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Posts Tagged ‘Catalogna’

A me piacerebbe che, quando si commenta, ci si attenesse a quello che si è letto e perciò chiedo:

E’ vero o no che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista?

E’ vero o no che la nostra stampa questo lo sa bene, ma non lo dice?

E’ forse falso che prima di arrivare a questi giorni dolorosi per quasi quattro anni Barcellona ha avanzato proposte puntualmente respinte senza discussione? E questo in nome di cosa? Della “nazione spagnola” che è riconosciuta dalla frettolosa Costituzione del 1978?

E’ vero o no che la polizia catalana è stata commissariata e il personaggio ambiguo che ora la guida è Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito ogni soluzione “inglese” della questione?

E’ vero o no che entrambi provengono dall’ultradestra?

Potrei continuare, consigliando ai nostri iperdemocratici difensori di Rajoy di informarsi sull’ospitalità che alcune navi passeggeri assicurano ai poliziotti spagnoli protagonisti delle epiche imprese del referendum. Scoprirebbe che si tratta di natanti affittati a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Sarebbe materia per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?

 

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downloadDemocrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

Agoravox e Fuoriregistro, 4 ottobre 2017

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In testa il vuoto, quasi nulla in tasca – pochi rubli, consigliavano tutti – e gli appunti sul foglio ormai confusi, Carlo strinse indice e pollice della sinistra attorno alla radice del naso, sull’angolo interno degli occhi serrati con forza e sospirò. Un rifiuto del mondo, una sorta di repulsione che si faceva malessere. Aveva imparato a conoscere così bene la strana sensazione, che non si agitava più, pensando a chissà quale pericoloso malessere.
Nelle prime ombre che si allungavano sulla riva del Canale Gribaedova, il via via di turisti e i lampi di cellulari e macchine fotografiche gli parevano insopportabili e facevano il paio coi nugoli di ragazzi, l’incredibile folla di giovani che non lo convincevano da quando aveva messo piede in città. Non avrebbe saputo dire il perché, ma gli riusciva incomprensibile e un po’ lo irritava quel loro veloce andirivieni tra il Museo Russo, il parco Michailovksij e la grande Prospettiva Nevskyi, che in fondo alla via incrociava il canale a perpendicolo e mandava fin lì il rombo di auto potenti lanciate a tutta velocità tra un semaforo e l’altro.
Ci sono giovani ovunque, s’era detto compiaciuto, al primo vederli, ma era stato davvero un istante. Qualcosa gli aveva poi dato fastidio. Giovani ovunque, certo, ma ovunque troppo uguali a se stessi e troppo simili a tutti i giovani delle grandi metropoli occidentali, infilati in larghe t-shirt e fasciati da jeans attillati e affusolati verso il basso, fin dove la griffe italiana delle scarpe costose dichiarava una ricchezza impersonale, acritica e del tutto incurante dell’eleganza.
Carlo era lì a ripetersi la cantilena: Smettila di essere così critico, dai. Non sei invecchiato tanto da non capire che non si tratta della città e nemmeno della sua gente. E’ qualcosa che ti sta dentro.
Se lo diceva e ripeteva, ma non bastava. Continuava a non convincerlo – e addirittura si rifiutava di vederlo – il contrasto feroce tra i passi veloci e indifferenti di ragazzi e ragazze che filavano via spediti come trottole e quelli lenti, forse circospetti, di vecchi che russi non erano, perché non avevano alcuna fretta, mentre gli passavano accanto con lo sguardo opaco, presi nei loro strani colloqui – parevano trattative a un mercato bovino – fatti di mani aperte a indicare cifre, più che di parole; ognuno con una ragazza in minigonna scelta a casaccio, bionda come le altre, alta e slanciata come le altre, tutte più o meno uguali, poggiate a parapetti e ringhiere, spalle al Canale, che ripetevano una cantilena musicale, anche quella uguale alle cento cantilene delle altre, come uguali erano il suono della risata falsa che, chissà, forse salutava un accordo raggiunto, pensava Carlo, e il gridolino venato di sdegno che sembrava rifiutare un’offerta scandalosamente bassa o una qualche irricevibile richiesta.
I compagni di viaggio entusiasti di quella ammaliante serata a San Pietroburgo, erano presi da altro, in fondo la città era un incanto, ma Carlo, la fronte segnata dalla linea profonda delle rughe, gli occhi aggrottati per un fastidio dell’animo che il viso non sapeva nascondere, non capiva quale meccanismo, per lui misterioso, agisse nelle loro teste decise a non pensare, selezionando da un insieme complicato ciò che piaceva e non disturbava. Erano giorni ormai che la sera gliele indicava, mentre da invisibili pertugi degli edifici settecenteschi le vecchine serali sbucavano coi mazzolini di fiori di campo, s’appostavano davanti ai locali più noti e frequentati, ai crocicchi più affollati, o prendevano a camminare passo passo, provando a vender fiori a coppiette infastidite, a giovani indifferenti e a turisti noncuranti, instancabili fino alla fermata Majakovskaya della metro sempre gremita. Lì si fermavano stanche, le vecchie signore, sotto gli occhi stupiti di Vladimir Majakovskij, e col sorriso gentile che chiedeva solidarietà offrivano fiori in cambio di qualche rublo.

