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Posts Tagged ‘borghesia’

Niente auguri solo una lezione da imparareLe classi subalterne sono stremate, è vero, ma la realtà dei fatti insegna sempre qualcosa e forse conosciamo da tempo la lezione, addirittura dal 1848: “non ci vuole una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza”. In questo senso, la condizione in cui è ridotta la scuola non segna solo un grave arretramento della civiltà, ma rivela una drammatica svolta ideologica. Poiché in ogni momento storico le idee dominanti sono sempre e solo quelle dei ceti dominanti, la crisi di un’epoca della storia è automaticamente crisi dell’ideologia che giustifica il dominio. E’ naturale, quindi, che nessuno, meno che mai gli esponenti del potere, creda più nei pilastri teorici del tempo che abbiamo vissuto e ci stiamo lasciando alle spalle.
Qui non si tratta di una data che cambia su un calendario. La libertà, l’eguaglianza e la fraternità, per cui si sono ripetutamente levate in armi generazioni di rivoluzionari borghesi, i principi e le norme fondanti dell’attuale “patto sociale”, sono ormai gusci vuoti. Dopo più di due secoli, la maschera cala e una concezione “storica” del diritto e della società cessa d’un tratto di essere un’acquisizione eterna di civiltà; la crisi e la sua logica inesorabile mostrano brutalmente che l’idea borghese di democrazia, Montesquieu, la sua “divisione dei poteri” e l’insieme delle regole ad essa legate – il diritto borghese – sono il prodotto di rapporti storici, non leggi eterne, razionali e naturali.
In queste condizioni, mentre il potere si arrocca e il conflitto produce nuovi rapporti storici da trasformare in “principi universali”, la battaglia che si combatte ovunque su questioni falsamente morali, come la difesa della famiglia e il modello di educazione, segna la trincea di prima linea di uno scontro mortale, che non è culturale. La difesa ideologica del modello borghese di famiglia è figlia del terrore prodotto dai cambiamenti in un momento di transizione e riassetto del potere. Sul terreno della formazione, in particolare, il tentativo di privatizzare o, peggio, di “statalizzare” nel senso peggiore della parola, mira a garantire la supremazia di un pensiero nuovo, non ancora ben definito, ma così feroce che, per diventare dominante, pretende il sacrificio di ogni possibile formazione della coscienza critica.
A chi non accetta di subire inerte tanta violenza, si rimprovera strumentalmente una concezione ideologica dell’educazione e – rovesciando la realtà – si imputa un’idea gramsciana di “egemonia culturale”. Come in uno specchio deformante, l’eversione dall’alto, sempre più evidente, diventa sedizione dal basso. Eppure la sottomissione del sistema formativo al potere esecutivo è sotto gli occhi di tutti, così come la sua riduzione a strumento di controllo sociale. Ciò che si vuole è la cancellazione della scuola e dell’università come fucina di intelligenza critica e autonomia di giudizio. Tutto questo è terribile, ma la lezione è chiara e va capita: di fronte a una crisi che minaccia di essere strutturale, la scuola è terra di conquista per chi mira a ristabilire un’influenza ideologica sui ceti subalterni e a trasformare “i giovani in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”. La lotta per i diritti dei lavoratori è sacrosanta, ma dio salvi i popoli ai quali sottrai la capacità di riconoscerli e la memoria storica di quanto costarono in termini di lotte, repressione e sangue!
Che fare? Marx non avrebbe dubbi. Da secoli rivolge invano la sua domanda retorica al servi del potere: “non è che la vostra educazione determinata dai rapporti sociali entro ai quali voi educate”, nasconde “l’intervento più o meno diretto della società per mezzo della scuola?”. Mai come oggi è stato così chiaro: se non riusciremo a difendere la scuola, noi non addestreremo più nemmeno lavoratori: produrremo servi o, tutt’al più, bestiame votante. Non abbiamo scelta perciò: dobbiamo strappare l’educazione all’influenza della classe dominante. Costi quel che costi.

Uscito su Fuoriregistro il 31 dicembre 2015 e su Agoravox l’1 gennaio 2016.

