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Posts Tagged ‘carcere’

nicoletta-dosio-no-tavL’anno purtroppo si chiude con una notizia triste, che non fa ben sperare per il futuro. In questo momento i carabinieri stanno eseguendo l’arresto e la traduzione in carcere di Nicoletta Dosio, esponente di primo piano dei NOTAV, dirigente di Potere al Popolo e compagna di lotte ultrasettantenne. Avrebbe potuto chiedere gli arresti domiciliari, ma non ha voluto. Sarebbe stato per lei come riconoscersi colpevole  di una colpa che non ha. E in carcere con lei vanno compagni che non ha voluto abbandonare.
E’ una notizia amara e dolorosa, che conferma la sostanziale ferocia di un sistema politico in decomposizione. Mi sento vicinissimo a Nicoletta, ma so che purtroppo siamo lontanissimi.
Non uso mai parole a casaccio e odio la retorica insulsa e di maniera, però stavolta credo di poterlo dire senza esitare: la Repubblica ha scritto stasera una pagina nera della sua storia. La stessa pagina in cui la scelta di Nicoletta diventa senza ombra di dubbio esempio di Resistenza e nel buio profondissimo che ci circonda tiene accesa una luce preziosa: la luce della dignità.

Fuoriregistro e 31 FriskipperItalia, 31 icembre 2019; Agoravox, 2 gennaio 2020

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«Fuori si dice che in carcere non ci finisce nessuno. Noi in quest’anno di visite abbiamo dovuto registrare che il sovraffollamento è tornato, ed anzi in alcuni istituti non è mai andato via. Gli istituti più sovraffollati che abbiamo visto sono stati probabilmente Como, nel profondo nord, che oggi ha un tasso di affollamento del 200%, e Taranto al sud, con un affollamento del 190,5%. In entrambi la situazione è preoccupante. Como in taluni casi non è adempiente alle recenti disposizioni in materia di spazi, con l’utilizzo di celle da 9mq scarsi per 3 detenuti. Anche le verifiche delle condizioni igienico-sanitarie hanno rivelato gravi carenze, come la consegna del vitto senza carrelli riscaldati, l’utilizzo di locali barberia con presenza a terra di capelli tagliati e il contemporaneo smistamento di generi alimentari di sopravvitto; le cucine con intonaci scrostati e piastrelle rotte; l’impianto lavastoviglie guasto da anni. Numerose docce sono prive di diffusori ed alcune sono inutilizzabili a causa degli scarichi intasati. […] Ma chi sono le persone detenute in questi spazi? Anzitutto, non tutte sono persone che stanno scontando una pena. Il 34% dei detenuti è in custodia cautelare e dunque in attesa di una sentenza definitiva, un dato in leggero calo rispetto all’anno scorso, ma tra gli stranieri la percentuale è più alta, addirittura del 39%.
[…] Il 4,9% dei detenuti è in carcere per condanne fino ad un anno, e la percentuale sale al 7,1% se si considerano i soli stranieri. Si tratta di un dato piuttosto elevato se si pensa alle molte alternative alla detenzione possibili per chi ha subito una condanna così lieve…
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Di che parliamo? Delle condizioni di detenzione. Una risposta ai luoghi comuni per i quali in carcere non ci va mai nessuno e chi ci va, in fondo sta bene e vive come fosse in albergo. Per chi ha voglia di sapere e non si contenta di frasi fatte e “certezze”, Antigone pubblica il suo rapporto annuale. Vale la pena leggere:

http://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/

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Juve-Roma 2-2 alla fine del primo tempo. Decide Rocchi. Tifo Napoli, il risultato mi starebbe benissimo e penso che il carcere sia una cosa orribile, ma lasciatemelo dire comunque finisca: ci sono arbitri che andrebbero arrestati.

 

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Quello che segue non è un documento sul carcere, ma tocca da vicino uno degli aspetti più terribili dell’esercizio legale della violenza. Carcere italiano a NassiriaHanno fatto molto bene a scriverlo, le giovani compa-gne incarcerate il 19 ottobre, perché si parla sempre della violenza di chi lotta e non si dice mai quanta violenza contenga un’idea di giustizia intesa come rispetto della “legalità” e, quindi, estranea a un concetto di legalità figlia della giustizia sociale. Le compagne e i compagni arrestati il 19 non hanno incontrato in carcere espo-nenti delle classi agiate. Ce ne sono senza dubbio, ma in un rapporto così squilibrato, che diventa evidente il legame forte tra subalternità, povertà, appartenenza di classe, emarginazione e carcerazione. Non si tratta di un dato banale, ma di un elemento di fondo nella valutazione della violenza vera, sottaciuta, volutamente poco studiata. Senza contare il lato umano della testimonianza, che non è da sottovalutare, perché non si cambia il mondo, non si cambia nulla se anzitutto non si è profondamente umani. Quello che più offende e segna un confine invalicabile nella vicenda Cancellieri, è proprio il concetto cui affida la sua difesa: il diritto di essere umani. Una sorta di appropriazione indebita di un sentimento che, se mai le appartenesse per davvero, l’avrebbe indotta a dimettersi non per un errore politico, ma per l’orrore del ruolo che ha ricoperto e ricopre. Come può appellarsi all’umanità, chi istituzionalmente è chiamato a far funzionare meccanismi disumani? Io l’avrei abbracciata la Cancellieri se avesse risposto alle accuse dichiarando di dimettersi non perché ha sbagliato a far uscire la Ligresti, ma perché non ha potuto fare uscire tutti; perché vorrebbe che tutti uscissero da quell’inferno e finché non sarà adottato un concetto teorico di legalità che non ignori la giustizia sociale, e da esso non se ne ricavi una pratica quotidiana di umanità, è ingiusto e disumano essere ancora per un istante ministro della giustizia.

