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Posts Tagged ‘Cobas’

Intervento al Corso CESP 5 maggio 2017. Ricordi e riflessioni ai tempi del coronavirus. Non semplicemente una storia personale, ma la necessità di porsi una domanda: gli assediati possono battere chi li assedia?
Per ora la risposta è incerta, ma non ci sono dubbi: l’epidemia non sta facendo solo vittime innocenti. Più la situazione diventa grave, più smaschera e uccide le inaccettabili menzogne dietro le quali emergono le responsabilità decennali della classe dirigente che ora ci chiede di stare in casa. Lo stiamo facendo – non ci hanno lasciato scelta – ma quando tutto questo sarà finito, si aspettino la reazione e si preparino a rispondere dei gravissimi crimini commessi.
Qui si parla di scuola, ma il discorso vale per i mille diritti distrutti dall’arroganza, dall’ignoranza e dalla malafede delle due destre che da decenni ingannano la popolazione recitando il ruolo della maggioranza e dell’opposizione.

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Omaggio a chi lotta

Pochi o molti, ci siamo, Marcella. Tu, soprattutto, che vali per mille. Pochi o molti ci siamo, come un dito puntato contro chi non c’è, ma ci critica. Pochi o molti ci siamo e chi è andato per mare di notte, quando c’è burrasca e non sai come tener ferma la Copia di 020420154646barra, sa che la piccola luce lontana di un porto è un grandissimo faro e nessuno si permette di dire che è un lumicino.
Pochi o molti siamo e senza parlare noi poniamo domande agli assenti.

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Marcella Raiola. Mi rinfacciano…

Mi rinfacciano lo scarso numero di partecipanti alle iniziative del Coordinamento napoletano per la difesa della Scuola pubblica, che è fatto da precari del Coordinamento Precari della Scuola di Napoli (CPS) e da docenti di varia provenienza e categoria, alcuni dei quali iscritti ai Cobas in quanto fermamente contrari agli INVALSI e scesi in piazza, le prime volte, contro questi test grazie agli scioperi indetti dal suddetto sindacato di base, rispetto al quale i precari della Scuola di Napoli sono assolutamente autonomi e che, d’altro canto, considerano amici carissimi, fieri e integerrimi, capaci di grandi e generosi sacrifici per il conseguimento dei comuni obiettivi. Mi dicono “Menomale che stai facendo questo dal 2008!”. Posso anche accettare la critica, anche se rispondo che è del tutto incongrua, perché la sottoscritta è una precaria scesa in piazza per necessità, non una “leader” con la missione di fondare movimenti o partiti di massa! Non posso accettare, però, il semplicismo sotteso a queste affermazioni, perché il semplicismo è la cifra dei nostri avversari, e se ci mettiamo sulla stessa linea, credo che abbiamo già perso! Anzitutto, direi che PROPRIO perché le lotte vanno avanti dal 2008 siamo logori e logorati, e la gente è disillusa; le adunate oceaniche le abbiamo fatte dal tempo di Berlusca, e nessuno ci crede più. In ogni dibattito politico serio, oggi, si parla della mancanza di quella “cerniera politica” che trasformi il grido di piazza in provvedimenti, in atteggiamenti, in ostruzionismi, in dialettica parlamentare, per chi ci crede. Abbiamo avuto i nostri momenti di gloria, per chi non lo sapesse perché ci vede solo ora che siamo ridotti a poca cosa… Il 30 ottobre del 2010 abbiamo portato a Napoli 8000 persone da tutta Italia, con il corteo “VOGLIAMO UN’ERUZIONE DI PUBBLICA ISTRUZIONE!”… Bei tempi, erano: tempi di speranza in un cambiamento imminente, di speranza nella costituzione di una Syriza italiana che potesse arginare la deriva neoliberista (come se il corpo sociale dovesse “naturalmente” arrivare ad esprimere, dal suo interno, una contromisura, così come un fungo spunta sul muschio e dall’umido). Sono passati, invece, senza che si riuscisse a riarticolare la dialettica politica. Non solo. Se anche, al posto mio, ci fosse stato un grande talento politico, una persona capace di aggregare, si sarebbe di certo arresa di fronte alle spaccature tra microcategorie di precari che il governo ha alimentato a suo vantaggio e che i precari hanno fomentato, da veri allocchi. Infine, il “gradimento” espresso online è pur sempre indice di una adesione (che purtroppo continua a mancare in piazza), e mi pare che le nostre iniziative siano apprezzate, al pari dei materiali che produce il gruppo, e che non sono meno utili, per diffondere le notizie e le idee, delle piazzate. Io, invece, voglio RINGRAZIARE DI TUTTO CUORE TUTTI QUELLI, MAGARI POCHI, MA SICURAMENTE BUONI, CHE SONO VENUTI FINORA E CHE VERRANNO DOMANI A RAGIONARE E PROTESTARE CON NOI, VECCHI E NUOVI, DI RUOLO E PRECARI, ATA E STUDENTI, perché non è facile prendersi gli sberleffi della gentaglia per strada, perché non è facile resistere dieci anni a un attacco senza precedenti, perché non è facile esserci sempre, con passione. Grazie!

