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Posts Tagged ‘Bassolino’

Si può copiare se stessi? Talvolta può essere utile perché il tempo cambia o conferma un punto di vista. Di Bassolino oggi riscriverei tutto com’è, con in più lo sconcerto per il minacciato ritorno. Lo stato d’animo che mi spinse a scrivere, quello sì, quello è cambiato e tra le vie “liberate” mi pare di vedere vecchie ombre che si ripresentano. Di questo, però, per ora preferisco non parlare.
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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016

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frase-celebre-di-italo-calvino-30705Bassolino, per infinocchiare gli elettori e rassicurare padrini e padroni dice che il sindaco di Napoli, De Magistris isola la città e riduce un serio problema politico a una questione di temperamento. Lui, che è uomo di mondo e politico esperto, farà come vuole Roma e i soldi arriveranno. La città finirà in vendita, la gente non vedrà un centesimo e la speculazione farà soldi a palate.
Ho letto da qualche parte – e sono d’accordo – che le prossime elezioni amministrative si svolgeranno in una condizione di “sovranità limitata”, che stringe in una morsa “l’esercizio democratico a qualunque livello espresso, nazionale e/o territoriale, indipendentemente dalla modalità, elettorale piuttosto che legislativa o referendaria”. Patti di stabilità e costituzionalizzazione dell’obbligo del pareggio di bilancio cancellano l’autonomia della politica. Parlo di Napoli, ma potrei dire la stessa di una qualunque città italiana: in queste condizioni il voto rischia di trasformarsi in un rito, in una rappresentazione teatrale farsesca del diritto di decidere che non esiste più.
In questo senso, le prossime elezioni amministrative hanno quindi valore politico e la costituzione di un fronte comune a sinistra richiede che programma e lista partano, a mio avviso, da due punti fermi da riassumere in un una sorta di preambolo. Anzitutto totale chiusura nei confronti del PD, individuato come pilastro di un nascente regime e peggior nemico delle classi popolari. In secondo luogo, rivendicazione netta, forte e inderogabile di un diritto alla “disobbedienza”, che abbia un fondamento giuridico e risponda a una ineludibile necessità economica. Disobbedienza a tutte le leggi approvate dal giorno successivo alla sentenza della Corte Costituzionale, che rende illegittimi moralmente e politicamente Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica. Disobbedienza all’UE in assenza di un referendum che non è stato mai fatto e che dovrà sancire la nostra volontà di far parte oppure no di questa Unione antipopolare. Gli uomini delle Istituzioni romane potranno assere considerati interlocutori legittimi solo dopo regolari elezioni politiche svolte con la legge che la Consulta ha indicato. A me pare naturale che, così stando le cose, Consiglio Comunale, Giunta e Sindaco assumano il ruolo di una sorta di governo provvisorio, in attesa che le Istituzioni romane regolarizzino la loro condizione di totale incostituzionalità. La disobbedienza come necessità economica, è la naturale conseguenza della illegittimità delle Istituzioni di Governo e significa rottura con tutti gli obblighi illegittimi, a partire dal patto di stabilità per arrivare alla faccenda di Bagnoli, alla tutela dell’ambiente e della salute, per giungere alla destinazione delle tasse.
Sulla condivisone di questa premessa, che guarda anche ai prossimi referendum sulla scuola e sulle cosiddette riforme istituzionali, si costruiscono un programma e una lista della sinistra che sia quanto più aperta possibile alle realtà territoriali di lotta e lasci ampio spazio alla base.

