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Posts Tagged ‘Casa Pound’

I fatti sono chiari e agghiaccianti: gravissima aggressione di Casa Pound, studenti presi a martellate! Ci si Immaginepuò girare attorno, perché le parole sono sassi, ma si è sfiorato  l’omicidio. L’episodio, che va inserito in un contesto preciso, rivela un intento chiaro: trasformare Napoli in un inferno da qui alle elezioni.
Al liceo “Elio Vittorini”, era l’orario d’ingresso scolastico. Una squadraccia di neofascisti di Casa Pound, giunta da sedi ben note che andrebbero chiuse come prescrive la legge, forte delle coperture politiche e dell’inerzia delle forze dell’ordine, piomba tra gli studenti, picchia all’impazzata e con un colpo violentissimo alla testa  lascia un ragazzo a terra privo di sensi. In un Paese normale, in cinque minuti i responsabili sarebbero stati neutralizzati e invece i fascisti, indisturbati, hanno distribuito volantini e promesso una nuova lezione a chi si azzardava a denunciare. I ragazzi aggrediti, però, non si sono persi d’animo e all’ingresso della scuola è comparso uno striscione: “Vittorini Antifascista”. Tutto finito lì? No. All’uscita, nei pressi della stazione della Metro, al Rione Alto, una pattuglia di camicie nere spunta fuori, armata di manganelli e martelli e, dopo un lancio di bottiglie di vetro, si scaglia contro alcuni studenti, colpendoli ripetutamente al volto e alla testa con mazze e martelli.
“Un atto pianificato di incredibile follia e ferocia” – hanno scritto poi i ragazzi colpiti, “avvenuto in pieno giorno, in una strada affollatissima!”. E non ci sono dubbi: solo per caso non hanno ammazzato.

Ogni volta che una scuola riceve un’offesa e un gesto vile la rende un bersaglio, diventa più chiaro quanto sacra sia la sua funzione e per ogni studente colpito a tradimento, tanti giovani escono dall’indifferenza e maturano una profonda avversione per ogni forma di fascismo. Il solo risultato di queste aggressioni, sarebbe quello di rendere evidente e inconfutabile un dato di fatto: il neofascismo non è diverso dal fascismo “storico”. E’ criminale, stupido e anche autolesionista. C’è però un problema che va affrontato e risolto: dietro gli squadristi c’è la politica in giacca e cravatta, ci sono gli intellettuali venduti e i giornalisti conniventi. E’ questa vergogna che va denunciata con chiarezza e decisione, perché da noi si può diventare presidente di una Regione grazie ai voti degli amici di Cosentino e c’è gente come Salvini che si allea coi neofascisti di Casa Pound.
In quanto al partito di Renzi, da lì sono venute le più esplicite aperture agli squadristi del secolo nuovo. Persino nelle file dei “tecnici immacolati”, radunati da Monti per massacrare le classi subalterne, figurava un personaggio ambiguo: Rossi Doria, sedicente “maestro di strada”, teorico del “dialogo con Casa Pound“, premiato con la nomina a sottosegretario in due dei peggiori governi della nostra storia.
E poiché le amnesie sono all’ordine del giorno e cominciamo a somigliare terribilmente a quel “popolo di senzastoria” che Gaetano Arfè temeva più della peste, non sarà male ricordare che anni fa, dopo le inaccettabili aperture dell’ineffabile Rossi Doria, ci fu chi fece suonare un campanello di allarme, ma si sa: il peggior sordo è quello che non vuole sentire e molto democraticamente lo sponsor dei neofascisti fece orecchie da mercante e si defilò.
In attesa che l’ex rivoluzionario, passato alla corte di un potere becero e feroce, si decida a chiedere scusa, è il caso di riportare le sue indecenti posizioni. Basta cliccare su questo link:

Repubblica Napoli, 2-10-2009
Poiché parevano cose da pazzi, il 7-10-2009 Repubblica Napoli mi consentì la replica. Silenzio di tomba.
Il 15 rincarai la dose sul  Manifesto
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=13297 12-10-2009
Risposte, però, non ne vennero. Ci ha pensato il tempo a chiarire come stanno le cose, ma non può bastare. Casa Pound dev’essere sciolta e le sue sedi chiuse.