La Russia, terra di rivoluzioni, pensava Carlo, non ascolta più il cantore d’un sogno, che s’è fatto incubo. E chissà di dove affioravano i versi lontani: “Siamo uguali compagni…, proletari di corpo e di spirito. Soltanto uniti abbelliremo l’universo”. Parlava tra sé Carlo, o forse no, forse pensava di farlo, ma in realtà declamava, perché subito una voce irritata lo rimproverava. Una voce di dentro, credeva, e si meravigliava che due Carlo stessero lì a litigare davanti agli smalti e alle piastrelle di vetro e ceramica variopinta della chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, ma anche in questo sbagliava e si capiva: era confuso. Frutto di quella confusione era forse la sensazione che a parlare fosse lui, mentre probabilmente gli parlava un compagno di viaggio o, a pensarci bene, una donna. La sorella, un’amica, la moglie? Chi fosse contava poco. Aveva i toni sfuggenti che usavano con lui per dirgli, scherzando, che non lo sopportavano più con le sue malinconie, col cenno petulante alla rivoluzione, con i versi immancabili d’una vecchia poesia e la politica, “la maledetta politica che Carlo non lascia mai a casa e – ci si può giurare – prima o poi diventerà memoria di un suo ignoto sovversivo, passato di qua senza lasciare altra traccia di sé, se non quella traumatica che a lui tormenta i sonni e a noi rovina i viaggi”.
Da anni ormai, ogni occasione era buona per ricordare con tono inizialmente solenne, “lo storico percorso turistico targato Carlo, con affannosa galoppata parigina alla ricerca della celebre Rue de Clignancourt” e giungere poi, con crescendo ironico, al “chilometro e mezzo di edifici insignificanti nel diciottesimo arrondissement, tra Rue Championnet e Boulevard de Rochechouart, che – per chi non lo sapesse – ai primi del Novecento accoglieva una banda di italiani fuggiaschi che Crispi e Giolitti intendevano spedire al fresco”. A questo punto, la “voce narrante” poteva commuoversi per gli “sventurati turisti costretti a sorbirsi strampalate considerazioni sull’epopea sovversiva, di cui, a perenne ricordo, la via conservava la vecchia e quasi illeggibile tabella d’un teatro alternativo, dio sa perché sopravvissuta, sull’ingresso di un edificio trasformato in supermercato, e la folla d’arabi malfidati, sfuggiti – perché no? – a un Crispi di casa loro: dimostrazione vivente che luoghi e cose conservano il filo della continuità tra storia e vita, passato e presente”.
Carlo sentiva di non avere più nulla da opporre all’angoscia, ma l’incantevole chiesa del Salvatore sul Sangue Versato lo rincuorò. Benché fosse molto tardi, c’era ancora luce e lo sguardo si fermò sul punto in cui si conserva un tratto di ringhiera divelta, sul lato che guarda al canale Gribaedova, dove una bomba aveva ucciso Alessandro II. Saprei raccontarvi la storia di quel 13 marzo del 1881 come nessuna guida può fare – pensò, guardando i compagni di viaggio chiusi a cerchio attorno a sua moglie che leggeva da un libriccino la terribile fine dello zar. Quanto più oscuro, ambiguo e affascinante sarebbe stato il racconto, se avesse chiamato in causa il suo nichilista, si disse Carlo, ma preferì tacere. Dopo la faccenda di Rue di Clignancourt, non aveva alcuna voglia di aggiungere un capitolo nuovo al percorso  turistico targato Carlo. Quale che fosse, non aveva dubbi: la verità che nascondeva il suo nichilista non interessava nessuno e, d’altra parte, il gruppo già s’era disperso attorno a figuranti che nascondevano la fatica di vivere sotto gli abiti sfarzosi dell’antica nobiltà russa. La disfatta di chi aveva creduto di uccidere l’ingiustizia sociale, uccidendo lo zar, non poteva essere più evidente. Forse di lì nascevano la tristezza di Carlo e il suo invincibile malessere; dalla percezione di quella disfatta. Basta smettere di guardarla con gli occhi del turista – si consolò Carlo – e San Pietroburgo, ostaggio del libero mercato, città d’imperi finiti nel sangue e rivoluzioni soffocate dalle loro stesse contraddizioni, diventa un tragico simbolo dell’inutile ferocia della storia.
Ma a che serve farlo? – si chiese Carlo, quasi per legittima difesa. Perché non seguire la via dei suoi compagni di viaggio? Per loro, San Pietroburgo era lì dove li portava la guida e non era detto che avessero torto; San Pietroburgo era ora nelle stupende maioliche variopinte della chiesa, come era stata prima nell’eleganza dei vestiboli in pietra delle stazioni della metro, qui con l’azzurro del mare, lì col rosso dedicato a Puskin, tra falci incrociate a martelli e il bassorilievo in bronzo dell’Aurora, l’incrociatore che esplose il primo colpo della rivoluzione. Occorreva fermarsi lì, senza porsi domande su quella sorta di minuscola galera che imprigionava le ferroviere immobili giù, in fondo alle scale mobili, per tutto il tempo del loro lungo turno. Fermarsi sempre un attimo prima di interrogarsi. Sentire, sì, il fascino della stupenda Università Statale sull’isola Vasil’ievskij, coi suoi muri di mattoni rossi e gli innumerevoli balconi incorniciati di legno dipinto in bianco, ma difendersi dalle osservazioni acute di Natascia e dalle mille tentazioni che nascevano dai suoi occhi azzurri, limpidi e profondi, dai suoi riccioli biondi, dalla sua camicia colorata e civettuola che involontariamente, ma ostinatamente si sbottonava sul seno florido. Fermarsi lì e non darle ascolto, mentre ti diceva, in un italiano ricco e musicale, che lei faceva la guida per arrotondare il magro stipendio di docente universitaria e procurare tutto quel che serve alla “bimba mia”. Fermarsi lì, senza provare a capire chi la spuntasse in lei tra rimpianto e disprezzo, quando ti parlava di una condizione generalizzata d’ingiustizia e di cancellazione di diritti. Sbarrare la via alla sua devastante osservazione: ho vissuto a lungo in Italia per ragioni di studio e mi dispiace dirlo, ma credo sia così, stanno sperimentando su di noi quello che poi faranno anche a voi.