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Dich indip USASembrerà un paradosso, ma è saggezza politica: finché non fu in grado di realizzare i suoi progetti politici senza il contributo dei poteri periferici – sia feudali, che cittadini – fu il sovrano a sollecitare la partecipazione alla sua attività di governo delle componenti sociali più rilevanti. Privo di efficaci strumenti amministrativi, cercava il consenso di assemblee controllabili che ne avallassero le scelte senza esigere la condivisione di un potere realmente esercitato. Com’è naturale, però, le assemblee rifiutavano ruoli di supplenza del «consilium regni» e chiedevano una istituzionalizzazione della propria presenza politica.
La dialettica tra potere centrale e poteri periferici si configurò così come processo dinamico, da cui nasceva una complessa trama di rapporti tra forze diverse, che tenevano assieme il corpo centrale dello Stato e le sue articolazioni periferiche. Di fatto, i poteri periferici, che esprimevano interessi diversi tra loro, esercitavano un reciproco controllo e una funzione equilibratrice. Naturalmente, più il potere centrale contava su basi sociali autonome e potenti, più deboli erano le assemblee e più arretrata la realtà politica. Se il sovrano poteva agevolmente sfruttare i contrasti interni ai poteri periferici – difficili relazioni tra città e contado, rapporti tesi tra feudatari e autonomie cittadine – la logica dal «divide et impera» causava una destabilizzante frammentazione politica.
A ben vedere, quindi, la “governabilità” non solo non era – e di fatto non è – figlia unica del rafforzamento del potere centrale, ma l’indebolimento delle autonomie periferiche creava squilibri che intralciavano il «buon governo». Spesso, anzi, l’esagerata ricerca di «governabilità» era ed è sintomo di una patologia del potere, che difende interessi particolari e minoritari, a scapito dei reali bisogni collettivi. Vitale, quindi, per la fisiologia della vita politica, era ed è l’equilibrio delicato tra i poteri periferici e quello centrale e la «governabilità» si fa«valore» e agevola il «buon governo» solo se la forza del potere nasce dal confronto con assemblee forti di un’ampia rappresentanza.
La storia delle assemblee dimostra che più esse sono rappresentative della complessa realtà sociale, più articolata è la base di consenso e più efficace l’azione di governo. E’ il moltiplicarsi dei ruoli di «garanzia» nel «cursus honorum» degli uomini di governo affiancati al Senato a fare grande quella Roma repubblicana, che l’Impero conduce alla rovina, allorché, ridotto il Senato a un ornamento, la forza delle legioni svanisce perché non si trova più chi difenda uno Stato che non lo rappresenta.
Con l’Età Moderna, quando la bilancia pende dalla parte di chi governa e le assemblee si riducono a salotti di «ambasciatori» di questa o quella entità politica autonoma, in cui non conta l’importanza dei problemi, ma il «peso» di chi difende un interesse, lo scontro coi popoli si fa spesso violento. Val la pena di ricordare a Renzi – ma anche l’Europa farebbe bene a riflettere – che quando il potere centrale pone al centro della vita politica la «governabilità» a scapito della rappresentanza e spaccia per «modernizzazione» l’autoritarismo, s’apre la via per la rivoluzione. L’inglese Carlo I Stuart, travolto dalla «Gloriosa Rivoluzione», la questione della rappresentanza che spinge alla ribellione i coloni americani al grido di «no taxation without representation», sono modelli classici nelle storia della borghesia. Ed è sintomatico che l’animo degli americani non si infiamma, come spesso si crede, per l’eccesso di tassazione, ma per la richiesta ignorata di eleggere rappresentanti nel Parlamento di Londra. Lungo sarebbe l’elenco delle rivoluzioni nate dalla rivendicazione di una reale partecipazione, ma anche Renzi saprà che fu la rivoluzione a sancire la superiorità del modello fondato sulla rappresentanza: così accadde negli Usa, così nella Francia dei sanculotti e persino nella Russia del 1917, dove l’inascoltata richiesta di convocare un’assemblea rappresentativa dell’intera società zarista, espressa dai rivoluzionari all’alba del Novecento, trovò risposta nei «Soviet», che diedero rappresentanza ai ceti subalterni. Ragione non ultima della partecipazione popolare alla rivoluzione bolscevica.
Oggi sappiamo che quanto più forte l’accento cade sul tema della governabilità, tanto più s’intende tutelare i privilegi di classe e garantire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sappiamo anche che più pesante è stato il pugno calato sull’equilibrio dei poteri, più violenta è risultata storicamente la mortificazione di diritti umani, civili, politici e sociali e più spazio s’è aperto per la rivoluzione che, nel delirio liberista, è diventata la grande assente della vicenda storica. E strano, ma significativo – e fa temere una violenta burrasca – il fatto che proprio la borghesia cancelli dall’orizzonte politico la via rivoluzionaria e pretenda di leggere la storia come fosse un traballante treppiedi privo di una gamba: conservatori e progressisti, senza ombra di rivoluzionari. Eppure spesso sono stati proprio questi ultimi a scrivere pagine decisive per la vicenda umana e nessuno dovrebbe saperlo meglio di quella borghesia che, giunta al potere per la via rivoluzionaria, l’ha poi conservato grazie ai Parlamenti. Quei Parlamenti che oggi, con colpevole miopia, sono sacrificati a governi autoritari che battono in breccia la geniale creatura di Montesquieu. E’ vero, si può essere riformisti in mille modi ma non sarà male chiederselo: quante rivoluzioni sono figlie legittime di riforme concepite per negare diritti? Quanti decisivi progressi si sono affermati con la forza, quando la ragione è stata messa a tacere e hanno fatto giustizia di un’ingiustizia che non badava più alle ragioni dei popoli?

Uscito su Fuoriregistro il 13 agosto 2014 e sul Manifesto il 22 agosto 2014, col titolo Il sovrano e l’assemblea, una vecchia storia, e su MenteCritica il 29 agosto 2014.

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