Agoravox, 1 febbraio 2016

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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Cambia il TempoMigliaia in piazza: “Non abbiamo avuto paura!

16,04: con noi anche i lavoratori dell’Irisbus! intanto ci dirigiamo verso via Merulana.

Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!
Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16,10: Dal corteo si dicono 70.000 partecipanti; mentre la testa giunge a Santa Maria Maggiore piazza San Giovanni è ancora piena.

16,13: Il corteo procede per via Merulana.

16,32: Il corteo avanza. In tantissimi ad urlare: Operai studenti disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16:41: La testa del corteo sta per giungere nei pressi del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

17,12: Anche oggi il ruolo strumentale della polizia è chiaro… non è un caso se li troviamo in cordone davanti Casa Pound a tenere alta la tensione! Ma il corteo risponde urlando idee e cori antifascisti.

17,13: Gentaglia di Casa Pound tenta di provocare il corteo, ovviamente protetta dalla polizia. Ma la manifestazione prosegue. La nostra rabbia non si arresta! Il corteo passa vicino la sede di Casa Pound blindata dalle camionette della polizia. cori antifascisti e noi procediamo determinati!No tav

17:25 Dal corteo volano uova verso il Ministero dell’Economia che sta per essere circondato; uova anche verso una sede dei Monte dei Paschi di Siena.

17,32: Il corteo prosegue per le strade di Roma tra poco arriverà al Ministero dell’Economia!

17,34: Comincia l’assedio.

17:45 Carica della polizia davanti al Ministero dell’Economia!

17,56: I poliziotti caricano gli studenti che volevano raggiungere Porta Pia davanti al ministero dell’economia.
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!

18,10 La coda del corteo si è ricomposta con la testa, si procede oltre il Ministero dell’Economia.

18:12 La testa del corteo è ormai giunta a Porta Pia di fronte al Ministero delle Infrastrutture.

18,25: La testa del corteo è riuscita a raggiungere Porta Pia ma la celere non lascia passare e carica! Noi resisteremo, la repressione non ci spaventa!

Arrivano le prime notizie: 11 fermi dopo le cariche.
TUTT* LIBER*!

19:15 Carica a freddo sull’acampada a Porta Pia. La polizia provoca ulteriormente i manifestanti che stanno organizzandosi per la notte.
Cariche

19,45: Questa è la risposta dello Stato a chi ancora una volta è sceso in piazza per lottare per un futuro migliore per dire basta alle solite manovre e manovrine politiche fatte da chi sta sguazzando in questa crisi e ne sta uscendo con le tasche piene.

20,02: “obbediscono agli ordini”… Ma per quanto picchino forte, la voglia di CAMBIARE QUESTO TEMPO non va via. Una vita degna per tutti è possibile!

Il futuro non è scritto!

