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Posts Tagged ‘"Caffé Aragno"’

Tra politica e storia il denominatore comune è l’uomo. Esistono perciò tra loro fenomeni di osmosi e canali di scambio che non è agevole individuare, ma sarebbe errato ignorare, a meno di non voler tornare alla “religione del fatto” e alla “histoire événementielle”; in altri termini, a una concezione della storia – e quindi della vita – che parte da un’astrazione – “i fatti parlano”[1] – e, portata alle estreme conseguenze, conduce a Fukuyama e ai sofismi sulla “fine della storia”[2]. L’uomo, si dice, è un animale politico, ed è vero: lo guidano bisogni, difende interessi e si scontra fatalmente con chi persegue obiettivi che possano recargli danno. Se nel suo percorso storico tendesse veramente a riavvicinarsi alle origini, come hanno sostenuto Fukuyama e soci, questo  non accadrebbe per l’affermazione di un incontrastato primato politico del capitalismo, ma per motivi diametralmente opposti; la proprietà privata, infatti, non nasce con l’uomo. Non è vero, quindi, che il “tornare alle origini” comporti l’estinzione delle cause di conflitto, così come non è vero che la somma degli eventi che costituisce il livello politico-economico della storia segua un percorso unidirezionale e tenda alla “perfezione”[3]. Fuori da astrazioni teoriche, funzionali ad una rappresentazione “palingenetica” del capitalismo e della democrazia liberale, prodotte ad arte dal revisionismo dopo la caduta del muro di Berlino, rimane vera l’affermazione provocatoria di Walter Benjamin, con la quale Marcuse chiudeva la sua riflessione sulla natura repressiva della società capitalistica: “è solo per merito dei disperati che c’è data speranza”[4].
A guardarla così, da questo punto di vista di carattere generale, l’idea di tornare sulle Quattro Giornate non per tentarne una nuova ricostruzione, ma per provare ad approfondire le ragioni della parzialità e del “minimalismo” della loro lettura ha una ragion d’essere e risponde alla crociana esistenza d’un “problema storico” che, peraltro, solo apparentemente è questione di storia locale[5].
Il carattere schiettamente “politico” degli eventi passati alla storia come “Quattro Giornate di Napoli” non sfuggì al maggiore Pietro Caviglia, testimone oculare e “comandante la divisione degli agenti di polizia” in servizio a Napoli nei giorni degli scontri coi “teutoni inferociti”[6]. Nel suo rapporto al Ministero dell’Interno – il solo documento ufficiale che ho rinvenuto dopo lunghe ricerche, probabilmente inedito e, ciò che più conta, scritto a caldo nell’autunno del ’43 – il maggiore, faceva significativi cenni alla “resistenza dei militari italiani e dei patrioti”, iniziata “subito dopo la divulgazione della firma dell’armistizio”, quando i soldati “tedeschi di stanza a Napoli iniziarono azioni di violenza e di soprusi ai danni delle Forze Armate e dei cittadini”. Sorvolando ovviamente sul suo passato fascista, l’uomo puntava il dito contro i vertici militari:

se le azioni […] fossero state organizzate e incoraggiate, scriveva, forse i tedeschi non avrebbero poi spadroneggiato nei giorni successivi e non avrebbero apportati tanti danni alla città e […] commesso tante stragi e rappresaglie”[7].

Come vedremo, la “mancanza di organizzazione” cui fa cenno Caviglia ebbe con tutta probabilità una sua ragion d’essere, e nacque da scelte chiaramente politiche. D’altra parte, politico è il contesto in cui maturano gli eventi: il disfacimento dell’Italia di Mussolini, con “gli sparuti nuclei di militi fascisti” che, per lo più, “senza fede e senza volontà combattiva, disertavano le file e le caserme” e partecipavano in minima parte alla “serrata lotta fra patrioti da una parte e […] soldati tedeschi dall’altra”, mentre “gli eserciti alleati premevano a Salerno e nella Penisola Sorrentina”[8]. Politico, e per giunta rilevante, il valore che il funzionario attribuiva alla “cacciata dei tedeschi”. La sommossa, scriveva infatti il Caviglia, “è valsa a risollevare il prestigio di questa nostra Italia in un momento così disastroso per essa e […] sarà certamente esempio per le altre città italiane ancora sottomesse al giogo tedesco”[9]. Sul tasto politico preme, del resto, tornando a quelle giornate e al loro significato profondo, un altro e ben diverso “testimone oculare”, Corrado Barbagallo, storico professionale formato alla duplice scuola del marxismo e delle scienze sociali, che per primo – e con gli strumenti di una consumata esperienza di studioso – racconta gli eventi che sono svolti sotto i suoi occhi in una tragica ma esaltante successione. Politico nel senso alto della parola, politikòs, in quanto proprio del cittadino, ma anche in quello più particolare e contingente di “fatto che si contestualizza” nello scontro tra interessi contrapposti che, se guardano lontano e tentano di prefigurare il “Paese nuovo” dopo il fascismo, risentono, tuttavia, delle necessità del momento. Quelle con cui si fanno i conti e si scrive la storia non meno che alla luce dei principi e degli ideali politici.
C’è un governo – osserva Barbagallo – quello di Badoglio, il quale ha mostrato “tendenze che ben difficilmente potrebbero definirsi democratiche”,[10] e dietro il governo vi sono forze che non si sono accorte – o fingono d’ignorare – che

al colpo di Stato del 25 luglio si era giunti non per volontà di un monarca o di pochi uomini, ma per l’eloquenza della pacifica rivolta della stragrande maggioranza del paese, la quale […] reclamava con i modi più aperti, o nelle maniere più silenziose, ma egualmente significative, un cambiamento di rotta”[11].

E’ un governo che non teme la ripresa fascista, ma tiene in gran “sospetto tutte le dimostrazioni di popolo” e avversa soprattutto “quella corrente politica che si intitola del comunismo […] della cui natura e delle cui tendenze i governanti non hanno alcuna cognizione”[12].
Come Caviglia, anche Barbagallo accenna, quindi, ad una sostanziale unità tra le classi sociali, registrando un’irrimediabile frattura tra i nazisti e “l’enorme maggioranza dei burocraticamente iscritti all’ex partito fascista”, ormai “fino al massimo limite possibile, concordi nel volere una sola cosa: la cacciata dei tedeschi”[13]. Pur nell’immediatezza della ricostruzione, tuttavia, il grande storico coglie lucidamente la precarietà di quell’armonia d’intenti che produce l’eroica sommossa, supera valorosamente l’esame sanguinoso delle armi, ma – drammatico anticipo della sorte che toccherà alla guerra di liberazione che l’insurrezione per molti versi inaugura – s’impania nei giochi nascosti, negli occulti maneggi e nei compromessi talvolta necessari, ma non sempre di alto profilo tra parti politiche che giocano ognuna la propria partita.
Certo, lo studioso non ha a disposizione alcuna documentazione, ma intuisce che la frattura aperta nel paese dal crollo del regime è molto più profonda di quello che appare in superficie e i problemi cui far fronte, mentre la guerra è persa e il sistema politico si disintegra, ricordano paradossalmente alcune delle cause che condussero all’affermazione del fascismo: i costi della crisi del dopoguerra in un paese a capitalismo malato, il violento scontro di classe che alla lunga potrebbe derivarne e, sul terreno internazionale, il confronto tra capitalismo e socialismo reale che minaccia di assumere i lineamenti di uno scontro e condurrà ben presto alla guerra fredda. In realtà, se alla base della piramide sociale, l’unità, per quanto fragile e precaria, ha una ragion d’essere e una sua immediata e reale consistenza, al vertice si lavora soprattutto per garantire la “continuità dello Stato” e, con essa, i privilegi e il ruolo sociale della borghesia medio-alta, delle élites economiche, dei gradini elevati della gerarchia burocratica, largamente compromessi col regime, ma consapevoli che l’effettivo bisogno di unità, mettendo in stallo le sinistre, potrebbe consentir loro di  recitare la parte decisiva di interlocutori privilegiati di vincitori, ai quali li lega un forte interesse comune: la necessità di impedire che una vittoria “militare” delle classi popolari si trasformi in un successo politico delle sinistre, genericamente identificate come “comuniste”.
Non è un caso, del resto, che a due mesi dalla rivolta, il 30 luglio del 1943, quando il timore di una reazione del regime al colpo di Stato si rivela infondato e “i gerarchi e i fascisti militanti non hanno più dato alcun segno di attiva reazione, tale è la prostrazione morale in cui si sono abbattuti”[14], il questore Lauricella sia preoccupato soprattutto perché “da un giorno all’altro […] ognuno si credette libero di manifestare le proprie idee e di propagandare i propri principi politici, siano essi socialisti, cattolici, liberali, comunisti e anarchici”[15]. Si potrebbe pensare che il questore tema gli effetti d’una inusuale libertà, e distribuisca equamente una generalizzata diffidenza; in realtà, le cose vanno molto peggio. La preoccupazione evidente di coprire ex camerati che, a dar retta al questore, non avrebbero “mai dato prova di fanatismo estremista” e sono ormai “convinti della ineluttabilità degli eventi da cui sono stati travolti e della impossibilità di una restaurazione sia pure lontana del regime fascista” non è, infatti, solo un pessimo viatico per il processo di cambiamento, ma il primo passo verso il limbo che precede il “riciclaggio”[16].  E non è tutto. Sono giorni di fuoco e, sebbene di armistizio non si parli, i segnali della rabbia tedesca e della sofferenza di una città che si prepara a reagire si annunciano chiari da mille particolari. Lo sanno, lo vedono bene le autorità militari e politiche, ma sono lì inerti e lasciano che la popolazione fronteggi da sola l’atteggiamento “sempre più tracotante delle truppe tedesche”[17]. Restano inerti, perché appare chiaro che quel “far fronte”, non nasce solo dall’istinto della sopravvivenza, ma anche da ragionamenti consapevoli della loro natura politica.

Gli incidenti provocati dai militari tedeschi – è sempre il questore che scrive tra agosto e settembre – assumono ogni giorno aspetti più gravi e contribuiscono a colmare quella misura che una volta passata potrebbe suscitare impensate reazioni. Tale stato d’animo della popolazione verso le truppe germaniche è, del resto aggravato dalla convinzione radicatasi in ogni cittadino che, appunto a causa della loro presenza sul nostro territorio, il nemico dimostra propositi oltranzisti nei nostri riguardi. Suscita speciale malcontento l’arbitraria occupazione di case, ville e aree private da parte di reparti armati tedeschi, i quali, senza alcuna autorizzazione o preventiva intesa con i Comandi italiani, e talvolta contro l’esplicito dissenso dei legittimi proprietari […] vi collocano mezzi di offesa e difesa, turbando la quiete degli abitanti che si vedono, pertanto, esposti al pericolo di offesa aerea nemica”[18]. 

L’attenzione del questore Lauricella, del prefetto Soprano e dello stesso governo Badoglio non è però focalizzata sul sempre più inevitabile scontro tra napoletani e tedeschi e sulle urgenti misure da prendere per affrontare l’alleato-nemico. Preoccupano il contenuto politico che acquista il malcontento, “l’intemperanza della stampa volta a eccitare gli animi”, gli “atteggiamenti improntati a odio di parte” di chi, reduce da galera e confino, diventa naturale punto di riferimento politico di una eventuale esplosione di rabbia popolare. Di qui – pare evidente – la scelta cinica, feroce, ma profondamente politica, di lasciar mano libera ai tedeschi, in attesa che battano in ritirata di fronte agli Alleati che avanzano, e di colpire invece la protesta che monta. Da un lato Badoglio – e i fascisti che con lui si riciclano – portano ramoscelli d’ulivo alla stampa, battendo sul tasto della “concordia degli animi nel supremo interesse della nazione in guerra”, dall’altra nega l’ascolto al popolo stremato, mette mano alle armi, fa fuoco e impone con le pallottole una “concordia” che a Napoli, Pozzuoli, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia lascia sul terreno morti e feriti. Una repressione determinata, talvolta spietata, che punta a intimidire la popolazione e a decapitare il movimento popolare, togliendo dalla circolazione le sue “teste pensanti”. Che la posta in  palio sia il “potere politico” appare evidente anche dalle parole con cui il questore denuncia “alcuni elementi locali già identificati e arrestati”. Essi, infatti, prosegue il Lauricella, che agiscono “evidentemente su mandato occulto di forze e partiti […] sperano di poter, attraverso rivolgimenti popolari favoriti dal generale desiderio di pace, dare la scalata all’agognato potere”[19].
Così stando le cose, appare subito chiaro non solo che eventuali insorti saranno abbandonati a se  stessi dalla classe dirigente che Badoglio va traghettando armi e bagagli nella “nuova Italia”, ma che, in piena coerenza con le convinzioni politiche che ne hanno guidato la propaganda durante il ventennio, un antifascismo di destra, moderato e pronto a sostenere la centralità dello Stato e delle sue Istituzioni – monarchia, esercito e gerarchie ecclesiastiche – agisce, opera e manovra alle spalle di quello che si può definire antifascismo di sinistra, che non è ancora ben organizzato nei suoi partiti storici e, soprattutto, è “popolare” nel senso più alto della parola: espressione delle culture politiche protagoniste della vicenda storica dell’Italia postunitaria, che il fascismo non ha avuto spessore culturale e forza politica sufficienti a cancellare e che tornano protagoniste a Napoli con la caduta del fascismo, in quel “laboratorio politico” in cui prende forma l’Italia repubblicana. Lo dimostrano non solo la continuità tra disegno politico dell’antifascismo moderato e azione del governo Badoglio prima, durante e dopo le Quattro Giornate, ma la “solitudine” in cui si trovano ad operare i combattenti e – perché no? – il destino storiografico dell’insurrezione, legato, come per una sorta di maledizione, alle foto di Frank Capra e allo stereotipo della città di plebe, che torna utile a tutti, tranne che ai combattenti e alla correttezza della ricostruzione[20]. Utile agli alleati che, sminuendone il valore politico, giustificano il loro attendismo e mettono al sicuro la loro immagine di “liberatori”, utile al Pci, che si contenta di registrare la presenza di qualche militante ed evita la spinosa questione dell’esito di una lotta di popolo vittoriosa senza la guida della “imprescindibile” avanguardia leninista, utile, infine, passata la bufera, per aprire le porte alle più svariate e parziali interpretazioni, figlie soprattutto di un uso pubblico della storia in cui, per dirla con Arfè, si sono distinti non solo i portabandiera del revisionismo, ma anche la “pubblicistica storiografica comunista” che per anni, “pur di non affrontare il nodo dello stalinismo nella sua interezza”, ha preferito “sottolineare le debolezze interne dell’antifascismo”. Per non dire di quella cattolica che “per parte sua, considera il capolavoro politico della Democrazia cristiana quello di aver saldato vecchio e nuovo”[21]. Il che, verrebbe da dire, non solo consentì a settori non trascurabili del fascismo di transitare impunemente nei gangli della repubblica antifascista, ma getta oggi non poche ombre su momenti cruciali della nascita della repubblica. Un danno così consistente, per tornare alla Resistenza nel Sud, che persino uno storico di valore indiscusso come Claudio Pavone, offre una lettura della Quattro Giornate incentrata “ancora una volta sulla lotta pro aris et focis e sulla considerazione che […] per la prima volta i lazzari si trovano dalla parte giusta”[22].
Messi a confronto, i documenti prodotti dall’antifascismo moderato durante il ventennio e quelli consegnati alla storia dalle autorità badogliane al momento dell’armistizio presentano affinità davvero significative. Movendo da destra, negli anni Trenta, un liberalismo che guarda lontano, lucido e pragmatico, che fa capo alla lezione di uomini come Lauro De Bosis e si raccoglie nelle file clandestine dell’Alleanza Nazionale di Libertà, si ancora a un punto fermo – “le dittature non sono eterne” – e guarda con occhio singolarmente acuto all’Italia che occorrerà costruire alla caduta del fascismo. “Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta”, si legge nella propaganda che circola in città negli anni Trenta[23]. Il loro atteggiamento antimonarchico e anticlericale sbarrerebbe la via ad ogni efficace iniziativa politica. I nemici da battere, quindi, assieme al fascismo, sono la sinistra rivoluzionaria di classe e il rischio che lo scontro col fascismo si trasformi in lotta armata contro le Istituzioni dello Stato borghese.

