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Posts Tagged ‘Bonaparte’

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Per il suo mai rinnegato progetto secessionista – è lì che conduce ancora la cosiddetta autonomia differenziata – la “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” incarna più di ogni altra formazione politica italiana una lettura fascista della nostra vicenda storica. L’esperienza di governo della Lega, a livello locale e nazionale, costituisce nei fatti l’esempio più calzante di quel «sovversivismo delle classi dirigenti», che negli anni venti del secolo scorso produsse il fascismo e oggi spinge verso un bonapartismo sprezzante delle Istituzioni, deciso a stravolgere la Costituzione, svuotare il Parlamento delle sue funzioni e governare a proprio vantaggio i rapporti fra classi sociali.
Di buono c’è – se così si può dire – che trenta e più anni di guerra al sistema formativo hanno ridotto in miseria le capacità medie di ragionamento critico della nostra popolazione, sicché l’unico possibile Bonaparte disponibile si chiama Matteo, che non è un Napoleone. Per una volta risulta vero, quindi, quello che vero sempre non è: la storia che si  ripete nel cuore di una tragedia ha i connotati autentici della farsa. Fanno parte della nostra migliore tradizione comica, del resto, i canti partigiani, il clima di ritrovata salvezza e il gonfiarsi di petti molli per la democrazia salvata.
In realtà, con la lega fuori dal Governo, l’ignobile ferocia di Minniti e Renzi sostituisce quella celtica e padana di Salvini, Giorgetti e compagnia cantante e tutto si regge ancora sul pilastro qualunquista dei traditori pentastellati. Per esser chiari, questo governo non rassicura nessuno e lascia tutto più o meno com’era.
Certo, sapienti tocchi di rimmel di qualche vecchia prostituta della nostra vita politica daranno un lampo di luce effimera agli occhi spenti dei notabili del PD, ma è questione di maquillage. La verità è che per un Bonaparte che cade, tornano al potere i colpevoli della tragedia italiana, complici dei carnefici d’oltralpe.
Nulla di nuovo, quindi? No. Un punto possiamo segnarlo a favore di una possibile ma faticosa rinascita:  costrette a una tregua, le due destre hanno dovuto concedere qualche anno e un finto ritorno alla democrazia a chi, sebbene giovane e ancora in una fase di organizzazione, ha le carte in regola per parlare alle vittime del neoliberismo. Bisogna che ce lo diciamo: mentre il mare in tempesta uccide sogni e speranze non solo africane e ribolle d’ira e speranza davanti a porti chiusi a difesa, mentre il pianeta malato minaccia l’ultima distruzione, ci sono tutti i presupposti perché Potere al Popolo costruisca un’alternativa forte. Ieri come oggi occorre mobilitare su temi decisivi la sterminata massa di umanità sofferente che nulla ha da perdere tranne le proprie catene.

