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Posts Tagged ‘Bassolino’


La scuola apre con tre suicidi. Stanno massacrando la popolazione, soprattutto i giovani. E non parlo dei talebani asiatici, ma di quelli nostrani: i neoliberisti. A cominciare da candidati sindaco tipo Bassolino, Maresca e Manfredi, tutti in varia misura sacerdoti del pensiero unico e dalla sua Bibbia, l’austerità. Tutti sostenitori di un governo che dovrebbe togliere velocemente il disturbo!


«Non parliamo di cose, parliamo di persone. Sono le persone in carne ed ossa a costruire le gallerie, sono loro a guidare i treni, sono loro a fare sacrifici tutti i giorni per i cittadini. Come il lavoratore napoletano che ha perso la vita nel cantiere della metropolitana. A lui […] ho rivolto un pensiero commosso».

Così scrive su Facebook Gaetano Manfredi, candidato sindaco di Napoli.
 
Il fatto è, caro Manfredi, che le persone prima o poi se ne vanno, mentre le cose restano. Resta, per esempio questa «cosa»: lei è candidato di un partito che nel corso degli ultimi anni ha firmato le leggi peggiori per i lavoratori. Vuol parlare di «cose»? Eccone una su cui lei tace, forse perché il PD che la candida sostiene Draghi persino quando, come ha fatto quest’anno, mette in bilancio una spesa di 25 miliardi per armi di ogni genere e un misero miliardo per la Sanità. Lei può anche tacere, tuttavia questa è una «cosa» che la chiama in causa direttamente, perché non ha speso una parola per condannare una scelta così scellerata.
Sa quali sono le conseguenze di questa «cosa» che lei preferisce ignorare? Stia a sentire e capirà.
Poiché da anni chi ci governa regala miliardi a chi vende armi,  il Centro di salute mentale della V Municipalità non ha un quattrino e taglia servizi. Orari notturni aboliti, psicoterapia praticamente cancellata. Chi sta male di notte non trova soccorso ed è solo coi suoi guai. Di giorno, poi, si può star male dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica no, perché il Centro chiude il venerdì sera e riapre il lunedì mattina. Se tutto va bene, nelle ore in cui è aperto, il Centro offre solo un soccorso farmacologico. Pensionata la psicoterapia, chi non sta bene può solo sperare di trovare un dottore misericordioso che gli riveli una sorta di segreto: provi a portare la sua sofferenza a Via Adriano. Lì, se l’accolgono, una mano forse la trova. Da buon migrante della salute, però, a Via Adriano il poverino scopre che prima di ricevere cure deve pagare un ticket presso uno sportello aperto solo la mattina a Via Scherillo.
Acqua, vento, solleone, benché bisognoso di assistenza, il migrante porta a Via Scherillo la sua anima in pena, ma è comunque un fortunato: finalmente può sperare di non doversi imbottire di psicofarmaci e non dover fare i conti con l’assuefazione. Può sperare, insomma, che sia terminato il suo calvario di involontario drogato. Naturalmente, come ogni migrante, deve rassegnarsi alle angherie di leggi, circolari e funzionari che fanno il bello e il cattivo tempo. In questi giorni, per esempio, uno sventurato sofferente mi ha raccontato la sua esperienza di cittadino di serie b.
Tutto è cominciato con un medico di base che non gli ha potuto fare la richiesta dei colloqui, perché gli è scaduto il contratto! Ha letto bene: abbiamo bombe a volontà e scarseggiano i medici, sui quali risparmiamo per acquistare cacciabombardieri. Senza medico di base, il povero migrante non ha avuto scelte. Si è imbarcato su un gommone malsicuro e ha iniziato la traversata, sperando di sbarcare a Lampedusa. Male come stava da giorni, nonostante gli anni, il malessere e l’avvilimento, ha allontanato la tentazione del suicidio, s’è fatto forza, è riuscito ad avere la richiesta e ad approdare all’ufficio ticket. Lì, però, si è trovato contro un muro: i migranti della salute, infatti, non pagano più il ticket a via Scherillo. Dove lo pagano? L’impiegato non lo sapeva gli ha consigliato di chiedere a Via Adriano.
Ricacciata in gola la voglia di piangere, in preda a una crisi di panico, l’uomo per fortuna ha scelto la vita. Ripreso il gommone, ha raggiunto boccheggiante Via Adriano, ma lì ha scoperto che i napoletani migranti, se sono fortunati, possono curarsi a Via Adriano, ma il ticket devono pagarlo in patria. Originario del Vomero, lo sventurato ha capito che la sua patria è la Municipalità Vomero-Arenella; una patria che non ha chi gli faccia la psicoterapia, perché i soldi se ne sono andati tutti per armi, munizioni e guerre umanitarie, ma prende gli euro per o colloqui che non fa. Cittadino del terzo mondo, il paziente ha affrontato i rischi di una nuova traversata sul solito gommone e come Dio ha voluto è sbarcato stremato a via Mario Fiore.
Accatastati come in un treno piombato per Auschwitz, senza regole di distanziamento, lì ha scoperto che assieme a lui erano sbarcati un centinaio di malati di tutti i mali. Che fare? Nonostante l’agitazione, s’è messo in fila ad aspettare. Attorno a lui, nel girone infernale, una umanità che riesce a essere ancora solidale. Un ammalato che cedeva il passo a una vecchina novantenne più malata di lui, un altro che scovata una sedia la dava a un uomo molto anziano cui non bastava il bastone e un giovane settantenne che trovava la forza per spingere nel labirinto di uffici e corridoi la carrozzella d’una paralitica in difficoltà. A mezzogiorno l’ufficio ha chiuso. Il migrante sopravvissuto a lunghe traversate  ha trascinato il suo malessere fino a casa con una speranza cui aggrapparsi: se le notti eterne dell’ansia e la fatica di vivere lo consentiranno, il 13 settembre farà il suo colloquio. Intanto droga a volontà!
Glielo dico senza far polemiche, Manfredi. Discuto di «cose». Se lei e il suo partito dovessero mettere di nuovo le mani sulla città, per Napoli questa sarebbe una «cosa» catastrofica.