Sarebbe una follia – scrivevano De Bosis e i suoi amici – disconoscere i seguenti fatti: la Monarchia con l’Esercito e il Vaticano con l’Azione Cattolica sono le due grandi forze che esistono in Italia. All’infuori del fascismo. Nessun dubbio che il Re ed il Papa non siano in cuor loro antifascisti; se finora hanno uno subìto e l’altro utilizzato il Fascismo, tocca a noi mutare […] quel gioco d’interessi, di timori e di speranze che fin qui determinarono la loro condotta politica […]. L’abbiccì della politica antifascista […] consiste nell’offrire alla Monarchia e al Vaticano il prospetto di larghi gruppi antifascisti e in pari tempo conservatori su cui appoggiarsi. […] Il Re significa l’Esercito […]. Il Papa […] l’Azione Cattolica. Essa è la più grande organizzazione fuori del Fascismo ed è latentemente antifascista. Al momento della crisi sarà un prezioso nucleo di azione non solo contro il Fascismo, ma contro possibili agitazioni comuniste sbrigliate dalla crisi stessa. E’ assolutamente necessario agire d’accordo e non contro l’Azione Cattolica”[24].

Come non pensare alla svolta di Salerno e alla pragmatica moderazione di Togliatti, e come, soprattutto, non cogliere l’affinità con le linee di fondo e i motivi ispiratori che guidano a Napoli le scelte della Prefettura nei giorni cruciali che preparano l’insurrezione? Giorni in cui, confuse ma presenti, prive di parole d’ordine aggreganti, ma spinte a crescere dall’incalzare degli eventi e da un incredibile bisogno di partecipazione, prendono corpo profonde istanze di cambiamento, un bisogno di democrazia, una volontà di emancipazione che si manifesta attraverso mille segnali: il 26 luglio esce e circola “Il Proletario”, un foglio che appare subito pericoloso alla questura; il giorno successivo, ad opera del “Gruppo Spartaco”, prende a circolare un manifesto per la pace e passano di mano in mano i volantini firmati “Popolo Libero Napoletano”. La risposta repressiva è immediata: il 16 agosto, mentre la mobilitazione dei lavoratori in sciopero all’Ilva di Torre Annunziata costringe la Direzione ad allontanare dalla fabbrica i più noti fascisti, il tentativo di invadere una sede del disciolto Partito fascista si conclude con la polizia che apre il fuoco e lascia sul terreno un ferito e un morto; due feriti si erano già avuti a Pozzuoli il 29 luglio, durante una manifestazione antifascista, altri due a Napoli il 3 agosto e ancora si sparerà a Portici il 29 agosto e a Castellammare il 2 settembre[25].
Non a caso, quindi, il prefetto Soprano, giunto a Napoli ai primi di agosto, si collega subito ai moderati e, ai rappresentati della sinistra che gli chiedono di allontanare i fascisti dalle cariche pubbliche, replica sprezzante, invitandoli a formare con lui un fronte anticomunista[26]. Di lì a poco, il prefetto scrive a Roma che

per quanto riguarda la difesa politica del nuovo governo nazionale e costituzionale, sembra che l’autorità militare preposta all’ordine pubblico, si preoccupi eccessivamente di una possibile ripresa fascista, della quale manca qualsiasi sintomo, mentre altrettanto non può dirsi dell’azione comunista”[27].

In realtà, quello cui pensa il prefetto è un comunismo genericamente inteso che include ogni colorazione di rosso, ogni sfumatura di democrazia che non riconduca a quella liberale e monarchica di albertina memoria. È a questo comunismo che si riferisce quando, a sostegno della sua tesi, il Soprano rincara la dose e prosegue:

che in questa Provincia da parte comunista vi sia una ripresa di propa­ganda non solo, ma anche di una concreta attività mirante alla ricostitu­zione del partito e alla applicazione dei suoi principi programmatici, è dimostrato dalla recente operazione di Polizia Politica compiuta nei confronti di un gruppo di 49 comunisti sorpresi e arrestati il giorno 22 scorso mese mentre riunitisi in una grotta in località campestre alla peri­feria di Napoli discutevano calorosamente sull’azione da svolgere per riammagliare le file della propria organizzazione politica. Del gruppo in parola facevano pane professionisti, due ufficiali del R. E., Funzionari dello Stato. impiegati e operai abitanti alcuni in Napoli e altri in comu­ni della Provincia”[28].

Quando si giunge alla resa dei conti, la popolazione che si prepara a sollevarsi contro la ferocia nazista e gli ultimi sussulti dell’estremismo fascista e lotta col governo Badoglio e scatenandone la dura repressione, è praticamente sola. In meno di due mesi ha prodotto una spinta dal basso così forte e inattesa, da sopravanzare di gran lunga le capacità di analisi della crisi di cui sono capaci i nascenti partiti politici, quelli di sinistra, soprattutto, che stentano a definire un’adeguata prospettiva programmatica e, ciò che più conta, perdono un’irripetibile occasione di formazione dal basso. E’ un prezzo che non pagano, come ha giustamente osservato Cortesi, “i partiti moderati che si affidano soprattutto alla preparazione di élites dirigenti”, che possono contare sul “lavoro di supplenza” astuto e accurato che vanno compiendo gli uomini di Badoglio e su tutto quanto di “moderato” – e non è poco – è sopravvissuto alla catastrofe del regime e si prepara a passare armi e bagagli nel “nuovo che avanza”[29].
L’obiettivo vero della partita, nella quale l’insurrezione della città assume il ruolo di un vero e proprio incidente di percorso – è la salvaguardia dell’ordine e della legalità di uno Stato inteso come custode degli interessi delle classi dominanti che hanno condotto il Paese sull’orlo di un abisso. Nel senso della continuità – che certo non conta sull’apporto del popolo in armi – vanno le esortazioni del fascista cardinale Ascalesi, che invita a collaborare lealmente con l’autorità costituita facendo quadrato attorno alle istituzioni contro i rischi dello scontro sociale[30], e l’appello rivolto il 31 luglio da quel “Mattino” che all’avvento del fascismo, ben prima di essere ridotto a giornale di regime, aveva spontaneamente preso le distanze dal “cadavere” della democrazia e che ora lancia la parola d’ordine dell’unione tra le classi nel rispetto dei ruoli “contro la spinta passionale della politica”[31]. Nel senso della continuità, infine, e in direzione convergente con l’azione del prefetto, della stampa moderata e del clero vanno gli ambienti antifascisti, eredi in certa misura di De Bosis e dell’ala conservatrice dell’Aventino che – riferisce il questore – guardano con timore alla “indulgenza di cui l’attuale governo sta dando prova nei confronti dei sovversivi tutti con le note disposizioni di liberazione dei confinati”[32]. In questo contesto non è azzardato ritenere che la multiforme ricchezza di motivi politici della resistenza opposta da Napoli ai fascisti di Badoglio dopo il 25 luglio e ai neofascisti dopo l’8 settembre, una resistenza che, sorprendendo i partiti, sfocia in rivolta armata e conduce alla cacciata dei tedeschi prima dell’arrivo degli Alleati, segni non solo l’incipit della guerra di liberazione, ma anche quello di un durissimo scontro politico tra moderati e rivoluzionari al cui interno si inseriscono la battaglia di De Nicola e della DC sull’epurazione, la svolta di Salerno, l’efficace lavoro di Croce e, in generale, dei moderati di maggior “spessore”, al fine di incanalare in qualche modo verso le Istituzioni le spinte più radicali e riassorbire gli “estremi” nel sistema, di recuperare valori nazionali e liberali e giungere a una “rieducazione politica di un ceto medio in piena crisi di identità, della cui riabilitazione come soggetto politico il Croce fu uno degli artefici”[33]. E’ la linea sulla quale si muove a Napoli, con indiscutibile lucidità, il prefetto Soprano, il quale, mentre la crisi precipita, così scrive a Badoglio, dopo il ritrovamento di un “libello intitolato La Nuova Italia a sfondo social-liberale”, che gli torna utile per tessere la ragnatela in cui imprigionare la democrazia che muove i suoi passi incerti.

Credo […] non sia da trascurare la opportunità di favorire e di alimen­tare il rinascere del nuovo partito liberale, che com’è noto alla E. V. – ­scrive Soprano al ministro dell’Interno Umberto Ricci – in questa pro­vincia ha particolari radici e vere forze vitali. E’ infatti da tener presente che la debacle di un partito nefasto ma attivissimo, quale era il partito fascista, ha creato nello spirito pubblico un certo vuoto e innegabile sbandamento, di cui non può che profittare il partito comunista, che ha già pronti i suoi quadri. Il breve termine assegnato per le convocazioni elettorali nel dopoguerra renderebbe anche più pericolosa l’azione insi­diosa del partito comunista, occultamente organizzato attraverso le mae­stranze operaie. In tali condizioni, pur col più completo rispetto delle sagge direttive di non riconoscere partiti né esponenti di partiti, mi permetto sottoporre alla superiore attenzione della E. V. 1’opportunità di avviare, alimentare e orientare nuove corrente [sic] di ordine, verso la ricostruzione del vecchio glorioso partito liberale, contrastando così il passo al sovversivismo e cementando la difesa della nuova vita costituzionale della Nazione”[34].

