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Posts Tagged ‘Colonne d’Ercole’

In principio era il caos, ma se ne venne fuori in qualche modo, narrano le sacre scritture, le memorie degli storici antichi e i più lontani pensatori. C’è chi dice che accadde per volontà d’un Dio e chi per passione civile d’una bestia che, evasa dagli antri ferini, scoprì le lacrime e il sorriso, l’amore che fa guerra all’odio, il bisogno di regole e di patti, si riconobbe umana e lottò per diventare padrona di se stessa. Se intorno alla cause il dissenso permane, filosofi, scienziati, annalisti, cronisti, tutti concordano ormai sull’esito del percorso e la memoria è oggi patrimonio universale: tra catastrofi ricorrenti, arche, diluvi, torri di Babele, isole remote di Atlante, sommerse di là della Colonne d’Ercole, e l’inesausto conflitto tra istinto e ragione, nacque così la storia: dall’orgogliosa ribellione di bestie che si scoprirono dentro la dignità dell’uomo.
E’ l’umana vicenda: cicli, picchi ascendenti e rovinose cadute, un alterno e drammatico andirivieni sulla linea del tempo, dirà l’intuizione geniale d’un provinciale e solitario pensatore, ma anche una consapevolezza che attraversa il mutare dei tempi. Da allora si sta, tra grandezza e miseria, oggi vittoriosi, vinti domani, perché nulla in eterno dura e tutto cambia, tutto nasce, poi cresce e poi muore, in un inesausto conflitto tra vittoriosi assalti al cielo e rovinosi imbarbarimenti. Consolidandosi, un’idea progressiva si fa “ordine costituito” e, come tale, conservazione, stato di fatto e arretramento; sorgono così forze di rinnovamento che premono represse, urtano, cozzano contro il passato, rinculano, ma sono il futuro e infine sfondano, dilagano e producono mutamenti fatalmente temporanei, una nuova illusione di trionfo definitivo, che porta in sé il germe di rinnovati conflitti e ripetute cadute.
Anche il futuro diventa passato.
Sicuri nell’ascesa – in questo ancora la storia e l’ancestrale memoria di ciò che fummo paiono concordare – nella caduta torniamo ai primordi e la paura ha la meglio.
Sul teatro della storia va in scena un dramma già visto, ma nessuno se ne ricorda. Dopo il tragico baccanale di notizie allarmanti, pareri oscuri e divergenti di immancabili “esperti”, la sconcertante serie di sconfitte delle legioni che furono invitte rende la paura padrona del campo e della vita dei popoli. E’ allora che giunge il “salvatore” e trova ascolto.

Come sempre accade nell’animo umano, se un evento drammatico minaccia antichi equilibri e persino le certezze che parevano intangibili prendono a vacillare, il timore suscita un istintivo bisogno di tutela, scattano meccanismi automatici, il desiderio di salvezza apre la porta alla fede e si sa: il fedele non discute e non ragiona. Se per caso ci prova, memore d’un antico orgoglio, il salvatore ha subito buon gioco. Come Sant’Agostino col bambino ingenuo, intento a versare l’acqua del mare col secchiello in una buca scavata sulla spiaggia, sorride, poi osserva, ironico e paterno: “Ma che fai? Non lo vedi com’è grande e profondo il mare che hai fronte? Non c’è spazio nella tua piccola buca!
Non lo dice, ma il messaggio è chiaro: lascia che sia io a badare a te e ammettilo, infine, tu sei troppo piccolo per poter capire. Credimi per fede, credimi. perché non hai scelta. E’ un messaggio antico che fa conto sulla superstizione, figlia naturale della paura. Al potere supremo d’un Dio sconosciuto s’inchinava, paralizzato dal terrore, l’uomo-bambino all’alba della storia. Bastava che la natura si scatenasse in un gioco di lampi accecanti nel buio della notte e lo schiocco improvviso dei tuoni lo spingeva a cercare le vie d’un salvatore. Vie infinite, ma imperscrutabili. I cicli della storia si concludono così, quando il coraggio di chi lasciò l’antro per andare alla conquista di sé stesso, pare cedere di schianto all’antica paura che lo teneva chiuso e atterrito nella sua caverna.
Cambia un ciclo. Non c’è nulla di certo, tranne che domani annalisti, storici e pensatori racconteranno la storia d’un bambino di cui il salvatore ignorò persino l’esistenza. Era troppo lontano dal cuore dell’impero traballante e del suo mondo nessuno si curava. Mentre l’arca divina accoglieva gli eletti, la storia, sempre nuova eppure sempre uguale a se stessa, rinnovava le antiche ingiustizie. Cosa volete che possa contare, mentre tutto crolla, la vicenda d’un bambino e del suo povero padre, che con due figli e la moglie da sfamare, non può mandarlo a scuola? Nulla. Non conta nulla. Nel tempo che corre tra un progresso e un regresso, non c’è spazio per tutti. O il padre piega la testa e porge l’altra guancia, come comandano Agostino e il salvatore, o ritrova in se stesso la passione civile d’una bestia divina che, uscita dagli antri ferini, si riconobbe uomo e lottò per diventare padrone di se stesso. Annalisti, storici e pensatori domani narreranno una storia. Quale sarà la fine dipende soprattutto da noi.
Tutto nasce, cresce e poi muore. Tutto, anche un ordine di cose e un modo di produzione. Abbiamo vissuto in mille modi diversi, barattando, battendo moneta, acquistando e vendendo. Siamo stati liberi e servi, ma il corso delle cose, col mutamento che si porta appresso, quello non s’è mai potuto ridurlo a merce. E’ accaduto più volte e ancora accadrà: abbiamo già messo l’oceano mare in un buco scavato nella sabbia.

