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Posts Tagged ‘Bronte’

10169190_792592114140197_2326726142420761491_nA suo modo, Alessandto Mlòn ha ragione: Napoli Monnezza esiste. E’ l’alter ego dei paranoici, il lucido delirio d’un bene malato che si dichiara vittima d’un male che s’è inventato. Napoli Monnezza esiste soprattutto nella coscienza sporca dei monnezzari, quelli che, col rispetto dovuto agli operatori ecologici, senza monnezza non sanno come riempire la mangiatoia.
Napoli Monnezza è il napoletano Liborio Romano che recluta la camorra, ma il monnezzaro è genovese, porta la camicia rossa e di mestiere fa “l’eroe dei due mondi”: si chiama Garibaldi e riempie l’enorme carrozzone burlesque della polizia con la Napoli camorrista. Se uno non la dice questa cosa o fa finta di non saperla, la monnezza puzza di razzismo, sa di affare losco e si chiama malafede.
Mentre i napoletani garibaldini si fanno sparare gridando “viva l’Italia”, a Bronte il colonnello Nino Bixio, da buon monnezzaro genovese, fucila i contadini che ha imbrogliato e a Napoli i camorristi diventano polizia, così chi s’è visto s’è visto. Gioco di prestigio o colpo da campione, Napoli Monnezza è diventata subito l’Italia dei padroni e dei pennivendoli e la gente perbene, i lavoratori e i contadini, stanno peggio di prima. Al primo Bifulco che parla ci pensa la monnezza in divisa da carabiniere e guardia nazionale e se non basta, interviene un azzeccagaburgli prestato alla politica, Giuseppe Pica, uno come tanti, che scrive una legge subito approvata dai monnezzari di tutt’Italia e si fa un macello. Qualcuno protesta? E che ci vuole a farlo tacere? Si punta il dito, indignati: Gesù, ma che dici? Tu mò ti difendi persino i briganti?.
Il potere calato dal Nord non solo si mette maliziosamente d’accordo con Liborio Romano e manda da noi la Torino monnezza vestita da bersagliere, ma compra le penne d’ogni colore e va in scena la farsa: “la capitale del Mezzogiorno è una palla al piede per l’Italia!“. Mentre i monnezzari si fanno quattr’uova in un piatto, in galera ci vanno gli anarchici e i socialisti; liberi, invece, nei tribunali, nelle università, nei Parlamenti dei padroni, d’accordo con la monnezza napoletana e con tutte le monnezze nazionali e internazionali, con l’oro dello Stato borbonico e con le tasse della Napoli pulita, Garibaldi e compagni fanno la fortuna della peggiore monnezza che si sia mai vista a questo mondo: i padroni del Nord e gli agrari del Sud. Il monnezzaro lo sa: più si sporca le mani e più si arricchisce, perciò nella monnezza sciala. Poi, per salvare la faccia, dà la parola a quelli come Alessandro Mlòn e se la piglia con la monnezza che non si vuole ribellare. Mlòn lo sa bene, la colpa è dei monnezzari e di chi gli dà una mano ma nella monnezza sciala come loro.