Davanti al Salvatore del sangue versato, ciò che contava davvero era l’anomalo e affascinante profilo architettonico della cattedrale, l’unica in città a conservare il disegno delle chiese del medio evo russo, armonicamente unito alle linee tipiche delle basiliche del Seicento. Perché, tra uomini e cose, giunse a chiedersi Carlo, pur di convincere se stesso, non dovrebbe essere legittimo fermarsi sull’incanto delle cose, quando esse sono arte? Anche così ci si occupa degli uomini, convenne, ma la tentazione improvvisa di stringere l’indice e il pollice della sinistra attorno alla radice del naso per aiutare gli occhi a stare chiusi, gli ripropose un rifiuto doloroso. Freddo e deciso non si lasciò tentare. Appallottolò il foglio dei suoi appunti, lo mise in tasca, poi si poggiò alla fredda ringhiera del canale. A Barcellona, ricordò, nulla gli aveva parlato di Catalogna, più che le tracce d’una radio repubblicana e d’una famiglia d’italiani che aveva lottato e vissuto tra l’Avinguda Diagonal e Carrer de Còrsega durante la guerra civile. A Parigi, oltre il velo dei monumenti e l’industria del turismo, la Rue de Clignancourt che tutti avevano disprezzato, l’aveva aiutato a rompere il velo dell’ipocrisia occidentale, gli aveva insegnato quanto precaria sia l’integrazione e gli era parso evidente: ci sono strade che ereditano drammi e in quella via, dopo gli italiani, non a caso c’erano venuti gli arabi. Lì, ancora e forse sempre lì.
Basta, si disse, anche se sapeva bene di essere venuto a Pietroburgo per parlare ancora una volta ai suoi fantasmi. L’ultima volta forse, s’era detto, se è vero com’è vero che l’età e la salute non hanno certo rispetto delle stupide leggi di chi ci governa e se si vive di più, spesso si vive male. Non avrebbe chiesto al Salvatore del sangue versato di parlargli dell’attentato. Ci credeva ancora ai miracoli di quel dialogo, era certo che lì avrebbe potuto sapere com’era andata, ma per queste cose si viaggia da soli, come da soli, in fondo, si vive. Solo lui aveva quel dubbio e molto probabilmente solo a lui interessava sapere se Giovanni Bergamasco era lì il giorno dell’attentato, Giovanni, figlio di Carlo, il napoletano fotografo di corte che tante volte aveva fissato sulle sue geniali lastre lo zar che lì era poi caduto, su quella riva ormai muta. C’entrava davvero, Giovanni, il presunto nichilista che la vita aveva poi portato in Italia? Era lì il giornalista brillante e poliglotta, lo studioso di botanica, l’amico poi nemico di Mussolini, il rivoluzionario che, per uno dei misteriosi paradossi della storia, i rivoluzionari bolscevichi avevano espropriato e i reazionari fascisti perseguitato per tanta parte della sua lunga vita? No. Non avrebbe cercato i due palazzi che Carlo, il giramondo e ricchissimo napoletano, aveva invano acquistato in quella che, con incerta grafia le polizie di mezzo mondo definivano “la centralissima via Moskovskaya”. A Carlo non interessavano più i due palazzi ereditati da Giovanni dopo la fuga a Napoli. In quei giorni faticosi, San Pietroburgo gli aveva narrato già molto e ora sapeva: vi si erano spenti i grandi e terribili sogni del Novecento e il secolo nuovo vi sperimentava un incubo. Che poteva aggiungere, se mai sopravvissuto alla fine degli zar, alla rivoluzione, all’assedio nazista e al crollo dell’Unione Sovietica, lo splendore dei palazzi di Bergamasco? Di splendore ne aveva visto abbastanza nel palazzo del principe Jusupovskij; ciò che non aveva ancora trovato era chi sapesse dirgli dove abitavano i poveri, in una città che pareva tutta palazzi nobiliari. Che città era mai quella, si domandava, fatta di sfruttatori senza sfruttati?
Carlo pensò che in fondo questo è la storia: parla dei vincitori e tace dei vinti. Forse un altro Carlo, l’intraprendente fotografo di corte, una risposta l’avrebbe avuta. Lui che a San Pietroburgo c’era venuto da emigrante; lui che si era poi arricchito con le sue foto, tutte sparite con la rivoluzione, che aveva visto fuggire per sempre un figlio rivoluzionario e un altro l’aveva perso quando s’era messo coi bolscevichi per la rivoluzione, una risposta, lui, poteva averla. E chissà, un’altra non l’avrebbe avuta Giovanni, ricondotto lì, davanti a quella ringhiera divelta di cui conosceva il segreto nascosto. Giovanni avrebbe forse potuto spiegargli ciò che nessuno tranne lui sapeva. Ma contava davvero saperlo? E Carlo, poi, aveva davvero ancora voglia di capire?

