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Posts Tagged ‘Ceko’

Lo riporto per dovere di cronaca. Mi capita di leggerlo per caso, come – devo dire – per caso ho letto il mio articolo su il Manifesto. Non sapevo ch’era uscito. A Ghezzi non ho replicato. Non merita risposte chi, a corto di argomenti, attacca la persona. Poche parole le dico qui, sull’omicidio Matteotti, che il Ghezzi evoca strumentalmente senza accorgersi che la sua è un’implicita ammissione di responabilità. Il nostro non è tempo da Matteotti e, qualora ci fosse, non morirebbe di pugnale. Come i moderni regimi – tutti più o meno “democrazie autoritarie” – anche la Ceka s’è evoluta, conta su pennivendoli e velinari e ha un’arma ben più efficace del pugnale: t’ammazza moralmente senza rischiare niente. Matteotti oggi sarebbe stato travolto da uno scandalo montato ad arte, l’avrebbero attaccato sul piano personale e, perché no?, i suoi argomenti sarebbero diventati barzellette da Bar Sport, come prova a fare Ghezzi con me, che, a suo dire, sono intellettualmente disonesto. La menzogna, il fango, le chiacchiere che non entrano nel merito sono il pugnale dei moderni Dumini. Un’arma che, a giudicare dalla replica, Ghezzi conosce bene. Lascio, perciò, che si commenti da solo.

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Non scherzate con la storia e il  fascismo

Leggo su manifesto un articolo di Giuseppe Aragno che, con sconcertante superficialità, paragona l’intesa raggiunta tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria lo scorso 28 giugno con il Patto di Palazzo Vidoni sottoscritto tra Confindustria e Corporazioni fasciste il 2 ottobre 1925. Il recente accordo che cancella l’illusione che si possano fare accordi contro la Cgil, che ristabilisce la centralità dei contratti nazionali, che opera per ricostruire un terreno di regole comuni che portino alla certificazione della rappresentanza sindacale e a pratiche democratiche definite e che viene siglato dopo anni nei quali, sotto la perversa regia del ministro del lavoro in carica, il governo e settori decisivi della imprenditoria italiana hanno messo in campo quanto era in loro potere per escludere la Cgil da ogni confronto e tentare di cancellarne la funzione, viene assurdamente paragonato al Patto che permise a Mussolini di fascistizzare il sindacalismo italiano e la stessa Confindustria.
Con quale onestà intellettuale si può paragonare anche lontanamente l’attuale pur difficile contesto politico-sociale a quello di un’Italia nella quale, al termine di ciclo di violenze inaudite perpetrate contro il sindacato, i partiti di sinistra e il movimento cooperativo, Mussolini, dopo essersi assunto la responsabilità del delitto Matteotti aveva proclamato l’avvento della dittatura il 3 gennaio 1925, messo fuori legge i partiti politici, abolita la libertà di stampa, assunti i pieni poteri e avviata la fascistizzazione dello Stato? Nel 1925 il partito-stato impose alle parti sociali un accordo col quale, riconoscendosi reciprocamente come rappresentanze esclusive degli industriali e delle relative maestranze, si cancellavano i sindacali presenti nel paese ad esclusione di quello fascista, si deliberava l’abolizione del diritto di sciopero, la cancellazione delle Commissioni Interne sostituite con il fiduciario delle Corporazioni e si toglieva ogni autonomia a Confindustria che veniva costretta anch’essa a fascistizzarsi modificando persino il proprio nome.
La soluzione individuata nei giorni scorsi, che ovviamente può non essere condivisa, è stata sottoscritta dalle parti sociali senza intervento alcuno da parte del governo in carica. Oggi al più le opinioni assolutamente legittime che si confrontano vivacemente nella Cgil dividono coloro che vedono nel referendum l’unico strumento di espressione della democrazia sindacale da coloro che lo ritengono invece uno strumento importante ma non il solo strumento democratico da mettere in campo. Opinione quest’ultima che, va ricordato, ha prevalso di gran lunga nel voto espresso dagli iscritti nell’ultimo congresso della Cgil.
Anche in Confindustria si manifesta per fortuna, a differenza del 1925, un pluralismo sufficientemente visibile, basterebbe in merito leggersi le ultime esternazioni di Marchionne. Per le organizzazioni imprenditoriali dell’agricoltura, del credito o dei servizi vale il medesimo discorso. Dalla storia e dalle sue tragedie vanno sempre tratti insegnamenti importanti. Non barzellette da raccontare al Bar Sport.
Carlo Ghezzi
* presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio.

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