Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘bolscevico’

Otto milioni di euro all’anno gli paga la Fiat ma, se parli di diritto del lavoro, è un vero analfabeta. Qualcuno gliel’avrà certamente spiegata la regola d’oro, ma non l’ha capita: “non c’è lavoro tanto penoso che non si possa proporzionare alle forze di colui che lo compie, a patto che sia la ragione a regolarlo e non l’avarizia”. Era in fondo persino banale, ma uno dei padri della democrazia borghese la volle scrivere, a testimonianza di quel tanto di civiltà che anche al capitale fa comodo salvare. Marchionne è convinto che Montesquieu sia stato solo un fanatico bolscevico.

Otto milioni di euro all’anno, tanti gliene dà la Fiat, ma se parli di storia, è lì che ti guarda e non sa  cosa sia. Non lo sa, e non vuole saperlo, che Giovanni Giolitti minacciò di chiudere la Confindustria guidata dal primo degli Agnelli. Giolitti guadagnava decisamente meno, però aveva imparato quello che Marchionne non sa: i “greci, che vivevano in un governo popolare, non riconoscevano altra forza che potesse sostenerli se non quella della virtù. Oggi non ci parlano che di manifatture, di commercio, di finanze e persino di lusso”. Parole sprezzanti di Montesquieu – sempre lui – un rispettabile pensatore, di cui Giolitti aveva appreso la lezione. Non a caso l’uomo di Dronero riconobbe quel diritto di sciopero che Marchionne vuole distruggere. Conoscesse la storia, il canadese strapagato saprebbe che con Giolitti nacquero l’Italia industriale e il sindacato che, tutelando i lavoratori, diventa un’assicurazione sulla vita del padronato. E’ l’assicurazione che Marchionne, con le sue scelte, sta mettendo a rischio.

Otto milioni di euro all’anno, questa cifra oltraggiosa, passa la Fiat a Marchionne, ma se gli parli di leggi è solo un ignorante. Qualcuno gliel’avrà certamente spiegata la regola d’oro, ma non l’ha capita: “tutte le costituzioni politiche sono fatte per il popolo, tutte quelle in cui esso non conta nulla non sono che attentati contro l’umanità”. Non era Stalin, ma Robespierre, l’uomo che bene o male ghigliottinò l’aristocrazia e regalò ai borghesi la loro rivoluzione. Marchionne non lo sa, ma le cose andarono così: i francesi, stanchi di subire un prepotente, smisero di cercare la compassione dei potenti o il soccorso dei magistrati. Ognuno cercò la vendetta personale e presto si scoprì che ce l’avevano tutti con lo stesso delinquente. Le rivoluzioni scoppiano così. Tutti si rivoltano contro il potere e non c’è bisogno di passar parola. Vengono da ogni parte, ma ognuno urla con la rabbia dell’altro. Un grido terribile – racconta Robiesperre – che “giunge fino ai piedi del potere ed è ascoltato da un’intera nazione: voglio avvertire la società le cui leggi impotenti mi hanno tradito che è tempo di annientare gli abusi mostruosi e indegni che rendono i popoli infelici”. E non bastano eserciti.

Otto milioni di euro all’anno costa alla Fiat, ma non l’ha capito e non lo capirà: se una rivolta trova fondamento nella teoria dei diritti dell’umanità, non si può fermare. Un servo ben pagato dal potere innesca la miccia, poi è solo questione di tempo. Prima o poi la rabbia esplode e in un momento si fa rivoluzione. E’ legge della storia che Marchionne non ha mai studiato.

Annunci

Read Full Post »

La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

Read Full Post »

Cos’è la scuola se non lo specchio d’una Waterloo? Cosa, mi chiedo, se non il luogo privilegiato delle contraddizioni, dei limiti, delle mille zone d’ombra che oscurano il futuro d’una società che rischia di implodere e trascinare nella rovina quanto abbiamo costruito di onesto e civile in centocinquant’anni di storia?

Ce l’avevano lasciata i nostri nonni ch’era ancora più o meno fascista, nonostante “Bella ciao” e i fuochi vittoriosi della guerra partigiana, e di là siamo nati alle nostre prime lotte, di là, da un antifascismo che s’è perso per strada, suscitato da privilegi da cancellare e da privilegiati da mettere a tacere, da una discriminazione tra classi sociali che aveva la ferocia d’un razzismo tra pari e annichiliva la sovranità popolare sulla linea del censo. Non l’antifascismo sclerotizzato nelle corone d’alloro e della retorica sciropposa delle “feste civili“ e dello stanco rituale repubblicano.

Da studenti iniziammo chiedendo “voce in capitolo“ e un “rappresentante di classe“, ponemmo poi questioni di democrazia, ci convincemmo che la selezione la fa la natura darvinista – e quella basta e avanza – e ci opponemmo all’esame d’avviamento professionale che separava alla base il povero dal ricco e ti marchiava all’origine come manovalanza.

Scuola di massa, dicemmo. E non voleva dire massificazione del sapere o svilimento della cultura.

Pari opportunità, pensammo, e non intendevamo negare le differenze naturali, non deliravamo di un improponibile “egualitarismo dei cervelli”. Volevamo semplicemente restituire il maltolto ai tanti che avevano sempre pagato il conto ai pochi che per tradizione, nascita e reddito occupavano da sempre il posto di medico condotto, deputato e farmacista.