Quali che fossero le risposte, di una cosa ormai s’era convinto, lo strano viaggiatore: a guardare le cose dal punto di vista della povera gente, che negli itinerari turistici non aveva casa in città, benché ci vivesse, San Pietroburgo era un enigma e i conti non tornavano. Certo, coi bolscevichi contadini, metalmeccanici, professori non avevano diritto di parola, ma casa, lavoro, scuola e medicine ce l’avevano tutti. Ora che, invece, a dar retta a giornali e televisioni, era arrivata la democrazia, non avevano certezza d’un salario, d’una medicina, d’un posto a scuola o d’una laurea, se avevano testa per studiare. Ecco, un metalmeccanico forse avrebbe saputo sciogliere questo rebus e l’avrebbe data una risposta alla domanda che si portava dentro: è possibile che dove c’è libertà ci debbano essere per forza le vecchiette che vendono fiori per fame la sera e invece, se la fame non c’è, se c’è uno Stato che pensa a curarla, la povera gente, e fa studiare tutti, anche chi non ha un centesimo, non c’è libertà di parola e d’opinione? Bergamasco, rivoluzionario, sognatore, combattente, perseguitato politico cancellato dalla storia dopo aver sognato di cancellare i padroni, di queste cose capiva. Lui, ch’era nato a Pietroburgo e sapeva di zar e di bolscevichi, di democrazia liberale e di fascisti, lui che s’era trovato sempre a dover scappare e mille volte era finito in galera, in tutte le stagioni della storia, lui che aveva attraversato per decenni la tragedia della vita e s’era spento sulle montagne dell’Irpinia confinato politico a ottant’anni, lui sì che poteva trovare risposte convincenti, pensò Carlo, ostinato e convinto. Lui avrebbe sciolto quel dannato rebus che era in fondo San Pietroburgo. Certo che le avrebbe trovate, le risposte, si disse, ma non c’era più tempo.
Il gruppo premeva per la cena. Anche questa è cultura, pensò Carlo; bisognerebbe saper mettere insieme la cultura d’una cena a base di pietanze russe e i miei fantasmi parlanti. Assieme, forse, troverebbero la via di mezzo tra il Palazzo d’inverno e la catapecchia d’un contadino, la via di mezzo tra la strage dei Romanov e i gulag, tra il realismo socialista, che dietro la giustizia sociale celava la repressione, e l’agile, immediata, anonima e feroce ingiustizia, che pesa sulla libertà del mercato di cui si nutrono Gucci, Armani, Intimissimi e Calzedonia, ai quali di certo molti tra i suoi amici e le sue amiche avrebbero dedicato le rituali ore di shopping, nel giorno della partenza, sulla Nevsky Prospekt, nell’inferno rombante di Lamborghini, Mercedes e Ferrari.
Dopo essersi costretto a non stringere di nuovo tra pollice e indice la radice del naso, Carlo si avviò. S’era appena mosso, che sentì qualcuno parlargli. Non capì di dove venisse la voce, ma le parole gli giunsero chiare: non puoi pensare di cancellare i prepotenti dal tritacarne della storia, ma puoi fare di tutto per non essere dalla loro parte, per giungere a spezzarti, piuttosto che a piegarti…
Per la prima volta in quella terribile serata Carlo sorrise. Quelle parole le conosceva: le aveva scritte Giovanni Bergamasco alle figlie il giorno in cui aveva deciso di tagliarsi le vene. Non era la risposta alle sue mille domande, ma non c’era dubbio: il suo sovversivo non era mancato all’appuntamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 agosto 2012

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L’Italia “imperiale” del 1939 ha i lineamenti del capitalismo straccione di retroguardia: è cinica, cieca e degenerata. L’alleato nazista fa paura e la retorica sulla missione di “Roma universale” smorza i toni eroici del nazionalismo italico, ma il ritorno all’irredentismo radicale di Timeus ha aperto la via all’odio razziale “che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di […] un nemico che si deve odiare e combattere senza quartiere”[1]. All’ordine del giorno c’è il delirio del “goliardo dalmato oppresso” che, minaccia: “Io ringhio e il ringhiare mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle mura di Spalato romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia”[2]. Nelle strade complici e indifferenti manifesti ignobili mettono insieme sprezzanti “il nero, l’ebreo e il comunista” e Visco, Pende e Cipriani, esempi di morale e di scienza fascista, in genti dai mille semi, vedono campioni ariani, purissimi e guerrieri[3]. Pronto al cimento, nei popolari disegni di Beltrame e sulle colonne della “Domenica del Corriere”, il legionario fascista, nato “corsaro e distruttor di navi”, è ormai il dannunziano “protagonista di folgoranti imprese” e l’invincibile eroe che “osa l’inosato”. E’ l’ora del “milite glorioso”. In Aragona e Catalogna, “le avanguardie della divisione Littorio” non mancano mai d’un “arditissimo sottotenente” che si impadronisce “di un autocarro carico di dinamite e, sventolando il tricolore” insegue il nemico fatalmente “in rotta”[4]. Quale sia stata poi la sorte degli immancabili ufficiali, la “Domenica del Corriere” e Beltrame non dicono e poco se n’è parlato in seguito, quando di quel tempo s’è intuita la vergogna. In realtà, gli eroi di tutte le guerre hanno la vita breve d’un istante di gloria sanguinosa e li ricorda il marmo d’una piazza indifferente. L’eroismo dell’Italia “imperiale” del ’39, come accadrà per quella che oggi esporta la pace a colpi di cannone, non si legge nei disegni del “Corriere” di turno o sui cippi dei caduti. Occorre cercarla nelle pieghe oscure d’una verità che nessuno racconta: la sorte dell’eroe sopravvissuto. Si scopre così quanto passato vive ancora nel nostro presente che, non a caso, è il passato dei nostri figli.