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Tutto in fondo ci è ignoto.
Questa fu la prima risposta del primo cattivo maestro alla prima domanda del suo primo allievo.
Tutto in fondo ci è ignoto – proseguì – ma tutto ha una spiegazione ed è sempre possibile trovarla.
Non aveva paura, il maestro. Si vedeva dal viso disteso nonostante le rughe, dagli occhi lucenti che nel buio non tremavano, dalla noncuranza con cui s’avvolgeva nel rosso mantello mentre l’aria si faceva pungente. Di fulmini e tuoni ne aveva visti tanti nella sua lunga vita e sapeva bene che quella furia del cielo solo di rado fa del male a un uomo. Tanto bastava perché il vecchio se ne stesse sereno nel buio della notte. La successione repentina, inattesa e accecante dei segmenti di luce nell’universo nero come pece, il fragore terrificante del tuono, la totale ignoranza di quello che realmente accadeva rendevano folle di paura il pastore. Il giovane che un attimo prima appariva forte e sicuro di sé, col fiato corto, i capelli neri scompigliati dal vento sul viso pallido e ansioso, solo dal vecchio sperava ormai salvezza.
E quale spiegazione posso dare a me stesso, stanotte, perché le mie gambe forti, veloci e ferme non tornino a tremare?
La notte, intanto, tornava serena. Il vento portava lontano il temporale e presto, spazzate via le nuvole, la luce della luna piena avrebbe restituito cuore e voce agli uccelli della notte. La tempesta se ne stava andando via così com’era venuta.
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te. Apri il tuo cuore alla verità e vedrai svanire la loro giusta ira.
Fingendo di non rispondere, il vecchio, in verità, una risposta l’aveva data: il male era da cercare nel cuore del giovane terrorizzato. La reazione del pastore gli avrebbe consentito di misurare quale fosse la forza della sua parola, ma il vecchio ne era perfettamente consapevole: l’ignoranza del suo allievo era la sua unica e vera conoscenza e, quando il giovane, impaurito, cadde in ginocchio e alzò le mani al cielo, sorrise compiaciuto.
Oggi ho disobbedito al mio padrone – gridò il pastore, strappandosi i capelli e confessando quella che ormai era per lui la causa scatenante dei fulmini – l’ho ingannato, ho tenuto per me un po’ del suo formaggio e non gli ho detto nulla. Non lo farò mai più, dovessi morir di fame.

