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Posts Tagged ‘camorra’

logo1Il binomio arte-rivoluzione a Napoli non chiude la realtà in una gabbia di simboli astratti. Entra piuttosto nel corpo vivo della città e ne svela l’anima. Come quello della rivoluzione, infatti, il linguaggio innovativo dell’arte anticipa o accompagna le trasformazioni e mette in circolazione modelli alternativi di organizzazione sociale e nuove visioni del mondo.
Per Napoli e i napoletani, l’accento purtroppo cade spesso su un’anima creativa, che solo di rado si associa alla tempra dei rivoluzionari. E’ vero, Fernard Braudel, il grande  storico della “École des Annales”, scrive che Napoli è “luogo di creazione” e accenna al “suo abbagliante Settecento”, il secolo in cui la città “donò all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia” ma nel fiorire di cultura e d’arte il secolo si chiuse con la sfortunata rivoluzione del 1799, che privò Napoli del fior fiore della classe dirigente. In realtà, la storia degli eventi e i suoi orizzonti chiusi dominano una cultura troppo legata al potere e lasciano in ombra la visione della vicenda umana fondata sullo studio dei caratteri della civiltà e delle trasformazioni nei tempi lunghi. Braudel, non salva dalla sua amara sorte l’ex capitale del Sud, ridotta a provincia e costretta ai margini della storia nazionale.
Quanti conoscono la fierezza di un popolo, pronto a levarsi contro l’Inquisizione spagnola, cui negò cittadinanza entro le sue mura? Quanti ricordano che Domenico Cimarosa, ultimo esponente della musica operistica napoletana, forse non riuscì a innovarne il linguaggio, ma nel 1799 colse la carica innovativa della rivoluzione e musicò l’Inno di Luigi Rossi “per lo bruciamento delle immagini dei tiranni”, suonato poi per la festa dell’albero della libertà? Di lui si sa che cercò il compromesso col Borbone, ma è raro si dica che patì il carcere e un esilio da cui non tornò più.
Amara sorte, quella di Napoli, eterna “capitale della camorra”, a cui un uso politico della storia, impedisce di superare il filtro dei pregiudizi. Quando si tratta di Napoli, persino lo scontro più sanguinoso coi padroni di turno passa per la lente deformante dello stereotipo e la “città di plebe”  non conosce rivolta politica. E’ furia plebea, ad esempio, la rivolta del 7 luglio 1647, perché il popolo grida con Tommaso Aniello “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno” e non distingue tra sovrano e governo. A ben vedere, però, è difficile capire se il passato sia stato letto con gli occhi di chi lo visse o con il sistema di valori del presente. Se ne sarebbe dovuta ricavare una grande lezione storica, ma si tende invece a tacerla: nacque così la camorra, supplente dello Stato, se lo Stato si disinteressa della gente. Una lezione così attuale e rivelatrice, che ce n’è voluta una più comoda, per deformare il passato e impedire di leggere il presente: l’insurrezione effimera, senz’anima politica o, se si vuole, la “rivolta di Masaniello”, il “rivoluzionario napoletano” per antonomasia.
E sì che per vent’anni l’italiano medio, non il napoletano, distinse tra Duce e fascismo: Mussolini fu il “padre buono”, i gerarchi simbolo di malgoverno. Nessuno però legge la Resistenza come rivolta effimera. L’esplosione di rabbia inconsulta, il fuoco di paglia, la rivolta di lazzari e scugnizzi sono geneticamente napoletani.
Quanto razzismo ci sia in questa secolare deformazione, che va dal disprezzo piemontese per i “briganti” al “pensiero politico” del lombardo Salvini, è difficile dire; tuttavia, nel solco di una storia “manipolata” si collocano “vuoti di memoria”, inspiegabili amnesie e figure cancellate dalla storia politica di un Paese la cui cultura media esprime Rosy Bindi, quando, volendo colpire il laboratorio politico messo su da Luigi De Magistris – guarda caso, il “sindaco Masaniello” – giunge a definire Napoli città “strutturalmente” camorrista. Rosy Bindi, che dovrebbe spiegare a se stessa, prima che ai napoletani, come potrebbe vivere la camorra senza sostegni politici e quali legami politici uniscono Milano da bere, capitale di “Mani pulite”, a Roma di “mafia capitale” e ai crimini veneziani. Spiegarci – e senza giri di parole – il silenzio del potere che lei rappresenta su tante nobili figure di antifascisti napoletani, inconciliabili con la sua costruzione ideologica. Ignoranza o malafede?