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Il fascismo, regime del capitale finanziario”: così intitolò Pietro Grifone il capitolo di un suo lontano, ma ancor valido saggio, che dalla Marcia su Roma giungeva alle iniziali prove di governo fascista, tra il 1922 e il 1926. Sarà un caso ma l’esordio di Roberta Lombardi, neo deputata e capogruppo parlamentare del Movimento a Cinque Stelle, ci riconduce proprio al “senso dello Stato” del primo fascismo, dando così al rappresentante  di una massa fin qui indistinta l’occasione di aprire il discorso su un tema che pensavi avrebbe aperto la sinistra: il nodo, storico sì ma anzitutto politico, del ruolo che nei momenti decisivi assumono non gli individui o i singoli gruppi politici, ma le forze economiche, le classi sociali e gli interessi organizzati.
Più che accendere una polemica retrospettiva, è evidente che l’esponente del Movimento di Grillo ha inteso mettere al centro della riflessione sulla squilibrata situazione politica italiana una prospettiva di stabilizzazione orientata a destra, che non va intesa come un’eresia che riguarda il passato, ma una inquietante prospettiva per il futuro. Del primo fascismo si possono avere, infatti, le più diverse opinioni, indiscutibile, decisiva e preziosa addirittura per il nostro capitalismo fu la funzione stabilizzatrice in un contesto di tremenda crisi economica e di grave incertezza sociale.
A voler guardare freddamente gli eventi, senza fermarsi a recriminare sui rischi per la repubblica nati dalle scelte di Napolitano dopo le dimissioni di Berlusconi, l’intreccio tra politica e storia che si delinea nel Movimento di Grillo per i suoi rapporti con Casa Pound, per la messa al bando del sindacato e le considerazioni sul primo fascismo, conferma alcuni dati di fatto e pone domande cui occorre dar risposte: è possibile gestire la globalizzazione con un progetto socialdemocratico, come ha tentato di fare Bersani, nell’illusione di rafforzare a un tempo la democrazia nella società e nelle imprese, senza modificare radicalmente regole del gioco e “modi” di produzione? E’ possibile farlo, se per globalizzazione s’intendono Marchionne e il dominio del capitalismo finanziario? Il PD ha scommesso sul sì. Di qui probabilmente i conti che non quadrano, l’indebolimento e la perdita di credibilità di fronte agli effetti di una espansione del capitale che non cancella le differenze, radicalizza lo scontro col lavoro e, per dirla con Foa “spacca il mondo in due”. Un capitale che, è bene ricordarlo, rifiuta la linea della collaborazione, ma chiede al sindacato e al suo partito di riferimento di isolare le “ali sinistre”, indebolendo così la loro stessa base di consenso e producendo masse “tradite”, che non si sentono più rappresentate.
Il primo fascismo di cui parla l’esponente di Grillo non esiste. I fasci ebbero identità e vita reale solo quando divennero  squadrismo e furono capaci, questo sì, di attrarre miti e frustrazioni di alcuni sindacalisti rivoluzionari, come Rossoni, Michele Bianchi e Agostino Lanzillo, che, tentando di risolvere la pratica sindacale nel rapporto diretto dei lavoratori coi padroni, si aprirono facilmente all’idea corporativa, dando credito alla concezione autoritaria dello Stato fascista in nome della rivoluzione. Quale modello ne nacque e di che parla, quindi, nella sostanza, il movimento di Grillo? Evidentemente di un pensiero politico che riconosce l’autorità aziendale e finisce in braccio al capitale, inseguendo due miti: quello dell’efficienza e della produttività e quello della “bontà” del modello corporativo rispetto al “caos” e alla “corruzione” della mediazione sindacale e della democrazia parlamentare.
Grillo e i suoi rispondono così a Bersani e in fondo si capisce. Qui da noi, le gravi crisi del capitale sono storicamente incompatibili con i modelli della socialdemocrazia. Purtroppo, però, né Bersani, né Grillo pongono in discussione la struttura del credito e la proterva libertà del mercato, il ruolo della banca mista, la socializzazione delle perdite a fronte della totale privatizzazione degli utili e l’iniqua divisione della ricchezza tra le classi sociali. Problemi che mettono a rischio la“sovranità popolare” e la democrazia come valori reali. Il modello “giolittiano“ di Bersani, adatto al più ad un’economia in cui l’industria decolla e domanda tregua sociale, mette in ombra i temi della“sovranità popolare” e della democrazia reale, che sono valori e non formule vuote di contenuti, e naufraga di fronte a una crisi che non consente mediazioni e non chiede pace sociale. In questo contesto, col capitale che non accetta procedure sindacali, il “modello Grillo” diventa punto riferimento per forti interessi materiali, ma intercetta anche attese, delusioni, bisogni concreti che, nel deserto di valori lasciato in eredità dal berlusconismo, si saldano in una base di consenso trasversale alle classi sociali, tenute assieme da un individualismo che diventa elemento decisivo di una sorta di egemonia culturale. Grillo, che modifica persino il linguaggio della politica, attirando la rabbia all’amo della “democrazia diretta“, diventa vincente perché si nutre di problemi reali e, mentre tiene viva nella base la sensazione di una ritrovata rappresentanza e l’illusione di una rivoluzione, si offre al potere economico come elemento di stabilizzazione su base autoritaria. Ecco il significato reale del cenno al deformato “fascismo della prima ora”. Un significato che spiega ad un tempo la logica che in basso blocca la proposta di Bersani e assicura buon gioco a quella di Grillo, in alto rende quest’ultimo molto più credibile di quanto si creda. Così stando le cose, il discorso del deputato del Movimento 5 Stelle non è pericoloso per i suoi riferimenti alla storia passata, ma per la minaccia che potrebbe costituire per la storia che verrà.
Non è passato molto dai recenti accordi tra Cgil e Confindustria. Dalle colonne del Manifesto ci fu modo di far cenno ai rischi di un rinato autoritarismo. “Chiacchiere da bar sport”, si rispose dai soliti “grilli parlanti”. Ora che Grillo getta il Paese nel caos, sarebbe il caso di riflettere seriamente sulla nostra storia. La convergenza tra fascismo e grande capitale non fu, come si racconta assai spesso, figlia legittima della cecità del massimalismo. Se una paternità venuta al regime da sinistra si può riconoscere, bene, essa tocca molto probabilmente ai riformisti, che, finiti in orbita liberale, dimenticarono che le riforme vere sono quelle “di struttura” e nascono come strumento di lotta di classe. Come Grillo, anche Mussolini, era solo e tale dichiarava di volere restare: “Siamo soli  dinanzi alle nostre terribili responsabilità, soli e da soli dobbiamo giungere un porto”. Furono i liberali a dargli una mano, assicurandogli un’alleanza che egli accettò senza esitare, tradendo così i “rivoluzionari” che gli avevano creduto. Oggi la lezione dovrebbe esser chiara: una sinistra di classe veramente unita avrebbe forse salvato il Paese da una tragedia.