Così stando le cose, la sistematica defezione dei vertici militari, la fuga stessa dei generali Del Tetto e Pentimalli nel momento dello scontro supremo, non si spiegano solo con la viltà e lo smarrimento, ma rispondono anche, e forse soprattutto, a una logica politica: garantire un passaggio di poteri che avvenga per la via militare “ordinaria” – dai tedeschi in ritirata, agli alleati che avanzano – ed escluda ogni reale partecipazione popolare. Una logica di vero e proprio sabotaggio dell’azione dal basso che va in frantumi di fronte alla lenta avanzata degli Alleati, alla feroce determinazione dei tedeschi che intendono punire gli italiani “traditori” e, infine, al ruolo significativo e forse sottovalutato giocato dall’antifascismo popolare nella resistenza e, soprattutto, nell’esplosione della sommossa, che, tuttavia, può mettere in fuga i tedeschi, non impedire la ripresa del progetto moderato[35].
Tra politica e storia, dicevo in apertura di queste annotazioni – e, con maggior proprietà, avrei potuto dire tra formazione politica dello storico e storiografia – il denominatore comune è l’uomo con le sue passioni e i suoi interessi. A questa considerazione va con tutta probabilità legato il “destino storiografico” delle Quattro Giornate, per il quale rimando alle osservazioni di Guido D’Agostino, Gloria Chianese, Francesco Soverina e Sergio Muzzupappa e alle lucide pagine di Cortesi[36]. Quello che qui interessa è il prezzo pagato dalla ricostruzione delle Quattro Giornate alla sterile contrapposizione di tesi precostituite – non di rado a fini politici – a quel giudizio di “atipicità” che, di fatto, le ha espunte dalla storia della Resistenza, riducendole ad una sorta di eroica quanto anacronistica rivolta di “Jaque bonhomme” o, peggio ancora, come s’è visto con Pavone, ad un “sanfedismo” alla rovescia, che per una volta prende miracolosamente posto dalla parte giusta. Mi interessa soprattutto capire quanto e quale antifascismo è sparito dalla storia in nome di contrapposte ortodossie, in conseguenza del lavoro degli “intellettuali organici”, o, più semplicemente, di una sorta di mummificazione della Resistenza, in uno schema per il quale gli episodi di lotta entrano solo a condizione di aver avuto una direzione politica unitaria con etichetta “Comitato di Liberazione Nazionale”. Si è perso – e non è cosa da poco – il filo diretto tra antifascismo e Resistenza in Campania e, peggio ancora, il processo storico “individuale”, la complessità delle motivazioni e dei contenuti che i singoli militanti portano nella “scelta partigiana. Si sono persi talora, e il danno è irreparabile, i militanti stessi[37].
Con le Quattro Giornate, Napoli presenta alla storia una foto di massa, eppure le immagini radicate nella coscienza collettiva sono quelle dello “scugnizzo”, della rivolta spontanea, di una protesta che non manca solo di organizzazione, ma anche di pensiero politico. Perché è andata così? Quanto c’entra con questa lettura deformata un ripetuto uso politico della storia, quanto la nostra abitudine a guardare al vertice, che ci impedisce di volgere lo sguardo alla base, la nostra incapacità di leggere una foto di massa, che ci induce a ingrandire i particolari e a sopravvalutare i dettagli rispetto al quadro d’assieme? Non sono quesiti banali perché, dopo settant’anni, rimandano ai nodi centrali di una corretta lettura di pagine non secondarie della nostra storia: esiste un volto politico delle Quattro Giornate? E, se esiste, in quale senso va indirizzata la ricerca per individuarlo nei gruppi anonimi e indistinti fissati dalla foto di massa?
Prima di azzardare risposte, ho provato a immaginare un percorso di ricerca corretto sul piano metodologico, in grado di aiutarmi a utilizzare i particolari per valorizzare e mettere meglio a fuoco il quadro generale, utilizzando gli elementi noti e sufficientemente verificati di cui disponiamo: da un lato gli elenchi dei combattenti, che possono essere incompleti ma esistono – anni fa Gaetano Arfè mi parlò addirittura di schede dei partigiani conservate dalla sezione napoletana dell’ANPI – dall’altro i fascicoli personali degli antifascisti schedati. Per taluni aspetti, il fascismo ha involontariamente scritto una parte non secondaria della propria storia – direi che ne ha lasciato un monumento fosco e rivelatore – nelle carte di polizia. A Roma, nell’Archivio Centrale dello Stato, sono conservati, ad esempio, vero e proprio biglietto da visita del regime, due fondi di grande interesse: le carte del confino di polizia, coi fascicoli personali di circa 17.000 condannati, e il Casellario Politico Centrale, che il regime ereditò dall’Italia liberale, ma perfezionò in termini di indiscriminata logica poliziesca. È, in qualche modo, la “fotografia” di ciò che l’apparato repressivo fascista vide o ritenne di vedere, in tema di dissenso. In termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi, una sorta di stroncatura di indiscutibile marca fascista del teorema defeliciano del “consenso”[38]. Confrontando gli elenchi dei combattenti delle Quattro Gior­nate con quelli dei “sovversivi” schedati, è possibile individuare tra loro quelli che avevano un passato di antifascisti e conoscerne gli ideali politici. Il risultato della ricerca, che andrebbe naturalmente proseguita, è positivo e, per certi aspetti, addirittura illuminante.
Sovversivi” schedati sono, per fare un esempio, i fratelli Tito ed Ezio Murolo, protagonisti dei combattimenti a Poggioreale e partigiani decorati dopo le Quattro Giornate[39]. “Raccontato” dalla polizia, Ezio Murolo è incompatibile con un generico modello di “uomo qualunque” spinto alla rivolta da un impulso improvviso nato dall’esasperazione per la guerra e dalla ferocia nazifascista. Quando la città insorge, infatti, egli ha alle spalle una significativa esperienza di lotta politica: aiutante di campo di D’Annunzio a Fiume, dirigente di primo piano dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, di cui guida l’ala dissidente che partecipa alla costituzione degli Arditi del Popolo, nel 1921, dopo uno scontro con alcuni squadristi, è arrestato davanti al “Caffè Aragno”; ha con sé un pugnale e tre bombe a mano[40]. Nel 1924, dopo l’omicidio Matteotti, si avvicina ad Amendola, frequenta Bracco e i liberal-democratici che a Napoli oppongono l’ultima resistenza a Mussolini, distinguendosi nei sanguinosi scontri con gli squadristi e organizzando la manifestazione antifascista che il 4 novembre 1924 vede migliaia di ex combattenti sfilare dal Museo a Piazza Trieste e Trento e invitare Amendola a “marcia­re su Roma al grido di Italia libera! A Roma! A Roma!”[41].
Rifugiatosi in Francia, stringe rapporti coi fuorusciti e si fa notare tra gli “elementi pericolosi” finché non lo ferma l’arresto giunto nel 1928, mentre passa il confine a Bardonecchia, per un presunto complotto ordito contro Mussolini. Mancando prove certe, se la cava con l’ammonizione, ma si fa prudente[42] e non dà “adito a rilievi” fino al 1937, quando si scopre che raccoglie fondi per gli antifascisti volontari in Spagna e finisce al con­fino[43]. Pochi mesi dopo, grazie a una sanatoria e ai contatti col mondo cattolico – per lui intercede Pietro Tacchi Venturi – si dichiara pentito delle sue idee sovversive e ottiene la libertà condizionale, ma la polizia, convinta che faccia da riferimento per i fuorusciti, lo tiene d’occhio fino alla fine del regime, Vista così, alla luce della lunga militanza, la partecipazione di Murolo alle Quattro Giornate diventa l’epilogo naturale di una lunga opposizione al fasci­smo. D’altro canto, se l’insurrezione ha tra i protagonisti uomini come Murolo, non la si può ridurre a una sia pur eccezionale “jacquerie”; al contrario, tutto lascia credere che essa costituisca l’alba della Resistenza e, in ogni caso, sia parte integrante della storia di quell’antifascismo che attraversa come un filo rosso un ventennio nel quale, se è vero che la storia del Paese non si riduce alla storia della lotta al fascismo, non è meno vero che sarebbe impossibile ricostruirla senza tener conto del ruolo svolto dall’antifascismo. Un antifascismo che, a ben vedere, non è solo figlio naturale di una contrapposizione ideologica e di classe, ma ha mille anime e non risulterebbe comprensibile se non si tenesse conto della crisi d’identità, del confuso rivoluzionarismo, del travaglio e del percorso politico di una generazione di giovani borghesi che, usciti dall’esperienza tragica della guerra, inseguono il sogno di un mondo migliore, più libero e più giusto ma, messo in crisi lo Stato liberale, si trovano di fronte a una dittatura. Una condizione di disagio, quindi, che si inserisce nel quadro più ampio della crisi economica e politica del primo dopoguerra, nello scontro sociale sui costi della riconversione e nel duro conflitto tra capitale e lavoro, ma non conduce solo alla scelta di destra e all’assorbimento nei Fasci di Combattimento. C’è un’altra via, che passa per il fascismo, rifiuta l’opportunismo di Mussolini e giunge allo scontro con gli squadristi. E’ questo mondo che Ezio Murolo porta nelle Quattro Giornate, questa maniera di essere antifascisti che è sicuramente minoritaria, che non mette in campo la formazione teorica, la consistenza organizzativa e la continuità d’azione dei comunisti, non possiede la forte identità politica e la sperimentata pratica di militanza degli anarchici, ma ha connotati definiti: è l’antifascismo liberale, di quanti – non sono molti, ma esistono – dopo la bufera della guerra, dopo gli ambigui entusiasmi e i complici silenzi, non stanno al gioco e contrastano come possono, giungendo sino allo scontro armato, “sciarpe littorie”, squadristi “antemarcia”, criminali e buffoni in camicia nera. Un antifascismo che non si piega e collega direttamente le Quattro Giornate alla guerra di liberazione. Non a caso Murolo si arruolerà nelle “Formazioni Pavone” e nel ricostituito esercito italiano che combatte a Cassino e prose­gue la sua lotta a fianco degli anglo-americani[44]. Dopo la guerra sem­bra sparire e ricompare per un attimo, negli anni Cinquanta, protagonista di una scissione nella sezione napoletana dell’ANPI, causa­ta, racconta il prefetto, dal rifiuto di ingerenze dei partiti e dalla volontà di “tutelare il patrimonio morale della resistenza”[45].
Su questo “farsi da parte”, sulle critiche rivolte ai partiti da militanti che, dopo la lotta antifascista, stentano a inserirsi nella politica attiva, sul rapido predominio acquisito nel ricambio tra classi dirigenti da un ceto politico legato ai partiti più che alle masse – questioni su cui anni fa pose l’accento Pasquale Schiano – andrebbe fatta una riflessione. Ciò che per ora va sottolineato è che una via per giungere all’anima politica delle Quattro Giornate sembra aperta. Certo, un caso singolo non fa testo, ma come vedremo, Murolo non è solo; la sua vicenda personale e la cultura politica ricca di svariate esperienze che egli porta nello scontro sono espressione di un mondo. Nelle strade di Napoli nel settembre del 1943 egli rappresenta un dissenso che ha radici nella cultura liberale ed è estraneo al mon­do comunista. Come quella di tanti altri partigiani, la sua vicenda rivela la debolezza della tesi sostenuta da Sergio Luzzatto, che, identificando la Resistenza col comunismo e il comunismo col “gulag”, ritie­ne giunto il momento di archiviare la pagina dell’antifascismo[46]. Ripercorrere la storia di Murolo non vuol dire solo segui­re un “filo rosso” che attraversa l’intero ventennio e tracciare un percorso emblematico, ma consolidare un’ipotesi di ricerca che, approfondita, condurrebbe ad altre interessanti e complesse figure di antifascisti. Un’ipotesi che trova ulteriore con­ferma nella “biografia” del fratello di Ezio, Tito Murolo, anarchi­co ribelle e sregolato, giornali­sta, agente di commercio e antimilitarista[47], che ha un percorso più breve e turbolento di quello del fratello, ma non è certo estraneo alla politica. Antifascista convinto, nel 1923 espatria in Francia e poi in Algeria, dov’è denunciato come organizzatore di un complotto contro Mussolini. L’accusa è infondata, ma non mancano prove dei contatti coi fuorusciti[48]. Lasciata l’Africa, si fa notare a Bruxelles per le idee anarchiche e per l’amicizia con Arturo Labriola. Fermato alla frontiera nel 1932, mentre tenta di rimpatriare, se la cava con un’ammonizione, si allontana dalla militanza attiva e si iscrive al “Sindacato Operai dell’Industria”. Nel 1935 è radiato dal Casellario Politico[49] e la sua esperienza di “sovversivo” sembra conclusa. Nel 1940, invece, è licenziato per motivi politici dalla “Ammonia e Derivati” di Casseria, nel Savonese e spedito a casa con foglio di via. “Non ha dato prova di ravvedimento”, scrive a Napoli la polizia politica, e tanto basta perché il Murolo torni ad essere sorvegliato a vista fino al crollo del regime”[50]. Vivrà gli anni della guerra tra dichiarazioni di fede fascista, che gli eviteranno l’internamento in un campo di concentramento, e l’odio per il regime che nel settembre del ’43 lo condurrà sulle barricate delle Quattro Giornate[51]. Al di là dei limiti e dei probabili compromessi che ne rendono più umana la vicenda personale, la militanza di Tito Murolo si inserisce in una tradizione di pensiero politico che a Napoli ha radici profonde: la cultura anarchica, che risale a Baku­nin, Cafiero, Malatesta e Merlino. E in città Murolo non è l’uni­co libertario che, avendo alle spalle una “storia politica”, nel settembre del ’43 si oppone armi in pugno ai nazifascisti. Anarchici sono infatti due giovani eredi della tradizione libertaria: Germinal Malagoli, figlio di Dionigio e di Clotilde Peani, libertaria torinese che il regime ha sepolto in manicomio, e Alastor Imondi, figlio di Giuseppe, un dentista che negli anni più bui della dittatura, nonostante la sorveglianza, ha fatto del suo studio in Via Duomo un punto di riferimento per gli antifascisti locali e per quelli provenienti da altre città[52]. Anarchici sono ancora Luigi Vellotti, già coinvolto nei moti della Settimana Rossa nel 1914, e il segretario della locale sezione del Sindacato Ferrovieri, Armido Abbate, che durante lo sciopero di protesta per le violenza fasciste di Roma, nel novembre del 1921, in una città piena di squadristi decisi a imporre con la forza la ripresa del lavoro, non aveva esitato a rifiutare la sospensione dello sciopero, se prima i fascisti non avessero lasciato la capitale. Una combattività che gli costò il licenziamento e aprì col regime il conto mortale che l’ex ferroviere salderà guidando un pugno di combattenti nelle Quattro Giornate[53].
Che l’opposizione degli anarchici sia stata ben più che una pura testimonianza è dimostrato dai rapporti che essi hanno con i comunisti dopo che il Pci, scosso dai colpi inferti dalla polizia alle sue strutture, torna a tessere la sua tela e per tre anni, dal 1930 al 1933, riorganizza una rete clandestina collaborando con i liberta­ri[54]. Si tratta ovviamente di militanti le cui radici sono in quel PCd’I che ebbe prospettive diverse dal partito di Togliatti. Una diversità che ben spiega sia le fratture che, dopo l’ar­mistizio, produce a Napoli nell’universo comunista la ricerca di un as­setto interno, rivelatosi infine terribilmente faticosa, sia il silenzio caduto in seguito su significative vicende umane e politiche.
Come che sia, una perquisizione in casa di un operaio comu­nista a Ponticelli consente alla polizia di smantellare la fragile rete clandestina costruita da anarchici e comunisti. Il colpo è duro e, per quel che riguarda gli anarchici, isola i militanti favorevoli all’organizzazione, rende loro praticamente impossibile la realizza­zione di iniziative comuni e riduce l’opposizione all’azione dimo­strativa di “cani sciolti”. Sono percorsi sconosciuti e senza dubbio affascinanti, ma mi pare più utile tornare sulle tracce dei combattenti delle Quattro Giornate il cui passato di militanza politica disegna un quadro che più acquista forma e più si fa interessante. Molto significativa è, in questo senso, la vicenda di Antonio Ottaviano, militare in Li­bia nel ‘38, processato assieme ad altri soldati per aver organiz­zato l’Europa Unita, una società segreta di ispirazione mazziniana, non lontana da alcune intuizioni di Rosselli, per la quale una “confederazione dei popoli europei” avrebbe potuto isolare il nazifascismo e garantire la pace[55]. Ottaviano se la cava con un’assoluzione per insufficienza di prove[56],  ma il carattere antifascista dell’europeismo del progetto è inequivocabile: o l’Europa, politicamente unita, ferma il nazifascismo, scrivono i promotori dell’associazione, o Mussolini e Hitler la condurranno alla distruzione[57].
Antonio Ottaviano non nasce antifascista. La sua opposizione al regime matura quando Mussolini lega le sorti dell’Italia a quelle della Germania nazista e sembra delineare una linea di tendenza. Non si tratta ovviamente di una reazione che coinvolge subito ampi strati sociali, ma non c’è dubbio: l’alleanza genera dissenso. Per molti liberali, che hanno sostenuto o accettato il fascismo come argine contro il temuto “pericolo rosso” o in nome di un rinnovamento che non è mai venuto, la Germania rimane il nemico di una guerra feroce e Hitler ne è il capo che incute timore. Chi conserva memoria degli ideali dell’Italia liberale comincia così ad allontanarsi dal regime; è un processo che nasce dalla convinzione, presente con forza nei documenti sequestrati ai promotori dell’Europa Unita, che la Germania si finga amica dell’Italia, ma sia pronta a sottometterla e che Mussolini, spinto soprattutto da una smodata ambizione personale, ne sia consapevole e giochi d’azzardo, rischiando di condurre il paese alla rovina. A ben vedere, la vicenda personale di Ottaviano disegna un percorso che conduce a un dissenso profondo, destinato a crescere, a farsi scelta collettiva e ad acquisire un peso specifico di gran lunga superiore a quello del presunto “consenso”; un dissenso che trae alimento da fermenti ancora vitali della cultura politica liberale, anticipa la frattura degli anni successivi e delinea un antifascismo che non nasce da contrapposizioni ideologiche, dalla polarizzazione comunismo-fascismo o dal dramma della guerra persa, ma è l’esito fatale delle insanabili contraddizioni e della miseria morale del regime[58]. Certo, le ricerche andrebbero approfondite, ma una linea di rottura c’è e s’intra­vede. Non è un caso, cre­do, che una posizione molto simile a quella dell’Ottaviano assuma, sin dagli anni Trenta, un altro combattente delle Quattro Giornate, Luigi Maresca, impiegato postale e fervente radicale che non ha mai manifestato la sua profonda avversione per il regime. Nel dicembre del 1927 egli scrive a Nitti, costretto a riparare all’estero, una lettera in cui fa

giungere in terra straniera l’omaggio deferente e grato al Ministro che dopo Caporetto seppe vincere a Vitto­rio Veneto e che avrebbe guidato la nazione a ben altri destini”.