Agoravox, 28 febbraio 2016

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Nuremberg_chronicles_-_f_5vLo trovi dove meno te l’aspetti. Ieri pomeriggio, per dirne una, l’ho incrociato alla Guida Editori; c’ero andato per la presentazione di un volumetto prezioso, l’Elogio della disobbedienza a Dio, firmato dal mio amico Gianni Lamagna, ma la sala era occupata proprio da Bassolino, che vendeva i suoi prodotti a prezzo di liquidazione. Come un disco incantato, l’uomo del passato girava attorno a un ritornello: rifiutando di trattare con Renzi, De Magistris condanna la città all’isolamento e alla morte per fame. La tesi centrale, facile e irrazionale, quella che mira alla pancia della gente è tagliente come una lama di Toledo: un politico vero si siede a tutti i tavoli e qualcosa la porta a casa. Se invece non accetta di trattare, non si lamenti quando i pullman si rompono e non passano, le strade sono piene di buchi e la città va a carte e quarantotto.
Tutti i tavoli, quindi, quali che siano e pazienza se il gioco non ha regole e la partita è truccata. Per vent’anni, ti verrebbe da dire, trucco dopo trucco, tavolo dopo tavolo, regola dopo regola, così ci hai portati al disastro. Il cenno negativo della mia testa bianca, però, non sfugge a una specie di gorilla che mi fulmina, come fossi un provocatore: se non sei d’accordo, te ne puoi anche andare. Sto per rispondergli per le rime, ma mi disarma un tizio che mormora estasiato: non c’è che fare, questo è l’ultimo politico che abbiamo. Gli chiederei se per “ultimo” intende unico o peggiore, ma non faccio in tempo. Dopo una buona mezz’ora sottratta al libro del mio amico, Bassolino se ne va, prontamente incrociato dal sostenitore in estasi che marca la presenza e rende sobriamente il suo omaggio. Un cenno del capo e due parole: “Don Antonio”. Più che saluto, pare segno di rispetto, come s’usa con i “don”.
Mentre la presentazione finalmente comincia, la domanda che non ho potuto rivolgere a “Don Antonio” mi sta sullo stomaco: ma tu che idea hai della politica, Bassolino? Per te, c’è un limite ai compromessi possibili? C’è un segno oltre quale non si va, si rifiuta il ricatto e si dà battaglia, costi quel che costi, o pensi che il politico vero sia quello che regala un quartiere a speculazione e camorra e, per salvare la poltrona, lascia ammazzare la città che governa? E’ stata questa confusione tra interesse personale e destino della gente a produrre il disastro cui hai condotto prima Napoli e poi la Campania. Se avessimo una libera stampa, qualcuno ti chiederebbe in nome di che ti azzardi a giudicare gli altri. Ma una libera stampa non c’è e occorrerà contare sull’intelligenza della popolazione, sulla memoria storica e sulla battaglia nelle vie e nelle piazze, dove la gente è vera e viva e il guardaspalle non ti mette a tacere.
L’ultimo politico, il peggiore di tutti, se n’è appena andato, quando mi decido a occuparmi del libro. E’ un attimo, il tempo di mettere a fuoco i relatori in fondo alla sala e poi sobbalzo. Che mi combini, Gianni, amico e compagno di tante battaglie? Che ci fa lì, seduto al tuo fianco, tra i relatori, l’uomo dell’estasi, amico di Don Antonio? Ma che ne sa di disobbedienza uno che si sarebbe accordato con Renzi e avrebbe consegnato Napoli alla speculazione? Com’è possibile che io venga a sentir parlare dell’elogio della disobbedienza e mi trovi di fronte ai teorici dell’ubbidienza a Renzi e alle sue trame oscure?
Il tuo elogio, caro Giovanni, va ripresentato; occorre dire alla gente che dopo aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, nemmeno Dio può chiedergli di essere servo, perché servo sarebbe allora egli stesso. Occorre insistere su questo tema: se Dio non può chiedere all’uomo un’obbedienza servile, come può uno che ha la storia di Bassolino chiedere alla città il voto, in cambio di una cieca obbedienza? E come può la città consegnarsi di nuovo in mano a questa sorta di tirannello? Che peccato, amico mio, che peccato che la tua bella disobbedienza sia finita in mani come queste. Diamoci da fare, su, portiamole in giro queste tue riflessioni. La gente. lo sai, è migliore dei suoi sedicenti leader e di tanti intellettuali che sanno di lucerna, perché vivono chiusi nell’invisibile gabbia del potere.