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bfb358425def969ff8eb825fe440b79c_L«Nelle ultime settimane a Napoli si respira, di nuovo, un clima pesante.
Sparatorie in vari quartieri della città stanno facendo da tragica cornice ad una serie di piccoli e grandi episodi di intimidazione e ad insensati atti di vandalismo contro elementi dell’arredo urbano ed autobus. Intanto ricompaiono cumoli di rifiuti in molti angoli della città…. insomma sembrano i prodromi di un clima che pensavamo relegato ad una passata stagione politica.
Inoltre i locali dell’Asilo Filangieri vengono ripetutamente devastati dopo che il cosiddetto capo dell’opposizione in Consiglio Comunale, l’industriale Lettieri, ha più volte vomitato il suo livore contro gli occupanti dell’Asilo e contro l’Amministrazione Comunale che, a suo dire, proteggerebbe l’occupazione e l’autogestione degli spazi dell’Asilo.
Su questi temi la redazione napoletana di Contropiano ha chiesto allo storico Giuseppe Aragno un suo punto di vista che, con molto piacere, pubblichiamo
».
La Redazione napoletana di Contropiano.org

Sia lode al dubbio

Dice Saviano che «Renzi s’è disinteressato delle Amministrative». E’ come usar violenza alla ragione, ma se lo dice Saviano un motivo l’avrà, perché Saviano è uomo d’onore.

Dice Saviano che De Magistris è «a corto di parole e di progetti», che è «imbarazzante ascoltarlo», perché «sembra vivere su un altro pianeta». Se lo dice Saviano, tanto di cappello, ma non puoi fare a meno di domandarti su quale pianeta viva questo ragazzo che di parole, invece, ne ha sempre tante, talora troppe e un progetto magari ce l’ha, ma non lo confessa.

Io, che sono cresciuto alla scuola di Socrate e non mi fido mai delle apparenze, ho cara la lezione di Brecht: «sia lode al dubbio». Bisogna essere davvero estremamente superficiali, o particolarmente faziosi, per credere che l’incubo di Napoli sia oggi la messa in scena della centomillesima guerra di camorra che colpisce a morte un giovane sventurato. Bisogna avere un occhio aperto e uno chiuso, per non vedere che in sette giorni, mentre moriva il povero Gennaro, a Napoli si sono ammazzati per la disperazione due ragazzi come lui: disoccupati. Bisogna avere un interesse misterioso per scegliere di non parlarne e battere ossessivi sul solito chiodo: il problema di Napoli è De Magistris, che ha rotto con Renzi, rappresenta solo se stesso e consente alla camorra di scatenarsi.

Dobbiamo parlare di camorra? Così comanda Il Ministero della Cultura e della Propaganda? Facciamolo allora, parliamone, però diciamola tutta e fuori dai denti: da quando il mondo è mondo, i camorristi non hanno mai fatto qualcosa senza tornaconto, né hanno colpito un alleato politico o un politico che fosse un comodo cretino. La camorra fa del male ai suoi nemici e ai nemici degli amici. Oggettivamente, perciò, se la pretesa «incapacità» di De Magistris tornasse utile ai camorristi, qui, cari signori, in vista delle elezioni, lo scenario sarebbe ben diverso.

Rosi Bindi, sostiene che se parli di Napoli, devi parlare di camorra, ma questa è una mezza verità. L’altra mezza è che se parli di Napoli e di camorra, non puoi fare ameno di parlare del resto d’Italia e del potere centrale. Quando giunse a Napoli Garibaldi e cambiammo padrone, i caporioni dell’«onorata» società indossarono la divisa. Liborio Romano, passato dal Borbone ai Savoia, li arruolò nella Guardia Nazionale e quelli garantirono la transizione. Se Garibaldi si trovò le retrovie tranquille e sotto controllo, fu solo perché lo scambio era stato vantaggioso per entrambi: il cannone «unificatore» bombardò tranquillamente Gaeta, la camorra trovò nuovi riferimenti politici e l’ordine regnò a Napoli come a Torino. Poi la capitale divenne Roma e a poco a poco siamo giunti a «mafia-capitale», solo che a Roma De Magistris non c’è. Rosi Bindi non se n’è accorta, ma a Roma ci sono Renzi e gli uomini del PD. Il suo partito!