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Sopracciglia grigie, baffi brizzolati, […] statura alta, corporatura media […], viso poligonale”… In una nota informativa asciutta fino allo schematismo e, per molti versi gelida, Pasquale Ilaria, ormai cinquantenne, mostra sul volto “bruno e rugoso” la trama delle “cicatrici alla regione sopraccigliare sinistra, conseguenti a ferite di pallottole di shrapnel”. Sono segni evidenti del comportamento eroico nell’inferno delle trincee e, ad un tempo, il debito che la patria ha contratto con un suo figlio valoroso negli anni lontani della giovinezza[5].
Geometra di Caposele, “ex capitano del Regio Esercito, volontario della guerra libica ed invalido di guerra nella conflagrazione del 1915-1918, decorato al valor militare”, l’Ilaria è sopravvissuto al suo eroismo e, come accade assai spesso ai reduci, tornato in abiti borghesi, non si fida più molto dei “capi”, discute gli ordini e giunge a disobbedire[6]. Ilaria non ama il fascismo e diffida del suo tentativo di costruire sulla “Grande guerra” il mito di un eroismo che supera se stesso, che è

qualcosa di più: é una milizia, é una religione, una passione che infiamma tutti i giovani generosi italiani e con i giovani gli adolescenti ed i vecchi che non si sentono tali e che hanno raccolta la face viva riaccesa dei morti della grande guerra”[7].

Ilaria, che non si riconosce in questo “eroismo”, si defila, “chiamandosi fuori” ed “esce” dal mito. C’è, in questo suo comportamento, un che di volontario, un rifiuto istintivo, ma non del tutto inconsapevole, della funzione omologante assegnata a un eroismo “mummificato” dagli stereotipi di una società gerarchizzata. Contro questa società, scriverà anni dopo, egli si schiera quasi naturalmente, “per amor di verità, di moralità, di legalità, cioè di ordine, e per carità di patria”[8].
Per il regime di Mussolini Ilaria è inizialmente un enigma. Uomo d’ordine per sua stessa ammissione, ma incompatibile con l’ordine fascista fondato sull’etica del manganello, il capitano che, nell’orrore del fronte, ha imparato a conoscere e rispettare l’umanità, il coraggio e la sofferenza della povera gente mandata al macello, pensa a un Paese che, senza rinunciare alla tutela della proprietà e della gerarchia, ritenga sacri i diritti civili e la dignità dell’uomo. Un uomo così, uno che non ha un partito, non è un attivista e non si propone di fare carriera politica, potrebbe apparire tutto sommato innocuo – e in fondo lo è – ma il fascismo diffida e sente di doverlo temere. Il fatto è che, senza nemmeno volerlo, semplicemente per ciò che rappresenta con la sua storia e la sua posizione sociale, l’ex ufficiale e le sue convinzioni costituiscono di fatto, per l’ordine in camicia nera, una sfida insidiosa e per certi versi intollerabile. E non si tratta solo, come potrebbe apparire, del fatto che l’uomo si colloca a destra, in un terreno politico che il regime tende per sua natura a monopolizzare. C’è dell’altro. Così com’è, vestita dei panni di un soldato valoroso, la sua idea di patria, lontana e sostanzialmente diversa da quella fascista, potrebbe trovare facilmente consensi tra ceti sociali che concorrono a formare la base di consenso del regime. In questo senso, essa non solo è alternativa ma, a ben vedere, costituisce una sorta di anomalia, una vera e propria “diversità” e, in quanto tale, fatalmente “sovversiva”.
Com’è naturale, la replica è dura e immediata. Subito dopo le leggi “fascistissime”, infatti, ai primi del 1927, il regime, che pure s’atteggia a patrono di invalidi e combattenti, getta la maschera e inserisce l’ufficiale decorato nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare in determinate occasioni[9]. L’inevitabile conflitto è immediatamente duro e così difficile da gestire, che stavolta le autorità di pubblica sicurezza ricorrono subito alle maniere forti. Nel 1928, quando Ilaria è sorpreso a distribuire volantini ostili al regime, pronta e implacabile giunge la denuncia all’Autorità Giudiziaria, cui fanno da contorno la sorveglianza asfissiante, la schedatura e la minaccia di un rapido ricorso alla legge contro i “sovversivi”[10].
Il coraggio della trincea non sempre basta ad affrontare, in tempo di pace, la guerra della vita e Ilaria, messo spalle al muro, cede e finisce col chiudersi in un silenzio sprezzante, ma del tutto inoffensivo. Con la resa umiliante al regime, la vicenda sembra esaurire definitivamente la protesta antifascista dell’ex capitano del genio, ma le cose non stanno così. Nel 1939 Mussolini sente che l’alleanza con Hitler e l’antisemitismo inquietano piccoli e medi borghesi come Ilaria. Da anni il regime va avanti senza una filosofia della politica; tutto trasuda retorica e dietro le formule di rito e il dinamismo pseudo futurista dei gerarchi, fanno capolino una preoccupante frattura con la cultura, le tradizioni e le abitudini dei ceti popolari e un vuoto di valori coperto a malapena dagli slogan d’una incessante propaganda. Mentre l’anticapitalismo di facciata non può nascondere la corruzione e i cedimenti agli interessi della borghesia capitalista, Mussolini sente istintivamente che il fascismo non fa più presa; l’alleanza con Hitler e gli eccessi dell’antisemitismo inquietano la piccola e media borghesia da cui proviene Ilaria ma, piuttosto che provare a capire, inasprisce la polemica ideologica, aggiungendo al danno la beffa. Ilaria e quanti come lui manifestano resistenze democratizzanti, sono investiti così dalla strumentale “polemica antiborghese” del duce, in cui trovano spazio Rossoni, Olivetti, Malusardi, Chilanti, Orano, De Ambris, esponenti della cosiddetta “sinistra fascista”, gente passata per lo più dalla militanza nelle organizzazioni o nella stampa socialista e anarchica alle strutture politiche e sindacali del regime, che trova naturalmente comodo attaccare il “vecchio fascismo”[11].
E’ il momento dei “poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana”[12], il trionfo delle chiacchiere e dei formalismi, mentre gli avvenimenti corrono veloci e sempre più incontrollabili. “Chi si ferma è perduto”, recita uno slogan che annuncia la disperazione di chi corre senza avere una meta, e il vuoto si riempie di vuoto. Nascono il passo romano di parata, l’abolizione del lei, l’uniforme per gli impiegati civili e la militarizzazione della società. “Dobbiamo liberarci della borghesia” dichiara il duce, di fronte al naufragio dell’anima sindacale del corporativismo, ma intuisce che un filo si spezza, che gli Ilaria si moltiplicano, e si volge tardivamente ai “ceti proletari”. Dopo aver negato i più elementari diritti e cancellato ogni autonomia delle masse lavoratrici, c’è chi, nel regime, orchestra una strumentale babele socialistoide per accreditare un “nuovo fascismo”, che di fatto ignora i bisogni veri delle classi subalterne, ma dichiara genericamente di voler porre i ceti proletari sullo stesso livello delle classi padronali[13]. In un crescendo di menzogne che non conquistano l’operaio e disgustano sempre più i borghesi come Ilaria, al mito del soldato, prudentemente “ingessato” negli anni Venti, si affianca ora quello di lavoratori sempre più piegati ai voleri dei padroni, per i quali, promette la “sinistra”, il regime prepara un futuro in cui non saranno più “merce”[14].
Nella primavera del 1939, l’approvazione del testo unico sulle acque –e le occasioni di speculazioni più o meno lecite che la legge offre a chi è pronto a profittarne – pongono l’Ilaria di fronte all’arroganza del potere fascista[15]. L’occasione dello scontro è la cessione di alcune sorgenti del Sele all’Ente Acquedotto Pugliese da parte dell’amministrazione comunale di Caposele, coperta dalla nuova legge. Per tutelare l’antico “uso civico” delle acque da quella che si profila come una vera e propria “privatizzazione ante litteram” di un bene comune, con tutto quanto queste operazioni possono comportare in termini di torbidi interessi e rischi ambientali, Ilaria stavolta non fa calcoli, rompe il lungo silenzio e, senza badare ai rischi di un’aperta contestazione, prende una posizione dura e coraggiosa e coinvolge senza fatica la popolazione del piccolo centro. Margini di mediazione però non ce ne sono e, a meno di non volersi tirare nuovamente indietro, la rottura con l’amministrazione fascista è inevitabile. Ilaria non si ferma, incontra popolani, li organizza. Gli eventi precipitano in un baleno e l’ex ufficiale finisce col trovarsi alla testa di una manifestazione pubblica che assume per il regime i connotati di una vera e propria rivolta. La misura è colma[16].
Arrestato il 19 giugno del 1939 “per avere sobillato la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile all’Amministrazione comunale”, il 30 giugno l’ex ufficiale del Genio finisce davanti alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia[17]. Una formalità che non può riservare sorprese e non lascia speranze. La Commissione, infatti,