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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016
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ImmagineDi Antonio Bassolino, neocandidato alle primarie del PD per le elezioni a sindaco di Napoli, si parla soprattutto per questioni di spazzatura. Nulla da obiettare:  le immagini della “sua” Napoli sono state allo stesso tempo un inimitabile capolavoro di malapolitica e una incancellabile ferita inferta alla dignità di un popolo.
D’altra parte, che dire? Questo è il PD e va bene così: ognuno raccoglie ciò che ha seminato.
Poiché il pupo rottamatore ha saputo riciclare di tutto e, di nuovo, ci ha regalato solo le belle statuine sedute sul banco del governo, ecco che l’uomo del disastro torna prepotentemente alla ribalta.
Per quanto mi riguarda, non starò qui a ricordare le tappe folgoranti d’una carriera che sembrava conclusa in un oceano d’immondizia. Della biografia del nostro eroe a me interessa un solo dato. Bassolino è nato funzionario di partito e ha vissuto di politica ai massimi livelli: deputato, ministro e Presidente di Regione. Quando s’è trattato di sottoporlo a sequestro cautelativo nel corso di un processo, si è scoperto che non ha nulla intestato a suo nome. Credo che, per un politico, questo sia un esempio di ineguagliabile onestà. Ci ha governati gratis.
Della rivale, mi pare si chiami Valente, non so nulla, ma mi basta il fatto che sia dello stesso partito dell’avversario. Un galantuomo.
Una domanda e chiudo: davvero c’è gente disposta a riportare Bassolino a Palazzo San Giacomo?

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download (1)Sto pensando che oggi pomeriggio, senza nemmeno darsi appuntamento, le donne e gli uomini liberi di Napoli dovrebbero scendere di casa tranquillamente e avviarsi a piazza Municipio; uscire e incontrasi davanti Palazzo San Giacomo o alla sede della Rai, dove si costruisce ogni giorno l’immagine di una città virtuale e si imbavaglia quella concreta, vera, viva, la città di donne e uomini fatti di carne e ossa, di gente che ride, piange, lotta, stringe i denti e va avanti. Un flusso lento e costante, una marea che sale e monta, gente onesta, lavoratori, studenti, disoccupati, la città che non si arrende e non molla, la città che urla con quanto fiato le resta che no, non non ci sta, Napoli non ci sta, non lascerà passare questa vergogna nera che riemerge dal passato, non si consegnerà inerme in mano a delinquenti vecchi e nuovi che puzzano di malaffare e corruzione. Basta. La misura è colma e chi pensa che siamo disposti a subire si prepari a fare le valigie. Napoli è stanca, ferita ma non si è arresa. E’ ancora com’era il 27 settembre del 1943.