Saviano ci insegna: con gli anni la camorra è cambiata, s’è «evoluta», è passata dal coltello alla pistola, è diventata «sciammeria» e poi «sistema», ma ai primi del Novecento, quando a Napoli i socialisti impararono a fare il loro mestiere e denunciarono lo stretto intreccio tra politica e malavita, aprendo la via a una speranza di rinnovamento, non si trovò un camorrista che desse una mano. Stettero tutti con il potere corrotto e fu il processo Cuocolo a rivelare che i socialisti avevano ragioni da vendere. Sono in molti a fingere di non saperlo, ma De Magistris ha avuto predecessori illustri.

Non la faccio lunga. La storia è maestra solo a buoni studenti e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, però parliamoci chiaro: se qualcuno semina la città di rifiuti subito dopo le pulizie, se inafferrabili vandali devastano a date alterne l’Asilo Filangieri, covo di quei centri sociali che – udite udite! – proprio lì vanno seriamente riflettendo su se stessi, e quindi anche sui loro rapporti col «sindaco sovversivo», se la notte c’è chi si diverte a dare l’assalto ai pullman e fa a pezzi i vetri delle pensiline, mentre «misteriosamente» la luce si spegne nei “quartieri pericolosi”, beh, ma allora è chiaro: la camorra s’è svegliata.

Perché meravigliarsi? In vista delle elezioni, la camorra drizza sempre le antenne e a suo modo si schiera. Nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale, potrebbe negarlo: muovendosi come si muove, però, essa dimostra oggi di avere già scelto con chi stare e chi danneggiare.
I patti si sono già fatti? E con chi? Rispondere a queste domande, significherebbe rischiare querele, ma è risaputo: i camorristi non si muovono a caso. Stavolta hanno nel mirino l’Amministrazione di De Magistris, che ha risanato il disastroso bilancio ereditato, ha salvato la città dal dissesto e ha messo ai margini la malavita.

Lo so. Può sembrare tutto illogico: devastazioni, pistolettate, morti ammazzati in prima pagina e suicidi dei lavoratori disperati che non fanno notizia. Eppure, basta fermarsi e riflettere, per capire e d’un tratto, mentre si parla di elezioni, tutto diventa chiaro. Non s’è mai vista tanta logica in una illogica serie di fatti: è così che la camorra sposta voti. Così che vende consensi.

Contropiano, 16 settembre 2015

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Pensierino del mattino.

Per caso qualcuno semina la città di rifiuti subito dopo le pulizie.
Per caso misteriosi vandali devastano a date alterne l’Asilo Filangieri.
Per caso la notte qualcuno si diverte ad assaltare i pullman.
Per caso c’è chi appena può fa a pezzi i vetri delle pensiline.
Per caso di notte si spegne la luce nei “quartieri pericolosi”.
Per caso s’è svegliata la camorra.
Per caso si parla di morti ammazzati e i suicidi non fanno notizia.
Per caso tutto questo accade mentre si avvicinano le elezioni…

Non s’è mai vista tanta logica in una illogica serie di fatti accidentali.