Purtroppo, prosegue il Maresca,

oggi non sono consentite certe manifestazioni.[…] Sia di conforto però il pensare che il ricordo suo è più vivo che mai nella mente dei suoi compatrioti, che sperano, […] nel domani luminoso che non mancherà di venire. […] Io sono di quelli durissimi, conclude il Maresca, e sono quasi tutti gli italiani a pensarla come me”.

La lettera, intercettata nella posta inviata a Nitti costa all’impiegato l’immediato licenziamento e una sorveglianza che rivela misteriosi contatti con la Francia[59]. Nel 1931, dopo anni di stenti e persecuzioni, il Maresca lascia la famiglia a Napoli e si stabilisce in Belgio, dove tira avanti con l’aiuto di Nitti e del Soccorso Rosso[60]. L’antifascista e il “patriota liberale” convivono in lui senza problemi fino alla guerra d’Afri­ca, quando il fuoruscito, pur dichiarandosi ostile al regime, medita di rientrare in patria per arruolarsi, ma poi rinuncia perché teme di finire in galera invece che al fronte[51]. Tra il 1938 e il 1939, quando la situazione internazionale precipita e ap­pare chiaro che la guerra si avvicina, scrive alla famiglia lettere in cui esprime timori simili a quelli che emergono dalle carte seque­strate in Libia all’Ottaviano e ai promotori dell’Europa Unita. La catastrofe si avvicina rapidamente – scrive il Maresca – per­ché la Germania sta per aprire un conflitto che sconvolgerà l’Eu­ropa ed egli, convinto che Belgio e Francia siano in pericolo, si prepara a consegnarsi ai fascisti. L’Italia, sostiene più volte, ­potrebbe ancora salvare se stessa e l’Europa passando dalla parte della Francia e dell’Inghilterra. Otterrebbe così

ciò che vuole ­- egli scrive – aiuti finanziari, morali e soddisfazioni territoriali, ma – conclude amaramente – non farà niente e si ostinerà nella politica pro tedesca, che è la razza nemica nostra”[62].

Anche per Maresca, quindi, la rottura definitiva nasce dal rapporto che lega sempre più il fascismo alla Germania nazista, un rapporto incompatibile col “patriottismo libera­le” del fuoruscito. È così che il Maresca, la cui avversione al regime, allo scoppio della guerra d’Etiopia, si era indebolita al punto che aveva pensato di mettersi a disposizione di Mussolini, si riscopre definitivamente e irriducibilmente ostile al fascismo. È una svolta emblematica, un passaggio delicato, decisivo e per molti versi emblematico di un processo che non conduce semplicemente all’allontanamento definitivo di Maresca dal fascismo, ma segna la separazione dal regime di strati consistenti della popolazione. Una svolta che matura prima di quanto si pensi, che ha un chiaro significato politico e non è riconducibi­le a processi spontanei avviati successivamente dai rovesci mili­tari e dalla tragedia dei bombardamenti.
D’altro canto, come non chiedersi da dove venga fuori l’anziano professore dal piglio rivoluzionario che al Vomero, dopo vent’anni di fascismo, si pone  alla testa dei partigiani? Antonino Tarsia in Curia, così si chiama il professore, è uomo di Bordiga, comuni­sta e, ad un tempo, avversario del Pci di Togliatti. La sua storia ha radici lontane e conduce difilato a Bordiga, alla scissione di Livorno e, prima ancora, alla crisi del PSI che precede Livorno. L’uomo che guida le Quat­tro Giornate di Napoli sulla collina del Vomero ha alle spalle una lunga storia politica e, col fratello Ludovico, è uno dei fondatori del partito comunista[63]. Dopo la vittoria del fascismo, Antonino e Ludovico Tarsia sono tra gli organizzatori e i dirigenti del “Soccorso Rosso” e Ludovico finisce perciò in carcere due volte nel 1924 e nel 1925[64]. Il percorso dei due fratelli è complesso e, a seguirlo, finiremmo fuori strada. Vale la pena però di fermarsi su un rapporto di polizia del 1938 che apre spiragli di luce sulla realtà di un antifascismo di cui conosciamo probabilmente ancora poco e ci riconduce al cenno iniziale sulla problema della “storia dall’alto”. Se si fa eccezione per i reiterati conati organizzativi del Pci – che nelle ricostruzioni sin qui tentate, più che operai, portano alla ribalta studenti o intellettuali come Rossi Doria, Sereni e Amendola[65] – l’antifascismo, a Napoli, si riduce a Benedetto Cro­ce, Bracco, Omodeo, intellettuali, quindi, che dissentono ma non fanno propaganda o proselitismo. È vero, Gaetano Arfè, gio­vanissimo, giunge alle organizzazioni clandestine passando per Croce, tuttavia è Ceccoli, un libraio ex comunista che lo conduce al filosofo. La pre­senza attiva di militanti che in qualche modo cercano possibili antifascisti e li istruiscono quando sembra utile, è un dato su cui ci si è fermati sinora poco. Eppure – ecco la nota cui facevo cenno – la polizia sospetta che Ugo Arcuno, Antonio Cecchi, Salvatore Mau­riello e, quand’è a Napoli, Ludovico Tarsia, svolgano una prudente attività di proselitismo. Ci sono conferme e smentite, ma è probabile sia vero: il grup­po ha contatti con studenti e giovani professionisti e, quando il terreno si rivela fertile, li indirizza a Bordiga, il quale, a sua volta, pare susciti simpatie e sia ben accolto anche in ambienti borghesi[66]. Dire Bordiga, non signi­fica naturalmente riferirsi al Pci riorganizzato da Amendola, che fa capo ad altri gruppi ed ha altri punti di riferimento, quali ad esempio la libreria Detken a Piazza Plebiscito. In città ci sono due anime, due realtà comuniste, la cui difficile convivenza, i cui profondi dissensi spiegano in qualche misura lo scontro che si apre nel Pci quando la guerra sembra ormai finita. Uno scontro che nasce da due concezioni del comunismo e conduce alla “scissio­ne di Montesanto” e alla penosa ed oscura vicenda sindacale delle due confederazioni: la Cgl e la Cgil[67]. Contro il sindacato legato all’anima togliattiana del partito ci sono, senza contare gli azionisti, il socialista Federico Zvab, che combatterà ovunque il fascismo, dalle barricate di “Vienna la rossa” a quelle di Napoli nelle Quat­tro Giornate, i comunisti Ennio Villone e Vincenzo Iorio, anch’essi combattenti delle Quattro Giornate, tutti partigiani e tutti antistalinisti, che con la loro vicenda politica smentiscono le superficiali equiparazioni tra Resistenza, comunismo e “gulag”[68].
Per quanto necessariamente brevi, queste annotazioni sul “volto politico” delle Quattro Giornate sarebbero davvero incomplete, se non facessi cenno a figure di combattenti “anomali” di cui citerò un caso, ma che non è e non può essere unico, e dal quale occorrebbe tener conto per rendere più ampio lo “spettro” della ricerca.
Tra il 1929 e il 1930 c’è una ripresa complessiva del­l’antifascismo. Ne sono prova non solo l’attività dei repubblicani raccolti attorno alla “Comunità Nazionale Mazziniana” e le copie del “Memoriale Filippelli”, che circolano numerose per la città ricordando l’omicidio Matteotti e le pesantissime respon­sabilità di Mussolini, ma la ricomparsa dei socialisti, che mettono in circolazione un opuscolo di propaganda intitolato “Più Avanti” e subiscono l’arresto di due studenti universitari, Aldo Romano e Giovanni Pugliese Carratelli, l’uno futuro storico del socialismo, l’altro dell’antichità[69]. I fogli clandestini che prendono a girare in città ai primi del 1929 danno il via a indagini serrate che si muovono in tutte le direzioni[70]. Estranei all’iniziativa sembrano subito i comunisti, benché su di loro si abbatta l’onda di perquisizioni domiciliari eseguite a caso, per tenere tutti i militanti sotto pressione. Anche in questo caso la squadra politica si dà da fare, ma non danno alcun esito né le ricerche “a tappeto” nei rioni operai dell’Arenaccia, né quelle “mirate” in casa di Ugo Arcuno, libraio, ex segretario del comitato provinciale del “Soccorso Rosso” e punto di riferimento dei bordighiani[71], né di Pietro Russo, impiegato di banca che è stato collaboratore e amico di Bordiga, e non ha mutato le idee politiche, ma ormai “non dà luogo a rilievi” e “conduce vita ritirata, dedita alla famiglia e allo studio”[72].  La polizia naturalmente conosce il suo passato, sa che si muove con cautela e non si lascerebbe sorprendere un maniera così  banale. L’occasione, tuttavia, è buona per fargli capire che il fascismo non dimentica e non perdona. Russo è stato e potrebbe essere ancora “pericoloso”. A vent’anni, abbandonate “tendenze anarcoidi” pagate con denunce e arresti, ha provato a rientrare nei ranghi della buona borghesia da cui proviene, ma nell’infuocato dopoguerra s’è iscritto al PSI, distinguendosi nella frazione di Bordiga. Dopo Livorno ha assunto ruoli di responsabilità nel Partito comunista, come dirigente della “Lega Proletaria” e segretario politico della Federazione provinciale. A febbraio del 1923 s’è dato alla latitanza, sfuggendo all’ondata di arresti che punta a decapitare il partito, ma è stato sospeso dallo stipendio e ha evitato a stento il licenziamento. S’è opposto con coraggio ai fascisti fino al 1926, quando è segnalato per i rapporti con Bordiga, poi si è arreso: ha moglie e un figlio e i fascisti hanno intimato al Banco di Napoli di non perdonargli nulla. Russo mette tutto nel conto, quella e le mille altre vessazioni. Sta zitto, ma non cede e, alla resa dei conti, porta negli scontri delle Quattro Giornate l’Italia che non ha mai “consentito”, che ha militato, lottato e che invano il fascismo s’era sforzato di piegare[73].
Russo non può saperlo, ma in quei giorni eroici e disperati in cui sembra accendersi la speranza d’un riscatto politico e sociale, Aldo Romano, la causa involontaria della perquisizione del 1929, s’è schierato con lui, cogliendo al volo l’irripetibile chance e ripetendo la fortunata piroetta che già una volta gli ha consentito di salvare carriera e fortuna personale, saltando il fosso, passando ai fascisti e tradendo i compagni. Gli andrà bene anche stavolta – è questo il “combattente anomalo” di cui parlavo – e troverà modo di farsi spazio tra le “nuove leve” della classe dirigente della Repubblica: storico prestigioso, “uomo di sinistra” e, ironia della sorte, “comunista” nel partito di Togliatti che, selezionando i suoi quadri, si tenne invece accuratamente alla larga dagli uomini come Russo. Anche Aldo Romano è un combattente delle Quattro Giornate e, se si tratta di delinearne il volto politico,  la sua storia ha peso e significato per molti versi emblematici. Nel 1931 l’allora giovane studioso, dopo otto mesi di vita e di “condotta irreprensibile al confino”, s’era trovato stretto tra le ragioni dell’onore e degli ideali e quelle “concrete della vita”. Come spesso accade, le ambizioni avevano avuto facile gioco sugli ideali sicché s’era ingegnato di “non dar ragioni o motivo di osservazione alcuna da parte della PS”. Un primo risultato l’aveva ottenuto subito: “tornato ai familiari e agli studi” era stato radiato dalle lista delle persone “politicamente sospette”. Una dittatura, però, quale che essa sia, non si contenta di così poco e, per suo conto, il Romano non intendeva rinunciare ai suoi sogni di brillante studioso. Come ebbe a riconoscere egli stesso in un memorandum indirizzato ai vertici del regime, scelse perciò di pentirsi o,  per dir meglio, di mostrarsi apertamente “pentito […] degli errori passati e ammaestrato dall’esperienza”[74]. Era il primo, consapevole passo verso un rapporto di dare-avere destinato ad andare ben oltre la semplice iscrizione al Partito Nazionale Fascista, contro la quale, peraltro, si schierarono immediatamente non solo la Federazione Provinciale di Napoli, ma gerarchi autorevoli, come il vice segretario nazionale del Partito, Vincenzo Zangara, che, irritato, si rivolse addirittura a Bocchini, l’onnipotente capo della polizia mussoliniana, per avere “dettagliate informazioni politiche e morali” sul Romano[75]. L’opposizione dei quadri del partito rese naturalmente tutto più difficile. Occorrevano a quel punto non solo amici potenti, ma nuove, concrete prove di un irrefutabile “pentimento”. Quanto costarono al Romano l’amicizia di De Vecchi, un posto di prestigio all’Istituto Storico di Volpe, il riordino del Museo di San Martino, i viaggi in giro per il mondo a rappresentare la cultura fascista, l’approdo a Palazzo Venezia, la libera docenza e la stima di Mussolini[76]? La natura dell’uomo è complessa e i conti ognuno li fa con la propria coscienza. E’ un fatto però: il socialista pentito, passato ai fascisti, divenne una spia dell’Ovra[77].
Ci sono mille motivi per cui la foto di massa che ritrae il volto politico delle Quattro Giornate è andata sbiadendo già all’indomani della  sommossa, ma non c’è dubbio: politica fu la natura dell’insurrezione, politiche le ragioni della sua lettura minimalista. Se le cose stanno così – e non è facile dubitarne – bisognerà pur chiederselo: quali criteri ispirarono la selezione delle classi dirigenti? Com’è stato possibile che, per dirla con Carlo Salinari, uomini che avevano “odore di lucerna, piuttosto che sapore d’erba e di rugiada”[78], dirigenti vissuti per anni all’ombra della Curia o cresciuti nel chiuso degli apparati di partiti, abbiano trovato maggior credito di combattenti e perseguitati politici? Quale nesso lega l’affermazione d’una classe dirigente che pone l’iniziativa di base in una posizione subalterna, di eterna minorità, e subordina la lotta sociale al carro dell’azione politica, alla difficoltosa, parziale o reticente lettura della valenza politica delle Quattro Giornate? Sono domande alle quali non è facile dare risposte, ma sono anche i nodi che occorrerà sciogliere per riempire di contenuti storici la “lettura politologica” sulla quale il revisionismo ha edificato la sua fortuna[79].