Da secoli Napoli pulita combatte contro Napoli Monnezza, ma il monnezzaro non ha patria e non ha famiglia: è un figlio di buona donna o, come dicono a Napoli, è ‘nu figlio ‘e puttana. Si mette d’accordo con la monnezza, ci campa alla grande, però poi si lamenta e ci fa la morale. Nel ’99 Napoli pulita usava il bidet e faceva già la differenziata, ma i monnezzari inglesi, che senza la monnezza sparsa in giro per il mondo non potevano più fare affari per tutti i mari, si misero d’accordo con la monnezza napoletana e fecero fuori la città pulita, che s’era ribellata. Cirillo, Pagano, Fonseca, Russo, il fior fiore della cultura e della politica napoletana – il meglio che si potesse trovare nella penisola – finirono appesi per il collo. La monnezza sanfedista fece cose mai viste con l’appoggio dei monnezzari inglesi e col consenso di quelli francesi, che avevano tradito i rivoluzionari e se n’erano andati a fare i loro loschi affari con la monnezza di tutto il Continente Antico. Così la Napoli Monnezza tornò sul trono e divenne persino merce d’esportazione. Fu l’Italia Monnezza che combinò l’affare della Banca Romana e c’entravano, monnezzari in parti pari, il Nord e il Sud: Crispi e Giolitti. Pagò come sempre la povera gente.
Nel settembre del ’43, Napoli pulita cacciò a fucilate la monnezza napoletana e quella tedesca, ma gli americani, gli inglesi e i francesi, che con la città pulita affari sicuramente non ne avrebbero fatto, si presentarono con i monnezzari più esperti del globo terracqueo – Lucky Luciano, per fare un nome, quel nobiluomo del colonnello Poletti e chi più ne ha più ne metta – e la spuntò un’altra volta la monnezza. Quella locale e quella internazionale. A onor del vero, ci mise del suo anche qualche gran signore settentrionale e più di tutti si distinse una volta ancora un genovese, uno che monnezzaro non era, ma le cazzate le fanno pure quelli puliti e settentrionali. Dopo Pica, giunse Togliatti, che firmò una legge sul riciclo dei rifiuti politici e lasciò in eredità alla repubblica il fascismo e i fascisti: balle ecologiche che contenevano monnezza di provenienza soprattutto centro-settentrionale, sia nella versione pulita di Volpi di Misurata e di Bottai, che in quella sporca di Balbo. La legge sull’epurazione sembrava fatta apposta per lasciare a galla monnezza e monnezzari, passati pari pari nell’Italia pulita, quella della Resistenza e di Napoli partigiana. Persino gli Agnelli, i Lauro e i Valletta.
Da allora, la città pulita continua a ribellarsi e a lottare, ma sono ormai molti anni che nella “terra dei fuochi” come in Val di Susa, i monnezzari – che com’è noto vivono di monnezza – hanno fatto fuori la legalità repubblicana. Napoli Monnezza non si spiega senza “Milano da bere”, l’eterna tangentopoli, l’inestricabile intreccio tra politica e malaffare, senza i monnezzari che oggi come ieri fanno affari con la malavita organizzata e con le mafie istituzionali: mazzette, voto di scambio, irregolarità elettorali piemontesi, ripetute tragedie genovesi. Non c’è parte d’Italia che non sia Napoli Monnezza e non c’è monnezza che non abbia i suoi monnezzari: giornalisti – ‘e cecate ‘e Caravaggio – magistrati, gente in divisa, che non non ha mai intercettato un carico di rifiuti tossici, monnezzari provocatori, monnezzari confidenti e monnezzari pennivendoli, che sparano addosso alla città pulita che non vuole ribellarsi. Gente che gioca con le parole, ma è un gioco sporco, una monnezza di gioco. Il gioco del monnezzaro che piace da morire a scribacchini e velinari.

Ps: non pubblicherò repliche e tratterò come spam commenti che a riterrò inaccettabili come l’articolo di Alessandro Mlòn.

Uscito su Agoravox il 12 novembre 2014

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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Fu il miraggio di una collaborazione con le forze della sinistra “liberale” a suggerire a Turati la formula ambigua che affidò la soluzione dei problemi del Mezzogiorno a una “egemonia della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla, anzi, per sollevarla e per emanciparla“. La scelta – una delle più infelici del riformismo di Turati – consolidò il fronte borghese e spaccò il movimento operaio a tutto vantaggio degli imprenditori. E’ una lezione da cui la sinistra non ha mai ricavato le conseguenze. Lo dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, le idee che sulla scuola circolano in rete. C’è ancora chi riduce il dramma della scuola alle politiche d’un trio famigerato – Moratti/Fioroni/Gelmini – e s’illude che mentre il Sud sia spettatore passivo, il Nord “resistente“, stia salvando il millennio di storia cancellato dalla Moratti, il programma di Geografia che copre il globo terracqueo e l’esame di quinta, trasformato giuridicamente in progetto di fine anno. Può darsi che sia vero. Perché non crederci? Può darsi che non si tratti, com’è costume italico, di quelle che Mazzini chiamava “le passioncelle locali“, le diffidenze e gli interessi particolari. Crediamoci. Nel Lombardo-Veneto leghista, nel Regno di Sardegna e in qualche granducato tosco-emiliano avanguardie di docenti illuminati hanno recuperato i mille anni di storia che si son persi invece fatalmente nelle terre dei “lazzari, che, ci credereste?, della protesta con i rotoli di carta igienica non sanno nulla e, se sanno, non sono convinti. Terre barbare, in cui, negli anni eroici dell’unità, i “cafoni” massacravano Pisacane e il poeta scriveva: “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti“. Terre sventurate, in cui il genovese biondo e generale, tra fischi di pallottole e camicie rosse, gridava al colonnello eroico: “Bixio, qui si fa l’Italia o si muore!“. L’Italia di Garibaldi che, per farsi conoscere a dovere da chi ancora stentava a capire, mandò Bixio a Bronte e passò per le armi i braccianti malandrini, sanfedisti ed “eversivi“, pronti a occupar le terre dei padroni, che, guarda caso, erano invece amici dei garibaldini.
Può darsi che il millennio sia stato recuperato, ma nella foga si sono certamente smarriti i centocinquant’anni della “Questione meridionale” e siamo tornati ai tempi del ravennate Carlo Luigi Farini, luogotenente del re nelle terre del Sud e, di lì a poco, Presidente del Consiglio, che, nel dicembre 1860, dimenticata la “passione unitaria“, scriveva a Minghetti:

non ci sono cento unitarii in sette milioni di abitanti. Ne pur di liberali c’è da far nerbo. E Napoli è tutto: la provincia non ha popoli, ha mandrie: qualche barone o di titolo o di gleba le mena [ . .]. Or con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchian di numero nei parlamenti, se non stiamo bene uniti a settentrione“.