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imagesNon farò complimenti. In discussione ci sono i valori e abbiamo toccato il fondo ma non ci siamo fermati. Il fango ci arriva alla gola.
Pochi giorni fa a Napoli, s’è ucciso un giovane disoccupato. L’ultima vittima di una interminabile catena di tragedie umane, di cui tutti conoscono bene i responsabili morali e politici. Chi sono? I governi nati in contrasto col voto espresso dagli elettori, i governi privi di consenso popolare e di una qualche legittimità costituzionale. Quei governi che hanno calpestato i diritti, oltraggiato la dignità della povera gente, rubato il futuro alle giovani generazioni e negato ogni tutela prevista dalla Costituzione: scuola, lavoro, salute e giustizia sociale.
Lo sanno tutti, ma nessuno ha invocato l’intervento dell’esercito o ha proposto di utilizzare i carabinieri per tenere sotto stretto controllo le camarille, le consorterie politiche e le sedi di partiti trasformati in comitati d’affari. Nessuno ha chiesto di rafforzare i presidi della legalità repubblicana, per impedire a pesci piccoli e grandi di trarre profitto dal disastro causato da Monti, Letta, Renzi e compagnia cantante. Nessuno. Eppure è da lì che nascono i suicidi, dalla violazione della legalità costituzionale, dalle politiche che distruggono lo stato sociale, dalla cancellazione dello Statuto dei lavoratori, dalla precarietà che regna sovrana nella vita dei nostri ragazzi, da un analfabetismo di valori, che caratterizza la nostra sedicente classe dirigente. E’ in questa condizione di barbarie politica che prospera una criminalità fuori controllo, figlia legittima di quella “mafia capitale”, che ha radici ovunque nel Paese e ha le sue teste pensanti nei gangli del potere economico e politico. Figlia naturale dello stato comatoso della democrazia.
Non c’è angolo del Paese in cui non si muoia per disperazione, ma nessuno ha mai tirato in ballo questioni di sicurezza. Nessuno ha levato la sua voce allarmata, quando la legge Fornero ha sfasciato la vita di centinaia di migliaia di persone perbene, le ha private di stipendi e pensioni, le ha aggredite con violenza inaudita, sacrificandole agli inconfessabili interessi della speculazione finanziaria e alla ferocia delle politiche liberiste. Nessuno ha chiesto l’intervento dei carabinieri. Eppure tutti sanno che per decenni la corruttela politica ha prodotto disperazione sociale e la disperazione ha generato delinquenza e malaffare.
A Napoli in questi giorni c’è stata una sparatoria per strada e un povero ragazzo ci ha rimesso la vita. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Dal terremoto a oggi abbiamo avuto migliaia e migliaia di morti ammazzati. Tante vite per quante mazzette si sono intascate, armi vendute e droga spacciata. Sono vite che non si difendono ricorrendo ai carabinieri e all’esercito. La causa e il rimedio sono di natura politica e riguardano le scelte dei governi. Si tratta di interessi nazionali e internazionali, di intrecci perversi tra politica, affari e malaffare, ma la stampa di regime che fa? La stampa di regime tira in ballo De Magistris, che non dà risposte adeguate, non si accorda con Renzi – che è parte decisiva del problema – e non si piega alla logica forsennata e feroce delle destre sfasciste.
Va bene tutto e ci siamo abituati, persino che si speculi sulla morte per trasformarla in consenso, ma è osceno che la lezione morale venga da quel Partito Democratico, che qui a Napoli pensa di candidare chi ha approfittato del condono per dichiararsi innocente, o si è candidato benché non fosse candidabile. Quel partito che a Napoli è riuscito a imbrogliare se stesso, truccando le primarie. E non è tutto, purtroppo, perché alleati del PD in questa penosa manovra ci sono i 5Stelle, che non solo hanno coperto le spalle al PD in Parlamento, quando è stato necessario far passare un’infamia, ma ritengono intellettualmente onesto e politicamente saggio mettere sullo stesso piano chi governa la città con le casse svaligiate e chi l’ha governata per decenni e l’ha svaligiata.
Apriamo gli occhi, perché il gioco è sporco. E ricordiamo: a dar retta ai nemici del sindaco, la camorra è nata a Napoli a giugno del 2011. Ce l’ha portata De Magistris.
Viva la stampa libera!

