumento di garanzia dei diritti e della dignità delle persone, è uno strumento per la sperimentazione di nuove prassi e per la trasformazione della sofferenza, per il diritto non solo alla cura ma anche per il diritto alla guarigione e alla gioia. È un punto di partenza, la battaglia è ardua perché percorre quei luoghi estremi dove la politica con difficoltà si cimenta, noi ci crediamo e per questo andiamo avanti».
Parole sacrosante e speranze più che legittime.
E’ proprio vero: i giorni non sono tutti eguali tra loro. Quello che se n’è appena andato segna un punto importantissimo a favore del sindaco e – se posso dirlo – anche di chi in questa scelta ha creduto fino in fondo e ne ha spesso parlato con lui. E’ importante che sia accaduto ed è ancora più importante che sia accaduto in un momento come quello che viviamo. Per quanto mi riguarda, gli assessori che parlano di aperture al PD e una condizione altalenante di riconoscimenti istituzionali a De Luca, da cui però De Magistris prende di fatto le distanze – «col Pd siamo opposizione» – non fanno bene. Non accadrà, ne sono certo, ma non posso fare a meno di dire a me stesso che un’intesa assumerebbe il valore di un confine che si chiude: metterebbe inevitabilmente in un angolo un’esperienza nella quale ho creduto molto. Questo non impedisce però che nel lavoro per la salute mentale io riconosca l’uomo incontrato durante l’autunno, quando sulla figura istituzionale prevaleva nettamente il «sindaco di strada”. Senza quella esperienza probabilmente non sarebbe venuta questa giornata. Non tutto, quindi, è stato inutile.
Non credo che la collaborazione con De Luca e i suoi uomini produrrebbe risultati come questi e un’ombra rattrista la mia giornata. Per quanto mi riguarda non potrei essere dove trova posto il PD. Al sindaco, perciò, augurerei le migliori fortune e spererei di dover ammettere domani che oggi sbaglio a pensarla così. Lo spererei davvero, ma in questo momento non riesco a crederci.
Bravo De Magistris, quindi, soprattutto bravo l’uomo di rottura che è stato tra la gente e si è mosso in sintonia con la parte più vera, umana e semplice della sua città. Era ed è la via più difficile, ma promette di essere anche la più ricca di risultati. Se dovessero prevalere ragion di Stato e «saggezza» istituzionale, si aprirebbe un’altra via, profondamente diversa. Legittima, per carità, che altri potrebbero a buon diritto imboccare. Io no. «Buona fortuna, sindaco», direi. «Gli amici di un autunno ormai lontano non possono esserti utili in questo percorso. Sarebbero solo d’intralcio e se ne tornano perciò alla loro vita di sempre, con qualche ricordo indimenticabile, il dubbio di non aver saputo difendere fino in fondo un progetto che pareva condiviso e l’inevitabile amarezza di una sconfitta umana, prima ancora che politica». Qualcosa di quei giorni però resterebbe. L’esito della lotta per la Salute Mentale, per esempio, sarebbe la prova tangibile che non si trattava solo di utopie senili. Era ed è un’idea diversa, nuova e per molti aspetti rivoluzionaria del «fare politica»; la chiave vera del cambiamento. Un lavoro da sindaco «sovversivo», insomma, come malignamente ha scritto la stampa di un regime eversivo.
Quel regime di cui De Luca è un indiscutibile campione.

Agoravox, 20 giugno 2105

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