Sostenevamo con sfrontata semplicità un principio che brucia ancora sulla pelle degli sconfitti di allora, tornati  da un po’ vincitori: il merito si guadagna sul campo e sul campo si sta ad armi pari.

Volemmo – ed era sacrosanto – scardinare l’ordine gerarchico ereditato dal fascismo, rimediare a quella distorsione della saggezza popolare per la quale pareva naturale poter dire “ognuno al suo posto“, ma naturale non era. Non era, non poteva essere naturale che l’operaio rinascesse operaio, il medico tornasse medico di generazione in generazione e così via, in una società in cui “il popolo è sovrano“ ma ognuno fa i conti con la nascita, il censo, il ventaglio delle opportunità che si stringe o si allarga non solo per le differenti doti delle diverse scimmie antropomorfe, ma per le leggi infrangibili che separavano tra loro le classi sociali.              

Questo volemmo. E ci muovemmo insieme. Sarà che il saggio di profitto consentiva al capitale una politica dilatoria di riforme che solo marginalmente ponevano mano alle “strutture“, sarà che la forza del movimento divenne un fiume in piena e un’antica malizia consigliò il compromesso, sta di fatto che in un breve volger d’anni la repubblica prese a rompere col passato fascista, ebbe una sua scuola e l’università aprì le porte ai figli dei lavoratori. Non avvenne a caso e non fu concessione: ci guadagnammo tutto con la lotta. Mai come in quegli anni il Paese era cresciuto sul terreno dei diritti e della civiltà; la società era cambiata sotto l’onda d’urto della rivoluzione femminile, dello scontro vittorioso sul diritto di famiglia, della caduta del fortilizio dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e della legalizzazione dell’aborto. Il potere, però, quello che conta davvero, quello non lo toccammo. Le illusioni del “centrosinistra storico“ si infransero contro l’abilità e i legami internazionali della Democrazia Cristiana, contro la paura causata dal “tintinnare di sciabole“, contro il golpismo, la strategia della tensione, i ritardi storici e gli oggettivi tradimenti del PCI.

Le forze della conservazione hanno lavorato per decenni a svuotare di contenuti le conquiste anche solo riformiste. La scuola di massa è stata volutamente massificata senza alcun tentativo di adeguamento alla nuova funzione e all’università i “baroni“ hanno lentamente ripreso in pugno la situazione. Quello che poteva, voleva e doveva essere “qualità“ s’è ridotto fatalmente alla dimensione penosa della “quantità“ e tutto è sotto tiro. Un securitarismo da due soldi chiama alla mente tentazioni proibizioniste e si pasce d’una istigazione forcaiola a chiedere per tutto repressione e galera. Forse e è vero. Da insegnanti ci siamo persi tra passato e futuro e non abbiamo saputo leggere chiaramente il presente. E tuttavia, che oggi, si punti il dito sulla “scuola dei sessantottini“ è fuori dalla storia, rovescia la logica che lega gli eventi e trasforma in causa quello ch’è stato chiaramente effetto. Il declino del sistema formativo segue il corso fatale degli eventi e chiude il circolo vizioso aperto dalla deregolazione, dalla santificazione della legge del profitto – intesa come principio etico fondante e misura del valore dell’uomo – dalla crescente produzione di falsi bisogni, dall’affermazione del pensiero unico e dell’uomo a una dimensione.

In questa sorta di “orwelliano 1984”, Israel, Galli Della Loggia, Brunetta e quanti provengono dai ruoli di quella università che ha triplicato gli ordinari a danno degli studenti dovrebbero avere il buon senso e la dignità di tacere. Il fatto è che la dignità s’è persa nel mercato delle vacche che qualcuno si azzarda ancora a chiamare accademia e da questa gente non c’è nulla di buono da sperare.

Noi docenti non abbiamo scelta. Uniamoci ai precari e a tutti quelli che pagano sulla propria pelle i costi della crisi e imponiamo con ogni mezzo lecito, anche il più estremo, non una rinnovata “sala della pallacorda”, ma il semplice ritorno alla legalità costituzionale. E se alla legalità si vorrà opporre la forza, attrezziamoci per lo scontro. Non c’è altra via e non c’è altra scuola da costruire. Importa poco se i tanti “geni” che pontificano a pagamento prenderanno a suonare il refrain della “conservazione dell’esistente“. Noi non saremo umili – l’umiltà è la rovina di chi lavora – e non staremo zitti. Ci hanno insegnato a tenere in onore le leggi e a rispettare quelle che son giuste (quelle, cioè, che sono la forza dei deboli). Se ci impongono, però, regole ingiuste che saziano il sopruso del forte, è bene si sappia: siamo disposti a batterci fino in fondo perché siano cambiate. Troviamo l’animo per dichiararlo: non le rispetteremo queste vostre leggi e lo diciamo chiaro: “Non è più tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la fame, l’analfabetismo di valori, il razzismo, le guerre coloniali“. E’ tempo di scelte definitive. Prendetela pure per una minaccia bolscevica, ma badate bene: sono solo parole d’un prete. Don Milani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 settembre 2009 e su “Sardegna Democratica” il 28 settembre 2009

Read Full Post »