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Non è stata pazzia.
La mano che ha armato la pistola omicida troppe volte l’abbiamo ignorata, non di rado incoraggiata e qualche volta per fini oscuri addirittura utilizzata. Andiamo a cercare nelle pieghe del potere, tra i banchi del Parlamento, tra lo sfascismo e il razzismo leghista e i suoi complici destri e sinistri. Controlliamo i calcoli di parrocchia, i complici silenzi, gli opportunismi elettorali, le radiografie rivoltanti alle costole d’una sinistra senza onore e senza dignità e troveremo la radice del problema, la formula del veleno che da troppo tempo ci intossica. Facciamo luce nelle zone d’ombra, nei vicoli bui del sottobosco travestito da classe dirigente. Lì troveremo l’indigenza culturale e la miseria morale che ha fatto e fa da brodo di cultura della tragedia infinita che viviamo.
Ma cos’è quest’Italia ormai? Diciamocelo chiaro, che ci farà bene, la verità è rivoluzionaria: un Paese che ha una scuola col “tetto” d’immigrati e di più non ne vuole, dio solo sa perché, mentre Cristo, che appendiamo al muro delle aule, invano si rivolta; una terra in cui un extracomunitario non si ricongiunge al coniuge, se prima la scuola non gli fa l’esame d’italiano, msntre un italiano analfabeta di valori può occupare tranquillamente un posto in Parlamento e nessuno si scandalizza. L’Italia oggi disprezza i suoi vecchi e li degrada al rango di parassiti, perché quarant’anni di lavoro e di ricchezza prodotta non bastano a frenare la barbarie del potere economico e ad imporre al ministro Fornero il rispetto che si deve a una risorsa preziosa, fatta di memoria che si trasmette coi valori d’un popolo e la sua storia di lotte e di progresso.
Un Paese così, un Paese di “senzastoria” che ormai subisce e sta a guardare, buono sì e no a fare i conti coi soldi e con lo “spread“, come se questo fosse la vita, titoli, banche monete e listino dei prezzi nella Borsa, un Paese così che altro può fare se non scrivere una dietro l’altra pagine tra le più nere della sua storia? Mai come oggi, tra accampamenti di rom devastati da tentativi di pogrom, immigrati estradati mentre chiedono asilo, o chiusi in campi di concentramento e lì dimenticati con la loro umanità piegata dal dolore, insegnanti che calibrano i voti in ragione del colore della razza, bambini costretti a digiunare in scuole in cui la mensa distingue tra chi può e chi non può pagare, mai come oggi è stato così evidente che le ragioni della democrazia non possono prevalere se l’economia governa la politica. Questa Italia ormai non ha più anima, cuore e dignità. Chi ha predicato il dialogo con Casa Pound, ha raccolto il frutto della sua strumentale “tolleranza” e oggi non a caso fa il sottosegretario in un governo che nessuno ha mai eletto.
No, non è stata la pazzia a guidare la mano che ha sparato ai senegalesi. Da qualunque parte lo guardi, questo Paese non ha più nulla a che spartire con la democrazia. Nulla. Meno che mai il governo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2011