 

[1] Leopoldo von Ranke, Storia universale, traduzione italiana a cura di Aldo Neppi Modona, Vallecchi, Firenze 1932. Sul rapporto tra storia e fatti storici, affascinante e ancora attuale Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966, p. 11-35. più di recente, affrontando lo stesso tema, Pavone ha osservato che “la conversione tra verum e factum (debitamente accertato) […] nel corso del Novecento” si è allontanata “sempre più dalla matrice vichiana; ma la necessità di acclarare con sicurezza il certo onde svolgere con rigore e serenità il discorso del vero è rimasta […]. Così nell’opera di un grande storico come Federico Chabod, mentre nel testo scorrono le limpide argomentazioni del giudizio storico (il vero), dalle ricchissime note risponde il basso bordone del certo”. Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 38.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 2007.
[3] Idem, Esportare la democrazia. State-building e ordine mondiale nel 21° secolo, Lindau, Torino, 2005 e L’uomo oltre l’uomo: le conseguenze della rivoluzione bioteconologica, Mondatori, Milano, 2002. La teoria di Fukuyama sembra, per certi versi, un’esasperata e talora grottesca deformazione dell’acuta e corrosiva critica di Marcuse alle “democrazie occidentali” e alla loro “intolleranza repressiva”. La realtà totalitaria della società industriale, osservava infatti Marcuse, conduce ad una unidimensionalità dell’uomo e del suo pensiero, precostituendo bisogni, assorbendo ogni spazio alternativo, ogni realtà di contrasto e sottomettendo ogni forma d’opposizione  al dominio d’una “democrazia” in cui tutto è ridotto alla dimensione imposta dalla tecnologia e dal consumismo. Herbet Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino, 1967.
[4] Ivi, VII edizione, 1968, p. 266.
[5] Nella letteratura di respiro nazionale, alle Quattro Giornate fanno cenno soprattutto Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), Einaudi, Torino, 1983 e Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio, sulla moralità della Resi­stenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991. Per la ricostruzione degli eventi, di grande interesse è ancora Corrado Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista. 28 settembre-1 ottobre 1943, Maone, Napoli, sd ma 1944; una bibliografia essenziale sull’argomento, alla quale rimando, si  trova nel testo di Barbagallo ristampato nel 2004 dalla Città del Sole di Napoli a cura di Sergio Muzzupappa con una prefazione di Luigi Parente; vi aggiungo solo, per completezza d’informazione, il recente Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti, le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.
[6] Del Caviglia è possibile vedere il fascicolo personale custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Prefettura, Gabinetto, secondo versamento (da qui in avanti ASN, PG, V2) busta (d’ora in poi b.) 254, fascicolo (da questo momento f.) “Caviglia Pietro, maggiore di P.S. 1936-1946”. 
[7] Ivi, b. 1607, f. “VI-1-212-1943-58”, sottofascicolo (d’ora in avanti sf.) “Agenti di P.S. Relazione sulla cacciata dei tedeschi da Napoli. 1943”, pp. 1 e 3. 
[8] Ibidem, pp. 4-5.
[9] Ibidem, p. 9.
[10] Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. 88.
[11] Ivi.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] ASN, PG, V2) b. 53, f. Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[15] Ivi.
[16] Ibidem, nota 102778 del 3-9-1943.
[17] Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit., p.130.
[18] ASN, PG, V2) b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[19] Ivi.
[20] Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza e Quattro Giornate, in Gloria Chianese (a cura di), Mezzogiorno 1943. Le scelte, la lotta, la speranza, Esi, Napoli, 1995, pp. 412 e sgg. Sulla categoria storiografica di “laboratorio politico” negli studi recenti sulla Resistenza in area meridionale, si veda anche Luigi Parente, Introduzione a  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. IX-X.
[21] Gaetano Arfè, introduzione a Domenico Zucàro (a cura di), Pietro Nenni. Vento del Nord. Giugno 1944-giugno 1945, Einaudi, Torino, 1978, p. XXVIII.
[22] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991, p. 138.e Sergio Muzzupappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. XXXVII. Togliatti, parlando a Napoli ai quadri del Pci, si avventurò inizialmente sul terreno di un paragone storico coi giacobini del 1799, poi strinse il campo ad una interpretazione meno impegnativa e più funzionale al suo “partito nuovo” e al progetto di radicamento sociale di cui il partito diventava strumento. Fu così che il “giacobinismo” sia annacquò al punto da diventare “manifestazione istintiva di forza nazionale e di spirito patriottico agli albori”. Rapporto tenuto l’11 aprile 1944, in Togliatti, Opere, V, 1944-1955 a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti, Roma, 1984. p. 6. Riportato da Claudio Pavone, Una guerra civile…, p. 138.
[23] Volantino dattiloscritto di propaganda dell’ “Alleanza Nazionale di Libertà”, sequestrato a Napoli e conservato in ASN, Questura, Gabinetto, b. 744, f. “Foglietti sovversivi intitolati”.
[24] Ivi.
[25] Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati (d’ora in avanti ACS, PS), 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943), note 102778 del 31-8  e del 3-9-1943, da Prefetto di Napoli a MI; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, Resistenza e oltre, Manifestolibri, Roma, 2004, p. 196. Sugli episodi di repressione si vedano anche Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime. Storia di una città e della sua regione durante il ventennio fascista, Cooperativa Editrice Donati, Milano, 1972, pp. 232-237; Guido D’Agostino, Le Quattro Giornate di Napoli, Newton Compton 1998; Luigi Cortesi, Introduzione a Luigi Cortesi e altri, La Campania dal fascismo alla Repubblica. Società, Politica e Cultura, 2 voll, Esi, Napoli, 1977; Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-1946), Carocci, 2004; Salvo Ascione, Settembre 1943: Napoli tra stragismo e rivolta, in Gabriella Gribuaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi fasciste sul fronte meridionale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003, pp. 105-177.  
[26] Angelo e Aldo Abenante, Napoli 1943-1947. Una cronaca comunista, Dante e Descartes, Napoli 1999, p. 1; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia.., cit., p. 196.
[27] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943”, nota 13028 del 4-9-1943.
[28] Ivi. La riunione si tenne a Cappella Cangiani il 22 agosto, non il 20, come credo si sia ritenuto sin ora, affidandosi a testimonianze di protagonisti o sedicenti tali, che vanno prese con le molle. Basti pensare che, dopo decenni, c’è stato chi, “ricordando”, ha voluto dividere i contendenti in “riformisti” e “demagoghi”; i primi inutile dirlo, avrebbero poi seguito la linea di Togliatti e i “demagoghi” avrebbero posto sterilmente l’accento sui rischi della collaborazione col fascista Badoglio. Né più serena appare la “memoria” di Amendola quando, ignorando che nella scelta della via nazionale le “ragioni di partito” pesano almeno quanto quelle del realismo politi­co, scrive che il lavoro dei “togliattiani” fu quello di “far comprendere e realizzare la linea di unità nazionale, per battere e superare le vecchie passioni settarie e massima­listiche”. Giorgio Amendola, Gli anni della Repubblica, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 284. Sull’argomento Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza…, in Mezzogiorno 1943…, cit., pp. 409-417, che ha pagine lucidissime, ancora attuali e pienamente condivisibili.
[29] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 201, e ASN, PG, V2, b. 54, f. “Relazione quindicinale. 1943”; f. “Relazione mensile al Ministero dell’Interno anno 1944”; f. “Relazioni mensili e trimestrali al Ministero: anno 1945”.
[30] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 231, e ASN, PG, V2, b. 126, f. “S. S. Ascalesi Alessio, cardinale arcivescovo di Napoli. 1937-1945.
[31] Carlo Scarfoglio, Il cadavere della democrazia, “Il Mattino”, 15-11-1922, e Paolo Scarfoglio, Per questa grande mutilata, ivi, 31-7-1943.
[32] ASN, PG, V2, b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 1027728 del 3-9-1843.
[33] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 202.
[34] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943, nota n. 13028 del 4-9-1943.
[35] A Barbagallo non sfuggì che alla fina della rivolta, il 30 settembre, ci fu un “tentativo di sostituire le autorità straordinarie , che avevano iniziato e condotto a buon fine la patriottica riscossa, con elementi militari balzati d’improvviso”, per “esercitare una specie di azione politica contro rivoluzionaria”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. 88-89. Certo, Barbagallo è così lucido anche perché non ha conti da fare con la contrapposizione tra gli storici che Gabriella Gribuaudi distingue in “ortodossi” e “revisionisti”. Senza schierarsi con gli uni o con gli altri, la studiosa propende per una sorta di terza via che non si concentri su “uomini armati […] con una diversa idea della patria e dei valori per cui combattere”, ma si apra ad “altri modi di pensare la patria e l’identità nazionale in una visone più ampia che prenda in considerazione anche chi non combatte […] e che consideri altri valori e altri ideali come cemento della comunità”. Per chiarire il suo concetto, la studiosa  domanda come avrebbe potuto “riconoscersi nella Resistenza e nella categoria di ‘liberazione’ una donna del basso Lazio, che prima ha visto il suo paese letteralmente raso al suolo dalle bombe alleate e poi, il giorno della ‘liberazione’ ha subito lo stupro d’una torma di marocchini”. Gabriella Gribaudi, Terra bruciata…, cit., pp. 12-13. La via indicata dalla Gribaudi può contribuire ad arricchire la conoscenza storica,a condizione però che non si pensi di superare così o, peggio ancora, ignorare, i problemi etici e i nodi interpretativi posti dal revisionismo; è evidente che la risposta alla domanda della studiosa riconduce a quesiti di ordine generale sul rapporto tra governo e governati, sulla qualità delle classi dirigenti, sul significato della guerra in genere, sul processo storico che la consentì e sulle responsabilità di chi la volle. Non c’è dubbio, nessuna resistenza o liberazione risarcirà la donna del suo dolore, ma quel dolore, conosciuto e valutato  anche e soprattutto come dato storico, diventa un possibile punto di partenza per dirimere la querelle tra “ortodossi” e “revisionisti”. In questo senso la neutralità non è possibile. Di fronte a quel dolore, il secco quesito della Gribaudi si scioglie in una riflessione che impone una scelta di campo e richiede un giudizio etico. Ogni pagina della ricostruzione di Barbagallo mostra al lettore che esiste una barbarie che è parte della storia e produce un irrimediabile dolore. Contro questa barbarie non c’è altra via che la lotta che, paradossalmente, oppone dolore a dolore. Gli eventi del settembre del ‘43 a Napoli dimostrano che non è ideologica, ma strumentale, la tesi di chi oggi sostiene che l’armistizio mise in crisi l’idea di patria e il sentimento di identità nazionale. E’ vero il contrario: l’omicidio Matteotti è la morte della patria e da quella ferita nasce il dolore della donna del basso Lazio. Una sofferenza che si somma a tutto il dolore nato dal fascismo. E’ inaccettabile la tesi di chi sostiene che difendere la Resistenza equivale a svalutare il “sacrificio” dei “combattenti fascisti di Salò, giovani spesso inconsapevoli delle atrocità del nazismo, i quali avrebbero combattuto con la Repubblica di Mussolini a fianco dei tedeschi, in nome della patria e dell’onore di soldato, macchiati dall’armistizio. L’onore di soldato non poteva essere difeso schierandosi al fianco di criminali e fu questa la scelta che condannò ad un irrimediabile la donna presa ad esempio dalla Gribaudi. Guerra e dolore sono sinonimi. Nessun partigiano avrebbe potuto “liberare” la donna, questo è vero, ma c’era un solo modo per impedire che la sua tragedia si ripetesse chissà quante volte: costringere alla resa chi voleva la guerra.    
[36] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204; Guido D’Agostino,  Le Quattro Giornate.., cit., passim; Gloria Chianese, “Quando uscimmo…, cit., pp. 89-90; Biagio Passaro, Francesco Soverina, Un antifascismo difficile. Il Sud d’Italia (1943-1980), in “Il presente e la storia”, 45, 1994, pp. 43-84. Sergio Muzzuppappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit, pp. 27-37.
[37] Molto ha fatto di recente su questo terreno l’ampia ricerca di un valido gruppo di studiosi coordinati da Gabriella Gribaudi da cui è nato il saggio Terra bruciata…, cit. A mio avviso, attuali risultano ancora, tuttavia, le lucide osservazioni di Cortesi; “ad una distanza ormai quasi ‘storica’ dalla liberazione – scrisse pochi anni fa lo studioso – la resistenza della Campania resta un capitolo pressoché ignoto e in ogni caso non sistematicamente ricostruito, il cui posto nella storia italiana è prevalentemente o esclusivamente affidato ai giudizi e ai pregiudizi sulle Quattro Giornate”. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204.
[38] Sul tema del consenso si veda Giuseppe Aragno, Antifascsmo popolare…, cit., pp. 9-11 e Ugo Mancini, Il fascismo dallo Stato liberale al regime, Rubettino, Soveria Mandelli, 2007, pp. 8-9 e pp. 193-236.
[39] Per la partecipazione dei fratelli Murolo alla Quattro Giornate si vedano  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit. e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro giornate, Stabilimento Genovese, Napoli, 1950.
[40] ACS, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC),  b. 3461, f, “Murolo Ezio”profilo biografico; ASN, PG, V2, b. 522, f. “Unione Spirituale Dannunziana”e f. “Napoli, Associazione ex arditi d’Italia. Federazione Unione Spirituale Dannunziana”.  Sulla figura del Murolo, Rosa Spadafora, Il popolo al confino, con prefazione di Guido D’Agostino, Athena, Napoli, 1989, ad nomen,  e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 41-54,
[41] ACS, CPC, b. 3461, f, “Murolo Ezio”, appunto senza data del 28-8- 1924.
[42] Ivi, note 1170 del 28-8-1926, 19466 del 14-6-1928, 1996 del 14-6-1928 e 12480 del 16-8-1929.
[43] ACS, Confino, sentenza della Commissione Provinciale per il Confino.
[44] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime…, cit.,  pp. 227,
[45] ASN, PG V3, b. 1337, f. “Unione Partigiani e Patrioti Indipendenti”, nota 46462 del 6-10-1952 e 1015284 del 29-6-1954.
[46] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, pp. 7-9.
[47] Durante la prima guerra mondiale, disertò come numerosi antimilitaristi e sfuggì all’ergastolo pro­fittando di una sanatoria. ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota 18621 del 12-8-1940.
[48] Ivi. Sulla figura dei Tito Murolo accenni in Giuseppe Aragno L’antifascismo a Napoli…, cit.
[49]  ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota senza numero dell’8-3-1935.
[50] Ivi, nota 60 del 24 6-1940 e nota 1024227 del 18-7-1940
[51] Ivi, lettera di Tito Murolo a Mussolini del 7-7-1940. Per la partecipazione di Tito Murolo alle Quattro Giornate, si possono vedere gli elenchi dei combattenti in Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro Giornate…, cit.
[52] Sulla partecipazione di Germinal Malagoli alle Quattro Giornate, si veda Federico Zvab, Il prezzo della libertà, Spartaco, Santa Maria Capua Vetere, 2003, passim. Del Malagoli si conserva il fascicolo personale in ACS, CPC, b. 2946; sulla Peani si vedano il fascicolo a suo nome in ACS, CPC, b. 3679, e Giuseppe Aragno, Clotilde Peani, in “Fuoriregistro”, http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=10033.
[53] Su Armido Abbate si veda la voce curata da chi scrive per il Dizionario Biografico degli anarchici italiani, a cura di Maurizio Antonioli, Giampiero Berti, Pasquale Iuso, Santi Fedele, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I,  pp. 2-3.
[54] ASN, PG, V2, b. 510, f. “IV-2-2-1927-1”, sf. “Comunisti. 2° fascicolo”, nota 14068 del 26 giugno 1927.
[55] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, nota 01769 del 26-10-1938. Durante  le Quattro Giornate, l’Ottaviano fu tra i combattenti del  ”Settore Duomo”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…,, cit., Appendice.
[56] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, Sentenza emessa dal Tribunale speciale di Tripoli il 22-2-1939.
[57] Ivi.
[58] Sulla figura di Antonio Ottaviano, Aragno Giuseppe, Antifascismo poloare…, cit., pp. 51-54.
[59] ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca Luigi”, lettera inviata a Nitti il 28-12-1927.e nota 500/329 del 2-1-1928.
[60] Ivi, nota 13889 del 17-8-1931 e nota 500 del 29-11-1935.
[61] Ibidem, telegramma 13398 del 14-11-1936.
[62] Ibidem, lettera inviata da Luigi Maresca alla madre il 10-10-1938. Sul Maresca si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit, pp. 55-58. Sulla sua partecipazione alle Quattro Giornate, si veda Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità…, cit. 
[63] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota 978 del 9-2-1924.
[64] Ivi, nota 3878 del 11-6-1925.
[65] Sfuggono a questa tentazione e fanno seriamente storia il recente e notevole Alexander Höbel, L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta. Dissenso diffuso e strutture organizzate, in Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli…, cit, e Nicola De Ianni, Operai e industriali a Napoli tra grande guerra e crisi mondiale. 1915-1929, Librairie Droz, Gnéve, 1984.
[66] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota senza numero del 20-7-1939.
[67] Sulla vicenda Pietro Bianconi, 1943, La CGL sconosciuta. La lotta degli esponenti politici per la gestione dei sindacati operai 1943-1946, Sapere Edizioni, Milano-Roma, 1975, e Angelo Abenante, Aldo Abenante, Napoli, 1943-1947. Una cronaca comunista, Libreria Dante e Descartes, Napoli, 1999; si vedano, inoltre l’opuscolo Ciò che ci divide, diffuso a novembre del 1943 dalla Federazione Campana del Pci, e il dattiloscritto di  Clemente Maglietta, La scissione di Montesanto. Una crisi a Napoli nel PCI alla fine del 1943, conservati entrambi nell’Archivio dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, e Francesco Giliani, Storia della CGL rossa. Lotta di classe, PCI e potere anglo-americano nel Sud (1943-1944), tesi di dottorato, Università Orientale di Napoli, anno accademico 2005-2006.
[68] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo…, cit. Sulla figura di Federico Zvab, che meriterebbe molta attenzione, non esiste ancora, purtroppo una ricerca organica. Su di lui si veda il fascicolo personale in ACS CPC, b. 5615, f. “Zvab Miroslavo”. 
[69] ASN, PG, V2, b. 31 f. “Relazioni trimestrali. 1925-1937” nota 9188 dell’8-10-1928; ACS, CPC, b. 4156, f. “Pugliese Carratelli Giovanni” e b. 4386, f, “Romano Aldo”.
[70] Assieme al “Più Avanti!”, circola anche, seguendo vie clandestine, l’antifascista “Faville” di cui non è facile accertare la provenienza.ASN, PG, V2, b. 510, f. £IV-2f-1-1929-1”, sf. “Pubblicazione antifascista Faville”. 
[71] Ivi, Gabinetto di Questura, 1919-1932, b. 1010, f. “Federazione Giovanile Comunista. 1921-1927”, nota 109 del 14-5-1925 e ACS, CPC, b. 178, f. “Arcuno Ugo”, appunto senza numero e data, ma certamente posteriore al 1941, quando il fascicolo fu riordinato.
[72] Ivi, b. 4501, f. “Russo Pietro”, note dal 1925 al 1941.
[73]Ibidem, profilo biografico e note 4127 del 20-7-1923, 1243/20-1-1926 e senza numero del 4-12-1943.
[74] ACS, CPC, b. 4386, f. “Romano Aldo”, memorandum inviato alle autorità per affermare la sua fede fascista, allegato alla nota 1027657 del 13-8-1937.
[75] Ivi, nota 15766 del 16-11-1937.
[76] Ibidem.
[77] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto…, cit., p. 197; Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Torino, 1999; Mauro Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna, 2001.
[78] Carlo Salinari, Storia popolare della letteratura italiana, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 13.
[79]Per quanto mi riguarda, quando dico revisionismo, non guardo esclusivamente a destra. Come ha osservato con grande lucidità Cortesi, infatti, c’è a sinistra una tradizione che pone al primo posto la “ragione di partito”, che è ragione di parte e, quindi, parziale. E’ la ragione che guida il Pci “già nei primi atti costitutivi della democrazia italiana”. La complessità dell’antifascismo, mi pare di poter aggiungere, è inconciliabile con questa tradizione. Di qui il destino storiografico delle Quattro Giornate. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 251, e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 142-144.