Agoravox, 8 settembre 2015 e Contropiano, 9 settembre 2015

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Statemi a sentire e datemi una risposta se vi riesce. Vediamo che idea vi siete fatti della valutazione e, per favore, non fate quella faccia. Sono discorsi all’ordine del giorno. Partiamo dalla cronaca e stiamo ai fatti. Com’è andato lo sciopero dei Cobas per boicottare il primo giorno dei test Invalsi? Non lo sapete? Ma allora non leggete l’Huffington Post! Se l’aveste letto, il 10 maggio, lo sapreste: “Invalsi, boicottaggio fallito a scuola“. E’ così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v’hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le “sue prigioni” costò all’Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un “perdente“, un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la galera. E anche con Gramsci, piantatela per favore. Gramsci era un “sovversivo” ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all’epoca quello fascista e conta quel conta. La verità la dicono i vincitori e c’è una gerarchia. Se i vostri insegnati non l’hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l’illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
Torniamo al dunque. Stabilito il punto – il disastro dei Cobas – la domanda che logicamente si pone è il perché della Caporetto. Badate, però, che a usarle bene le parole, nel “modo” si può leggere la causa e, quindi, la risposta che vi si domanda è un giudizio di valore. Se vi chiedo com’è fallito e decido che la risposta esatta è “in modo naturale” – così sostiene l’indiscutibile Huffington Post – non c’è dubbio: non si tratta del modo, ma della causa. Era naturale che fallisse, lo era perché negava il “valore” di riferimento. Voi potete pensarla molto diversamente, ma nel sistema di valori del valutatore “i test Invalsi fanno parte della natura della scuola” e “i docenti lo sanno, gli studenti lo sanno, i genitori lo sanno“. Sarà falso, sarà sconvolgente – la scuola ha cambiato natura! – ma voi dovete sapere che per superare il test, questo va detto. Lo dovete sapere voi e lo dovranno imparare gli insegnanti che vi preparano ad affrontare i test. Nell’idea reiterata e mai dimostrata di “naturale” c’è il concetto chiave dell’Huffington Post: esistono un corso delle cose, una concatenazione logica degli eventi, una filosofia della storia che non vi riguardano; appartengono al valutatore. Chi risponde ai test è libero di scegliere tra risposte date, non ha la libertà di immaginare soluzioni che guardino a dimensioni diverse. Dalla maieutica di Socrate che vi chiedeva di cercare liberamente la vostra verità, siamo passati alla libertà condizionata di scegliere tra verità date. La “naturalità” dell’Invalsi si fa divinità: la critica è bestemmia o, peggio, negazione. Al test fondamentale, quello che chiede cosa vuole chi critica l’Invalsi, si possono dare molte risposte, e in tanti l’hanno data, non ultimi e non da ultimi, Vertecchi e Israel, ma l’unica risposta buona per il valutatore – è l’Invalsi che valuta l’Invalsi – è la più ideologica di tutte: chi critica l’Invalsi “rifiuta di valutare i livelli di apprendimento degli studenti“, sostiene l’Huffington Post.
Le cose non stanno così. Prima di valutare coi test, occorre condividere i presupposti, intendersi sul concetto. Una scuola è un luogo di lavoro? Un no sarebbe ideologico e un sì deformante. “Anche”, si potrebbe rispondere. Però poi occorrerebbe definire il mondo con cui riempire quell’anche, riconoscere che esistono una “scuola” in senso concettuale e migliaia di scuole diverse tra loro. Perché l’Invalsi? E’ naturale, risponde il giornale di Lucia Annunziata. Naturale. E’ un mantra. A cosa e a chi servono i test? “Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee“. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva: – Di che colore sono i pois della mia cravatta? Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo – State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta. Fu un coro immediato: – Rosse e gialle! Rosse e gialle!
– Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò: – Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva. Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
– Dice che il biennio non lo passi – proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 maggio 2013 e sul “Manifesto” il 12 maggio 2013

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Manovra killer.
Pagano i pensionati, la malapolitica e il pubblico impiego! No, paga chi non ha mai pagato… Paga il vicino di casa perché lo può fare! No, paga il Meridione che vive di camorra, pagano gli evasori.
Paghi tu! Pago io?
Chi pagherà alla fine si sa, sarà solo la povera gente. Quello che non sa nessuno e forse nessuno saprà mai è quanti sono i miliardi che stiamo spendendo per tornare a bombardare le colonie come ai tempi del duce. Chiediamolo al Presidente, che tanto l’ha voluta questa guerra: quanto ci costa ogni giorno bombardare la Libia, signor presidente Napolitano?