esaminati gli atti annessi alla denunzia ed i precedenti morali e penali […], ritenuto […] che lo Ilaria Pasquale è individuo pericoloso alla sicurezza pubblica e all’ordine nazionale”, lo assegna “al confino di polizia per un periodo di anni cinque”[18].

Come a voler riscattare il lungo e probabilmente doloroso decennio di silenzi e di sostanziale rinuncia a lottare, l’Ilaria contesta la decisione in un dettagliato ricorso, in cui denuncia il clima di illegalità che ha caratterizzato la vicenda, la violazione dei suoi diritti di imputato e, soprattutto, “gli atti di violenza che avevano preceduto, accompagnato e seguito la sentenza della Commissione”[19]. Tremiti, dove il regime lo seppellisce, riesce inizialmente ad atterrirlo e, per sfuggire alla pena, l’uomo si affida al suo passato di soldato, presentando una domanda di arruolamento, che non viene nemmeno presa in considerazione[20].
La condanna al confino e il successivo rifiuto di sperimentare la via di un onorevole compromesso, accettando un ritorno alla vita militare, segnano l’inevitabile epilogo d’una vicenda che va ben oltre la questione dell’ordine pubblico e il caso personale dell’Ilaria. Accecato dal delirio di onnipotenza del suo “duce”, il regime non coglie il significato profondo e, per molti versi emblematico, della rottura irrimediabile che si va consumando. Eppure, alla vigilia di un cimento militare che si rivelerà decisivo per le sorti del fascismo, l’opposizione aperta dell’ex ufficiale, un eroe di guerra decorato al valor militare, che non ha un definito “colore politico”, non può ricondursi ai temi del dissenso “rosso”, ma ha messo insieme contro il regime artigiani e contadini, è la spia d’un malessere profondo, dal quale nasce – ed è destinato ad assumere una preoccupante consistenza – un antifascismo collocato nel campo moderato, monarchico e cattolico: l’antifascismo degli “uomini d’ordine”, dell’amor patrio e del senso dello Stato, la cui coscienza morale e giuridica è sempre più incompatibile con quanto rimane vivo del mondo liberale, col disprezzo delle fondamentali libertà civili, col dichiarato “razzismo” e con una politica estera di isolamento, che lega il Paese alle sorti della Germania nazista. E’ una crepa ben più profonda di quanto possa apparire, che ha radici lontane e, nel momento della crisi del regime e del tradimento dei Savoia, produrrà una “resistenza di destra”, minoritaria, ma non per questo priva di un suo peso specifico nelle vicende che condurranno alla nascita della repubblica[21].
Se sul piano personale la rottura col regime segna per l’Ilaria una irrimediabile sconfitta, il suo caso costituisce, tuttavia, una testimonianza emblematica del lento ma inesorabile distacco del fascismo dalla sensibilità politica e dai principi morali di una borghesia cattolica che sa parlare alla gente e, dopo anni di consenso ambiguo e precario, matura un dissenso che, se si manifesta pubblicamente in maniera solo sporadica, preannuncia, tuttavia, l’isolamento e la crisi del regime, incapace di sopravvivere alle conseguenze della tragica avventura bellica.
Il 27 ottobre 1939, pochi giorni prima che la Commissione d’appello rigetti il suo ricorso, l’Ilaria invia “a S. M. Vittorio Emanuele Terzo, Re d’Italia e d’Albania ed Imperatore d’Etiopia” una breve lettera, in cui supplica il sovrano