Uscito su Meridione. Sud e Nord del mondo, 4/2010, pp. 207-233. 

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La mia vita da lontano: fili sospesi nel vuoto. Ci cammino come un funambolo stanco che oscilla, si ferma e va avanti, stretto tra il timore di cadere e il bisogno di muoversi, tra la paura di aprire gli occhi e il bisogno di spalancarli per giungere, passo dopo passo nel tempo che gli è dato, dove conduce la strada segnata dai fili. Prima o poi verrà la notte a coprire d’ombra il mio spazio e il mio tempo. Un funambolo sa bene che un giorno cadrà. In piedi su un filo non si può stare mai del tutto fermi ed è impossibile muoversi con passo spedito. Si sta e si va, come un’onda che ruota spinge un’onda e poi un’altra: ciascuna al suo posto e tutto il mare in moto. Si sta e si va, adattandosi alla fatale delusione che ogni equilibrio comporta. Poi uno squilibrio pone fine al viaggio.
La guardo la mia vita – solo così posso farlo – passando per il filtro misterioso della memoria. Ho un punto di vista, un osservatorio precario e l’unico possibile: il futuro subito passato che diciamo presente. Di là guardo il futuro diventato passato: mi scorre davanti, istante dopo istante, e mi meraviglio: è di nuovo un’attesa che andrà delusa.
No, non gioco con le parole.
Il futuro, quale che sia stato, sogno, speranza, incubo o illusione, non ha mai avuto il volto del presente e non è stato mai fermo un istante, mai ne ho colto l’anima, mai l’ho fissato in una successione di fotogrammi. Se n’è andato come un sogno all’alba e mi resta il passato, un sedimento di sogni, un baleno d’illusione, il sapore amaro della delusione, il mito perduto e una triste consapevolezza: indietro non si torna se non con le parole di un racconto.
Torno indietro, quindi. Narro, cantastorie di me stesso, il respiro del tempo: il breve mio tempo di uomo affannato e quello profondo e cavernoso dell’umanità; torno indietro e colgo intrecci impensati, un mondo dentro un altro, come se guardassi una goccia d’acqua al microscopio; torno indietro, ordino eventi, individuo legami, sequenze logiche di cause e di effetti, incontro il caso cinico e beffardo, scelgo nel tempo ciò che penso stia fermo e ciò che pare che avanzi e trascorra cambiando. Cantastorie di me stesso, torno indietro e scrivo: storie nella storia.
Dal mio punto di vista, aperto su un mondo di pupi sorretti da fili, sono fortunato: non so bene per quale inganno ottico, i fili io li ho sotto i piedi. Cantastorie di me stesso, mi reggo da solo e non sono sorretto. Li vedo sospesi nel vuoto, i cavi sottili sui quali ho vissuto e torno ai sussulti di panico, ai soprassalti d’orgoglio, alle rivolte sedate, alla rassegnazione rifiutata, ai patti con me stesso, ai compromessi, all’eterna paura di cadere cercando un equilibrio nuovo. Sono lì, davanti a me, sono io che guardo me stesso su fili che intrecciano fili, e li riconosco: la mia storia e quella di un mondo nel quale hanno vissuto insieme quattro o cinque generazioni, ciascuna col suo tempo, tutte in un unico tempo, entrando o uscendo una ad una dal tempo dell’altra. Ho un figlio, potrei avere un nipote, ho visto uscire dal mio tempo mio padre che non aveva più tempo. Non c’è stato, ma poteva esserci, il tempo di mio nonno che non ho conosciuto. Eppure l’ho visto così presente nella mia infanzia – me ne hanno parlato a lungo mille cantastorie di se stessi – che senza incontrarlo ho ricavato dal tempo suo il senso misterioso della storia che regola il mio oscillante cammino sui fili. E storia del resto era la vita di quel nonno sconosciuto e affascinante che mio padre mi narrava quand’ero bambino:


Papà era un socialista – mi raccontava spesso – amico di Mussolini quando il dittatore dirigeva l’Avanti! e spesso si fermava da “Aragno“.
Era quello per me un linguaggio incomprensibile e magnetico: il duce, l’omicidio Matteotti, la lotta antifascista, il comandante Giulietti – che mio padre trasformava in Giolitti – un organizzatore sindacale della “gente di mare” che aveva sistemato mio nonno al “punto franco” nel porto di Napoli; e mio nonno stesso – “ fuoruscito” diceva mio padre con orgoglio – si faceva magnetico e incomprensibile: un uomo che non scappa per paura, no, tutt’altro, uno che scappando ha coraggio. Due nani erano al confronto lo squadrista e il poliziotto che lo attesero per anni sotto il portone di casa e un giorno svanirono nel nulla. Tenevo per me mille domande e giungevo subito al cuore del problema:
Perché sparirono? Domandavo puntualmente come se già non sapessi. E puntuale giungeva la risposta:
Perché era morto. L’avevano ucciso. Non sappiamo nemmeno dove lo seppellirono.
Troverò la tomba del nonno, concludevo ogni volta che mio padre smetteva di raccontare. E sul suo viso bruno lo sguardo schietto si faceva luminoso.
Le prime, confuse lezioni di storia le ebbi così: una vicenda ripetuta mille volte, sempre nuova e mai definitivamente conclusa, un nonno ucciso e mai sicuramente morto, un assassino feroce, ignoto e, ciò che più mi colpiva, fino a prova contraria innocente, un tempo lungo che oggi vogliamo breve e, sullo sfondo, due fedi contrapposte, il socialismo e il fascismo, che ormai, al mercato delle pulci hanno lo stesso prezzo svilito e un’etichetta che le rende assurdamente uguali, come uguali potessero essere Lutero e Sant’Ignazio, solo perché ebbero entrambi a che fare con la religione. Sullo sfondo quel socialismo, per cui un uomo poteva scegliere di morire, e il fascismo, origine d’un odio così feroce da ridurne un altro ad ammazzare i compagni. Il rosso e il nero, valori contrapposti in un tempo lungo. Qualcuno anni dopo mi avrebbe raccontato del secolo breve e dei danni causati dall’ideologia: il secolo breve, proprio così, breve, in modo da mettere quanto più tempo possibile tra un tempo nato vecchio ed uno nuovo per definizione, tra un male e un bene nettamente scissi tra loro, come se fosse possibile annullare il legame che c’è tra l’essere e il non essere, come se potesse esistere un male senza che ci sia il bene e viceversa, un bene senza male. Secolo breve, certo, per ingannare e ingannarsi, come se il tempo della storia potesse nascere e morire là dove comincia o finisce un segno sul calendario.
Aragno e Mussolini, storie nella storia, storie di uomini nella storia dell’uomo. Carne ed ossa nel loro tempo né breve né lungo, incantarono misteriosamente la mia giovane fantasia, che presto rifiutò le intollerabili dosi della sciapita pappina scolastica, tutta massacri e truculento amor patrio, tutta politici e generali sorti dal nulla e divenuti arbitri tra destini d’uomini e fortune di popoli. Quando mi resi conto che la preistoria amazzonica e australiana vivevano assieme alla sofisticata tecnologia degli “sputnik”, mi sembrò che la linea del tempo fosse solo una stupida astrazione e sentii fino in fondo le ragioni di Diogene e della sua lampada:. in una storia fatta di morti risultava impossibile trovare la tomba di mio nonno. Sepolto dagli eventi di cui era stato protagonista, l’uomo scompariva.
Come un filosofo, mio padre mi aveva involontariamente insegnato che la storia della civiltà ha le mille sfumature della vita degli uomini. Di essi, tuttavia, nei libri di storia trovavo raramente traccia. Tutti i quanti i plebei messi assieme non avevano il peso di un Menenio Agrippa, le molte pugnalate patite da Cesare cancellavano completamente lo strazio di Vercingetorige, Alesia era un nome geografico e non un bagno di sangue, Roma non era mai chiamata a vergognarsi per Spartaco, le persecuzioni subite dai Cristiani avevano il nobile volto di Pietro e Paolo e rimandavano alla follia di Nerone, ma non intaccavano il mito della “patria del diritto” e non davano nome e volto alla sventurata gente di Linguadoca. Allo stesso modo, il Concilio di Trento aveva un’assoluta preminenza sui milioni di senza nome macellati dal Sant’Uffizio, l’Asiento era tutt’al più la causa di qualche guerra ma non segnava a fuoco col marchio dell’infamia l’Occidente schiavista e non è certo un caso che gli schiavi abbiano avuto bisogno d’un letterato per acquistare un nome e un volto; di fatto, però, essi sono tutti Tom e il loro posto è una capanna che non fa ombra a quel mito americano per il quale Buffalo Bill può tranquillamente essere un clown da circo equestre e i pellerossa ebrei di seconda mano per i quali la storia può serenamente smemorarsi.
Studente di materie letterarie a Salerno, divenni maestro senza aver risolto i nodi ingarbugliati del mio complesso rapporto con la storia. Tornato a casa dai “Censi” senza un’oncia di forza, preparavo gli esami con scrupolo, ma l’università potevo frequentarla veramente poco. Il corso pomeridiano di storia contemporanea però non volli perderlo e feci miracoli per non mancare. Se ne diceva un gran bene e un gran male e se ne discuteva persino sulla stampa. Lo teneva un gran nome, un comunista che, uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria, s’era dato anima e corpo allo studio del fascismo, aprendosi strade impensate tra memorie di protagonisti e carte d’archivio, ma non s’era lacerato le vesti per i marines a Santo Domingo, per il moltiplicarsi delle repubbliche delle banane, per la Baia dei Porci, per il napalm Vietnamita o per la libertà uccisa dal dollaro a Santiago del Cile.
Non c’è nulla che ci aiuti a diventare adulti più che il dolore d’una cocente delusione. Così si dice ma è un luogo comune falso e meschino: le delusioni ci incupiscono e il dolore ferisce. Di quel corso di storia contemporanea che mi vide andare avanti e indietro da Napoli a Salerno per mesi e mesi ho ricordi splendidi, ma ciò che ne seguì prese la forma della contraddizione che spezza fili dentro.
Seguii col respiro sospeso. Non mi associai al consenso mostrato in aula da moderati servi sciocchi a caccia di un voto da scroccare, non condivisi le critiche saccenti dei futuri scienziati della borghesia che, fuori dai corridoi, censuravano arditamente il “venduto passato a destra” e si preparavano ad appendere ai pali della luce i “nemici del popolo”. Non ho mai amato le mille controfigure di Che Guevara che si riempivano la bocca di un gergo da iniziati, storcendo le labbra e pontificando sullo spontaneismo anarchico o si atteggiavano ad avanguardia proletaria esaltandosi al ritmo di slogan ritmati il più lontano possibile dall’aula di storia: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tsé Tung!”.
L’uomo mancava di fascino. La fronte, ampia sotto i capelli grigi tirati verso la nuca, si separava troppo bruscamente dagli occhi vivaci, intelligenti, cerchiati e luciferini; il naso grande e aguzzo si allungava fino al disegno delle labbra che, nello sforzo di tenere stretto l’eterno sigaro, si inarcavano costantemente verso l’alto, segnando il viso con un’aria involontariamente clownesca; il collo era corto, la vita larga e le mani nervose diventavano adunche quando aiutavano il pensiero. Non aveva fascino, ma sapeva ricostruire un evento, inserendolo in un contesto e non una parola era detta a caso: dietro ogni fatto citato c’erano prove e documenti. La storia del fascismo che ci raccontava era un mosaico che teneva conto delle tessere più minute.
I particolari, sottolineava sorridendo, sono essenziali. Occorre tener conto anche di quelli che sembrano fuori tono. La realtà italiana negli anni del fascismo fu complessa e articolato fu il fenomeno. Non capireste l’Italia vedendola superficialmente come una realtà unitaria e non capirete il fascismo se lo estranierete dalla complessità che pone le sue componenti in un rapporto tra loro dialettico. Se è moralmente consentito distinguere nell’antifascismo concezioni politiche, interessi, personalità, illusioni e fantasie, è e deve essere moralmente consentito cercare differenze tra Grandi, Farinacci e Mussolini, senza per questo doversi difendere dall’accusa di voler riabilitare il fascismo o il suo capo.
Storie nella storia, pensavo, mentre il viso molto pallido del professore si tingeva di un rosa vivo. E mi pareva che la sua strada conducesse alla tomba di mio nonno.
Un giorno ci spiegò che Croce aveva sentito sempre così viva la repulsione per il fascismo che non aveva mai voluto scriverne: gli ripugnava troppo.
Tuttavia, aggiunse, il filosofo napoletano ammise la necessità di rendere aperta giustizia a quanti si diedero al fascismo mossi non da vili interessi, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene immaturi e privi di equilibrio critico.
Ne ricavai l’idea che essere uccisi da banditi da strada è assai meno onorevole che finire per mano d’un nemico che ha fede, sebbene riponga il suo credo in un ideale omicida chiaramente scellerato. Mi sembrò che la lampada di Diogene avesse diretto la sua luce su segni di presenza umana e che la vicenda Mussolini-Aragno si dirigesse verso una via capace di renderla comprensibile. Intuivo però che, per giungere davvero alla tomba di mio nonno, occorreva evitare che fascismo ed antifascismo fossero considerati una vicenda storicamente conclusa e collocata nel passato. La questione del tempo – mi venne di pensare – è essenziale nella storia: il passato concluso perde la sua attualità e non aiuta a decifrare il presente. Indietro si torna se non con le parole di un racconto: ma a che serve raccontare qualcosa che proprio non ci riguarda più? Pensarlo e dirlo fu una cosa sola.
Posso fare una domanda?
Certo.
Ritiene che una nuova interpretazione del fascismo, professore, quale che essa sia, possa prescindere dai valori morali e politici che sono alla base della realtà del nostro tempo e della nostra Carta costituzionale?
Il giudizio morale non compete allo storico.
La risposta secca non consentiva repliche e dentro mi rimase la sensazione di una ambiguità. La lampada di Diogene smise di dare segnali: l’uomo era evidentemente ancora tutto da scoprire. L’esame orale, dopo quello scritto, si aprì con una bellissima sorpresa. L’assistente, dopo avermi chiamato, lasciò che sedessi, poi si rivolse al titolare:
Professore, questo è Aragno.
Il sorriso che ormai conoscevo si aprì verso di me con una curiosità compiaciuta che lo rese affettuoso:
Lei è parente degli Aragno proprietari del famoso caffè letterario?
Uno era mio nonno, ma non l’ho conosciuto. Fu amico del Mussolini socialista, ma morì prima che nascessi, molto probabilmente ucciso dai fascisti.
Lei ha fatto un compito scritto molto interessante, ha due esami di storia contemporanea e sta facendo la tesi col mio assistente. Le piacerebbe venire qui a lavorare con noi dopo la laurea?
Il viso del professore s’era fatto d’un tratto ammaliante. Toccai il cielo con un dito e acconsentii senza esitare.
Non le prometto molto, aggiunse, ma un posto di esercitatore lo troviamo. Si faccia vedere appena ha terminato. Mi racconterà di suo nonno. Ci tengo molto.
La strada per l’università non mi era parsa mai così ridente come quando passai il ponte sull’Irno e girai a sinistra verso la palazzina tutta nuova dove mi attendevano per prendere accordi e cominciare. Due mesi dopo il professore mi aveva già aperto la sua casa, la sua biblioteca, i suoi preziosi documenti e mi aveva offerto un’amicizia calda e imprevedibile. Mi pare di vederlo ancora davanti al cancello della sua casa romana a Monteverde, mentre mi veniva incontro sorridente, in canottiera, e mi accoglieva nello studio ingombro di libri e carte fino all’inverosimile. Su di una mia ricerca discutemmo per un anno ardentemente e fu per me una guida davvero preziosa. Ascoltava, sorrideva, prendeva tempo, mi invitava a prenderne, rifletteva, mi induceva a riflettere, leggeva e infine valutava:
Ora va davvero bene. Ma c’è un punto che chiarirei.
Ed era certamente un nodo che non avevo sciolto.
Su questo episodio dovrebbe esserci qualcosa di interessante in archivio.
E c’era di sicuro una carta da scovare.
Ti sarà utilissimo questo libro. Te lo presto – mi diceva scherzando – ma guai a te se non me lo riporti: non se ne trova una copia in tutt’Italia.
Andava a colpo sicuro tra migliaia di volumi, tirava fuori il suo tesoro e me lo consegnava con un’aria festosa che mi faceva sorridere.
Gli spiaceva che fossi comunista, ma era convinto che studiando avrei scelto altre vie. Io scuotevo il capo e replicavo che non sarei mai passato in campo liberale. Gli dicevo quello che pensavo e sosteneva che il dissenso non creava barriere tra noi; era evidente però che lo preoccupava.
Questa tua idea di una superiorità etica dei valori dell’antifascismo – mi ripeteva continuamente – è una posizione da militante. Tu rischi così di far prevalere il momento etico su quello scientifico.
Io mi difendevo con estrema semplicità: non credo alla neutralità dello storico, sostenevo convinto. Prendevo quel suo rimprovero come la lezione d’un precettore a un alunno che stima, ma non sentii mai pesare il potere che pure possedeva e non mi pareva mai di essere chiamato a scegliere tra “carriera” e valori. Certo, un velo gli passò negli occhi una volta che il discorso cadde sul consenso conquistato dal fascismo nel paese.
Un’opposizione inesistente. Ridotta a nulla senza ricorrere ai gulag, Aragno. E’ questo che conta. I numeri parlano chiaro.
Dopo le manganellate e l’olio di ricino, dopo il confino e il tribunale speciale. Col rischio del licenziamento e una famiglia da mantenere. Cose banali forse, ma i numeri non dicono ciò che pensa la gente. A casa mia, professore, ci furono balilla e piccole italiane. Non ci fu un fascista.
Quando giudicò concluso il mio saggio e mi annunziò che l’avrebbe pubblicato sulla prestigiosa rivista che dirigeva, mi sembrò di aver ottenuto una sorta di consacrazione.
Devi aver pazienza. L’anno prossimo verrà il tuo turno. Per quest’anno sulla rivista non c’è un rigo libero.
Un anno dopo lasciò Salerno per Roma e raccomandò il suo giovane pupillo a tutti quelli che contavano:
Trattatemelo bene. Ci tengo.
Ci sentivamo per telefono assai spesso e le volte che andavo a fargli visita a Roma aveva sempre strade da indicarmi e ricerche da avviare. Una volta, però, mentre sedeva alla scrivania con l’aria molto stanca, mi guardò sorridendo e confessò: sai una cosa? Guardandomi allo specchio stamattina ci ho visto Mussolini.
Scossi la testa, pensando agli antifascisti lasciati da poco in archivio:

Tutti abbiamo dentro i nostri fantasmi, professore. Se fanno compagnia va bene. Se no, occorre liberarsene. Dicono che Montesquieu abbia lavorato per decenni al suo “Spirito delle leggi”. C’era sempre qualcosa da rivedere e non si decideva mai a concludere. Domani si ripeteva, ma quel domani non veniva mai. Fu così che un giorno si accorse di avere un demone dentro. Si accostò al manoscritto, aprì l’ultima pagina ed esclamò: tu hai deciso di vedere la mia morte e io ti uccido. Prese la penna e scrisse la parola fine.
Rimase pensoso e non rispose. Se il suo duce gli fosse entrato davvero fin dentro il cuore, come il demone di Montesquieu non saprei dire. Cercava più carte di quante ne servissero e, fra tutte, sceglieva sempre quelle che aprivano uno spiraglio e chiudevano porte. Se due parole servivano a giustificare, tutte le altre finivano nella penombra di frettolose note in calce: un muto elenco di carte.
L’ultima volta che l’ho visto a casa sua aveva l’ombrello aperto nel giardino di casa. Pioveva e mi aveva accompagnato al cancello. Salutandomi mi assicurò:
I tuoi sindacalisti rivoluzionari sono al varo. Nel prossimo numero stampo il tuo saggio.
Aveva il solito viso sorridente e mi poggiò la mano sulla spalla. Nessuno dei due poteva immaginarlo quando il cancello si chiuse quel giorno dietro di me come tante altre volte prima: il filo che ci aveva uniti era logoro e stava per spezzarsi. Eravamo delusi. Mi aveva insegnato tutto ciò che sapevo e si era accorto che non sarei mai stato un suo allievo. Io, che gli dovevo molto e gli volevo bene, sapevo che non l’avrei mai considerato un maestro. Scrivere di storia in fondo è un po’ come andare in trincea: il cuore è nel presente. Il suo Mussolini e il mio Aragno, irriducibili avversari da vivi, erano incompatibili da morti. Stanco della mia indipendenza – frequentavo compagnie accademiche che riteneva selezionate apposta tra i suoi peggiori nemici – il maestro scelse la via chirurgica.
Il saggio non uscì: bisognava rifarlo – troppo il tempo trascorso – e all’università occorreva scegliere: o lasciare la scuola o andare via.
Il ponte sull’Irno non era mai stato così triste come quando me ne andai. Nel cortile tardi epigoni del Sessantotto, che da tempo straparlavano di diciotto politico e di esame di gruppo, trovarono il coraggio di appiopparmi l’etichetta che non si erano mai permessi di tirare fuori:
il fascista va via.
In cattedra poco dopo andarono gli “apprendisti di bottega”, alcuni dei tardi sessantottini che mi dopo avermi chiamato fascista impararono a ragionare con moderazione, rinunciando ad appendere in piazza i nemici del popolo.
Non ci contavo, più, ma molti anni dopo il vecchio professore si accorse di me.
Ha pubblicato una bella recensione sui tuoi socialisti – mi informò qualcuno – e nel tuo libro ha trovato uomini e non solo fatti.
La lessi: “ C’è una concezione alta e indipendente della vicenda storica, c’è la passione dello storico militante e ci sono ricerca e documenti“. Sorrisi amaramente.
Il telefono della casa a Monteverde non era cambiato.
Aragno, che piacere!
E sembrava sincero.
Volevo ringraziarla per la recensione. E’ bella.
E’ bello il tuo lavoro. Ora non potrai negarlo, avevi bisogno di maturare.
Può darsi, replicai. Tutti ne abbiamo bisogno. Una cosa però voglio dirgliela. Lei mi ha insegnato davvero molto di quello che so: ho imparato da lei come si fa ricerca. Il saggio che mi restituì, però, non l’ho rifatto. Così com’era poi divenne un libro. Ci aggiunsi un paio di capitoli e a Salerno lo adottarono come testo d’esame.
Stette un attimo zitto, poi esclamò cordialmente:
La mia rivista è a tua disposizione. Se scrivi qualcosa mandamelo.
Troppo tardi, avrei voluto dirgli. Ho lavorato e scritto molto. Fuori dei circuiti accademici però si incide poco. Ma come spiegarglielo? Avrei rischiato di sentirgli ripetere la lezione sulla neutralità dello storico e sui rischi che il giudizio etico fa correre alla scientificità della storia.
Non gli mandai nulla e non lo rividi mai più: un anno dopo morì.

Uscito su “Fuoriregistro“, il 7 luglio 2005.