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Pina entrò nella mia vita per caso. Ci si fece un posto che pochi hanno mai avuto e nessuno glielo avrebbe tolto se, quindici anni dopo il nostro incontro, una mattina di quelle che non sono uguali ad altre, non avessimo scelto di affidare la nostra sorte al caso. E allora sì, perché noi lo volemmo, poi ci si divise e ciò che venne dopo doveva venire: non si affida impunemente alla sorte ciò che dà un senso a molta parte della propria vita.
I fili che ci avevano condotti al nostro appuntamento erano parte di una storia collettiva: sessantottini si prendeva a dire qua e là, chi per invidia malevola, chi con disprezzo astioso, mettendo insieme qualche ragione e numerosi torti. E’ vero, si potrebbe provare a smentirli, ma a che servirebbe fare qui la storia di un manipolo di giuda mercanti, che vendono fumo dalle colonne di giornali prezzolati e s’arrampicano sugli scranni untuosi di quelle istituzioni tante volte spregiate? Ogni tempo li porta con sé: hanno largo consenso nei giorni della storia che dal passato si avviano a quel futuro che sarà il presente di nuove generazioni, poi, esclusi da ogni tempo, si perdono in una irrimediabile oscurità. Esistono sempre e non sono mai esistiti.

Io e Pina avevamo viaggiato sullo stesso treno, ognuno una carrozza, ma il binario era quello: dalla stessa parte, con gli stessi sogni, sulla stessa barricata. E ci eravamo attardati nella giovinezza senza accorgerci della maturità alla quale un’idea cronologica della vita ci aveva assegnati. E’ una verità banale, ma puoi stentare a capirla: col tempo che passa, occorre diventare adulti. Fa parte del gioco e, se non ci arrivi da solo, qualcuno prima o poi te lo dice. Ma è proprio vero che l’apparenza inganna: piccola, i capelli neri tagliati a caschetto, il viso lievemente largo che aveva preso a truccare molto tardi, usando il rimmel molto più che l’ombretto, Pina pareva una di quelle “signorine charleston” degli anni ’30.
Inganna l’apparenza, le avevo confessato in un giorno di stanchezza mortale, in cui tutti, chissà perché, persino lei, solitamente così acuta, tutti mi vedevano felice e forse, a vedermi, felice davvero dovevo apparire.
Ma felice di che? – la interruppi, mentre mi si era messa sottobraccio e mi teneva stretto – Felice perché?
E non lo vedi? I ragazzi ti stanno attorno, ti cercano, ti vogliono bene. Perché non sei contento?
C’era quasi timore nella sua voce dalle inflessioni fini, articolate, che se aveva paura tremava, se era felice si spezzava, se lottava con l’ansia era concitata. La voce di chi mette l’anima nelle parole ed esprime nel tono e nella musica dei suoni ciò che dentro gli vive.

Sembravo contento e sorridevo. Ma contento di che?
‘O pruvessore! – aveva gridato qualcuno mentre entravo in classe. Gli evviva mi avevano sommerso e Pina se li era goduti. Conoscevo da tempo la sua teoria:
Se apri una breccia nei cuori, poi si parla. Parlano poi – diceva – e, se lo fanno, vai dal cuore alla testa e lasci il segno.
Contento di che? Che ne avremmo poi fatto di Formisano, se persino la natura s’era divertita a farlo doppio nel viso, come doppio sempre più gli facevano il cuore in petto la scuola della strada, le regole della famiglia e la miseria morale che gli affaristi della politica contrapponevano giorno dopo giorno alla miseria materiale da cui traeva forze la camorra. Che ne avremmo fatto di quello spilungone col viso d’un coniglio e un occhio storto che gli faceva il profilo destro diverso da quello sinistro e gli inquietava il volto che inquietava?
Contento di che? Tornerei a chiedertelo oggi ancora, amica mia, se solo sapessi come farmi ascoltare e dove andare a cercare la risposta. E una, una almeno tu l’avresti, non ho dubbi. Breve, di quelle che facevano luce nel buio che dentro mi insidia da sempre.
Contento di che, Pina? Di essermi trovato a passare con l’auto davanti al crocchio dei giovani eccitati, chiusi a cerchio attorno all’aggressione? Perché fu naturale soccorrerlo Formisano, che la lingua e le mani non sapeva e non voleva tenerle a freno, messo sotto da tre, quattro ragazzi più grandi e più grossi, mentre prendeva calci e pugni e, senza lamenti, restituiva come poteva, colpo su colpo, persino coi morsi, e soccombeva insanguinato? Perché il pugno che presi anch’io mi spezzò un dente, mentre qualcuno s’era messo a urlare: E’ ‘o pruvessore!
Contento di che? Del filo di sangue che disegnando un rivolo giù, fino alla camicia, sconfiggeva penosamente le mie impossibili lezioni sulla superiorità del dialogo? Quella superiorità che il ragazzo insanguinato non aveva mai voluto accettare e tornò a rifiutare in un soffio, mentre lo strappavo a viva forza dalle grinfie dei suoi carnefici:
Avite visto chi aveva ragione?
Contento di che? Di quel consenso che mi trasformava in uno di loro?
Solo così si può provare a parlargli – mi disse Pina senza rabbuiarsi – solo così e lo sai: tu suoni a orecchio. Uno di loro. E’ la musica giusta.