Candidato di Potere al Popolo!

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Del Bassolino «miracoloso» – quello del ’94 – ho esperienza diretta e trovo singolare che la stampa stia zitta quando l’ex sindaco afferma che con la sua elezione la città ridotta al buio si illuminò di lampi inattesi, intercettò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte. Cantando a coro, gli immancabili adulatori ricorrono alle solite mezze verità: la luce ritrovata fece tornare ben presto per le strade deserte i ragazzi che s’erano rintanati. Ed è vero, sì, me lo ricordo anch’io: i ragazzi riempirono le strade, ma non ce li portò Sant’Antonio Bassolino. Si ritrovarono in piazza, spinti da un moto di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università.
Il coro di adulatori smemorati non ricorda più che i ragazzi, appena tornati in strada, si trovarono a fare i conti con la vocazione autoritaria e repressiva del sindaco «miracoloso», sicché il 14 novembre 1994, la stella polare sparì, tornammo al buio pesto e si giunse allo scontro violento e premonitore. Ricordo con angoscia la sirena della Camera del Lavoro allertare i dirigenti e l’affannosa e inutile corsa verso gli studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia, riuniti in corteo. Giungemmo in tempo, ma la Questura non sentì ragioni e a via Medina si scatenò. Un attimo e il bilancio divenne pesantissimo: un giovane travolto da una volante, studenti fermati in massa e un messaggio che emergeva chiaro: Bassolino non gradiva.
Rifiutato l’ascolto ai ragazzi tornati in strada e respinti con la violenza, dietro il «Rinascimento» si intravide così il rifiuto della vita democratica e la volontà di trincerarsi nell’immagine artificiosa di una  campana di vetro. Invano Jean Nöel Schifano, acuto interprete della natura di uomini e cose, lacerò il manto conformista degli elogi e individuò precocemente le radici del fallimento: l’idea del «salotto buono» conteneva in sé germi reazionari. Napoli, ebbe a dire, «è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia. Mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no».
Bassolino lo ignorò. Lui non voleva la gente. Preferiva le mummie.
Dopo il delirio di cariche e inseguimenti, dopo che uno studente, colpevole di essere tornato in strada, fini in Questura trascinato per i capelli come una bestia, dalle vie sparirono i ragazzi. E non solo loro. Per Bassolino il «rinascimento napoletano» era incompatibile con ciò che si muoveva. I movimenti sociali rendevano smossa l’immagine e non permettevano di vendere fumo. Occorreva perciò mummificare, sicché Francesco Festa ha potuto poi scrivere che «la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente». Avendo una formazione comunista deteriore, «Bassolino conosce bene i movimenti di lotta», e gli toglie l’ossigeno per respirare. Il sedicente democratico «smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati», con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. Di fatto, imbocca così la via che conduce difilato alle violenze del 2001, che, non a caso, ebbero il loro più autentico laboratorio sperimentale nella città di un «Rinascimento» scivolato progressivamente e inesorabilmente nelle sabbie mobili di una nuova «Restaurazione».
Alla tragedia spazzatura non si giunse per caso. Nelle diverse tappe della sua carriera politica nessuno ha saputo incarnare meglio di Bassolino il berlusconismo di sinistra, la mutazione genetica da cui è nata una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che erano e sono l’autentica espressione dei bisogni reali dei ceti subalterni. Rifiutando il colloquio con gli esponenti del dissenso popolare, Bassolino non solo colpì duramente la partecipazione democratica, ma produsse la caligine densa che avvolse e coprì i processi di deindustrializzazione. Grazie a quella nebbia impenetrabile, fu possibile promettere a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio e aprire la strada che incanalava i bisogni della povera gente verso l’unico sbocco possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche.
Inserita in questo contesto, al di là delle inadeguate verità giudiziarie, la vicenda della spazzatura non fu un incidente di percorso, ma l’esito inevitabile di una scelta politica, che aveva fatto propri i disvalori della peggiore destra; non basta scrivere perciò che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Occorre ricavarne la logica conclusione: quella domanda è stata spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro cadde sulle spalle di De Magistris, che, per quanto possibile, provò a girare pagina, tornando a dialogare con i movimenti. Una scelta che scavò un abisso tra le due esperienze. Non mi avventuro sul terreno di una comparazione, ma una cosa la dico: l’ennesima candidatura di Bassolino, che riporta Napoli al 1993. non solo è anacronistica e fuori dalla storia, ma ripropone formule reazionarie. E’ perciò una sfida pericolosa, cui occorre rispondere rifiutando la tentazione di non votare. La sinistra quella, vera, è oggi rappresentata da Potere al Popolo che non a caso si presenta in una coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. La sfida vera infatti è questa: dignità e futuro contro passato e reazione, contro un blocco di potere in cui tutti fanno il gioco delle tre carte: a Napoli sono avversari e a Roma alleati nell’inaccettabile governo Draghi.