Storie di ordinaria detenzione. Rebibbia, oltre il 19 ottobre

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Nicola Pellecchia e Giorgio PanizzariIeri ero solo in casa e non sono uscito. Me ne sono stato zitto e ho cambiato di posto a tutti miei libri. Non ho un passato che mi unisca fortemente a Nicola, ma non siamo stati del tutto estranei e sono molto addolorato.
 Dentro mi rimane soprattutto una consapevolezza che fa male: troppo spesso la storia si scrive sulle carte di polizia, le note degli infiltrati e la “verità” dei tribunali. La morte, come dice il mio amico Oreste, è il solo “futuro certo”, ma ha questo forse di veramente irrimediabile: non c’è più modo di ascoltare l’altra versione. Quella che non raccontano le carte di questura.
Una cosa mi ha confortato. Per la prima volta nella storia del nostro Paese un giornalista onesto, Gigi Di Fiore, ha trovato il coraggio di parlare di un protagonista degli anni di piombo senza usare la parola “terrorista”. Un uomo, ha scritto, un uomo che ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi”.
Un passo importante, il primo serio su un giornale di livello nazionale verso la scelta di affrontare la difficile vicenda di quegli anni per quello che è stato: una pagina di storia che va ricostruita, una “guerra civile a bassa intensità”, che come accade sempre non si può leggere con la logica deformante per cui da una parte ci fu il bene, dall’altra il male.
Chi l’ha conosciuto sa che, per quanto dolorosa sia stata la morte, Nicola meritava di andarsene così, ricordato col rispetto che ha saputo guadagnarsi in una vita di lotte.  Ecco l’articolo di Di Fiore. Val la pena di leggerlo.

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CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore

Gli anni di piombo, i Nap a Napoli e la difficile lotta per la vita di Nicola Pellecchia

Venne in redazione vent’anni fa. Da poco era uscito dal carcere, dopo aver scontato, senza essersi mai dissociato dalla sua scelta passata, tutta la pena. Sereno, sguardo da vita intensa, Nicola Pellecchia aveva accettato di raccontarmi la sua esperienza di fondatore napoletano dei Nap prima, passato in carcere con le Br poi.
Anni di piombo, terrorismo, impegno politico. In quel periodo, scrivevo una serie di pagine per Il Mattino sui personaggi napoletani di quegli anni, visti da più angolazioni: ex terroristi, vittime, inquirenti. Nicola mi parlò di una storia, la sua, che non rinnegava se stessa e che lo aveva portato in carcere nel 1975, con una condanna a 21 anni e mezzo. Era stato anche rinchiuso all’Asinara, poi trasferito nei giorni convulsi della trattativa Stato-camorra per il rapimento di Ciro Cirillo. Speravano potesse fare da tramite tra brigatisti fuori e in carcere. Non fece nulla.
Alla fine di una lunga chiacchierata, mi disse: “Ho parlato con piacere con te, ma non mi va che la mia storia faccia parte di quelle che stai scrivendo”. Andava bene così: comunque mi affidò ricordi, chiavi di lettura. Impegno politico, amici, privato. Annamaria Mantini, tra i giovani morti in quell’esperienza Nap, era stata la sua compagna.
Figlio di un avvocato civilista del quartiere Vomero, in quei giorni Nicola Pellecchia aveva cominciato a lavorare nello studio del genitore. Poi, la folgorazione di Procida. Mare, sole, pesca. Un’altra scelta di vita: si trasferì sull’isola, con la mamma e la compagna. Ebbe un figlio. E si schierò a difesa dei diritti dei 200 pescatori procidani, mettendoli insieme. Non era mai successo. Una vittoria. Meditava di scrivere un memoriale, tanti come lui lo hanno fatto. Dopo l’esperienza di quegli anni, alcuni sono diventati scrittori famosi.
Nicola sta male, molto male. Ha di quei tremendi mali contro cui o lotti, o cadi nella disperazione. Un primo intervento chirurgico a Napoli, poi da mesi il trasferimento a Milano per affrontare cure costose. Ai discussi funerali del brigatista Prospero Gallinari era assente e il suo nome è stato pronunciato tra quelli giustificati nel suo non esserci.
In questi giorni, su Nicola Pellecchia è partito un tam tam, soprattutto informatico, di solidarietà. Collettivi, reduci di quegli anni, militanti della sinistra, frequentatori di piazza Medaglie d’oro al Vomero negli anni Settanta: cene a tema, dibattito con Valerio Lucarelli (autore di un bel libro sulla storia dei Nap), concerti come quello di Daniele Sepe. Tutto serve a raccogliere fondi, sotto il coordinamento di Ada Negroni, altra reduce milanese di quegli anni di piombo.
In rete, gira una bella foto del volto di Nicola, baffoni e capelli lunghi ormai grigi, naso deciso. C’è fierezza in quell’immagine, di chi ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi. Nicola Pellecchia ora lotta per la vita. Quella che, nel bene e nel male, ha sacrificato alle sue convinzioni. Rispetto, ma non silenzio ora, se si può aiutare in concreto il “vecchio militante dei Nap”. Ora è solo un uomo coerente, che ha bisogno di mani tese.

Il Mattino.it, 12 febbraio 2013

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