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clip_image001Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.

Il “dialogo” colpito a tradimento

La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo,Immag004 spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli002 6 febbraio 2009 Chiaiano Intervista a Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2009, su “Report on Line” il 13 ottobre 2009 e su “il Manifesto” il 15 ottobre 2009.

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D’accordo. Ognuno si sceglie il poeta che meglio risponde alla sua sensibilità, ma mi pare difficile negarlo: non si legge correttamente la storia facendo ricorso agli strumenti del letterato, alle emozioni del “lettore” e alle suggestioni della psicopatologia. Non entro qui nel merito delle “case” e delle cose di Ezra Pound e nemmeno di quella sconosciuta nebulosa che si cela dietro la formula generica dell’infermità mentale. Pazzo mi dicono fosse Adolfo Hitler e sarebbe stato da curare. E, tuttavia, se pazzi siano stati dal primo all’ultimo soci, complici e camerati, è difficile da credere e, in ogni caso, nessun dialogo con una così infame e criminale follia fu mai realmente possibile: il racconto dei fatti è solo raccapriccio. Lascio a chi le ama le riflessioni sulla poesia di Pound, che Rossi Doria ha consegnato a “Repubblica” giorni fa. Per quanto mi riguarda, se la misura delle “cose fatte” si ricava dalla “intenzioni”, se il gioco delle cause e degli effetti si colloca impropriamente sull’incerto confine della pazzia, se ci si muove tra sensazioni e filosofia, finisce che può essere vero tutto e il contrario di tutto. E’ questione di metodo e di punto di vista e, per carità, mi guardo bene dal sostenere la pura e semplice verità del fatto. Tuttavia, fuori dal campo dell’estetica, dalla soggettività del lettore, dall’interpretazione del “messaggio poetico” e del valore che ognuno è libero di assegnare alle parole, sono i fatti a parlarci degli uomini e dell’agire loro. I fatti soprattutto e le risposte che essi – testimoni muti del loro tempo – danno alle nostre domande.