Candidato di Potere al Popolo

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Più l’impasto di trasformismo e opportunismo che sostiene Manfredi e Maresca sconcerta gli elettori, più Antonio Bassolino trova spazio e diventa addirittura una «novità». D’altra parte, perché stupirsi? Se Manfredi mette il diavolo con l’acqua santa e dietro Maresca c’è Salvini, il gioco di Bassolino diventa facile. In una società che non ha memoria storica basta vendere all’elettore i pregi dell’«usato sicuro» e il gioco è fatto. Il suo messaggio, tuttavia, è semplice, chiaro ma, come vedremo, fuorviante. Dopo anni di delusioni – dice ammiccante il nuovo che avanza – sognate un uomo che abbia alle spalle una vita vissuta a sinistra? Bene. Io sono di sinistra e vengo dal PCI. Quella sinistra che vantava la sua «diversità» morale. E, a proposito di «morale», reduce come sono da sedici processi e sedici assoluzioni, non temo smentite: sono stato perseguitato.
Com’è noto, quando i concetti si riducono a slogan e sembrano quasi verità di fede, è necessario controllare. E’ vero, negli anni Settanta Bassolino fu un dirigente del PCI, ma ne rappresentò l’ala destra, fu per il massimo del centralismo e non tollerò dissensi. Un comunista «normalizzatore», mille miglia lontano dalla gente di sinistra, che non si oppose alla liquidazione proposta da Occhetto e lavorò soprattutto per convincere chi non voleva chiudere bottega. Fu così che divenne dirigente di primo piano di quel Partito Democratico della Sinistra che iniziò il disastroso viaggio verso il PD. Alla prova dei fatti, questa è la storia del «comunista» Bassolino.
Quanto ai processi, eviterei di parlarne, ma come tacere se l’«amministratore innocente»fu la condannato per colpa grave della sezione di Appello della Corte dei Conti per una vicenda che riguardava Bassolino come Commissario per l’emergenza idrogeologica? E non basta. Contando sui vuoti di memoria di un mondo che vive alla giornata e sui silenzi inspiegabili dell’informazione, Bassolino tace su un dato significativo: pur essendo personaggio politico di primo piano – sindaco, ex ministro, ex Presidente di Regione – sottoposto a procedimento giudiziario che comportava il rischio di dover metter mano alla tasca, risultò nullatenente. Qui la politica cede il passo alla morale e l’innocenza si colloca in un quadro di valori estraneo alla «diversità» comunista.
E veniamo alla propaganda tranquillizzante del sindaco «usato sicuro», cui la memoria corta del tempo che viviamo consente racconti a dir poco spericolati. La larghezza di mezzi che consentì a Bassolino i primi, effimeri successi è legata a filo doppio all’arrivo nella casse del Comune di cospicui finanziamenti straordinari legati allo svolgimento del G7 a Napoli. Soldi che consentirono interventi di miglioramento urbano e contribuirono a creare il mito del «Risorgimento napoletano». Di fatto, l’amministrazione vera della città iniziò dopo il G7 e fu segnata da operazioni che portano il segno del liberismo e rappresentano i primi esempi di «privatizzazioni».