Quello che è accaduto ieri meriterebbe una risposta. Pacifica, certo, non si discute, ma anche pronta e ferma. Chi muove i fili, dai politicanti stile Bassolino, alla stampa padronale – e qui purtroppo c’è solo quella – i conti li fa in maniera rozza, perché misura gli altri da se stesso: se la gente sta zitta accelera, se capisce che non c’è strada frena. Se riuscissimo a dare un segnale spontaneo, da persone libere, gli romperemmo il giocattolo tra le mani. Non sono uniti. Li unisce la nostra presunta indifferenza, l’idea che siamo rassegnati. Questi domani dovranno passare per le urne. E lì conteremo noi, se oggi sapremo diventare un blocco sociale. Qui non si sta combattendo per un politico. Per loro De Magistris rappresenta in questo momento un ostacolo da spazzare via, per noi la città pulita, la città della gente. Lo dico senza retorica: il futuro è nelle nostre mani.
Forse sto solo sognando, lo so. Ma ho vissuto abbastanza per poter dire, da testimone oculare, che i sogni a volte diventano realtà. Non è vero che tutto è affidato alla Provvidenza e ci pensa il buon Dio. Io mi ricordo l’Italia senza divorzio, la scuola senza rappresentati d’Istituto, le donne denunciate per abbandono del tetto coniugale, l’aborto clandestino, la scuola d’avviamento professionale per i figli della povera gente e l’esame d’ammissione alla scuola media per quelli della buona borghesia. Mi ricordo i licenziamenti senza articolo 18, la gente che si arrangiava in mille modi perché non c’era come mangiare. Ero nipote di un antifascista e si faceva la fame, perché ci avevano tolto tutto. Sono stato scugnizzo tra scugnizzi e ho venduto sigarette di contrabbando ai marines. Piano piano.però, ho trovato vie che si aprivano e una Costituzione che ci garantiva. Oggi sono uno studioso. Ne ho fatta di strada, ho trovato, nascendo, un altro pianeta. Io e tanti come me abbiamo trovato un altro pianeta, ma l’avevamo cambiato, non era più così. Ci vogliono riportare a quei tempi. Ci stanno riportando a quei tempi. Con la legge, se gli riesce, con le cattive maniere, se necessario. E tutto è chiaro, sfrontato, tutto è nauseante e sa di camorra. Che si fa? Si sta zitti? Per me non è concepibile, io non posso star fermo e subire. Sono nato quando tedeschi e fascisti scappavano come lepri e nella miseria feroce del dopoguerra, ma ricordo gli occhi della gente: c’era la voglia di ricominciare e il coraggio di lottare. E’ questa la mia gente, questo il mio mondo.
Ditemi chiaro che ho vissuto troppo, ditemi che va bene così e ci dobbiamo rassegnare. Ditemelo e non starò più qui a farmi male e a rompere le scatole. Mi chiudo in un archivio e aspetto di tornare tra i miei compagni di un tempo. Può darsi che dall’altra parte ora stanno facendo sciopero in paradiso e all’inferno e magari riusciremo a far passare l’articolo 18 tra diavoli e santi. Meglio lì, che in questo limbo che non sa di stesso, non ha memoria storica e non ricorda nemmeno che esiste una cosa che non si compra e non si vende. Noi la chiamavano dignità.