E’ difficile capire se nei fatidici mille anni siano compresi quelli più recenti, ma come tacerlo? E’ quantomeno singolare ridurre le responsabilità del dramma della scuola al trio Moratti, Fioroni, Gelmini, quando la loro “filosofia“, con buona pace dei filosofi, è già nelle note esplicative che accompagnano il testo del bilancio di previsione del 1980, e che Spadolini trasmise al ministero del Tesoro nel 1979: razionalizzazione nell’utilizzazione del personale, produttività della spesa per l’istruzione, diminuzione del costo economico.
Non occorrono intelligenze nordiche per capire che l’Italia s’è fatta senza rivoluzione, con patti scellerati tra padroni delle terre e padroni di manifatture, sicché da Nord a Sud non c’è chi possa chiamarsi fuori e dar lezioni. Insieme, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, studenti e lavoratori hanno dato battaglia. Bombe e attentati li hanno messi a tacere. La spinta al cambiamento s’è fermata e la caduta del muro di Berlino ha messo in discussione un equilibrio fragile e sempre più precario. Un equilibrio che s’è rotto quando a dettar le regole sono stati i mercati e l’Europa delle banche; quando i bilanci “europei“, senza migliorare il “prodotto scuola” e senza tirarci fuori da presunti disastri economici, sono bastati a indebolire le scarse potenzialità di un sistema formativo costretto a operare in condizioni di crescente isolamento. La scuola, oggi, è lo specchio di un Paese scosso dalle fondamenta, afflitto dal degrado del Mezzogiorno, dal fiorire dell’azienda-mafia che dilaga anche al Nord, dalla ripresa di antichi pregiudizi antimeridionalisti e dalla protesta leghista, che pone sul tappeto una pretesa differenza di cultura di razza fra gli abitanti delle diverse aree del Paese.
In queste condizioni, l’illusione delle “due scuole” è rovinosa e può solo consolidare il clima di contrapposizione che, per dirla con Santarelli, un grande storico troppo presto dimenticato, ha le sue radici nella “forza eversiva dei fatti: l’integrazione capitalistica euro-occidentale, il salto o i salti di qualità tecnologico-produttivi dell’economia settentrionale“. Non è un caso che il dibattito sulla scuola, si polarizzi sulla contrapposizione pubblico-privato, che diventa un’astrazione e rischia di farsi il riflesso d’uno specchio deformante. In realtà, ciò che in altri settori non è facile da cogliere, guardando alla scuola si fa molto più chiaro: l’attacco alla formazione ha ovunque la stessa pesantezza, ma l’effetto dei colpi non può essere uguale. Un dualismo ormai incancrenito rischia di produrre fratture micidiali. È la conseguenza estrema e, per molti versi prevedibile, d’un ritardo in cui gli aspetti “quantitativi” si risolvono ormai in un “gap qualitativo” che, nei fatti, segna una divaricazione non più rimediabile.
Non si può difendere la scuola dello Stato se non si coglie la molteplicità delle conseguenze “geografiche” che l’attacco produce, se si ignora il terreno sul quale ci si muove. Sarebbe un suicidio dimenticare che il sottosviluppo di alcune aree del Paese non è ormai più funzionale nemmeno allo sviluppo delle altre, ma alle logiche del profitto e alle esigenze del capitale. Ci sono oasi felici nel deserto meridionale e dune sabbiose nella verdeggiante piana padana. Non c’è una questione locale. C’è un sud del Nord e un nord del Mezzogiorno. Da decenni c’è una continuità nelle scelte politiche di fondo, soprattutto economiche, che non consente salvezza né alla società del Nord, che senza il Sud non può governare i ritmi velocissimi del cambiamento, né a quella del Sud, che senza il Nord non sa come fermare l’arretramento. Abbiamo di fronte un progetto scellerato che rischia di giungere a compimento. La diversità stessa della qualità della vita produce rinnovati squilibri. E questi, a loro volta, inevitabilmente approfondiscono quelli preesistenti. Per ora pagano le classi povere, pagano i lavoratori , pagano gli immigrati. Alla fine del percorso, come accadde col fascismo, pagherà il Paese nel suo insieme. In termini di civiltà.
Non due Italia e due scuole, quindi, ma una tragedia nazionale.

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