E suonai, Pina, suonammo, dopo che un terremoto più terribile di quello che aveva scosso ogni pietra della città divenne un’onda d’urto micidiale che investì le coscienze e tutti incarognì. Suonammo, Pina, senza gli strumenti. Me la ricordo ancora la tua ragazza violentata dal padre – quanto parlasti, quanta strada facesti dal cuore alla testa! – quella ragazza che un giorno si lanciò a corpo morto nella vetrata del balcone dell’aula. E quell’improbabile fantino grassoccio che giorno dopo giorno mi incalzava:
Venite pruvessò, stasera è sicuro, ve facit’e sorde. Tengo ‘o cavallo buono e a vuie v’o dico! Stasera arrivo primmo, pure si trovo nu cavallo ch’è chiù forte. Venite pruvessò, stanotte chiudimm’a strada pe’ Casoria e ve facite ‘e sorde.
Suonammo, Pina, sorridendo, quando la malizia delle ragazzine che sapevano tutto della vita ci sussurrò all’orecchio:
Site ‘na bella coppia, ma tenite famiglia… – e i colleghi maligni se ne stavano zitti, ma facevano sì con la testa.

Ex sessantottini, Pina. Ma cosa vuol dire? Quelli che sanno mettere insieme un “Comitato genitori e docenti” a Via Cannola al Trivio, nel vecchio Rione Sant’Alfonso, alla Siberia, dove siamo di casa e dove gli alunni che hanno già un “nome” ci fanno da scorta? Dove comanda ‘O romano, un criminale latitante, ufficialmente super ricercato all’estero, mentre i nostri ragazzi ci dicono orgogliosi che va e viene da casa perché “ten‘e sorde e si paga l’amici pulite, ‘a gente comm’ a vuie?”.
Cosa vuol dire? Che siamo gente che nel “Comitato” hanno saputo portare le mogli e le sorelle dei camorristi e quelle si rivoltano contro i padri e i mariti che fittano la scuola data in prestito ai terremotati per farne casa d’appuntamento, deposito di droga e refurtiva, covo per ricercati? Che tutto quessto non serve a niente perché finiamo contro il muro invalicabile dei silenzi e delle collusioni? Contro il muro custodito da scienziati della borghesia passati ai posti di comando?
Vedite, pruvessò, chi aveva ragione?