di convertire l’arbitraria e provocatoria tortura del suo confino con la pena, più umana e più vantaggiosa per l’erario, della fucilazione che egli dichiara di preferire”[22].

Da Tremiti, intanto, superato l’iniziale avvilimento, l’ex ufficiale invia a Roma un esposto durissimo ed esprime come può la sua crescente distanza dal fascismo, rivolgendo continue critiche ai rappresentanti di quelle autorità verso le quali, scrive con lucido puntiglio, “nell’attuale periodo di emergenza della nazione”, non può che nutrire “per principio e per convinzione […] il massimo rispetto”[23]. L’occasione per un giudizio definitivo e irrevocabile sul regime giunge nell’autunno del 1941, quando l’Ilaria rifiuta una “sanatoria” offerta in cambio di un gesto di sottomissione e, dopo aver brevemente accennato al suo passato di soldato che, puntualizza, “è costretto a mettere in evidenza in sua legittima difesa contro l’accusa di antinazionalità”, ricorda a Mussolini che gli uomini veri riconoscono un solo padrone: la coscienza. Essa, prosegue,

sua tiranna e sua consigliera implacabile, non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, qual egli, con gravi sacrifizi, ha cercato di essere”[24].

Se l’idea fascista di patria, conclude lucidamente l’Ilaria, produce un regime che perseguita ingiustamente un patriota e tenta di corromperne la coscienza, quella non è, non può essere la

Nazione alle cui fortune anch’egli, modestamente, con la sua opera e il suo sangue, seguendo l’esempio dei Maggiori, ha cercato di dare il suo contributo disinteressatamente”[25].

Alla patria per cui ha combattuto, un soldato può domandare “giustizia, non clemenza […], giustizia formale ed effettiva” che “non può non attendere con serena fiducia”[26].
Si consuma così, col richiamo a una giustizia che certamente verrà, sia pure a conclusione d’una tragedia, il divorzio del regime da quei patrioti che ha esaltato e tradito e non ci sono dubbi, si può riconoscerlo onestamente: qui muore davvero la patria fascista. Prima, molto prima della sconfitta militare e dell’armistizio[27]. Una morte per cui non occorre autopsia: il regime affonda nel fango prodotto in vent’anni. Quei vent’anni in cui la vita di Ilaria e dei suoi mille sconosciuti compagni di lotta assume quasi il valore una risposta al pessimismo di Gobetti: il fascismo, ci dice la storia del geometra, non fu l’autobiografia di un popolo[28].

Note

1] Ruggero Timeus, Trieste, Gaetano Garzoni Provenzali, Roma, 1914, pag. 9.

2] Sul “fascismo universale” e sull’Internazionale fascista le pubblicazioni risalgono in gran parte agli anni del regime. Tra gli studi successivi, si possono vedere Marco Cruzzi, L’Internazionale delle camicie nere. I Caur 1933-1939, presentazione di Michael A. Leden, Mursia, Milano, 2005, e Giuseppe Aragno, Dall’irredentismo al fascismo, in Idem (a cura di), Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, presentazione di Spartaco Capogreco, La Città del Sole, Napoli, 2008. Su Eugenio Coselschi, cenni significativi in Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Manifesto libri, Roma, 2007, passim, (ristampa dell’omonimo saggio pubblicato da Marsilio nel 1969), e Marco Cruzzi, L’irredentismo dalmata di Eugenio Coselschi, in “Centro di Ricerche Storiche, Rovigno”, Quaderni, vol. XIX, Unione Italiana, Fiume, Università Popolare, Rovigno, 2008, pp. 187-208.

3] Sabato Visco, Nicola Pende e Lidio Cipriani, docenti universitari, firmarono coi colleghi Leone Franzi, Lino Businco, Arturo Donaggio, Guido Landra, Marcello Ricci, Edoardo Zavattari e Franco Savorgnan, il Manifesto degli scienziati razzisti. Nato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare e intitolato Il Fascismo e i problemi della razza, il Manifesto uscì il 15 luglio 1938 sul “Giornale d’Italia” firmato da un non meglio identificato “gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane”; il 5 agosto 1938, però, fu pubblicato di nuovo dalla rivista “La difesa della razza” che rendeva note le firme degli autori. Per quel che riguarda la “classificazione” delle razze, Sarfatti ricorda due riepiloghi parziali, che non riguardavano gli ebrei, elaborati dalla Direzione generale demografia e razza, istituita da Mussolini presso il ministero dell’interno di cui era titolare. Un elenco dell’estate 1938 definiva non ariani arabo-berberi, armeni, indiani, mongoli, negri, palestinesi, turchi e yemeniti. Nel 1939 una circolare, che vietava i matrimoni misti, aggiungeva all’elenco cinesi, libanesi e meticci e definiva ariani gli albanesi cristiani o musulmani, gli armeni, gli indiani e gli iraniani; per gli egiziani permanevano ridicole incertezze, dovute soprattutto a considerazioni geo-politiche, che rivelano la sostanza criminale dei provvedimenti. Sul tema, si vedano Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Le leggi razziali in Italia, Laterza, Roma-Bari, 2003; Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007; Tommaso Dell’Era, Il manifesto della razza, Utet, Torino, 2008.