Vale la pena ricordare, citando a memoria, l’emissione dei BOC, i Buoni Comunali Ordinari, ai quali dobbiamo una parte del debito che soffoca la città. La gente ormai non se ne ricorda più, ma la città produceva a prezzo popolare un alimento essenziale come il latte. Grazie a Bassolino, la Centrale del latte non esiste più. In nome delle politiche liberiste, il «comunista» ex sindaco aprì il porto a multinazionali le cui attività inquinanti fanno danni gravi all’ambiente, realizzano scempi architettonici e urbanistici e diventano uno dei primi esempi di un modello di organizzazione del lavoro fondato su due pilastri negativi: da un lato la nebulosa delle finte cooperative, degli appalti e dei subappalti, dall’altro un lavoro «malato» fatto di cottimo e paghe da fame. Primo esempio in Italia di privatizzazione di una infrastruttura di rilevo strategico, la Napoli di Bassolino cedette a una multinazionale l’Aeroporto Capodichino.
Mentre queste scelte liberiste causavano i primi tagli del welfare, la logica dell’aziendalizzazione in funzione capitalista dell’organizzazione e del funzionamento del Comune, comportava fatalmente la torbida crescita di spartizioni e logiche clientelari; erano i primi segnali dell’affermazione del pensiero unico, in cui un ruolo fondamentale rivestono la subordinazione del pubblico al privato, i tagli e l’impoverimento del sistema formativo e della Sanità. Senza fermarsi oltre sui limiti e le responsabilità di un’esperienza che si concluse con un naufragio personale e politico, val la pena di ricordare che persino i più stretti collaboratori di Bassolino hanno poi riconosciuto il disastro. Significativo, in questo senso, ciò che ebbe a scrivere sul «Corriere del Mezzogiorno» del 21 settembre 2008, Isaia Sales:
«È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche».
Di fronte allo sfascio finale, del resto, è stato Bassolino stesso a riconoscere il fallimento, quando ha ripetutamente vantato il solo suo grande «successo»: non ha mai ceduto il governo della Campania e della città al centro destra. La verità è che a Napoli per anni il vero centro destra sono stati Bassolino, i suoi uomini e le sue politiche.
Naturalmente la propaganda elettorale non lo dice, ma l’«usato sicuro» di un falso comunista e di un autentico liberista regalò alla Campania una serie di numeri negativi, che non sarà male ricordare: quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche regionali, il PIL, in decrescita costante rispetto alle altre regioni, crollò a livelli negativi ben prima del fatale 2008; un’anemia perniciosa che mise in ginocchio il tessuto produttivo, aggravando l’annoso problema della disoccupazione, consentendo delocalizzazioni devastanti, riducendo gli investimenti a speculazione ed elemosina. Di scuola e formazione, meglio non parlare. Alla fine, i cumuli di immondizia, prova tangibile d’un degrado inenarrabile, chiusero il cerchio.
Poiché con questa storia alle spalle Bassolino vorrebbe tornare a Palazzo San Giacomo, la domanda sorge spontanea: la sua candidatura è la giusta ambizione di un vecchio politico, o una prova d’arroganza che diventa uno schiaffo alla città?