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Statemi a sentire e datemi una risposta se vi riesce. Vediamo che idea vi siete fatti della valutazione e, per favore, non fate quella faccia. Sono discorsi all’ordine del giorno. Partiamo dalla cronaca e stiamo ai fatti. Com’è andato lo sciopero dei Cobas per boicottare il primo giorno dei test Invalsi? Non lo sapete? Ma allora non leggete l’Huffington Post! Se l’aveste letto, il 10 maggio, lo sapreste: “Invalsi, boicottaggio fallito a scuola“. E’ così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v’hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le “sue prigioni” costò all’Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un “perdente“, un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la galera. E anche con Gramsci, piantatela per favore. Gramsci era un “sovversivo” ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all’epoca quello fascista e conta quel conta. La verità la dicono i vincitori e c’è una gerarchia. Se i vostri insegnati non l’hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l’illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
Torniamo al dunque. Stabilito il punto – il disastro dei Cobas – la domanda che logicamente si pone è il perché della Caporetto. Badate, però, che a usarle bene le parole, nel “modo” si può leggere la causa e, quindi, la risposta che vi si domanda è un giudizio di valore. Se vi chiedo com’è fallito e decido che la risposta esatta è “in modo naturale” – così sostiene l’indiscutibile Huffington Post – non c’è dubbio: non si tratta del modo, ma della causa. Era naturale che fallisse, lo era perché negava il “valore” di riferimento. Voi potete pensarla molto diversamente, ma nel sistema di valori del valutatore “i test Invalsi fanno parte della natura della scuola” e “i docenti lo sanno, gli studenti lo sanno, i genitori lo sanno“. Sarà falso, sarà sconvolgente – la scuola ha cambiato natura! – ma voi dovete sapere che per superare il test, questo va detto. Lo dovete sapere voi e lo dovranno imparare gli insegnanti che vi preparano ad affrontare i test. Nell’idea reiterata e mai dimostrata di “naturale” c’è il concetto chiave dell’Huffington Post: esistono un corso delle cose, una concatenazione logica degli eventi, una filosofia della storia che non vi riguardano; appartengono al valutatore. Chi risponde ai test è libero di scegliere tra risposte date, non ha la libertà di immaginare soluzioni che guardino a dimensioni diverse. Dalla maieutica di Socrate che vi chiedeva di cercare liberamente la vostra verità, siamo passati alla libertà condizionata di scegliere tra verità date. La “naturalità” dell’Invalsi si fa divinità: la critica è bestemmia o, peggio, negazione. Al test fondamentale, quello che chiede cosa vuole chi critica l’Invalsi, si possono dare molte risposte, e in tanti l’hanno data, non ultimi e non da ultimi, Vertecchi e Israel, ma l’unica risposta buona per il valutatore – è l’Invalsi che valuta l’Invalsi – è la più ideologica di tutte: chi critica l’Invalsi “rifiuta di valutare i livelli di apprendimento degli studenti“, sostiene l’Huffington Post.
Le cose non stanno così. Prima di valutare coi test, occorre condividere i presupposti, intendersi sul concetto. Una scuola è un luogo di lavoro? Un no sarebbe ideologico e un sì deformante. “Anche”, si potrebbe rispondere. Però poi occorrerebbe definire il mondo con cui riempire quell’anche, riconoscere che esistono una “scuola” in senso concettuale e migliaia di scuole diverse tra loro. Perché l’Invalsi? E’ naturale, risponde il giornale di Lucia Annunziata. Naturale. E’ un mantra. A cosa e a chi servono i test? “Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee“. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva: – Di che colore sono i pois della mia cravatta? Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo – State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta. Fu un coro immediato: – Rosse e gialle! Rosse e gialle!
– Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò: – Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva. Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
– Dice che il biennio non lo passi – proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 maggio 2013 e sul “Manifesto” il 12 maggio 2013

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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