Nessuno può dire con certezza dove sia il confine che corre tra inganno e potere e mente chi ci racconta che Ercole ha liberato Prometeo. La verità è che in ogni ignorante superstizioso vive nascosto un Ulisse. Talvolta parte, non ha un poeta che ne canti l’epico viaggio, ma parte il nostro Ulisse e varca le sue colonne d’Ercole. Va, naviga affronta il mare e i rischi dell’ignoto, ma non gli basta la cera per salvare i compagni e, per quanto acume lo spinga, contro di lui si levano nuove sirene, sulla sua rotta si parano nuovi scogli e nuovi naufragi affondano vascelli coraggiosi. Ulisse però non si ferma e ogni volta che parte scopre una terra nuova.
Se dall’alba della vicenda umana l’ignoranza è la migliore arma di un potere fatalmente oscurantista, la conquista della conoscenza è lo strumento più efficace dell’emancipazione. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, ogni volta che il giovane ladro di formaggio ha imparato un segreto, il cinismo del potere – o la malizia del vecchio camuffato da maestro? – hanno saputo incatenarlo a una nuova paura. Quando il giovane ha smantellato le menzogne di Tolomeo, il vecchio gli ha spiegato che gli dei sbagliano solo perché usano il linguaggio degli uomini. “Fermati o sole“, è vero, invocò Giosué nel fuoco della battaglia. Ma il dio che gli mise sulle labbra quell’orribile inganno – è il sole che gira attorno alla terra – usò quelle parole perché in nessun altro modo gli uomini avrebbero capito.
Sono secoli che il giovane pastore corre e affanna, terrorizzato dalla sua ignoranza. E sono secoli che il vecchio cura ogni ogni paura del giovane con il suo antico e sperimentato consiglio:
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.

Per quanto il vecchio finga d’ignorarlo, il giovane diffida.
Io non credo che l’anima si salvi al mercato delle indulgenze, un giorno ha sostenuto.
Non c’è nulla di più pericoloso del dubbio, ha mormorato il vecchio, minaccioso. E in un baleno, contro quel primo, sorprendente pensiero critico, emessa la sentenza – “è ribellione” – si son levati i roghi. Terrorizzato, il pastore s’è precipitato come sempre a cercare il peccato nel suo cuore. Stavolta, però, guardandosi dentro, nel profondo del suo animo, ha trovato un peccato autentico e l’ha confessato:
E’ così: il demonio mi possiede. Ho un insaziabile bisogno di sapere.
Per la prima volta dalla notte dei tempi, il potere nato dalla paura ha sentito d’aver paura e non ha esitato:
Sia bruciato il giovane ribelle, ha decretato.
Messo in moto il boia, però, e levato il rogo, non è bastata legna.
Guardati dentro, ha insistito ancora il vecchio.
Ci ho guardato, l’ho detto, e ci ho visto il tuo dio. E’ nelle cose. E’ nel mio intelletto. E’ una inseparabile unità di spirito e materia. Io posso essere signore di me stesso.
In questo inesausto e insuperabile duello tra conoscenza e superstizione, il ladro di formaggio s’è riconosciuto padrone e ha cercato il male fuori dal suo petto. Con un estremo inganno il vecchio è giunto a manomettere la storia – l’accademia è potere – e ha raccontato che il giovane pastore è un sovversivo, ribelle e terrorista. La Curia ha preso atto: è potere la Curia. Ma non sono bastate tortura, galera e pena capitale. Il giovane pastore ha inseguito i suoi sogni.
Occorre aver paura dei sogni! l’ha ammonito il vecchio. Uno dietro l’altro, il ragazzo ha visto morire Tommaso Moro, Campanella, Serveto, ma rimanevano vivi i sogni e le utopie. Non muore la tentazione diabolica del libero pensiero. Brucia la legna e bruciano i corpi, ma il pensiero non muore.
Mille e mille pastori hanno imparato così a zittire le paure e i vecchi e cattivi maestri coi loro antichi e ormai inutili trucchi. Ercole finalmente ha liberato Prometeo, Ulisse non ha perso più la rotta, Galilei non ha chinato la testa e nessuno ha saputo più come mettere al rogo Giordano Bruno.

E’ un po’ che il vecchio maestro cattivo prova di nuovo a metterci paura:
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.
Tutto quello che accade in questi giorni oscuri ha uno scopo preciso: ricondurci al primo fulmine, al primo tuono, alla prima domanda e all’eterna paura. Se il potere non può più contare sull’ignoranza e sulla superstizione, getta la maschera e mette mano alla forza. Tuttavia, il giovane ladro non ha più paura e l’ha capito: il formaggio non appartiene al padrone.
Raccontate alla curia e all’accademia – i servi sciocchi d’un governo liberticida – l’antica storia del vecchio e del pastore. E, col poeta decadente, mettetela in versi dalla musica lieve:
o campana, campana, campana,
la mia favola breve è finita,
la breve mia favola vana
“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2009.

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