Candidato di Potere al Popolo

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Presentandosi al «Mattino» nei panni chi «la sa lunga», Bassolino ha fatto tutto facile: per risolvere il problema del debito che ci soffoca, bastano due telefonate e meno vittimismo napoletano. Il vittimismo napoletano, sì.
Una battuta? No e nemmeno un momento di smarrimento.
E’ che lui la politica la concepisce così: chiacchiere, battute a effetto e il colpo di bastone, che funziona meglio della carota. Pensate che sia scemo? Guardate che Bassolino è convinto che gli scemi siete voi. Lui è un volpone, sa come, quando e a chi bussare.
Chiama Mattarella e glielo dice: «Presidé, senza soldi, non si cantano messe».
E il presidente non ci pensa due volte, straccia la Costituzione, cancella il pareggio di bilancio, convince Salvini, Meloni, Letta, Zaia e tutti quelli che aspettano impazienti l’autonomia differenziata, stampa qualche miliardo e il gioco è fatto.
Draghi? Certo che lo chiama. Ma per dovere istituzionale, tanto quello non ricorda più la lettera firmata con Trichet. Che vuole, Bassolino? Che il neoliberista non lo tratti come la Grecia? E che ci vuole? Due parole come si deve e Draghi resuscita Keynes.
Votatelo questo capolavoro, scegliete l’usato sicuro. E stato un disastro? Ma no, la colpa fu tutta di Bertolaso…

Agoravox, 13 settembre 2021

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D’accordo, viene dall’Accademia. E tu che fai, lo condanni per questo?  Ti direbbero che non sono molti, ma ce ne sono anche di quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
Tu che ne sai di Manfredi?  
E’ vero, diventò ministro, accettando di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, giustamente indignato per il trattamento da Cenerentola riservato alla formazione. Manfredi non s’indignò.
Sì, non è bello, ma non è un reato…
Hai ragione, come ministro è stato un fantasma, però poi, per fare il sindaco, ha chiesto garanzie: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Insomma, per non tornare a fare il fantasma, ha dovuto riconoscere che contro il sindaco uscente si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
E’ un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante pochezza?
I soldi li avrà?
Se gli consentiranno di battere moneta, probabilmente sì. Il fatto è che non solo è un neoliberista, ma a sostenerlo c’è soprattutto il neoliberista PD, che, come tutti sanno, vuole ciecamente la cosiddetta «autonomia differenziata». Hai capito bene, sì, la scelta feroce che unisce tutti i candidati contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere Napoli al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e naturalmente la Lega di Salvini per l’Indipendenza della Padania.
Proprio così, “indipendenza della Padania”…!!!!   
Stringi stringi, in questa situazione, due domande sono legittime e decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, contraddittorio accusatore e allo stesso tempo avvocato d’ufficio di De Magistris?
  2. b. Quanti napoletani sono disponibili a votare un uomo pronto a pugnalarli nella schiena?   
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ZavoliSergio Zavoli l’ho conosciuto di persona in un’occasione amara e dolorosa.  In vista del centenario della Camera del Lavoro di Napoli, nata il 6 gennaio 1894, la CGIL Campania aveva chiesto a me e a un manipolo di valorosi studiosi di scrivere saggi da mettere assieme in un libro da pubblicare per l’occasione. Finì che il sindacato passò tutto a Ghirelli e il libro lo fece lui con la benedizione di un dirigente, che dai piani alti di via Torino divenne poi capo di Gabinetto del disastroso Bassolino.
Tutti sapevano, ma nessuno parlava, nemmeno gli storici turlupinati. Era in corso una battaglia elettorale di quelle che fanno epoca – la destra candidava a Palazzo San Giacomo Alessandra Mussolini – e decidemmo di protestare per vie interne ed evitare uno scandalo. Regali ai fascisti a danno della città non ne avremmo mai fatti, nemmeno con una pistola puntata alla tempia,  ma non intervenne nessuno.
Quando infine iniziò l’era Bassolino, in una lettera aperta, chiara e documentata, narrai  la squallida vicenda.
Con quella lettera e – confesso – senza alcuna speranza, mi presentai al “Mattino”, diretto all’epoca da Sergio Zavoli. Con mia grande sorpresa Zavoli mi ricevette, lesse, ascoltò, si convinse e capì. Dopo una lunga chiacchierata, mi congedò con una stretta di mano e una promessa, accompagnata da un giudizio:  è una vergogna. Domani la renderemo pubblica. Per il momento non servirà a nulla, professore, ma scripta manent.
Tenne fede alla promessa e qualcuno dovette vergognarsi.
Non l’ho più visto, ma lo ricorderò per sempre. Franco, onesto e soprattutto autonomo. Ha lasciato un segno  e un patrimonio di conoscenze fondamentale. Mi hanno insegnato a rispettare chi la pensa diversamente da me, ma possiede una forte onestà intellettuale. Di lui dirò perciò che non è morto. Vive e vivrà in tutto quello  che ha fatto.