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La carezza nervosa di mia madre non mi tenne tranquillo a lungo. Presto si fece inquieta, inciampò sempre più spesso nei miei capelli intricati, ebbe ritmi convulsi, annunciò la tempesta imminente, con l’aria che si fa elettrica, il cielo cenere e piombo e gli uccelli tristi che non hanno né ali né canto. Divenne in ultimo richiesta d’aiuto.
Disperata e inconsulta.
Assorbii la tensione devastante per un’eternità, ne avvertii lo spasimo col cuore in gola, fermo nell’attesa, come gli uccelli impauriti senza canto né volo. Diventare uomo volle dire anche questo: attraversare il mio tempo con la furia disperata di un fuggiasco impaurito, distrutto dalla fatica di cercare scampo senza una bussola con cui orientarmi, senza strumenti per leggere le mappe. Conobbi l’ansia, – inseparabile compagna di viaggio nel futuro ch’è ormai passato ed in quello che sarà, mi sembrò di tradire, imparai a piangere senza farmi scoprire.
L’uragano, lungamente sospeso sulla mia testa atterrita, si scatenò in una gelida notte d’inverno. Tornato per la cena, mio padre aprì e rinchiuse la porta. Vidi il cappello entrare ed uscire: il pianto di mia sorella toccava a mia madre. Guardai con raccapriccio i suoi occhi ormai più bianchi che azzurri. Nell’aria non c’era più spazio per l’elettricità.
Mangiammo senza parlare, accompagnati dal pianto inesorabile di mia sorella; la carezza si cristallizzò sui miei capelli, poi il silenzio della notte zittì per incanto la culla, e venne il sonno. Pesante, riparatore, breve.
Dalla strada un rumore di ruote, un canto triste, un lampione mosso dal vento.
Il cappello di lana alla rovescia, la sciarpa come un nodo scorsoio, il cappotto sbottonato sui pantaloncini corti ed il freddo tagliente che s’infilava tra i panni senza trovare alcuna resistenza non furono per strada il mio solo tormento. Il sonno interrotto m’intorpidiva e una paura senza nome mi gelava più del freddo, mentre mia madre sembrava volare e mi trascinava senza pietà per il mio braccio. Gli ultimi metri li ho ancora negli occhi: il fantasma della cattedrale in Via Duomo, bianco di marmi nello slargo buio, l’incrocio tra via Donnaregina e via Anticaglia, dove entrammo sorvegliati dall’occhio nero dell’arco romano – il teatro che ospitò la follia di Nerone – incassato tra i palazzi fatiscenti degli antichi cardini, mia madre oltre l’arco, un portoncino socchiuso superato d’un balzo, alle scale salite in un lampo.
Di dove avesse tratto la chiave che aprì la misteriosa porta dopo aver letto il cognome non saprò mai. Ci furono movimenti convulsi, parole taglienti, mio padre mi sembrò un demonio e l’amante – così pensai, a sette anni: l’amante – disgustosa, sporca nella sua bianca nudità. Un urlo senza fine spense d’un tratto le mie luci. Mia madre era piombata al suolo come fulminata. Null’altro. Per quanto mi sforzi, null’altro.
la rividi molti giorni dopo. I capelli biondi s’erano fatti bianchi. Gli occhi azzurri erano ingialliti. C’era mio padre, uguale a sempre: nessun imbarazzo, nulla da spiegarmi o da dire, una carezza affettuosa e distratta. Un suo fratello – fascista nonostante la storia della famiglia – mi spiegò che un signore mi avrebbe fatto delle domande e mi disse come dovevo rispondere. Una cosa soprattutto: mio padre quella notte non c’era e mia madre non stava bene da molto tempo. I bambini devono aiutare i genitori ed io ero il primo figlio.
Era un uomo grosso, biondo, con i capelli ondulati tirati indietro verso la nuca, gli occhi rotondi e inespressivi: come la stragrande maggioranza degli uomini della sua generazione, non si vergognava di tradire. Rendere pubblico il tradimento, confessarlo, questo sì, questo era vergognoso. Tradire e tacere. Era la regola. Quando ci penso, mi pare evidente: Pasolini si sbagliava. Non eravamo figli di borghesi contro figli di proletari nel ’68. Eravamo giovani di tutti i ceti. Se un errore facemmo fu quello di fermarci. Il mondo, che venne, comunque, non fu più lo stesso e migliorò. Nonostante avessero tentato d’impedircelo con ogni mezzo.
Nessuno mi interrogò, mia madre ritirò la denuncia, io non dimenticai.
Passarono anni senza storia: dopo quella notte, mio padre diventò sistematicamente violento, mia madre si piegò. I capelli ripresero il loro colore naturale, anche se si spensero nei toni lucenti. Gli occhi recuperarono l’azzurro. Mi accorsi di crescere quando scoprii di avere un modello ideale; uno strano modello, privo ancora di connotati positivi e con una grande, chiara certezza negativa: l’uomo che sarei diventato aveva il permesso di essere come voleva, fare ciò che credeva. Non poteva però somigliare a mio padre. Non era poco, ora lo so: l’impegno che prendevo con me stesso era pesante, drastico il giudizio che ne era alla base. Drastiche perciò, estreme e durissime, sarebbero così diventate col tempo le mie scelte, alti i muri che avrei levato a difesa, strette le vie di fuga, impervi i valichi, accidentati i percorsi. Mi accingevo ad indossare – e non potevo saperlo – un cilicio doloroso, mi preparavo a punirmi per ogni cedimento.
Era l’inizio d’un sogno pericoloso.
Alla fine della strada un equilibrio precario, un’intransigenza inapplicabile, i sensi di colpa, l’alcol e la volontà disperata d’uscirne. Ma a dieci anni che sai di tutto questo?
A dieci anni sogni: sei il cavaliere senza macchia e senza paura. Paura invece ne avrai e non la mostrerai, e macchie compariranno e le cancellerai. Negherai. Affonderai e risalire diventerà difficile, ti sembrerà impossibile. Mio padre era un uomo. Io sognai di essere un Dio.
Un incubo. Ed in fondo al percorso il rischio d’una pericolosa frattura della personalità. Non avevo un’idea definita dei miei rapporti con le donne – non avevo in verità un’idea definita delle donne – ma ero lacerato da due estremi. Se pensavo a mia madre mi scioglievo di tenerezza ed ero pronto a morire per difenderne una. Sentivo una rabbia profonda, un disgusto senza fine e giuravo a me stesso che mai ne avrei voluta una con me, quando pensavo alla donna di via dell’Anticaglia. Questa contrapposizione, soffocata dal tempo, sepolta in non so quale meandro della mia coscienza, riemerge tuttora ed è l’origine di fedeltà disonorevoli, abbandoni ingiustificati e ritorni uguali a fughe.
Avevo dieci anni, ed era autunno, quando varcai la soglia della scuola media, superato l’esame d’ammissione, e portai la mia penna stranamente tagliente là dove i figli dei lavoratori di solito non giungevano. Mio padre lavorava in una salumeria. Mia madre aveva vinto la sua battaglia per la qualità dei miei studi, evitandomi l’avviamento professionale, ed io superai la naturale timidezza e sconfissi al primo appello il sorriso ironico dei compagni di classe, vestiti della migliore qualità presente nei negozi di un paese in ripresa. L’insegnante d’italiano, grigia, severa, estranea ai circuiti della moda ed attentissima alla posizione delle sue gambe dietro una cattedra totalmente esposta, lesse di seguito trenta cognomi, rilesse il mio, cercandomi con lo sguardo miope, e ripeté solenne la domanda: – sei parente dei proprietari del caffè Aragno?
In prima elementare ero rimasto a bocca aperta. Stavolta mi venne senza pensarci: – sì, sono il nipote.
E raccontai pacato tutto ciò che sapevo.
Mio nonno mi procurò così – senza saperlo – l’onore di un invito ad occupare un banco in prima fila, una disposizione alla comprensione che durò per tre anni e mi consentì di finire senza danni le medie inferiori – erano tempi in cui l’insegnante di lettere aveva un potere incontrastato – nonostante la mia evidente povertà di mezzi economici, gli sconsigliati eccessi di sincerità, una crescente attitudine alla contestazione, in una scuola che fondava la docimologia applicata sulla “condotta” e considerava ogni figlio di lavoratore un potenziale e pericoloso comunista.
D’altro canto, io amavo i comunisti, e si vedeva. Li amavo perché il prete della parrocchia – che invece non amavo – li odiava con tutto il cuore. Dovrei spiegare perché non amavo il prete, ma la storia è lunga. Dirò solo che il prete amava le vecchiette che in chiesa occupavano senza scampo la prima fila ed io le disprezzavo perché erano bugiarde e pettegole. Naturalmente le vecchiette non mi amavano perché odiavano mia madre, ch’era stata attrice e si ribellava al marito. Ma anche qui le differenze erano profonde: io amavo mia madre, non stimavo il marito e l’accusavo di non essersi mai ribellata davvero.
La faccenda dei comunisti ebbe quell’anno un risvolto tragico e rischiò di compromettere seriamente la mia situazione a scuola; i carri armati dell’Unione Sovietica invasero l’eretica Ungheria e Budapest si difese. Tutti in coro sostennero che si trattava d’una intollerabile vergogna e finii col convincermene anch’io, quando seppi che tra i ribelli c’era Puskas – così mi pare che si scriva il suo nome – un calciatore bravissimo e un colonnello valoroso che non poteva essere un nemico del popolo. Quando vidi che nessuno muoveva un dito stetti male e mi sembrò incredibile. Gli ungheresi. Nella simpatia che provai c’entravano certamente “I ragazzi della via Pal”, che avevo letto undici volte, superando le dieci riletture di “Cuore” e le nove di “Tom Sawier”. Ma c’era di più: nella vita ho sempre sentito un profondissimo trasporto per i grandi sconfitti ed i poveri sventurati. Ettore mi ha fatto piangere, Spartaco mi ha affascinato, Vercingetorige ha oscurato Cesare, Napoleone mi è parso grande solo tra Waterloo e Sant’Elena, i contadini di Bronte mi hanno commosso molto più di Garibaldi, Crispi mi ha spinto a sinistra ben più di Marx, Anna Kulisciof è stata il modello del mio femminismo quando l’ho pensata anarchica e mi si è fatta ingiustamente piccola vicino a Turati. Ho riconosciuto la storia dell’evoluzione nei personaggi minori, la scienza del compromesso e le regole dell’involuzione nelle figure maggiori. Pregiudizi, lo ammetto. Ma chi non ne ha?
A risolvere il mio problema col comunismo pensarono in quei mesi acerbi della mia storia di militante mio padre ed il prete del Pio Monte della Misericordia, la parrocchia in piperno nero di via dei Tribunali in cui maturò il mio distacco definitivo e irrimediabile dalla Chiesa. Furono le prediche contro i comunisti ad allontanarmi dai poveri ungheresi. Insospettito dalle dubbie qualità di un simile avvocato e messo ancor più in allarme dai giudizi negativi sui sovietici espressi da mio padre – avvocato, se possibile, più sospetto del prete – giunsi infine ad una incrollabile certezza: i comunisti italiani – ne avevo conosciuti alcuni per caso nel quartiere e n’ero rimasto incantato – non potevano mentire. In quanto ai giornali non mi fidavo: L’insegnante d’italiano, parlando di “Aragno” aveva fatto cenno al Mussolini direttore dell’Avanti e tanto era bastato a determinare il crollo delle loro azioni nella borsa valori del mio nascente sistema etico.
A parte le dovute eccezioni, i giornalisti non si sono dati gran che da fare per meritare poi maggiore considerazione.
Agli ungheresi dovevo delle scuse. Lo scoprii anni dopo e feci quanto potevo per rimediare. Anche oggi, però, benché Stalin non mi sembri diverso da Hitler, mi rifiuto di seguire la strada dei pentiti politici e buttare a mare l’acqua sporca e il bambino. Non amo papa Woitila, ma mi colpì la sua tardiva ammissione di fronte alla furia iconoclasta del capitalismo vittorioso: c’è un’anima di verità nel comunismo. Così disse Woitila.
L’ha capito un papa, l’hanno dimenticato i comunisti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2002

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“Aragno”, ecco il titolo del primo capitolo. Aragno per indicare due cose: uno storico “caffè letterario” della Roma di fine Ottocento e mio nonno, socialista in un paese che s’avvia al fascismo dopo il bagno di sangue della prima guerra mondiale. In quel caffè letterario, dove si ritrovano artisti famosi letterati e uomini in cerca di fama, nelle sue sale, dove vivono assieme passato e passatismo, futuro e futurismo, dove il vecchio e il nuovo s’incontrano e si scontrano nelle discussioni senza fine che oppongono classicisti ed espressionisti, e mettono a confronto le proposte di “Valori Plastici” a quelle de “La Ronda”. In quelle sale, fissate sulla tela da Amerigo Bartoli, capita il duce del fascismo, quando inizia l’avventura che lo condurrà a Piazzale Loreto. Di là, dall’Aragno di Marinetti e Baldini, Cardarelli e Cecchi, Bragaglia e Ungaretti, mio nonno, amico del direttore dell’Avanti! che ormai ha e le mani sporche del sangue dei suoi compagni socialisti, di là mio nonno scrive e firma parole di fuoco: vigliacco e traditore. Scrive e firma così la sua condanna e in qualche modo mette nel conto da pagare anche il mio futuro. Dall’angolo tra via del Corso e via delle Convertite, in un giorno d’autunno del 1924 – un autunno romano che ha colori militari e la dolcezza struggente che assumono le città quando la loro storia si incupisce – trentadue anni prima che io venga al mondo, firmata come io firmo, parte la lettera che indirizza in maniera irreversibile il mio futuro, prima che esso diventi – come ormai è da tempo – il mio passato.
Negli anni che seguono – li sento, se possibile, più oscuri e dolorosi di quel tristissimo 1924 – la storia dei fuorusciti s’intreccia col mio futuro in un passato che conoscerò dai libri. Nei racconti della famiglia è però una storia assai diversa: il portone di casa sorvegliato da squadristi e polizia, la paura, la miseria e poi mio nonno, preso mentre tenta la fuga a Marsiglia, arrestato, ricondotto a casa senza denti dopo un interrogatorio; raggiungerà l’America in un anno che non so per morirvi di due morti. Una è quella che raccontano i fascisti a mia nonna che domanda notizie: asfissia per una sfuggita di gas, ma nessuno ci ha mai detto dove è stato sepolto. L’altra morte, me l’hanno raccontata più volte mio padre e mia nonna, è appresa da racconti di testimoni: ucciso dai fascisti. Non una traccia: una bomba americana ha sepolto lettere, carte di processi e ogni ricordo.
Appresi tutto questo quando avevo sei anni, in una mattina piovosa, all’angolo d’un vicolo di Forcella, dove, tornato da scuola – il mio primo giorno di scuola – vendevo sigarette di contrabbando. La maestra, facendo l’appello mi aveva chiesto se ero parente dei proprietari del caffè Aragno, ed io avevo girato la domanda ai miei genitori. Di mio nonno non sapevo nulla, tranne ch’era morto prima che io nascessi. Capii allora – anzi sentii vagamente senza capire bene – che quell’uomo misterioso aveva molto a che vedere con quello che facevo e che avrei fatto.
Ma qui siamo ad un altro capitolo, c’è la repubblica.

Uscito si “Fuoriregistro” il 19 ottobre 2002

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