Rossi Doria, del resto, anche questo ha il suo peso, giunge buon ultimo a dichiarare la sua passione poundiana, subordinando al valore del poeta il sistema di valori di cui si fece espressione. Prima di lui ci hanno provato, infatti, la cultura filosofica e la storiografia di destra. Giulio Giorello s’è spinto sino all’ “elogio libertario di Ezra Pound”, diventato addirittura un “nemico dei tiranni”; di Pound si sono innamorati Giano Accame, per il quale nemmeno Giovanni Preziosi fu razzista, e Luca Gallesi, che s’è sforzato – come se tanto bastasse a giustificarne le scelte – di vedere una matrice anglosassone e laburista nelle soluzioni economiche mussoliniane, nella “follia” nazifascista del poeta dell’Idaho e in un antisemitismo che, negli anni Venti, sarebbe stato totalmente ignoto al pensiero del duce. Buon ultimo, quindi, Marco Rossi Doria s’è assunto la complicata e inutile difesa d’ufficio di un Ezra Pound collocato soprattutto nell’empireo degli intellettuali e dei poeti. E l’ha fatto lasciando ai margini, come un incidente che riguardi solo la sua salute mentale e un dato secondario della sua vicenda umana, quel feroce schierarsi col nazifascismo, quella sua ostinata e mai apertamente sconfessata difesa della miseria materiale e morale di Salò che, val la pena di ricordarlo, segna il punto basso, la vergogna estrema cui è giunto finora questo nostro Paese sventurato. I fatti, però, quelli che ci raccontano la storia quando poniamo le domando giuste, i fatti sono ben altri. Gli affari di casa innanzi tutto. Occorrerà pur dirlo: nessun antisemitismo britannico o statunitense degli anni Venti ha prodotto leggi razziali come quelle che il fascismo regalò all’Italia alla fine degli anni Trenta. In quanto al resto, mentre il revisionismo infuria e la parificazione tra fascisti e partigiani punta a colpire apertamente il cuore della Costituzione, un intellettuale democratico, progressista e antifascista che scelga di parlare alle giovani generazioni, non può far finta d’ignorarlo. Le parole sono pietre e, dietro “i ragazzi di Ezra”, come Marco Rossi Doria definisce i neofascisti di Casa Pound, si vedono bene e molto da vicino i “bravi ragazzi di Salò” tirati fuori dal cilindro anni fa da Luciano Violante. Troppo da vicino, perché tutto si riduca a una semplice e semplicistica questione di letteratura. Schierandosi con la Repubblica Sociale, Ezra Pound scelse il campo di chi volle il genocidio e la Shoà. Era impazzito, sembrerebbe, ma gli si fece grazia della vita e dopo una complessa e travagliata vicenda, gli si rese poi la libertà. Pazzo, sano, libertario o fascista che fosse, egli sembrò ribadire la sua fede e lasciò di sé, anni dopo, parole che si direbbero un testamento spirituale: “…sul lembo estremo dei Gobi, bianco nella sabbia un teschio canta e non par stanco, ma canta, canta: Alamein! Alamein! Noi torneremo! Noi torneremo”.

I “fascisti del terzo millennio” ritengono che Pound non fosse pazzo e condividono coi fatti il suo pensiero politico. Importa poco se Pound sia stato un traditore o un visionario. Fino a quando le sua follia sarà la fede di “Casa Pound”, il dialogo è improponibile. E’ vero. Molto ancora dovremo interrogarci sul senso storico del secolo scorso e il mondo in cui viviamo è complicato. Da troppe parti, tuttavia, e da troppo tempo, per ragioni oscure, è venuto e viene l’invito pressante a una pacificazione che ha assunto col tempo, ogni giorno di più, l’inaccettabile  valore d’una parificazione. Rossi Doria dovrebbe saperlo: i vecchi e i bambini rom cacciati a suon di molotov da un nostro quartiere sono l’esito naturale d’una pratica di sdoganamento del fascismo alla quale da tempo i giovani antifascisti, nella loro stragrande maggioranza, si vanno opponendo con civiltà e misura. E’ vero che c’è un estremo bisogno di parole scambiate. Ma non meno vero è che non si può discutere con un’arma puntata alla tempia. E il fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un’arma pronta a colpire, come ben sanno gli immigrati e gli omosessuali aggrediti e terrorizzati. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Anch’io ho avuto in famiglia antifascisti e sono certo: è meglio lasciare in pace i padri e i nonni che se ne sono andati. Per quello che potevano, hanno già detto tutto ciò che c’era da dire. Nessuna violenza, quindi, ma un dissenso forte e chiaro. Qui non si tratta di pazzia, ma di una inaccettabile scelta di campo.

Uscito su “La Repubblica Napoli“, il 7 ottobre del 2009

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