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Si può copiare se stessi? Talvolta può essere utile perché il tempo cambia o conferma un punto di vista. Di Bassolino oggi riscriverei tutto com’è, con in più lo sconcerto per il minacciato ritorno. Lo stato d’animo che mi spinse a scrivere, quello sì, quello è cambiato e tra le vie “liberate” mi pare di vedere vecchie ombre che si ripresentano. Di questo, però, per ora preferisco non parlare.
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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016

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frase-celebre-di-italo-calvino-30705Bassolino, per infinocchiare gli elettori e rassicurare padrini e padroni dice che il sindaco di Napoli, De Magistris isola la città e riduce un serio problema politico a una questione di temperamento. Lui, che è uomo di mondo e politico esperto, farà come vuole Roma e i soldi arriveranno. La città finirà in vendita, la gente non vedrà un centesimo e la speculazione farà soldi a palate.
Ho letto da qualche parte – e sono d’accordo – che le prossime elezioni amministrative si svolgeranno in una condizione di “sovranità limitata”, che stringe in una morsa “l’esercizio democratico a qualunque livello espresso, nazionale e/o territoriale, indipendentemente dalla modalità, elettorale piuttosto che legislativa o referendaria”. Patti di stabilità e costituzionalizzazione dell’obbligo del pareggio di bilancio cancellano l’autonomia della politica. Parlo di Napoli, ma potrei dire la stessa di una qualunque città italiana: in queste condizioni il voto rischia di trasformarsi in un rito, in una rappresentazione teatrale farsesca del diritto di decidere che non esiste più.
In questo senso, le prossime elezioni amministrative hanno quindi valore politico e la costituzione di un fronte comune a sinistra richiede che programma e lista partano, a mio avviso, da due punti fermi da riassumere in un una sorta di preambolo. Anzitutto totale chiusura nei confronti del PD, individuato come pilastro di un nascente regime e peggior nemico delle classi popolari. In secondo luogo, rivendicazione netta, forte e inderogabile di un diritto alla “disobbedienza”, che abbia un fondamento giuridico e risponda a una ineludibile necessità economica. Disobbedienza a tutte le leggi approvate dal giorno successivo alla sentenza della Corte Costituzionale, che rende illegittimi moralmente e politicamente Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica. Disobbedienza all’UE in assenza di un referendum che non è stato mai fatto e che dovrà sancire la nostra volontà di far parte oppure no di questa Unione antipopolare. Gli uomini delle Istituzioni romane potranno assere considerati interlocutori legittimi solo dopo regolari elezioni politiche svolte con la legge che la Consulta ha indicato. A me pare naturale che, così stando le cose, Consiglio Comunale, Giunta e Sindaco assumano il ruolo di una sorta di governo provvisorio, in attesa che le Istituzioni romane regolarizzino la loro condizione di totale incostituzionalità. La disobbedienza come necessità economica, è la naturale conseguenza della illegittimità delle Istituzioni di Governo e significa rottura con tutti gli obblighi illegittimi, a partire dal patto di stabilità per arrivare alla faccenda di Bagnoli, alla tutela dell’ambiente e della salute, per giungere alla destinazione delle tasse.
Sulla condivisone di questa premessa, che guarda anche ai prossimi referendum sulla scuola e sulle cosiddette riforme istituzionali, si costruiscono un programma e una lista della sinistra che sia quanto più aperta possibile alle realtà territoriali di lotta e lasci ampio spazio alla base.