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20629Alfano farebbe bene a stare sul chi vive: alla sua età con la memoria corta non c’è da scherzare. Lui non ricorda più, ma per Berlusconi, condannato ad anni di galera per falso in bilancio e frode fiscale con sentenza passata in giudicato, pretendeva la permanenza in Senato e il ruolo di padre costituente, che il pregiudicato poi si è ritagliato. Per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, accusato di un improbabile abuso d’ufficio e condannato in primo grado, il ministro, invece, più veloce del lampo, in nome della Legge Severino, ha voluto l’immediata sospensione. E non si tratta solo di un’idea che cambia. Per Alfano, dalla sera alla mattina, i colori dell’arcobaleno si sono ridotti a sfumature di grigio.
Il Presidente del Senato Grasso, ex magistrato, non ha invocato la maestà della legge e non ha mai pensato di dimettersi, quando la Corte Costituzionale l’ha informato che era stato eletto con una legge truffa, un vero e proprio inganno per gli elettori e la Costituzione. Grasso non ha gridato allo scandalo nemmeno quando la banda dei nominati sistemati in Senato come lui grazie a una legge incostituzionale, ha messo mano alla riforma della Costituzione. Come se nulla fosse, tuttavia, l’ineffabile presidente del Senato, con invidiabile scelta di tempo, ha subito chiesto le dimissioni di De Magistris.
Questa è l’Italia ormai, al settimo anno di regno di Giorgio Napolitano, alloggiato per la seconda volta al Quirinale perché – guarda un po’! – la Costituzione non vieta esplicitamente la rielezione del Presidente della Repubblica. Che è come dire: possiamo eleggerlo anche dieci volte, tanto la Costituzione non ce lo proibisce. Pazienza se la repubblica parlamentare diventa una monarchia incostituzionale. Questo è lo stato dell’arte, e il fior fiore dei «nominati», a cominciare dal candido Brunetta, punta il dito su De Magistris che non ha la «sensibilità politica» di farsi graziosamente da parte proprio mentre si sente l’odore di quattrini e i lupi affamati calano in branco dai monti, per spartirsi la torta.
Sarà l’idea sbagliata di un napoletano che non può guardare la faccenda con imparziale distacco, ma il colpo portato a De Magistris, più che figlio di un improvviso e miracoloso bisogno di legalità, sembra una pugnalata alla schiena della città. Attenti perciò a dire con Travaglio che il sindaco avrebbe dovuto dimettersi e accontentare i lupi, perché la «legalità» somiglia molto alle bandiere con cui si giustificano gli interessi inconfessabili celati dietro le guerre: guerra per la democrazia, guerra per libertà, guerra umanitaria e chi più ne ha più ne metta, ma poi si tratta sempre di oro, mercati e petrolio. Non importa nemmeno che le legge Severino sia chiaramente incostituzionale, perché cancella la presunzione d’innocenza e ha un inaccettabile valore retroattivo. Il punto è che si tratta di un colpo azzardato, che potrebbe rivelarsi un passo falso e ridare senso politico a un’esperienza che rischiava di svilirsi nel silenzio, nelle divisioni e nelle difficoltà di comunicazione. Un colpo che pare restituire De Magistris alla città per quello che è stato all’inizio: speranza di cambiamento, bastone tra le ruote dei giochi di potere, degli intrallazzi e delle larghissime intese sulle spartizioni tra i «grandi partiti», che per decenni, fingendo di farsi la guerra, hanno arricchito pessimi politici e ridotto alla fame chi già stentava.
Il rischio è che, fuori De Magistris, i soliti noti – Bassolino, Lettieri, Migliore e dietro di loro Renzi e l’alleato Berlusconi – vincano la partita e mettano ancora una volta le mani sulla città. Perché non accada, è necessario anzitutto che la difesa di Palazzo San Giacomo non si riduca a quella di un uomo. Non servirebbe al sindaco, non sarebbe utile alla causa della città. Occorre che questo sia chiaro: si tratta anzitutto di difendersi dalla peggiore speculazione, lottare per quel tanto di democrazia – sia pure formale – che sopravvive alla crisi. Se si saprà creare mobilitazione su questi temi – e per farlo occorre volare alto – forse si otterranno ad un tempo una ripresa di interesse e di iniziativa politica attorno a Luigi De Magistris e una rinnovata presa di coscienza del sindaco: senza un dialogo fitto con la gente, l’esito è scritto e lo si vede chiaro.
Per quanto mi riguarda, ho un ricordo limpido: una lontana serata di fine luglio del 2012 e una breve discussione con De Magistris sul concetto di legalità. Tutto sommato ci si intese, anche se poi non sempre mi è sembrato che il suo lavoro abbia seguito la rotta iniziale. E questo va detto. Attestarsi su una generica idea di «legalità» è stato un errore di prospettiva solo a tratti corretto. Un errore di cui ora il sindaco paga le pesantissime e ingiuste conseguenze; non è un caso se una malintesa idea di «legalità» sia la base da cui parte l’attacco che non è riuscito sul terreno politico. Occorre distinguere tra legalità e giustizia. La legalità è un’arma a doppio taglio: «legali» furono anche le condanne di Gramsci e Pertini, che certo non erano giuste o accettabili; «legale» è la condanna ingiusta che colpisce De Magistris. C’è stata una «legalità fascista» e ce n’è una che si va imponendo a sostegno della «democrazia autoritaria» che si sta costruendo. Partendo da questa riflessione, si può forse riaprire il dialogo coi movimenti, riprendere il percorso ed evitare l’accusa strumentale che si fa circolare: «così diceva anche Berlusconi». Falso, ma micidiale. Bisogna uscire da questo terreno minato e recuperare la centralità della giustizia, quella sociale soprattutto, l’elemento comune che aggregò forze diverse attorno a De Magistris.

Uscito su Agoravox il 6 ottobre 2014

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