4] Eroismo italiano in Catalogna, “Domenica del Corriere”, 17-4-1938.

5] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”, giugno 1939, foto segnaletiche e connotati.

6] Ivi, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., pp. 268-269.

7] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, Hoepli, Milano, 1934, II, pp. 207-08 riportato da Elisa Martinez Garrido ne Il primo discorso fascista di Mussolini: la traccia dannunziana, in Cuadernos de Filología Italiana, 5. 213-229. Servicio de Publicaciones UCM. Madrid, 1998 p. 225.

8] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., lettera del 19-10-1941, cit. Sulla retorica dell’eroe fascista si veda Enzo Nizza, Autobiografia del Fascismo, note storiche di Eugenio Zangrandi, La Pietra, Sesto San Giovanni, 1994.

9] Ivi, profilo biografico e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

10] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti del 1927-1928 e copia della denuncia del 1928.

11] Edgardo Sulis (a cura di), Processo alla borghesia, Edizioni Roma, Roma, 1939; Giuseppe Parlato, La Sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna, 2000. A certificare le origini socialiste e anarco-sindacaliste di alcuni di questi fascisti, c’è l’eloquente testimonianza dei fascicoli personali della polizia politica che non furono mai distrutti. Si vedano in proposito ACS, CPC, b. 1304, f. “Felice Chilanti”; b. 1633, f. “Amilcare De Ambris”; b. 1803, f. Ottavio Dinale; b. 2964, f. “Edoardo Malusardi”; b. 3586, f. “Angiolo Oliviero Olivetti”; b. 3597, f. “Paolo Orano” e b. 4466, f. “Edmondo Rossoni”. Sul Rossoni si veda anche Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario, Sindacati, società, fascismo, Rubettino, Soveria Mandelli, 2005; su Malusardi c’è ora la bella biografia di Alessandro Luparini nel Dizionario Biografico degli anarchici italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele e Pasquale Iuso, Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, II, pp. 69-70.

12] La legge sulle acque è la 1497 del 29 giugno 1939.

13] Felice Chilanti, Ettore Soave, Dominare i prezzi e superare il salario, Il lavoro fascista, Roma, 1938.

14] Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Vallecchi, Firenze, 1939.

15] Riportato da Enzo Santarelli, Storia del fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1973 (II ediz.), III, pp. 113-115. Sul tema si veda anche Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p.100-101.

16 La vicenda ebbe tra i suoi protagonisti i coniugi il calzolaio Pasquale Sturchio e la moglie Ersilia, il calzolaio Antonio Ferina e i contadini Rocco Iannuzzi e Vito Russomanno, che furono poi tutti ammoniti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit., rapporti della primavera 1939. e verbale d’arresto e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit., p. 269.

17] ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit. Verbale della Commissione provinciale del 30 giugno 1939 e nota senza n . del 14-6-1929 da Questore a Prefetto.

18] Ivi.

19] Ibidem, ricorso alla Commissione d’appello presso il Ministero dell’Interno.

20] Ibidem, domanda di arruolamento dell’agosto 1939.

21] Sull’antifascismo di destra si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.

22] Il ricorso fu ufficialmente respinto il 7-11-1939. Ibidem, lettera al re del 27-10-1939.

23] Ibidem, esposto al Ministero dell’Interno del 15-10-1941.

24] Ibidem.

25] Ibidem.

26] Ibidem.

27] Sulla tesi che vede nell’8 settembre la “morte della patria”, si veda Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996. Per una confutazione dello strumentale “teorema” revisionista di Galli della Loggia, val la pena di leggere l’ineccepibile risposta di Gaetano Arfè, che ha osservato: “Chi vede in quella data la morte della patria e ne nega la resurrezione non è interprete di storia, è strumento di una offensiva ideologica che ha la Costituzione come bersaglio, nei valori cui essa si ispira, nei principii che essa afferma, nell’ethos politico che la pervade. Gaetano Arfè, Dall’8 settembre rinasce la patria, “Lettere ai Compagni”, a. XXXII, n. 4, settembre 2002, ora in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 351-355.
Ilaria, trasferito da Tremiti ad Avigliano, in provincia di Potenza, fu liberato il 31 agosto 1943, dopo la caduta del fascismo. La ferma e coraggiosa resistenza opposta al regime in più di quattro anni di confino gli costò trenta giorni di consegna e tre mesi di carcere. In memoria della sua battaglia a difesa dell’ambiente esiste oggi un’associazione ambientalista che porta il suo nome e si è costituita come comitato di difesa del territorio di Caposele del suo fiume e delle sue sorgenti. ACS, Confino, b. 531, f. “Ilaria…, cit, e Rosa Spadafora, Il popolo al confino…, cit.

28] Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina, “La rivoluzione liberale”, n. 34/1922.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 agosto 2010

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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