Agoravox, 28 febbraio 2016

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Nuremberg_chronicles_-_f_5vLo trovi dove meno te l’aspetti. Ieri pomeriggio, per dirne una, l’ho incrociato alla Guida Editori; c’ero andato per la presentazione di un volumetto prezioso, l’Elogio della disobbedienza a Dio, firmato dal mio amico Gianni Lamagna, ma la sala era occupata proprio da Bassolino, che vendeva i suoi prodotti a prezzo di liquidazione. Come un disco incantato, l’uomo del passato girava attorno a un ritornello: rifiutando di trattare con Renzi, De Magistris condanna la città all’isolamento e alla morte per fame. La tesi centrale, facile e irrazionale, quella che mira alla pancia della gente è tagliente come una lama di Toledo: un politico vero si siede a tutti i tavoli e qualcosa la porta a casa. Se invece non accetta di trattare, non si lamenti quando i pullman si rompono e non passano, le strade sono piene di buchi e la città va a carte e quarantotto.
Tutti i tavoli, quindi, quali che siano e pazienza se il gioco non ha regole e la partita è truccata. Per vent’anni, ti verrebbe da dire, trucco dopo trucco, tavolo dopo tavolo, regola dopo regola, così ci hai portati al disastro. Il cenno negativo della mia testa bianca, però, non sfugge a una specie di gorilla che mi fulmina, come fossi un provocatore: se non sei d’accordo, te ne puoi anche andare. Sto per rispondergli per le rime, ma mi disarma un tizio che mormora estasiato: non c’è che fare, questo è l’ultimo politico che abbiamo. Gli chiederei se per “ultimo” intende unico o peggiore, ma non faccio in tempo. Dopo una buona mezz’ora sottratta al libro del mio amico, Bassolino se ne va, prontamente incrociato dal sostenitore in estasi che marca la presenza e rende sobriamente il suo omaggio. Un cenno del capo e due parole: “Don Antonio”. Più che saluto, pare segno di rispetto, come s’usa con i “don”.
Mentre la presentazione finalmente comincia, la domanda che non ho potuto rivolgere a “Don Antonio” mi sta sullo stomaco: ma tu che idea hai della politica, Bassolino? Per te, c’è un limite ai compromessi possibili? C’è un segno oltre quale non si va, si rifiuta il ricatto e si dà battaglia, costi quel che costi, o pensi che il politico vero sia quello che regala un quartiere a speculazione e camorra e, per salvare la poltrona, lascia ammazzare la città che governa? E’ stata questa confusione tra interesse personale e destino della gente a produrre il disastro cui hai condotto prima Napoli e poi la Campania. Se avessimo una libera stampa, qualcuno ti chiederebbe in nome di che ti azzardi a giudicare gli altri. Ma una libera stampa non c’è e occorrerà contare sull’intelligenza della popolazione, sulla memoria storica e sulla battaglia nelle vie e nelle piazze, dove la gente è vera e viva e il guardaspalle non ti mette a tacere.
L’ultimo politico, il peggiore di tutti, se n’è appena andato, quando mi decido a occuparmi del libro. E’ un attimo, il tempo di mettere a fuoco i relatori in fondo alla sala e poi sobbalzo. Che mi combini, Gianni, amico e compagno di tante battaglie? Che ci fa lì, seduto al tuo fianco, tra i relatori, l’uomo dell’estasi, amico di Don Antonio? Ma che ne sa di disobbedienza uno che si sarebbe accordato con Renzi e avrebbe consegnato Napoli alla speculazione? Com’è possibile che io venga a sentir parlare dell’elogio della disobbedienza e mi trovi di fronte ai teorici dell’ubbidienza a Renzi e alle sue trame oscure?
Il tuo elogio, caro Giovanni, va ripresentato; occorre dire alla gente che dopo aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, nemmeno Dio può chiedergli di essere servo, perché servo sarebbe allora egli stesso. Occorre insistere su questo tema: se Dio non può chiedere all’uomo un’obbedienza servile, come può uno che ha la storia di Bassolino chiedere alla città il voto, in cambio di una cieca obbedienza? E come può la città consegnarsi di nuovo in mano a questa sorta di tirannello? Che peccato, amico mio, che peccato che la tua bella disobbedienza sia finita in mani come queste. Diamoci da fare, su, portiamole in giro queste tue riflessioni. La gente. lo sai, è migliore dei suoi sedicenti leader e di tanti intellettuali che sanno di lucerna, perché vivono chiusi nell’invisibile gabbia del potere.

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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016
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