Ex sessantottini, Pina. Che vuol dire? Che tutti i giorni la stampa cittadina confeziona un prodotto da tre soldi per raccontare, come fossero imprese coraggiose ed epiche, che il “gruppo di fuoco legato alla potente famiglia di Bakù ha riaperto lo scontro per il controllo del territorio“. Tutti i giorni, là dove si potrebbe titolare semplicemente: “Un deliquente esce dal fango e spara“? Che vuol dire? Domandiamolo al giornalista famoso, sceso una volta al Sud dal suo Piemonte – è storia antica. Quello che, entrando in città dalla tangenziale, attraverso lo svincolo del Corso Malta, sull’alto viadotto che sovrasta la “Siberia”, si ricorda – chi vuoi che non lo sappia? – che quella è la “più insanguinata strada di Napoli perché la città per cui passa è divisa fra i clan della camorra; le rese dei conti avvengono nei punti di confine, rapide sparatorie, scontri e fughe su motociclette potenti, e, a cose fatte, arrivano i “falchi”, i poliziotti motociclisti o gli “zingari”, come chiamano i carabinieri in divisa nera. I cadaveri non li tocca nessuno prima che arrivino le autoambulanze a ritirarli. Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta che raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via come una frustata“.
Ma che dice, Pina, questo giornalista scrittore e partigiano? Il giornalista che non si ferma giù nell’inferno, non scende là dove i cadaveri si toccano: che storia è mai questa, chi glielo ha detto dei carabinieri zingari e di quello che si tocca? Non scende, no, perché gli basta vedere dall’alto l’oleografica strada che va dall’aeroporto al mare, e mostra in fondo il Vesuvio a gobbe da cammello e raccontare alla gente la favola delle borsette a tracolla e degli scippi sulla tangenziale. Gli basta raccontare con le parole di un tassista che è inutile dirlo, “ha una bella faccia feroce e istrionica“, gli parla del tempo che è cambiato, del “sole acqua” che sta sulla città e non inserisce il tassametro perché vuole rubargli qualcosa sulla corsa: “uno o due euro, purché sia lui a deciderlo, lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi“.

Che vuol dire, Pina, ex sessantottini? Che ogni denuncia del “Comitato genitori e docenti”, in via Piazzolla al Trivio, cadeva sistematicamente nel vuoto e per un miracolo del Signore vecchi malati comparivano d’incanto nei loro lettucci nella nostra scuola data in prestito a inesistenti terremotati ogni volta che a sirene spiegate arrivavano in forza polizia e carabinieri?
Tutto questo ci siamo raccontati in un giorno, un giorno solo, uno di quelli che non sono uguali ad altri e ti lasciano il segno. Quel padre – ricordi? – che ci aveva pregato in un italiano inusuale e stentato di non continuare a denunciare il figlio che non veniva a scuola.
Lavora, gli ho trovato un posto – ripeteva – e cu ‘sti carabinieri ‘o posto chillo ‘o perde!
Il posto ce l’aveva davvero: una bancarella che ufficialmente vendeva sigarette di contrabbando ma copriva lo spaccio di eroina.
Tutto ci siamo raccontati in un giorno. Che la scuola chiudeva, perché ora a sinistra ci si orientava per l’efficienza e i tagli alla spesa pubblica e, a conti fatti, costavamo troppo. Dimensionamento, razionalizzazione, accorpamento erano le parole d’ordine della scuola azienda. Tutto ci siamo raccontati quel giorno, e io ti ricordai – ridesti fino alle lacrime – di quella rappresentante dei genitori in Consiglio di classe ch’era venuta a una riunione affannata e in ritardo, con una creatura stretta tra le braccia, chiedendo scusa a tutti – c’eravamo guadagnati un gran rispetto! – e s’era accomodata al suo posto.
Scusate per il bambino, nun tenevo a chi lasciarlo!
Ma il bambino tutto sporco, che lei teneva in braccio con amore, puzzava in maniera insopportabile e anche di questo la donna si scusò:
Se tornavo a casa per lavarlo, ccà nun ce venevo. E ci tenevo a venire. Sapete come vanno qua le cose. Sono uscita dal portone, pochi metri e hanno cominciato a sparare. Tenevo davanti ‘o cassunetto ‘e zinco da’ munnezza. Voi che avreste fatto al posto mio? Ci ho messo dentro il bambino e me so’ arreparata. E’ per questo che puzza!

Non so più quante volte l’avevamo detto, Pina:
Ma perché non chiediamo il trasferimento? Sono quindici anni che stiamo qua.
Sono stanca, dicesti.
Anch’io, risposi.
Testa o croce, mormorasti, e mi desti la monetina. Croce. E’ il trasferimento…
Un lampo di tristezza.

Uscito su Fuoriregistro il 28 febbraio 2006

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