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La Francia non ha solo una forte e radicata tradizione nazionalista e la sua storia più o meno contemporanea non si spiega semplicemente col bonapartismo. Francese fu la rivoluzione da cui nacque il mondo moderno e francese fu Bonaparte che la imbrigliò. A Parigi i comunardi furono massacrati, ma la Comune fu figlia della città. Rivoluzione e reazione sono così intimamente legate tra loro che persino la struttura delle vie parigine, con i larghissimi e affascinanti boulevards, risponde alla necessità di agevolare gli spostamenti delle truppe e impedire la costruzione di barricate, in una città in cui, a partire del 1789, moti di popolo avevano ripetutamente  causato il crollo di regimi autoritari.
Parigi, che in questi giorni abbiamo visto assediata dalla protesta, sente certamente pulsare nelle sue piazze un sentimento di destra forte e reazionario, ma gli assedianti sono per lo più «popolo» e Parigi è la capitale del «Paese delle rivoluzioni». Un Paese nel quale – sarà solo un caso? – hanno trovato scampo molti di quei rivoluzionari che qui da noi passano per terroristi.
Teniamoli a mente questi caratteri peculiari di un popolo quando appioppiamo etichette ai manifestanti. Tra loro ci sono certamente sovranisti o lepenisti, ma nelle piazze si trova di tutto e si parlano molti linguaggi politici. Non a caso ci vanno gli anarchici e quelli della «France Insoumise» e tutti hanno un nemico: la ferocia del capitale di cui Macron e i tecnocrati di Bruxelles sono allo stesso tempo servi sciocchi e paladini deliranti. Dal momento che nessuno lo dice, facciamolo noi: la Francia, nella sua stragrande maggioranza, ha già rifiutato apertamente e per le vie legali quei trattati che si stanno imponendo con la forza. Le piazze francesi, piaccia o no, sono oggi i soli e autentici «Parlamenti dei popoli». L’Unione europea delle banche è il nemico comune e la tempesta nasce, com’era prevedibile, dallo strapotere di quel capitale finanziario che ha una sola chiesa, quella liberista, un solo modello politico, il fascismo, e un solo modo per imporlo, la violenza che esplode nelle piazze francesi.
Qui da noi, in Italia, Salvini e compagni non sono meno feroci e ciechi di Macron. La sola differenza, purtroppo, riguarda il modo di affrontare il problema. Da noi non c’è una rivolta di popolo, le piazze non sono «parlamenti». Da noi c’è un proliferare di «fronti antifascisti» in cui si riciclano schiere di liberisti e tanti, probabilmente tutti coloro che hanno fatto scempio della costituzione e si sono d’un tratto scoperti «costituzionali».
Imbarcando liberisti, non si cambia il Paese e non si fermano onde nere. Purtroppo, noi siamo ancora l’Italia di Dante, la «serva Italia», la «nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!».

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socrateOdio l’unanimismo perché amo la lezione per la quale Socrate diede la vita e Brecht scrisse la sua immortale lode del dubbio. E’ questione di laicità.
Per il “grandissimo” Cesare, un uomo del suo rango – Bruto, suo figlio adottivo – toccò tasti che sembravano stonati e cantò fuori dal coro. Non importa se a torto o a ragione, uno ci fu, uno almeno, che seppe dubitare e temere che nell’ombra, non visto o volutamente ignorato, un impasto di ambizione e di certezze errate rendesse l’elogiata grandezza presente una cieca piccolezza, se misurata sulla larga scala del futuro.
Del “geniale” macellaio corso, uno scrittore filosofo, Lev Tolstoj, colse i limiti e nuotando controcorrente puntò il dito sul Bonaparte che “non poteva non inebriarsi di onori”  e gli addebitò la rovina dell’esercito francese nel 1812 per l’avanzata troppo  tardiva e senza preparazione invernale nel cuore della Russia.
Si dirà che è facile criticare la grandezza, quando la sorte la trascina nella polvere, ma non è così. Tolstoj non esaltò nemmeno il Bonaparte di Austerlitz, del tutto indifferente alla tragedia dei morti e dei moribondi che pagavano il suo trionfo.
Avrei voluto sentire una voce autorevole revocare in dubbio l’esattezza della dottrina economica del “grande manager”, la fede cieca nell’automazione che cancella l’omo e produce di conseguenza una disumana gestione delle risorse umane.
Avrei voluto che qualcuno trovasse in tanta presunta luce un’ombra, com’è naturale che sia. Una di quelle ombre che col tempo si allargano cupe e fanno la storia  ben più delle presunte luminose vittorie.
Avrei voluto sentire da qualcuno che conta, in controcanto, il nome di Maria Baratto – lei sì,  una piccola, grande persona – che la politica del manager ferì a morte – e i nomi dei cinque coraggiosi compagni che l’hanno onorata rimettendoci il posto. Non è andata così e quel nome lo faccio io per dire che un grande che non sbaglia  non esiste. E’ solo una menzogna. Piccola e senza storia.

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